Piccole donne crescono (e cambiano il mondo)

In questi mesi abbiamo assistito a cambiamenti che ai più sono sembrati repentini e improvvisi. C’è una parte del mondo che ne ha abbastanza della situazione com’è e si rimbocca le maniche per trasformarla a costo, anche, della vita. Eppure i muri, per crollare, devono aver iniziato a creparsi da qualche parte. Piccoli segni, gesti da cronaca minore, modifiche nella quotidianità di cui non si capisce, subito, la portata. Prendiamo, come esempio, tre notizie che non abbiamo potuto leggere sulle prime pagine o nei telegiornali che vanno per la maggiore ma che ci dicono qualcosa di importante. Ci dicono che il cambiamento di oggi è ancora poca cosa rispetto a ciò che ci aspetta, perché le protagoniste di questo cambiamento non sono ancora scese in campo con la forza di cui sono capaci: perché il cambiamento vero verrà dal contributo che le donne, emarginate e segregate in buona parte del mondo, stanno per portare.

La prima storia emblematica viene da New Delhi dove due giovani donne, Mamta ed Ekta, grazie all’ottimo lavoro della Fondazione Azad, hanno preso la patente e si sono messe a lavorare per la società privata Radiant Limousine Service. Fanno le tassiste, un mestiere fino a oggi riservato solamente agli uomini. Racconta Ekta all’agenzia Misna: “Mi sento più forte, ho trovato la mia identità, non solo come madre ma anche come moglie”. Ekta infatti ha dovuto sfidare la sua condizione di minorità, le obiezioni del marito sposato a 15 anni, le difficoltà dovute al suo analfabetismo e i pregiudizi sociali di una società che ha tenuto la donna ai margini per secoli ma che ormai non può che prendere atto che il cambiamento è inarrestabile.

Sempre di auto parla la seconda storia. E forse non è un caso che il simbolo del progresso, della velocità di movimento, della possibilità di spostarsi, di viaggiare, di andarsene sia oggi, nelle mani delle donne che si ribellano, uno strumento potente di rivendicazione. Manal Al Sharif è stata arrestata lo scorso 21 maggio perché si era messa alla guida di un’auto in un paese, l’Arabia Saudita, che vieta alle donne di guidare. Manal ha rivendicato con forza il suo gesto pubblicando un video su YouTube ed è stata rilasciata solo dopo le sue pubbliche scuse. Intanto però la notizia aveva smosso le acque torbide del regime saudita e molte altre donne avevano manifestato pubblicamente la loro solidarietà. Come ha scritto il New York Times, il divieto di guidare deriva dall’ansia universale verso la mobilità delle donne. La mobilità infatti è la premessa per la partecipazione alla vita civile e politica e all’esercizio dei diritti. Per questo il gesto di Manal ha avuto una potenza enorme e avrà conseguenze inevitabili sulla società saudita.

Infine, torniamo in India, dove, al Barefoot College, Santosh Devi è stata la prima donna del Rajasthan a laurearsi in ingegneria solare. Santosh è una dalit, una intoccabile, in una regione rurale dove il sistema delle caste è ancora forte e permea la cultura e il costume dominanti. Grazie alle competenze acquisite, e al lavoro del Barefoot College, Santosh ha portato l’energia solare nella sua casa e in altre nel suo villaggio. Ha anche cambiato la propria condizione economica e mostrato alle altre donne nella sua situazione che la vita non è un libro già scritto, come era stato fatto loro credere da secoli.

Ekta, Mamta, Manal e Santosh hanno aperto la strada, hanno crepato il muro che prima o poi cadrà. Un giorno avverrà un fatto che ci sorprenderà, un cambiamento che sembrerà epocale eppure repentino. Quel giorno ricordiamoci di queste piccole donne che hanno avuto il coraggio di iniziare.

 

Intervista a Massimo Bugani – Movimento 5 Stelle

[stextbox id=”custom” big=”true”]Abbiamo intervistato Massimo Bugani, fotografo di 33 anni, oggi consigliere comunale del Movimento 5 Stelle a Bologna, eletto alle ultime elezioni amministrative con 19.969 (9.5%) preferenze. Buona lettura![/stextbox]

Camminando Scalzi: Il Movimento a 5 Stelle oggi presenta dei candidati alle elezioni, fa campagna elettorale e occupa delle posizioni all’interno delle giunte comunali, e in tanti accusano il Movimento di avere perso di vista il suo ruolo di contrasto alla partitocrazia. Tu cosa hai da dire a tal proposito? Qual è la differenza fra il Movimento a 5 Stelle e i tradizionali partiti politici?

Massimo Bugani: Essere all’interno delle istituzioni con cittadini liberi che vivono la politica come un servizio civile, con totale dedizione e senza poteri forti sopra, sotto o di fianco che decidono ciò che devi pensare o ciò che devi fare è già di per sè una differenza abissale fra noi e i partiti.

CS: Qual è il significato politico di prendere il 10% in una città importante come Bologna?

MB: Il significato è che il paese sta uscendo dal torpore in cui era stato per troppi anni. Non solo a Bologna, ma in tutta Italia, i segnali sono davvero incoraggianti. I cittadini si stanno riprendendo il proprio futuro e non voglio più delegare a nessuno la gestione della cosa pubblica. Con me all’interno del Comune di Bologna ci sono 20.000 cittadini che prima non avrebbero mai potuto sapere cosa avviene all’interno del Palazzo se non in forma marginale.

