Nestlé: "Privatizziamo l'acqua e quotiamola in borsa"

Mentre l’Italia si prepara a decidere se accettare che la gestione dei servizi idrici venga assegnata a società private, la multinazionale svizzera Nestlé mette le mani avanti e propone di istituire una Borsa internazionale dell’acqua.

Lo ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters il presidente della società Peter Brabeck, sottolineando che una scelta di questo tipo “così come per altre materie prime, contribuirebbe a regolare il problema della carenza di questo bene prezioso”. La multinazionale svizzera, già da tempo soggetta a una campagna internazionale di boicottaggio per la sua politica sul latte in polvere per l’infanzia (www.ribn.it/), sostiene infatti che le leggi del mercato renderebbero più efficace e funzionale lo sfruttamento delle risorse idriche. “Quando la domanda aumenta – ha spiegato il presidente Brabeck – il mercato reagisce e la gente comincia a usare la risorsa in maniera più efficiente”.

La Nestlé proporrebbe dunque di trasformare l’acqua in una merce a valenza economica e quotarla in borsa, e la cosa non stupisce, considerando anche gli interessi economici che questa società già ha nel mercato delle risorse idriche.

Il gruppo presieduto da Peter Brabeck è, come risaputo, leader mondiale nell’industria di trasformazione degli alimenti e delle acque minerali. Già nel 2005 la Nestlé Waters vendeva 19 miliardi di litri d’acqua all’anno in tutto il mondo, con un fatturato di oltre 5,7 miliardi di euro, come si legge nella “Piccola guida al consumo critico dell’acqua” di Luca Martinelli, edita da Altreconomia.

Molte delle marche di acque minerali vendute in Italia appartengono al gruppo Nestlé Waters, con incassi elevatissimi e spese di canone veramente irrisorie: Levissima (produce oltre 900 milioni di litri annui pagando un canone di appena 464 mila euro); Vera e Vera Santa Rosalia (produzione di oltre 800 milioni di litri all’anno con un canone di circa 3 milioni e 400 mila euro); San Pellegrino (produce oltre 400 milioni di litri con canone di circa 200 mila euro annui), Panna (produzione di oltre 200 milioni di litri e un canone di circa 46 mila euro ), Pejo (produce circa 110 milioni di litri con canone di circa 26 mila euro annui), Lora di Recoaro (produzione di 122 milioni di litri per 292 mila euro) e San Bernardo (150 milioni di litri prodotti con canone annuo di circa 100 mila euro).

Questo è ciò che accade per le acque minerali che vengono imbottigliate e vendute nel mercato internazionale. Con la sua recente proposta la Nestlé vorrebbe delegare alla logica di mercato il compito di stabilire i prezzi delle risorse idriche quotando tale “prodotto” in borsa, come è già avvenuto per altri beni come grano e petrolio, con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

La proposta della multinazionale ha peraltro già trovato consenso nella regione canadese di Alberta, dove il presidente Brabeck ha spiegato di voler “risolvere” il problema della concorrenza, tra agricoltori che necessitano d’acqua per i raccolti e le compagnie petrolifere che utilizzano ingenti quantità di risorse idriche per estrarre il petrolio dalle sabbie bituminose, come spiega la testata giornalistica Agora Vox. Il governo di Alberta avrebbe dunque scelto di distinguere tra diritti alla terra e diritti all’acqua, in modo che il possesso della terra non dia automaticamente diritto all’acqua che vi scorre. Un episodio che può servire a dimostrare quanto consenso potrebbe trovare la proposta della Nestlé.

L’unico potere rimasto a noi cittadini, in questa complessiva degenerazione, è dunque di scegliere quale messaggio dare il 12 e 13 giugno, quando saremo chiamati a rispondere ai due quesiti referendari che ci interrogano sulla possibilità di assegnare la gestione delle nostre risorse idriche a enti pubblici o imprese private. Sarà il caso di rifletterci?

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