Pontida: niente fuochi d'artificio

Nella settimana in cui l’Italia in crisi urla la sua indignazione sul palco di Tuttiinpiedi! a Bologna, la politica si interessa di più dell’annuale raduno leghista di Pontida. Davanti e sopra il palco allestito sul “sacro prato”, va in scena la classica pagliacciata dell’iconografia padana, fatta di spadoni, figuranti rosso-crociati, sole delle Alpi e militanti in camicia verde.
La settimana di avvicinamento all’adunata del Carroccio era stata caratterizzata dall’attesa spasmodica per i messaggi che il partito di Bossi avrebbe lanciato nei confronti del governo. Dopo le batoste elettorali e referendarie, infatti, la golden share della maggioranza nelle mani della Lega condiziona non solo le scelte politiche ma il futuro stesso della legislatura. L’immagine del clima politico è riassunta nella conferenza stampa di Berlusconi e Maroni di giovedì, in cui, rispondendo a una domanda sulla tenuta del governo, è bastato che il Ministro dell’Interno toccasse il braccio del premier dicendo “aspettiamo Pontida” per spegnergli il sorriso ottimista.
Nei giorni precedenti si era parlato anche di un “penultimatum” che Bossi avrebbe lanciato a Berlusconi, ossia una serie di condizioni non trattabili alla base del sostegno al governo ma che non avrebbero messo in discussione l’immediata sopravvivenza dell’esecutivo. Così è stato. Se infatti il leader della Lega ha toccato diversi temi, non c’è stato un vero e proprio aut aut. Al contrario, Bossi ha esplicitamente affermato che l’alleanza con il PdL e la leadership di Berlusconi sono in discussione per le prossime elezioni politiche, ma non per il breve futuro: eventuali elezioni anticipate favorirebbero la sinistra, visto il cambio del clima politico sancito dalle recenti consultazioni, e non sarebbe politicamente saggio far cadere il governo in questo momento. In questo, si è riscontrato uno sfasamento rispetto al popolo radunatosi a Pontida, come dimostrano i cori di sabato, le ovazioni levatesi domenica nei passaggi del discorso più duri nei confronti del presidente del consiglio e il grande striscione esposto durante l’intera manifestazione “Maroni presidente del consiglio”.
L’impressione generale che si è colta è quella di un Bossi in difficoltà, in equilibrio tra la necessità di distaccarsi dalla scomoda alleanza con Berlusconi che sta trascinando al fondo anche la Lega e la volontà di continuare a governare, anche per dimostrare all’elettorato di essere in grado di portare a casa dei risultati concreti. La bocciatura del reato di clandestinità da parte dell’Europa, il federalismo fiscale risoltosi in un abbozzo e la pressione fiscale mai veramente scesa, in particolare, pesano sul curriculum di governo del partito e rischiano, se non corretti o bilanciati con altro, di minare i prossimi risultati elettorali, come già evidenziato dalle ultime amministrative. Non è un caso se i temi caldi dell’agenda politica recente siano stati tutti dettati da Bossi. La riforma della giustizia tanto voluta da Berlusconi (costretto a scardinare del tutto il sistema per mantenere pulita la sua fedina pulita) è stata prontamente accantonata, per far spazio alla riforma fiscale e allo spostamento dei ministeri al nord. Su entrambi gli argomenti il senatùr ha detto la sua. Se Tremonti ha fatto chiaramente capire che non solo un abbassamento delle tasse non è possibile ma che forse occorrerà andare nella direzione contraria, Bossi ha ribadito che la riforma fiscale è una delle priorità della Lega e che i soldi bisognerà trovarli. In particolare, l’accento è caduto sulla necessità di rivedere il patto di stabilità e di risparmiare sulle missioni internazionali e sui costi della politica (auto blu e stipendi dei parlamentari). Sui ministeri, nei giorni scorsi in molti avevano cercato di buttare acqua sul fuoco, per ultimo Angelino Alfano, ridimensionando l’intera vicenda a una delocalizzazione di alcuni uffici di rappresentanza. Bossi ha invece confermato come la volontà sia quella di spostare quattro ministeri, primi fra tutti il suo e quello di Calderoli, dichiarando che il provvedimento era già anche stato firmato dal premier, che però poi “si è cagato sotto”.
La pochezza politica dell’intero discorso si è evidenziata anche nella scelta delle materie trattate: le quote latte, vecchio cavallo di battaglia del carroccio, il centralismo romano, la fantomatica identità padana. Frequenti i cori “Padania libera” da parte di Bossi durante il suo intervento. L’obiettivo era quello di toccare gli istinti degli elettori leghisti, facendo leva sui soliti argomenti beceri del campionario. La folla di Pontida ha risposto, interrompendo più volte il suo leader al grido di “secessione”, sul quale Bossi ha nicchiato. Non altrettanto ha fatto Maroni poco dopo, nel suo discorso, inneggiando all’indipendenza della Padania.
Se da Pontida si attendeva una netta svolta alla politica della maggioranza e un Berlusconi messo con le spalle al muro, in realtà la sensazione è che nessuno voglia affondare il colpo, in attesa di uno sviluppo della sensazione. Di sicuro, la maggioranza è in una profonda crisi, dalla quale difficilmente uscirà nell’assetto attuale. I prossimi mesi chiariranno probabilmente i dubbi e si capirà quale strada verrà intrapresa fra le uniche tre possibili:
1) si andrà avanti come adesso facendo finta di nulla per poi esplodere nel 2013;
2) Berlusconi verrà messo da parte per mano della sua stessa coalizione per dare spazio a un governo tecnico (Maroni o Tremonti, probabilmente);
3) la Lega staccherà definitivamente la spina e si andrà a elezioni anticipate.
La prima opzione appare di per sé improbabile, ma il prevalere di una fra le altre due dipenderà anche dagli eventi non strettamente legati ai giochi politici italiani, prima fra tutti la crisi internazionale e situazione europea in particolare (di pochi giorni fa l’allarme di Moody’s sui nostri conti pubblici). L’augurio è che il paese non precipiti insieme alla sua vergognosa classe politica e che non si debba più assistere a una parata di ministri della Repubblica bardati di verde schierati a fianco di comparse in armatura.