CS: Anche tu, come detto per Mattia Calise, candidato sindaco a Milano, giudichi l’inesperienza come un valore aggiunto?

MB: No, io credo che l’inesperienza sia un nostro limite iniziale, ma la dedizione, la passione e un gruppo di persone meravigliose pronte a sostenere i ragazzi che entrano nei comuni sono una fonte inesauribile di curiosità e conoscenze. Quindi l’inesperienza la stiamo già superando in queste prime settimane. Ma non si smette mai di imparare. Noi dobbiamo restare umili e sapere che c’è molto da fare e da studiare per migliorarsi ogni giorno.

CS: In che modo, come consiglieri della giunta comunale bolognese, avete intenzione di comportarvi per contraddistinguervi all’interno di quello stesso sistema che il Movimento critica e contesta sin dalla nascita? Quali saranno le vostre azioni concrete per differenziarvi dagli altri consiglieri?

MB: Ti sto scrivendo dal pc del mio ufficio comunale. Sono in mezzo a tutti gli uffici dei vari gruppi consiliari. Io ci sono ogni giorno, gli altri consiglieri si vedono sporadicamente. Credo che sia già una notevole differenza.

CS: In che modo ti terrai in contatto con i cittadini? In quale modo comunicherai direttamente con i bolognesi, accogliendo le loro proposte e facendo sapere loro come vanno le cose al comune?

Rispondo ogni giorno a centinaia di mail, il contatto è diretto. Nessuno scrive per me. Quando le persone ricevono una mail da Massimo Bugani sanno che sono stato proprio io a scriverla. E poi il nostro ufficio ha la porta sempre aperta. Chi vuole può venire a trovarci a Palazzo D’Accursio quando vuole.

CS: Cosa rappresenta la figura di Beppe Grillo per il Movimento, oltre a essere l’ideatore di questa nuova modalità di partecipazione politica? Un leader, un simbolo, o un sostegno alla visibilità dei candidati del movimento? Perché il M5S non dovrebbe assomigliare al PdL, spesso accusato di essere il regno di un monarca più che un vero partito?

MB: Noi non abbiamo nessun leader e tantomeno un monarca. Noi abbiamo in Beppe Grillo un amico e una grande finestra aperta nel mondo dell’informazione, mondo nel quale non saremmo mai potuti entrare senza Beppe Grillo. Lui ha aperto una via nuova, ha consentito a cittadini liberi di avere voce. Per il resto io ci tengo a dirvi quella che è stata la mia esperienza personale: io ho fatto una campagna elettorale come candidato sindaco di una città importante come Bologna e Beppe non ha mai influito su nulla di ciò che ho fatto o detto. Lui non sa quale programma abbiamo fatto insieme ai bolognesi, non conosceva i nostri candidati, non ha messo becco in nessuna delle nostre scelte. Come si fa a chiamare “capo” una persona che si comporta in questo modo? In tutte le telefonate che mi ha fatto in questi mesi mi ha sempre e solo dato conforto e un grande calore umano. Rispetto al PDL siamo agli antipodi.

CS: Il M5S si pone come una forza innovativa, con l’obiettivo di superare gli attuali schemi politici. La vostra dialettica, tuttavia, non è di confronto ma di scontro frontale. Come vi comportereste se nascesse nel panorama italiano un movimento strutturato come il M5S ma di posizioni differenti? Lo considerereste una forza politica vera o uno degli altri partiti morti, come li definisce Grillo? Potrebbe essere una sorta di vostro corrispettivo “al di là del guado”?

MB: Personalmente non ho fatto scontri frontali con nessuno. Dal 14 novembre 2010 sono stato candidato sindaco di Bologna, ho parlato di tutto e di tutti credo con equilibrio e moderazione. Ho sempre evitato polemiche inutili e aggressività. Fa comodo ai nostri detrattori rappresentarci come dei pazzi scatenati e indemoniati. Noi siamo ben altro. Basta venire a conoscerci. Chi è stato a Cesena a settembre nei due giorni chiamati “Woodstock a 5 stelle”) ha potuto constatare di persona l’incredibile livello di rispetto, educazione, cultura e civiltà che sta alla base del M5S. La nostra è una rivoluzione che si ispira a Gandhi e non ai guerriglieri.

CS: È più che legittimo non rispecchiarsi in nessun partito di quelli cosiddetti tradizionali, ma è intellettualmente onesto metterli tutti sullo stesso piano, al grido di “sono tutti uguali”?

MB: Non ho mai detto che sono tutti uguali. Io ho sempre detto, anche in campagna elettorale, che destra e sinistra hanno fatto dei gravissimi errori diversi e che alcuni fra i più gravi (inceneritori, tav, civis) li hanno fatti insieme. Su queste parole sfido chiunque a contraddirmi.

CS: Come fa il Movimento a sostenere le proprie attività? Ad esempio per far fronte alle spese di una campagna elettorale?

