Verso i referendum – parte 2: l'acqua

Come promesso, vi presentiamo il primo di tre articoli per spiegare i quesiti dei referendum abrogativi dei 12 e 13 giugno. Iniziamo con i due quesiti riguardanti la gestione del servizio idrico. Più semplicemente, l’acqua pubblica.

Il primo dei due quesiti propone l’abrogazione dell’articolo 23 bis della legge 133/2008,approvata dall’attuale governo Berlusconi, nota come decreto Ronchi, dal nome dell’allora ministro per le politiche comunitarie autore del provvedimento. L’articolo in questione stabilisce che la gestione del servizio idrico non può più essere affidata a società interamente pubbliche. Essa deve essere affidata a privati tramite gara d’appalto, oppure direttamente a società a capitale misto pubblico e privato, in cui il privato sia vincitore di una gara d’appalto e possieda una quota non inferiore al 40%. In parole povere, significa che la gestione dei vari acquedotti viene privatizzata. L’effetto più importante è la trasformazione del servizio idrico da, appunto, servizio a prodotto. Di fatto, l’acqua non è più un bene erogato dal comune ma un bene commerciale, non diversamente dai servizi telefonici, o dalla corrente elettrica. Di fronte a queste critiche, i sostenitori del provvedimento obiettano che il bene rimane pubblico, poiché è solo la gestione a poter essere privata. L’argomento è francamente debole. Dal momento in cui un qualsiasi bene o servizio viene distribuito da un soggetto privato, pur non possedendo questi la proprietà formale, ne detiene comunque il controllo.
Non è solo una questione di chi sia il proprietario o di chi prenda le decisioni. La norma apre le porte allo sfruttamento commerciale dell’acqua come prodotto, con ampi margini di lucro. La differenza principale tra gestione pubblica e privata è infatti negli scopi. L’obiettivo di un ente pubblico è garantire un servizio senza perdite economiche. Quello di un privato è massimizzare il profitto. Occorre mettersi d’accordo su cosa sia l’acqua. Per i promotori del referendum, favorevoli all’abrogazione della legge, l’acqua è un bene comune inalienabile, fondamento della vita, la cui disponibilità deve essere garantita a tutti. Un privato, legittimamente, non può pensarla in questo modo a meno di suicidarsi commercialmente.
Altro argomento sostenuto dai fautori della legge e del no al referendum è la scarsa efficienza della rete di distribuzione dell’acqua nel nostro paese, frutto della gestione pubblica. In realtà è sbagliato parlare di scarsa efficienza. La situazione è disastrosa. La media delle perdite dall’intera rete nazionale è pari a circa il 30%. Per ogni litro d’acqua che esce dal rubinetto, circa 0,4 litri vanno persi. Ma cosa garantisce che i privati migliorino l’efficienza della rete, operando i necessari interventi? L’idea che il privato funzioni necessariamente meglio che il pubblico è un falso mito. Numerosi campi, dalla scuola alla sanità, dimostrano che le eccellenze risiedono spesso nel settore pubblico. Inoltre, non è affatto vero che i privati migliorerebbero la situazione degli acquedotti, semplicemente perché la manutenzione della rete rimane in mano pubblica, in virtù del fatto che l’acqua rimane formalmente un bene comune. È una situazione simile a quella della rete ferroviaria, in cui la gestione dell’infrastruttura è pubblica mentre l’erogazione del servizio di trasporto è affidata a società terze, anche private. Per lo stesso motivo se la manutenzione dell’acquedotto è pubblica ma la bolletta dell’acqua, molto banalmente, è privata, gli eventuali interventi sulla rete non possono che essere finanziati in modo indipendente dall’utenza effettiva. Che vuol dire? Che i lavori sull’acquedotto sono pagati dalle tasse, mentre sarebbe più corretto che fossero gli effettivi utilizzatori dell’acqua a pagare proporzionalmente al consumo. A questo proposito, è utile notare che le tariffe italiane sono generalmente basse rispetto alla media europea, proprio perché i necessari interventi manutentivi sulla rete non sono stati effettuati come necessario.

Il secondo quesito sull’acqua propone l’abrogazione di un comma dell’articolo 154 del Decreto Legislativo 152/2006, approvato dal terzo governo Berlusconi. L’articolo elenca i criteri di determinazione delle tariffe. Il referendum propone di cancellare, fra questi, quello “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Questa frase permette al gestore del servizio di includere nella bolletta un 7% che rappresenta un profitto aggiuntivo in virtù dell’investimento effettuato. Praticamente il gestore può permettersi di far pagare di più tutti solo per il suo guadagno, senza legami con il servizio erogato. Con questo provvedimento, precedente di due anni il decreto Ronchi, si aprì la strada alla possibilità di lucro sul servizio idrico di cui sopra. È tanto semplice quanto odioso.