Tutti in piedi – Tutto cambia

“Todo cambia, tutto cambia”, con questo slogan si è chiusa la serata organizzata dalla Fiom “Signori, entra il lavoro – Tutti in piedi”, manifestazione dedicata al lavoro, dedicata ai lavoratori, in giorni in cui il precario viene definito “la peggiore Italia”.

Ed è invece la migliore Italia quella che va in onda da Villa Angeletti, bypassando la televisione e i media tradizionali, ennesima manifestazione nata sul web per il web. Tantissime le presenze fisiche (venticinquemila persone secondo gli organizzatori), ancora di più quelle “virtuali”, ossia tutti gli utenti che hanno seguito l’evento in diretta sul web.

Una serata all’insegna del lavoro dicevamo, con la partecipazione di tutto lo staff di Annozero, presentata da Serena Dandini, ricca di ospiti speciali. Sebbene ci sia stata la presenza di big come Corrado Guzzanti, Maurizio Crozza, l’arrivo a sorpresa di un sempre gigante Benigni, i veri protagonisti sono stati tutti quei lavoratori a cui è stata data voce, a partire dalla precaria Maurizia Russo Spena, la precaria che si era azzardata a fare una domanda al ministro Brunetta, da cui poi è arrivata l’offesa che tantissimi lavoratori precari si sono, giustamente, legati al dito. E poi i lavoratori della Fincantieri, gli studenti che vedono ogni giorno di più il Paese senza alcun futuro, i pastori sardi, gli immigrati, i giornalisti. Tutti hanno avuto voce, e tutti sono stati ascoltati. Ancora una volta, dove non arriva la televisione schierata, che racconta frottole e ci riempie la testa di cose inutili, ci pensa la gente. Sembra che ormai il popolo italiano abbia imparato la lezione, dalle elezioni ai Referendum: se i politici non ci aiutano, se pensano solo ai fatti loro, il vero cambiamento lo dobbiamo fare noi cittadini.

Grande successo dicevamo, nell’ennesima trasmissione-evento che non trova spazio sulle reti pubbliche, una trasmissione che fa il vero servizio pubblico. Mentre dalla Rai continuano le difficoltà per tutti i giornalisti e presentatori “scomodi” a qualcuno, mentre i contratti vengono risolti, sospesi, discussi in trattative che sembrano non avere alcuna via d’uscita, da qualche altra parte la gente urla il suo interesse per la questione sociale, la voglia di sentire le storie che vengono raccontate in questa maniera, la voglia dell’Italia vera, non di quella del Grande Fratello. Riempie d’ottimismo vedere manifestazioni del genere, soprattutto vedere la partecipazione delle persone, la loro commozione di fronte alle parole di Edda l’immigrata che urla la sua rabbia sul palco, di Oscar che racconta l’inferno della periferia milanese abbandonata a sé stessa, persone come tante, come quelle che alzano le mani, che applaudono che si commuovono.

Lo spettacolo si è concluso con un lungo monologo di Michele Santoro, per l’occasione vestito in tuta da operaio, che rivolge la sua lettera-proposta aperta al nostro Presidente Operaio. Parole che stringono il cuore, che fanno arrivare le lacrime agli occhi. “Riprendiamoci quello che ci hanno tolto” dice il presentatore appena esiliato dalla Rai, e la gente applaude, urla, incita, mentre Giuliana De Sio conclude lo spettacolo cantando la canzone che è poi diventata lo slogan. Todo cambia, tutto cambia.

E sta cambiando adesso.

In questa pagina de Il Fatto Quotidiano potrete rivedere tutto lo show di ieri sera, nel caso ve lo foste persi.