MB: In questi giorni abbiamo fatto il totale definitivo delle spese sostenute per la campagna elettorale. Abbiamo speso in tutto 5025 € iva compresa. Dai cittadini però, attraverso le donazioni spontanee, abbiamo ricevuto più di 9000 €. Abbiamo ancora 4000 € in cassa per portare avanti le attività del Movimento in questi mesi. I partiti vivono grazie ai soldi rubati ai cittadini attraverso i rimborsi elettorali. Il movimento 5 stelle rinuncia ai rimborsi elettorali (un milione di euro circa) e viene sovvenzionato volontariamente dai cittadini. Se non è rivoluzionario questo, ditemi voi cosa lo è?

CS: Come mai al sud il M5S sta incontrando maggiori difficoltà?

MB: Al sud la rete è meno seguita e questo per noi è un grande limite. Questo significa che dovrà essere il nord a fare da traino e io sono sicuro che ci riusciremo. Abbiamo dei gruppi di persone straordinarie in tutto il sud, sicuramente molti di quei ragazzi saranno i prossimi parlamentari a 5 stelle.

CS: Ora una domanda su Napoli, dove il M5S non è riuscito a far eleggere i propri candidati. Come mai il M5S rifiutò tempo fa l’idea di De Magistris di coalizzarsi con Idv? Oggi, alla luce del successo dell’ex pm, potrebbe essere una strada ancora percorribile?

MB: Noi e IDV siamo come il tennis e il ping-pong: si gioca sempre con una racchetta e una pallina ma sono due sport completamente diversi. Credo che De Magistris abbia avuto fretta e abbia sbagliato ad entrare in IDV. Sarebbe stato un candidato perfetto per il M5S, oggi non sarebbe stato dentro ad un partito e sarebbe circondato da meravigliosi ragazzi liberi. Comunque vedremo cosa riuscirà a fare a Napoli, io mi auguro che possa lavorare bene, ma la classe dirigente di IDV non ha il calore, il colore e il profumo dei ragazzi del M5S.

CS: Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato

MB: Grazie mille a tutti voi.

La venganza de Mexico

Un confine militarizzato, per gente che scappa dalla fame e cerca di perseguire quello che un tempo era (ma forse lo è ancora oggi) il “Sogno americano“. Border-hopper, River-crosser eccetera. Così vengono chiamati quelli che provano a scavalcare le reti. Pochi ci riescono, molti vengono respinti…o peggio, ma non lo si dice. Per i messicani entrare negli Stati Uniti è difficilissimo, ci vogliono permessi quasi impossibili da ottenere (visti i requisiti) per la gente della working-class. Mia moglie (che è messicana) ha fatto prima a prendere il passaporto italiano, il che è tutto dire.

I messicani negli Stati Uniti restano messicani per sempre, sebbene in tanti diventino dei “pochos” (parola messicana che indica colui che valica il confine e si sente “gringo” dimenticando le sue radici e che stranamente è anche il soprannome di Lavezzi per sconosciuti motivi). Insulti, gag ridicole negli show televisivi, pregiudizi. E pensare che nel 2030 secondo le previsioni saranno di più i latini che i bianchi nella maggioranza degli stati del paese a stelle e strisce (nascono tanti bimbi ispanici, molti meno anglosassoni). Se non lo avete mai visto vi consiglio il film “Un giorno senza messicani”, film di Sergio Arau del 2004, che spiega perfettamente come stanno le cose e come starebbero se sparissero i messicani dagli States.

Ora, scusate la premessa, ma era necessaria per far capire quanto è stato importante per il Messico ed i suoi abitanti il successo nella finale di Gold Cup (che sarebbe il trofeo continentale del Nord America, il nostro Europeo in pratica). Il torneo si gioca ogni due anni negli Stati Uniti e la finale è sempre la stessa causa mancanza di competitori (Panama ed Honduras ci provano, ma il livello è quello che è). Quest’anno la squadra del “Chepo” De La Torre ha penato un po’ per arrivare in finale, ma gli statunitensi molto di più. In ogni caso quella che era l’atto finale più scontato ha avuto luogo sabato 25 giugno a Pasadena, in California, dove ovviamente la presenza di tifosi messicani era massiccia (sembrava giocassero in casa).

Il team azteca a mio parere è uno dei più forti di sempre (non in assoluto, in ambito messicano). Degli undici giocatori impiegati nella finale solo due non hanno mai giocato in Europa: il portiere Talavera (che gioca in quanto Corona, il miglior portiere del paese, è stato sospeso per una rissa in campionato) ed il centrocampista Castro (passato al Cruz Azul dove farà coppia con capitan Torrado). Gli altri sono nomi noti. Moreno (Az Alkmaar) e Salcido (Psv e poi Fulham), Marquez campione d’Europa due anni fa col Barcellona), Guardado del Deportivo La Coruña, Barrera del West Ham, Juarez del Celtic. In attacco Giovani Dos Santos (scuola Barcellona, poi Tottenham ed altri) assieme alla punta di diamante, Javier “Chicharito” Hernandez.

Eppure nella finale già nel primo tempo passano per due volte gli statunitensi, prima con Bradley (figlio dell’allenatore) e poi con il più odiato di tutti: Landon Donovan. Il numero dieci gringo spesso si è lasciato andare a frasi offensive contro i messicani (non semplici provocazioni) ed una volta addirittura orinò sul prato dello stadio Jalisco a Guadalajara). La vendetta però è pronta ad essere consumata. Prima dell’intervallo è due a due, con le reti di Barrera e Guardado (nelle immagini della televisione messicana al momento del pareggio si vede una donna statunitense imprecare col dito medio alzato, le prese in giro oggi in Messico si sprecano per quella signorina).