Sia l’aspetto di manutenzione della rete quanto quello di vigilanza della tariffazione dovrebbero essere governati da un’agenzia di controllo. Simile a quella che pochi giorni fa il governo ha istituito, rafforzando l’attuale Commissione Nazionale per la Vigilanza sulle Risorse Idriche, trasformandola nell’Autorità per l’acqua. Le parole del sottosegretario Saglia hanno confermato il sospetto che la mossa non sia che un tentativo per gettare polvere negli occhi dell’opinione pubblica e scongiurare così il raggiungimento del quorum di tutti i referendum, legittimo impedimento, guarda caso, compreso. Ma questa è un’altra storia, che se avete letto la prima parte conoscete già.

P.S.: Nel frattempo la RAI ha cominciato a trasmettere gli spot informativi sui referendum. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire.

Gli altri articoli sul Referendum:

 

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Papesse al Vaticano, opera teatrale in un unico atto.

7 maggio 2011.

L’appuntamento è alle cinque del pomeriggio a piazza S.Pietro.

Essendo una persona un po’ timida, ho titubato molto prima di riuscire a trovare qualcosa di bianco e ampio da indossare, e ad afferrare cartoncino e forbici per confezionare il mio cappello. Il tutto è pronto solo poco tempo prima dell’ora dell’incontro. Giunta nella piazza, individuo subito la mia prima compagna: una ragazza che sta parlando con un ragazzo, e che in testa porta un copricapo papale. Già, perché oggi è il giorno della papessa!
Giustamente chi legge non starà capendo nulla. Lasciate dunque che vi spieghi alcune cose.
Quello che stiamo per fare non è né un flash-mob, né una manifestazione, ma semplicemente un atto teatrale; teatro di strada, se così possiamo dire. Si tratta di teatro surrealista, ma con uno scopo ben preciso, che è quello di riuscire a liberarsi per un po’ del pensiero  razionale, e lavorare invece con la metafora e con un’immaginazione simile a quella dei sogni. Tutto ciò nel tentativo di portare la mente a interrompere i circoli viziosi, o schemi ripetitivi, che imprigionano la nostra natura. In poche parole, un gesto liberatorio.

L’inventore di tale tipo di teatro è Alejandro Jodorowsky, artista cileno proveniente dal surrealismo, regista teatrale e cinematografico, attore, scrittore, marionettista e “tarologo”. Di solito questo teatro (detto “psicomagia”) coinvolge una sola persona, mentre qui si è voluto dare al tutto una valenza meno personale e più collettiva. Un atto di questo tipo è stato realizzato a Buenos Aires per le madri di plaza de Mayo, al fine di accompagnare e liberare il loro dolore e quello del popolo argentino: nel mezzo della piazza ogni madre ha liberato una colomba nel cielo, tenuta precedentemente in una gabbia nera.
Per quanto riguarda l’ evento in questione, lo scenario principale sarebbe stata piazza san Pietro. Non potevo non partecipare a qualcosa di simile che si stava svolgendo proprio nella mia città.

Stavolta volevamo fare qualcosa di esclusivamente femminile.

La chiesa afferma che il bambino ha bisogno di una madre e di una padre (cosa apprezzabile), dunque perché non dovremmo noi immaginare affacciarsi alla finestra un papa e una papessa, un santo padre e una santa madre? Perché non immaginarlo anche per le altre religioni?  I tarocchi stessi, questo antico gioco di carte, amano l’equilibrio, e contemplano tale coppia: abbiamo il papa (numero V) e la papessa (numero II). E dire che sono antichi…

Molti affermano: “ormai la tradizione cristiana fa parte della nostra cultura“. Infatti è così: in tribunale giuriamo sulla Bibbia, in classe abbiamo il crocefisso e a scuola facciamo religione. Essa permea di sé la nostra società e costituisce un messaggio visivo molto potente. Dunque essa è anche parte dell’immaginario che verrà ricevuto dalle  future generazioni, indipendentemente dal fatto che esse siano cristiane o meno. Non è questione di lotta per il potere o di femminismo, ma di come tutto ciò venga oggettivamente percepito nel profondo dell’animo umano. È una ricerca di equilibrio interiore, se mi si permette l’espressione. Possiamo permetterci ancora di lasciar credere alle bambine del futuro che la realtà sia un prodotto della sola mente virile, e che sia possibile per loro avere accesso al sacro esclusivamente attraverso l’uomo? Abbiamo bisogno di conoscere quale tipo di insegnamento hanno da offrirci le donne, perché allo stato delle cose conosciamo soprattutto l’insegnamento degli uomini.

