Piccole donne crescono (e cambiano il mondo)

In questi mesi abbiamo assistito a cambiamenti che ai più sono sembrati repentini e improvvisi. C’è una parte del mondo che ne ha abbastanza della situazione com’è e si rimbocca le maniche per trasformarla a costo, anche, della vita. Eppure i muri, per crollare, devono aver iniziato a creparsi da qualche parte. Piccoli segni, gesti da cronaca minore, modifiche nella quotidianità di cui non si capisce, subito, la portata. Prendiamo, come esempio, tre notizie che non abbiamo potuto leggere sulle prime pagine o nei telegiornali che vanno per la maggiore ma che ci dicono qualcosa di importante. Ci dicono che il cambiamento di oggi è ancora poca cosa rispetto a ciò che ci aspetta, perché le protagoniste di questo cambiamento non sono ancora scese in campo con la forza di cui sono capaci: perché il cambiamento vero verrà dal contributo che le donne, emarginate e segregate in buona parte del mondo, stanno per portare.

La prima storia emblematica viene da New Delhi dove due giovani donne, Mamta ed Ekta, grazie all’ottimo lavoro della Fondazione Azad, hanno preso la patente e si sono messe a lavorare per la società privata Radiant Limousine Service. Fanno le tassiste, un mestiere fino a oggi riservato solamente agli uomini. Racconta Ekta all’agenzia Misna: “Mi sento più forte, ho trovato la mia identità, non solo come madre ma anche come moglie”. Ekta infatti ha dovuto sfidare la sua condizione di minorità, le obiezioni del marito sposato a 15 anni, le difficoltà dovute al suo analfabetismo e i pregiudizi sociali di una società che ha tenuto la donna ai margini per secoli ma che ormai non può che prendere atto che il cambiamento è inarrestabile.

Sempre di auto parla la seconda storia. E forse non è un caso che il simbolo del progresso, della velocità di movimento, della possibilità di spostarsi, di viaggiare, di andarsene sia oggi, nelle mani delle donne che si ribellano, uno strumento potente di rivendicazione. Manal Al Sharif è stata arrestata lo scorso 21 maggio perché si era messa alla guida di un’auto in un paese, l’Arabia Saudita, che vieta alle donne di guidare. Manal ha rivendicato con forza il suo gesto pubblicando un video su YouTube ed è stata rilasciata solo dopo le sue pubbliche scuse. Intanto però la notizia aveva smosso le acque torbide del regime saudita e molte altre donne avevano manifestato pubblicamente la loro solidarietà. Come ha scritto il New York Times, il divieto di guidare deriva dall’ansia universale verso la mobilità delle donne. La mobilità infatti è la premessa per la partecipazione alla vita civile e politica e all’esercizio dei diritti. Per questo il gesto di Manal ha avuto una potenza enorme e avrà conseguenze inevitabili sulla società saudita.

Infine, torniamo in India, dove, al Barefoot College, Santosh Devi è stata la prima donna del Rajasthan a laurearsi in ingegneria solare. Santosh è una dalit, una intoccabile, in una regione rurale dove il sistema delle caste è ancora forte e permea la cultura e il costume dominanti. Grazie alle competenze acquisite, e al lavoro del Barefoot College, Santosh ha portato l’energia solare nella sua casa e in altre nel suo villaggio. Ha anche cambiato la propria condizione economica e mostrato alle altre donne nella sua situazione che la vita non è un libro già scritto, come era stato fatto loro credere da secoli.

Ekta, Mamta, Manal e Santosh hanno aperto la strada, hanno crepato il muro che prima o poi cadrà. Un giorno avverrà un fatto che ci sorprenderà, un cambiamento che sembrerà epocale eppure repentino. Quel giorno ricordiamoci di queste piccole donne che hanno avuto il coraggio di iniziare.

 

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