Nella ripresa colpisce ancora Barrera e poi la perla di Dos Santos, che viene rincorso dal portiere Howard dopo un dribbling non riuscito ma con un pallonetto strepitoso che finalizza al meglio l’azione. Quattro a due, tanti saluti a Donovan e compagni. Qualificazione alla prossima Confederations Cup in Brasile (2013, l’anno prima dei mondiali) che è stata ottenuta e tutti contenti a sud del confine. Amarezza invece per gli Usa, che speravano proprio di tornare a giocarsi la Confederations dopo il secondo posto del 2009 . Complimenti al Messico, che a questo punto speriamo di affrontare in terra carioca fra due anni, non tanto per la coppa in sè stessa che è abbastanza ridicola, ma perchè significherebbe che in Polonia ed Ucraina la truppa di Prandelli abbia fatto storia.

Gente che vive, gente che muore

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi il primo articolo di Livio, 63 anni, libero pensatore e scrittore anarchico. Livio si presenta ai lettori della blogzine con una sua riflessione nella quale evidenzia la morale giustizialista a senso unico della giustizia oggi in Italia, sempre a favore dei potenti di turno… buona lettura.[/stextbox]

Battisti in Brasile è tornato a essere un uomo libero. Ha trovato un lavoro. Qualcuno qui in Italia farà grandi casini per questa cosa. Perché Battisti in questo momento sarebbe stato il comunista ideale da far rimpatriare su un volo di stato in questo nostro paese con così poco credito e credibilità nel resto del mondo. E TG1, rete4, il Giornale, tutti i tromboni del grande nano a strombazzare la sua vittoria. Non è andata così. Dovranno trovare un modo di farlo fuori… Servizi segreti deviati ce ne sono a iosa. Non è compito mio condannare o assolvere qualcuno; di Battisti so quello che è stato scritto dai nostri mass media e detto in tv: un assassino e terrorista rosso condannato in via definitiva dai nostri tribunali. Va bene, non intendo fare apologia di reato. Battisti dovrà rendere conto soprattutto e in primis a sé stesso dei suoi delitti. Però è vivo, questo non mi dispiace, non mi dispiace per nessuno e per principio. La giustizia deve essere uguale per tutti, anche il perdono.

Il 22 giugno si è tenuta un’altra udienza nel processo sulla morte di Stefano Cucchi. Il processo sulla morte di Carlo Giuliani – e su quella pallottola che ha fatto più giri di quanti ne abbia fatto la pallottola che uccise Kennedy – sappiamo come è andato. E poi Aldrovandi. Aspettiamo un colpevole per la strage di Piazza Fontana. E Ustica. E la stazione di Bologna. E il treno Italicus. C’è gente che muore ogni giorno e troppe persone che aspettano giustizia in Italia. Non solo i familiari delle persone vittime di Battisti. Facciamocene una ragione, la bilancia della storia ha sempre due piatti, il più pesante fa volare in alto il più leggero.

Perché un paese come il Brasile, che con fatica cerca di costruire una società più giusta, dovrebbe consegnare un Battisti qualsiasi al paese del caffè alla Sindona, al paese di Licio Gelli, di Andreotti; al paese dove un premier corrotto e corruttore usa la camorra per riempire le strade di Napoli di ulteriore “monnezza” a chi ha osato avere più consenso del compare Cosentino?

Mi dispiace sinceramente per la gente che muore, ma sono anche contento per chi resta vivo.

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Le mille bocche della nostra sete – Recensione

 

le mille bocche della nostra sete“Tu sei nei miei pensieri e lì nessuno ti può toccare. Non so come farò quest’inverno. L’inverno mi fa paura. Ho paura di aver perso anche la felicità della neve come ho perso l’infanzia in collegio. Tu sei il sasso che ha infranto il vetro.”

È nell’estate del 1946, in un’Italia ancora distrutta dalla guerra, ma proprio per questo fiduciosa nella ricostruzione e nella rinascita, speranzosa per un futuro migliore, che Emma e Marzia si incontrano. Emma ragazzina eccentrica e lunatica, Marzia tranquilla e silenziosa, che ritorna in città dopo anni di collegio in Svizzera.

Una storia d’amore, sì, di quell’amore straziante e a tratti ossessivo, vissuto a pieno tra la gioia di essersi trovate, i dubbi sulla loro sessualità, e la paura di essere scoperte. Importanti sono anche i personaggi dei genitori di entrambe. Lo spettro della madre di Emma, dall’aspetto e dalla personalità contrastante; la figura del padre, ossessionato dalla figlia nei confronti della quale, come lui stesso afferma, è difficile provare solo sentimenti paterni. L’opportunismo del padre di Marzia invece è il fulcro di tutta la storia: se non avesse deciso di mandare Marzia a trascorrere le vacanze da Emma, pensando così di facilitare la collaborazione del padre di quest’ultima nella sua fabbrica, le ragazze non si sarebbero mai innamorate.

