Medici e Pazienti visti dal profondo degli abissi

Smonto notte.

Anzi, smonto da tre giorni di delirio, perché quasi tutto il personale di reparto di un “eccellente” ospedalone lombardo ha deciso di partecipare a un congresso assolutamente imperdibile. Nessun ente regolatore sopraordinato si è preoccupato del fatto che essere medici significa assistere, prima di tutto, non aggiornarsi e approfittarne per andare a farsi una pucciatina in mare.

Venerdì tre turni, di cui due consecutivi e due contemporanei (9-20), sabato 14-21, domenica mattina e, sì, questa notte 21-9.30. E ora non riesco a dormire. Perché vaga nel subconscio inquieto un sottobosco di emozioni pungenti, di pensieri assolutamente scoordinati e schizofrenici, di immagini che riappaiono come errore di proiezione sullo schermo di un cinema decadente, di odori acri, di suoni molesti, di gemiti ritmici e impossibili da quietare.

Cosa resta di tutto questo? Come gestire e placare questo moto ondoso che impedisce il sonno? Forse solo ripescando i pesci più grossi, guardandoli in faccia attentamente e ributtandoli nelle acque torbide da cui provengono.

Gli squali: ragazzi giovani, con una diagnosi che non lascia speranza, in preda alla frenesia di rimettersi in piedi e riappropriarsi della propria vita dopo un intervento non risolutivo. Le loro domande circa il futuro (che sono mesi, nella migliore delle ipotesi) mordono con denti aguzzi e taglienti; le mie risposte pressappochiste e vaghe (“pretese” da fidanzate, mamme e mogli) tormentano come spilli la mia coscienza: ma se fossi io, non pretenderei di decidere se trascorrere i miei ultimi giorni in un viaggio intorno al mondo che mi ricompensi almeno in parte della bellezza del mondo che mi verrà sottratta, anziché restare in un letto a vomitare per la chemio?

I pesciolini rossi: innocui, fragili, relegati in una piccola boccia, privi di compagnia; gli anziani signori e signore, soli, maleodoranti, abbandonati da figli cugini e nuore, arrivati in pronto soccorso per non si sa bene che cosa. Alcolismo, gravi malattie mai curate (o, peggio, mai diagnosticate), farmaci non assunti perché la memoria non funziona, denti che mancano, vestiti laceri intrisi di urina. E cellulari di parenti del tutto irrintracciabili. O meglio: “siamo via per il week end”. Solo compassionevoli vicini di casa che da qualche giorno, non vedendoli, hanno chiamato i vigili, hanno fatto aprire la porta e li hanno trovati per terra. Però… “ci scusi, è domenica, dobbiamo andare alla cresima del nipote del cognato della zia… ve ne occupate voi ora”.

I pesci degli abissi: imperscrutabili, nelle profondità del mare della coscienza, intangibili, incontattabili. Provi a toccarli, a pizzicarli con energia, ma non troppa, perché quasi ti sembra di essere crudele. E non risponde nessuno, non c’è nessuno in casa. Un messaggio sulla porta: non ci siamo. Un biglietto aggiuntivo: elettroencefalogramma piatto, erniazione cerebrale, asistolia. Sono caldi ma, come in fondo al mare, li circonda un freddo spettrale che accappona la pelle e svuota la mente.

I pesci trasparenti: nuotano liberi, si muovono, sfuggono, scappano, scivolano, rischiano di correre contro a uno scoglio, ma la loro essenza è trasparente. Non c’è presente, non c’è passato né futuro, manca un dato di realtà su cui confrontarsi, a cui appigliarsi. Noi che abbiamo bisogno di realtà, di concretezza, noi che non sappiamo stare in sospensione, che il vuoto fa paura. Talora questi pesci “eterei”, d’un tratto, emettono urla spaventose, come se qualcuno o qualcosa li stesse lacerando. Noi che abbiamo bisogno di realtà, di numeri, di parole, di esami, pensiamo sia dolore, cerchiamo spiegazioni razionali e ragionevoli. Ma magari la loro è paura. Paura dei fantasmi che popolano il loro mondo trasparente, paura di volti minacciosi che li fissano dal fondo del letto, di bestie spaventevoli che popolano le loro acque.

Le murene: si aggirano con camici bianchi ma non sono medici. Sono creature fameliche, elettrifiche, prive di ogni forma di buon senso, ragionevolezza, compassione, umanità. Sono dietro l’angolo: aspettano solo che tu ti avvicini con le migliori intenzioni, per stabilire un contatto sottomarino, perché pensi che siano pesci come te. Ma appena li tocchi erogano una corrente che è pari a un elettroshock, per te e per l’ecosistema. Ma non sei tu a urlare quando ricevi la scossa, anzi: devi prodigarti per contenere le urla indegne di questi esseri immondi, frustrati dalla vita, falliti come professionisti e come persone. Da queste bestemmie esistenziali che con fattezze pseudo umane si aggirano nel mondo reale sgraziati e insolenti, devi proteggere i pesciolini per cui li hai interpellati, perché non subiscano anche tutto questo. Sono esseri indegni di esistere nel mondo reale: siamo in una guerra ma, invece di combattere tutti contro il nemico asserragliati nella medesima trincea, gli immondi sparano non solo contro di te, ma anche contro i civili in fin di vita.

Io amo l’acqua, è il mio elemento naturale, ma questi pesci e queste onde torbide mi estenuano. Il corpo e la mente mi supplicano di cambiare mare.

Ho una voglia irrefrenabile di un mare trasparente, di acque caraibiche con fondale a vista e con tanti bellissimi e innocui pesci pagliaccio nel mio branco.

E fanculo alle murene.

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