Se non esiste una papessa, vogliamo provare a incarnarla! Diamole una voce, un movimento e un volto. Inventiamola. Ci piacerebbe sentirla parlare, almeno una volta. Ci piacerebbe molto sentir parlare tante donne sagge quanti uomini saggi sono apparsi nel mondo attraverso i secoli. Dove sono le insegnanti? Vogliamo conoscerle.

alcune delle ragazze in abito papale

Arrivano altre ragazze. Alcune sono italiane, altre spagnole, una è brasiliana. Sappiamo che altre  donne stanno facendo lo stesso a Concepcion e a Santiago in Cile, a Cordoba in Spagna, a Burgos e in altri luoghi.

Alcune, come me, indossano solo un semplice cappello, altre tirano fuori dai borsoni abiti più elaborati, davvero teatrali.
Siamo pronte. Possiamo cominciare a muoverci. Ci mettiamo in fila indiana e camminiamo lentamente, come in una processione. Le persone cominciano a scattare foto, alcuni ci chiedono il motivo del nostro gesto, ma la nostra regola è il silenzio. Il nostro atto deve essere completamente muto. È molto bello camminare così.  Siamo solenni. L’abito forse fa il monaco, e questo cappello dà ai miei pensieri una certa calma, un senso di maestà. Siamo molto belle a vedersi, così tutte insieme.

Le papesse di Concepcion

Ma ecco che una macchina dei carabinieri, di quelle piccole da zona pedonale, ci affianca. Una ragazza venuta a fotografare risponde per noi. Ci scortano lungo la strada, sempre più agitati. Alcuni sorridono al nostro passare, altri meno. Un signore comincia a incitare i carabinieri di “mettere fine a questa mascherata”. Noi sappiamo che in questo caso dobbiamo rimanere in silenzio e allontanarci, senza controbattere né opporre resistenza. Un’ accalorata signora, notando la nostra mancata reazione alle sue parole, grida in spagnolo “il silenzio è codardia!”. Anche una signora italiana pare infastidita dal nostro gesto. Una ragazza, ancora di lingua spagnola,  si avvicina e comincia a inveire contro di noi. Se la prende con la papessa che cammina davanti a me. Con un gesto le toglie di testa il cappello, l’altra se lo rimette e continua a camminare. Io proseguo in silenzio, e seguo con calma le mie compagne. Nel frattempo il servizio d’ordine ci sta invitando ad abbandonare la piazza.

La polizia ci ferma
La polizia ci ferma

 

Ancora vestite da papesse, creiamo un capannello in un angolo, mentre i poliziotti ci cominciano a fare delle domande.  “Cosa significa questa manifestazione?”, “Non è una manifestazione, è una rappresentazione.” risponde una papessa. La ragazza spagnola di prima ci raggiunge e continua a gridarci contro. Viene allontanata gentilmente. I poliziotti non riescono a comprendere la situazione. D’altronde li capisco, come si può classificare un evento come questo? Ci chiedono i documenti. Spunta una telecamera della rai. Una signora che era con noi prende le nostre difese in modo accalorato. Le papesse, anche se un po’ spaesate, si mantengono calme e accondiscendenti. Diamo i nostri documenti. Siamo ammutolite ma intimamente serene. Tre di noi faranno da portavoce e spiegheranno la situazione. Con i nostri documenti nelle mani della polizia, attendiamo fiduciose per un’ora e mezza, per non dire due ore. Ci raccontiamo le nostre sensazioni, scambiamo impressioni, sorridiamo. Nel frattempo le nostre compagne hanno avuto modo di chiarire le intenzioni pacifiche dell’atto, quindi non v’è alcuna conseguenza. Anzi, alla fine sembra che i poliziotti ci abbiamo preso in simpatia. Uno di loro ci saluta con “Arrivederci papesse!”.
È tempo di separarci. Ci salutiamo e ci abbracciamo forte, ci scambiamo le email. Presto verremo a sapere che le cose all’estero sono andate benissimo. Un applauso conclude questa straordinaria giornata. Non la dimenticherò facilmente. Ma aggiungo:

“Se noi ombre vi abbiamo irritato,
non prendetela a male, ma pensate
di aver dormito, e che questa sia
una visione della fantasia.
Non prendetevela, miei cari signori,
perché questa storia d’ogni logica è fuori:
noi altro non vi offrimmo che un sogno;
della vostra indulgenza abbiamo bisogno.
Come è vero che sono un Puck onesto,
se abbiam fallito vi prometto questo:
che per fuggir le lingue di serpente,
faremo assai di più prossimamente.”

da “Sogno di una notte di mezza estate“, di W.Shakespeare, atto V.

 

Per chi fosse interessato, ecco maggiori informazioni:

articolo sulle papesse di Conception (in spagnolo)
articolo sulle papesse di Roma (in spagnolo)
riflessioni di una papessa anonima (in spagnolo)

chissà che non si ripeta l’anno prossimo…

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