Guido Conti

La madre di Marzia è un personaggio debole e insicuro in apparenza e a tratti ambiguo. Le paure delle ragazze si rivelano fondate, il loro amore deve fare i conti con i pregiudizi  del mondo degli adulti. Marzia fugge da quell’amore “malsano e deviato” (così definito dalla stessa). Le due sembrano divise per sempre: Emma costretta ad andare a studiare in Inghilterra, Marzia data in sposa all’odiato Pierre e trasferitasi a Buenos Aires. Dopo anni di lontananza le loro strade sembrano destinate ad incrociarsi ancora.

 

Il libro di Guido Conti (qui una biografia), edito da Mondadori, è un libro sicuramente leggero, ma che indaga in modo molto sottile la psicologia di tutti i personaggi. La passione di due ragazze vissuta tra la semplicità e la freschezza della loro giovane età e una sensualità concreta.

Kathrine.

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L'annientamento di Napoli.

Dopo 150 anni dall’unitá d’italia, si sta attuando per mezzo della Lega nord una strategia politica volta alla sua divisione. Non si tratta della separazione  della “Padania” dall’ “Africa” , cioè il meridione, ma di tracciare una croce nera su una città – simbolo.

Napoli, la terza città d’Italia, capitale storica del Sud, porto commerciale e lido di cultura, oggi non vive più il sentimento soporifero di morte, dovuto dapprima al secolare problema della camorra e della disoccupazione: il napoletano oggi vive la propria eutanasia. La forma mentis tipica e pessimista del “non c’è più niente da fare”  si instilla sin da piccoli a causa del bombardamento visivo dei rifiuti, di cui i media si limitano alla mera e puntuale testimonianza e nulla più, documentandone la normalità. Purtroppo la drammatica notizia a cui non si è dato per nulla risalto è che nell’anno delle sue celebrazioni per l’unità, l’Italia non muove un dito per Napoli, nonostante la volontà attuale del napoletano  di risolvere radicalmente la questione rifiuti esplicitata nell’elezione di De Magistris. Partenope oggi è reietta. Sedotta dagli ideali di libertà dei Savoia ma da loro trafugata di ricchezze e risorse umane; costretta per decenni ad ingoiare rifiuti (tossici) padani, Napoli ora vede sbarrarsi con ogni pretesto qualsiasi richiesta d’aiuto in una situazione ad alto rischio sanitario.

La mancata solidarietà, con l’abbandono di Napoli al suo destino, manifesta un sentimento di indifferenza/compiacenza (o peggio ancora un reale desiderio) di buona parte dell’Italia nell’ annientamento dei napoletani, un processo diviso in annichilimento morale, con l’umiliazione  in mondovisione  della “monnezza”, e fisico, con i danni alla salute dovuti alla diossina dei roghi di rifiuti. Dopo 17 anni di agonia emergenziale, dopo 150 anni dall’unità d’Italia, la città partenopea vive la sua morte:  nell’arco di una generazione lo stereotipo “pizza e mandolino”, accettabile con un sorriso, è sommerso da un infinito oceano di “monnezza”, un marchio che sarà indelebile per i futuri nati: la terra li umilierà prima ancora di venir alla luce.

 

Dietro le quinte, il disegno di secessione del Nord si sta attuando proprio partendo dal Sud: non è un caso che quest’anno si è assistito a numerosi vilipendi alla bandiera. Se dietro le rivolte c’è sempre lo zampino della camorra, che si sta scatenando con roghi e sommosse nel napoletano,  nei casi dei vilipendi non si può parlare di malavita, ma più plausibilmente di persone esasperate. A Napoli e provincia si respira aria appestata e quindi la volontà di “rifiutare” l’Italia è comprensibile e palpabile.

 

 

Eppure Napoli non merita una pietra tombale. É la sede della prima università laica in Europa, la Federico II nel 1224*, e dei primi conservatori musicali nella storia nel 1500; ha un patrimonio storico – architettonico di valore inestimabile; ha il cibo più imitato nel mondo, la pizza. L’unità d’Italia avrebbe dovuto rendere la prosperosa Partenope libera e felice, invece ancor oggi è dilaniata dallo strapotere del nord e dagli interessi camorristici. Il sogno di libertà dei nostri padri fondatori per i più deboli è soffocato dagli interessi dei più forti. L’azzurro mare e l’azzurro cielo, simboli di Napoli e d’Italia, svaniscono nella grigiastra nebbia dei roghi.

 

*si ringrazia Daniela Scarpa per l’integrazione.

X-Men: l'inizio

Treno dei LumiereSi dice che il cinema sia nato con i fratelli Lumiére, con quel famoso spezzone di un treno che arriva in stazione, che fece fuggire a gambe levate gli impreparati spettatori.
Questo ci suggerisce due cose: 1) il cinema è una tecnica narrativa che funziona per immagini – in movimento, ma pur sempre immagini -; 2) il cinema è nato come intrattenimento.
Mentre sul primo punto credo che nessuno possa ribattere alcunché, è guerra spietata da quel giorno nel 1895 sulla seconda affermazione. Per quanto i puristi si sforzino di creare sotto-etichette all’infinito, fino a realizzare il buffo paradosso per cui ogni nuovo film diventa un’etichetta, la verità è che le interpretazioni sulla settima arte si riducono a due: c’è chi pensa che debba essere solo intrattenimento, talvolta anche fine a sé stesso, e chi invece pensa che debba necessariamente comunicare qualcosa, a diversi livelli di profondità.
Tutta questa manfrina per dire che oggigiorno sostanzialmente questo modo di vedere il cinema non è cambiato granché: i cinefili possono ritrovarsi in sala beceri baracconi visivi con robottoni realizzati tutti in CGI, e nella sala accanto raffinatissimi e ricercatissimi film dalla lavorazione decennale, talmente ambigui che anche trasmettendo il primo e il secondo tempo invertiti, nessuno se ne accorge per nove giorni.

Matthew VaughnMa per fortuna, ci sono anche registi giovani e intelligenti che riescono a coniugare le due cose senza affondare negli eccessi. Ne stanno spuntando diversi (uno dei miei preferiti è Duncan Jones, figlio di David Bowie) e questa cosa mi allieta. Uno di loro si chiama Matthew Vaughn, ha già diretto Stardust (dal best seller di Neil Gaiman) e Kickass (adattamento del fumetto di Mark Millar), e ora è nelle sale con X-Men: L’inizio, primo vero lavoro di responsabilità affidatogli dal reparto cinematografico della Marvel.
Il carico era gravoso: scrivere un film sulle origini del gruppo degli X-Men restando al passo con i tempi ma contemporaneamente non discostarsi più di tanto dal primo film della saga, diretto dall’allora enfant prodige Bryan Singer (ormai un po’ perso, diciamocelo) ben undici anni fa.
Il progetto non era ardimentoso solo per questo motivo: la continuity Marvel è probabilmente la cosa più complicata da capire dopo la teoria delle Superstringhe. Personaggi che muoiono, resuscitano, si spostano in infiniti universi paralleli, vengono clonati, sostituiti da alieni mutaforma, cambiano sesso (no, questo forse ancora non è successo)… Figurarsi se ognuno di loro ha una storia e un’origine univoca!
Si trattava di sceglierne una, o più probabilmente fare un misto di tutte, e fonderle insieme per adattarle alla versione cinematografica. Compito questo che è riuscito davvero molto bene al gruppo di sceneggiatori, di cui fa parte anche Vaughn.

Ed ecco quindi che il vecchio professor X Patrick Stewart passa la staffetta al talentuoso ma ancora poco famoso James McAvoy (Wanted, Espiazione), e Ian McKellen cede l’elmo di Magneto a Michael Fassbender. Due scelte azzeccatissime, in particolare il secondo: si è visto poco in giro (era Stelios in 300), ma con la sua incredibile interpretazione in questo film si è garantito almeno sette contratti nei prossimi due anni.
Cast X-Men L'inizio Il cast è il vero fiore all’occhiello di questo film: a parte alcune comparse piuttosto inutili (Edi Gathegi / Darwin) e qualche attore cane raccomandato (Zoe Kravitz, figlia di Lenny), è impressionante e piacevolissima la sequela di volti noti: Rose Byrne (Troy, 28 settimane dopo), Oliver Platt (I tre moschettieri), Jason Flemyng (Snatch, Solomon Kane)… Persino le comparse più umili portano i connotati del padre di Dexter (James Remar) e quelli del diavolo di Reaper (Ray “il padre di Laura Palmer” Wise), per non parlare di uno dei capitani delle navi, inquadrato appena tre volte, che è niente meno che l’immenso Michael Ironside (Scanners, Top Gun), o i cameo di Rebecca Romijn (la Mystica adulta) e soprattutto dell’unico vero Wolverine, Hugh Jackman, che dice una sola, perfetta, frase. L’accostamento tra vecchie star sempre in grandissimo spolvero come Kevin Bacon e alcune giovani promesse come Nicholas Hoult (Hank McCoy, già visto in A single man) e Jennifer Lawrence (protagonista di Un gelido inverno, 4 nomination agli ultimi Oscar) funziona alla grande ed è una vera gioia per gli occhi.

Xavier e MagnetoMolto intelligente l’impianto narrativo. La storia della nascita del conflitto tra Charles Xavier e Magneto non è isolata e decontestualizzata come ci si sarebbe potuti aspettare, ma anzi è inserita negli anni della guerra fredda con maestria. Si percepisce il senso di pericolo mondiale mentre si imparano a conoscere i protagonisti della vicenda; una lezione appresa pari pari da Watchmen (un capolavoro che continua a fare scuola a distanza di ventiquattro anni) o, per raffrontarlo con qualcosa di più attinente, dal primo X-Men.

Matthew Vaughn ha insomma imparato molto con soli due film all’attivo. Ha dimostrato ancora una volta, dopo Kickass, di saper raccontare una storia interessante mentre diletta la vista con combattimenti ed effetti speciali, peraltro senza mai rendere l’inquadratura confusa, ma anzi rimanendo assolutamente chiaro e preciso persino nelle scene più agitate. Non fa che infiammare la speranza di poter vedere bei film piacevoli – pur sempre di intrattenimento – che non scadano nell’autocompiacimento, da un lato o dall’altro. Ora come ora, però, mi piacerebbe vedere come se la cava con un soggetto diverso da un film fantasy/di supereroi. Cosa che forse non succederà mai, dato che il suo prossimo progetto è il seguito di Kickass. Speriamo che non si fossilizzi sulle solite cose, sarebbe un vero peccato.

 

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Polso di Puma – Non c'e' solo chi cerca lavoro

Il giovane attuale secondo me è un po’ traviato ormai.

Ma non riesce più ad ammetterlo, questo è il vero problema.

È come chiedere a qualcuno se ha votato l’attuale presidente del consiglio… Nessuno lo ammette!

Sono quelle cose strane ma che accadono e sono incontrollabili. Vi sto parlando del fatto che ormai questo neolaureato, questo diplomato, questo scuola-dell’obbligato, non puo’ più guadagnare mille euro al mese! Non può fare l’inserviente o l’operatore ecologico, non può usare le mani per lavorare!

Tra un aperitivo, una serata in discoteca, uno status su facebook da casa e uno dall’iphone è ormai sfuggito il senso del lavoro (“che non c’è“, voi direte), ma più di tutto il senso delle proprie possibilità. Ok è una banalità il fatto che tutti vivano al di sopra delle proprie possibilità; che la competizione, l’apparire appiattisce i bisogni – che diventano uguali per tutti i ceti – e che non tutti possono affrontare certe spese ma lo fanno lo stesso. Ma secondo me le banalità non vanno lasciate stare lì, a zonzo.

Allora ricapitoliamo: la gente si lascia condizionare e vuole tutto quello di cui non ha bisogno per un continuo apparire simile al vicino, al capo, a quello della tv.

Bene.

BENE?

Male! Ma le cose peggiori sono quando a essere travolti da questo tipo di crisi sono i famosi ragazzi “con la testa a posto”. Che si sentono fuori dal gregge. Si sentono così fuori che non possono fare quello che fanno gli altri. Si sentono superiori, si sentono limitati, sentono che la propria terra non offre niente, sentono che devono fuggire, sentono che devono avere posti di responsabilità, pensano che la responsabilità del matrimonio o di un figlio è pesante senza aver fatto ancora carriera, pensano, come insegna mediobanca, che il mondo giri intorno a loro.
Questo di sicuro non era un atteggiamento dei nostri genitori. Questa arroganza, questo protagonismo… Mi puzza!

Nel film “il padrino” c’è la frase mitica: “il potere logora chi non ce l’ha“. E ok, può essere.

Ma quanti esempi conosciamo di gente che invece di potere ne ha e ne viene logorata?

Ci sono persone capaci, persone fortunate e persone che impiegano la loro vita nel raggiungimento dei loro obiettivi. Onore a loro.
La mia potrebbe essere una questione stupida, ingenua.

Ma mi chiedo: se fossimo tutti più consapevoli di essere normali, se iniziassimo a pensare tutti di dover fare una vita da onesto lavoratore per 40 anni, vivremmo meglio?

Oppure i sogni aiutano a vivere?

Il punto è che questo nostro mondo nel quale dobbiamo essere tutti straordinari, tutti dobbiamo ostentare la nostra unicità, inevitabilmente ci rende tutti uguali. E allora tutte le ragazze si descrivono pazzerelle,  tutti i ragazzi pensano di essere bulletti o imprenditori in erba, mentre dietro di loro c’e’ tanta tanta insicurezza.

Il molosso
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Concorso in magistratura: poche consegne per tanti supereroi

Mercoledì 15 giugno, esattamente le ore 06:44 del mattino. Ho aperto gli occhi e mi sono accorto che la sveglia sarebbe suonata esattamente un minuto dopo il mio risveglio. Una doccia, una colazione veloce, giusto il tempo di un caffè, un bicchiere d’acqua e poi via di corsa verso la Nuova Fiera di Roma. Lunedì 13 e martedì 14 giugno erano stati i giorni della consegna dei codici e fino a quel momento, in fin dei conti, le emozioni ancora erano latitanti. In realtà il mio umore saltellava su e giù come un grillo e l’ansia saliva precipitosamente da giorni. Ma quella mattina mi sono accorto subito che era diverso, quella mattina era il giorno della prima prova del concorso in magistratura.

Si sono presentate circa 4.200 persone delle ventimila che si erano iscritte. Arrivo all’immenso parcheggio che giganteggia dinanzi l’ingresso nord della Nuova Fiera e mi trovo davanti un mare umano. Ciascuno dotato di una propria busta (tutte buste della spesa trasparenti) dove venivano custoditi gelosamente viveri, penne, documenti e poco altro, insomma il necessario per passare il tempo dalle otto del mattino sino alle sette della sera. Dopo circa un’ora e qualcosa di fila finalmente ognuno arriva al proprio padiglione. Eravamo divisi in quattro immenso blocchi, solitamente atti ad accogliere eventi fieristici, ma questa volta adibiti a enormi sale dove vi erano infinite file di banchi, ognuno con un nome, una data e una matricola.

Arrivo al mio posto, con non poca adrenalina nel sangue e, agitatissimo, mi siedo. Mi guardo intorno e vedo gente di ogni età. Gente alla sua prima volta, ma anche veterani alle terza, altri anche alla quarta. La legge consente tre consegne nell’arco di una vita; la quarta consegna è consentita in via eccezionale per coloro i quali si siano iscritti al bando di concorso prima dell’uscita dei risultati del concorso precedente. Sostanzialmente tutti hanno diritto a quattro consegne, tranne casi estremamente rari. È molto difficile, infatti, che escano i risultati del concorso precedente prima dell’uscita del bando del concorso successivo, dato che per le correzioni occorrono spesso molti mesi.

La commissione, seduta in cima alla sala su un’immensa cattedra, il primo dei tre giorni ha optato per il tema in materia di diritto amministrativo. Non vi nascondo che si è trattata di una vera e propria strage. In circa cinquecento si sono alzati allo scadere della quarta ora, limite minimo per potersi alzare e abbandonare la gara. I 3.700 candidati rimasti seduti hanno dovuto confrontarsi con una traccia estremamente complessa su un argomento tanto inaspettato quanto angusto. Alla fine della prima giornata non hanno consegnato più di 3.300 persone. Del resto, il giorno dopo è stato estratto il tema di diritto civile e la carneficina è proseguita incalzante. L’ultimo giorno, infine, la traccia di penale ha dato il colpo di grazia a un concorso che, a dire dei più, non era così difficile da anni. Le consegne effettive dovrebbero aggirarsi intorno alle duemila persone. Ricordo che il concorso era stato bandito per un numero pari a 360 posti, che verosimilmente non verranno integralmente coperti, come al solito. Tracce strane, imprevedibili, ma soprattutto dai titoli fuorvianti, a dire di molti finalizzate a testare la lucidità, più che la preparazione, dei candidati.

Facendo un calcolo approssimativo, e tenendo conto del fatto che delle ventimila iscrizioni siamo rimasti in meno di duemila, la percentuale di possibilità di essere promossi alle prove scritte si aggira attorno al 18%, più o meno uno su cinque verosimilmente ce la farà. Una percentuale altissima considerando che ci si attendeva quasi il doppio delle consegne, e quindi la metà della percentuale. Tirando le somme di questa tre giorni posso dire che, prima di tutto, è stata una grande esperienza di vita, nonché una dura prova di nervi, lucidità e ragionamento. È stata davvero dura soprattutto per chi, come me, era seduto lì per la prima volta.

D’altra parte è stata anche una prova di enorme crescita personale. Niente a che vedere con l’esame di abilitazione alla professione di avvocato, tutta un’altra musica, tutta un’altra aria e soprattutto tutta un’altra tensione. I risultati, a questo punto e dato il numero esiguo di consegne, sono previsti non più tardi dell’inizio del prossimo inverno; diciamo che, se tutto dovesse filare liscio, entro la fine di gennaio saranno esaurite le correzioni. Nell’articolo che scrissi prima del concorso avevo parlato di supereroi. Oggi più che mai mi sembra ampiamente azzeccata questa definizione; adatta non soltanto a chi avrà avuto la bravura e la fortuna di passare, ma anche a chi pur non risultando idoneo avrà avuto il coraggio di consegnare tutte e tre le prove, e a coloro che non se la sono sentita nemmeno di consegnare, e giorno dopo giorno hanno abbandonato il campo. Concludo questo articolo come conclusi il precedente: in bocca al lupo a tutti, supereroi e non.

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Libia: tra vittime civili e costi insostenibili

Sono oramai passati circa quattro mesi da quando il popolo libico si è fatto sedurre da quella raffica di libertà che sta conquistando l’intero Mediterraneo. Alle sommosse popolari si è però opposta la scellerata pazzia di un capo di Stato incapace di adempiere al proprio ruolo.

Spinta da un’altruista senso di umanità, l’Italia ha deciso di prendere parte all’intervento militare avviato su mandato ONU col fine di “proteggere” la popolazione libica. Sono passati quasi tre mesi da quel fatidico giorno, e a oggi nulla è cambiato. I civili continuano a essere brutalmente assassinati, Gheddafi viene immortalato mentre gioca a scacchi o tiene uno dei suoi deliranti comizi, e nel frattempo i bombardamenti “d’occidente” sembrano semplicemente aggiungere danni al disastro già esistente.

Della guerra in Libia se ne parla sempre meno, ma da quando la Nato ha assunto la direzione della campagna aerea, i voli militari nei cieli della città in cui vivo si sono fortemente intensificati, con continui decolli e atterraggi in tutto l’arco della giornata. Sono gli aerei della base statunitense di Camp Darby, che attraverso l’aeroporto militare di Pisa trasportano armi e munizioni
per gli alleati delle operazioni in Libia.

In un articolo pubblicato da Il Manifesto del 1° giugno, Manlio Dinucci, membro del Coordinamento No Hub, spiega inoltre gli ingenti costi di questa sanguinosa guerra contro Muammar Gheddafi.

Per questa “missione” il nostro Paese sta spendendo milioni di euro. Un’ora di volo dei caccia-bombardieri Tornado costa 32.000 euro, che passano a 60.000 per gli aerei da ricognizione. Un missile costa 170.000 euro, un raid aereo costa dai 200 ai 300 mila euro, mentre per lo stazionamento di cinque navi militari davanti alle coste libiche servono oltre 10 milioni di euro al mese. Un totale di circa 100 milioni di euro al mese per bombardare quello stesso leader di stato a cui qualche mese fa baciavamo la mano…

E mentre noi siamo qui a discutere se sia giusto o meno intervenire in questo conflitto, in Libia si continua a morire sotto l’ombra di costosissime incursioni militari.

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