Nomadi – Cuorevivo

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuovo autore su Camminando Scalzi
Vi presentiamo Samuel, operaio aeronautico con la passione per la musica. Nel suo piccolo suona e cerca di creare nuove melodie con il suo pianoforte. Il suo primo post è una recensione dell’ultimo album dei Nomadi. Buona lettura![/stextbox]

“Segnali Caotici Produzioni Discografiche”. Parte da qui la nuova avventura dei Nomadi, il gruppo emiliano che dal 1963 ha scritto righe importanti nelle pagine della musica italiana. Una scelta di libertà: un’etichetta tutta per loro dopo tanti anni passati con la major Warner.

Dieci brani, due inediti e otto rivisitazioni di canzoni non troppo famose pubblicate tra il ’67 e il ’77. Pezzi scelti tra il vasto repertorio della band, che il “popolo nomade” ha già avuto modo di ascoltare nei vari escursus che la formazione propone nelle centinaia di live in giro per l’Italia, infiammando campi sportivi, palazzetti dello sport e teatri, e nelle varie raccolte che sono state pubblicate negli anni.

Sono passati pochi mesi dalla pubblicazione dall’album “RaccontiRaccolti”, in cui Carletti & Company reinterpretano alla loro maniera brani di altri artisti famosi. Il risultato? Lodi per il gusto degli arrangiamenti e della qualità dei pezzi, e critiche per il fatto di proporre delle cover da parte di musicisti sempre propositivi e prolifici di nuove idee con una storia discografica invidiabile.

Ma veniamo a questo nuovo album. Uscita ufficiale il 7 giugno, mentre il singolo “Toccami il cuore” già dal 13 maggio annunciava il nuovo lavoro. La formazione è quella che da qualche anno regala splendide interpretazioni: Beppe Carletti, Danilo Sacco, Sergio Reggioli, Cico Falzone, Daniele Campani e Massimo Vecchi. Veniamo alla track-list.

  1. Toccami il cuore. È il singolo del nuovo album. Brano inedito, voglia di amore e vita. “Toccami il cuore e senti come è vivo”. Esclamazione di amore, forza e grande sentimento. Dopo i problemi fisici di Danilo Sacco legati al cuore, è bello anche per questo sentire cantare con grinta questo “inno”.
  2. Non dimenticarti di me. Brano stupendo del 1971. Molti fans ricorderanno le splendide versioni cantate da Augusto Daolio. Nuova livrea per questa canzone che è sempre stata all’avanguardia negli arrangiamenti.
  3. Un figlio dei fiori non pensa al domani. Cover di “The death of the clown”. 1967, e nel 2011 Massimo Vecchi ce la ripropone con la sua  voce da rocker.
  4. Isola ideale. 1974 la prima pubblicazione; oggi fa la comparsa in veste di “cantante ufficiale” Sergio Reggioli, abile pluristrumentista della band (cori, percussioni, chitarra e virtuose improvvisazioni al violino. Valore aggiunto!)
  5. Cosa cerchi da te. Ecco il secondo inedito del disco interpretata da Massimo Vecchi.
  6. Noi. Riproposizione del brano del 1967. “Esiste solo sound!”
  7. Un po’ di me. Brano stupendo del 1973. In questo album decisamente la mia preferita insieme a “Non dimenticarti di me”. Melodia e poesia si uniscono, canzone sempreverde.
  8. La storia. Dal 1977 a oggi, ecco la nuova versione.
  9. Mamma giustizia. Nella ricerca di “legalità” dei giorni nostri, questo brano del 1973 sembra scritto da un artista dei nostri tempi.
  10. Fatti miei. Ballata rimasta piacevole dal 1975.

Naturalmente i “live” dei Nomadi continuano con la solita costanza. Più di cento concerti all’anno da sempre, tanti “amici” che formano il popolo nomade, beneficenza sempre in primo piano e la loro musica sempre all’altezza nelle situazioni dal vivo. Seguite tutti gli aggiornamenti sul sito ufficiale www.nomadi.it

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Vibrazione e Musica

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L’articolo riprende degli excerpta tratti da “La composizione musicale tra spiritualità e mercificazione”, rielaborati e opportunamente integrati dallo stesso autore. Per la consultazione integrale del testo originario si rimanda qui. Buona lettura.  [/stextbox]

La vibrazione è un’oscillazione meccanica attorno a un punto di equilibrio. In altri termini si potrebbe definire la vibrazione come energia, quindi come Vita. Tuttavia l’uomo, per sua natura, può vivere solo una parte del mondo delle vibrazioni, per cui il silenzio da lui percepito viene inteso  come vuoto di materia o Morte. Così non è: se la materia non esistesse o l’ energia cessasse,  secondo la teoria della relatività di Albert Einstein si verificherebbe l’annichilimento del Tutto.

Gli antichi Greci intuirono nel moto dei pianeti un’armonia inudibile del cosmo: secondo i pitagorici l’armonia delle sfere era considerata la più nobile tra le musiche poiché perfetta. L’universo, come studiato dall’astrofisica, è un affascinante mondo di vibrazioni: solo grazie alle moderne tecnologie è stato possibile rendere percepibili i suoi suoni. É il caso della CMB, la radiazione cosmica di fondo, il suono fossile del Big Bang; o delle Pulsar, particolari stelle che emettono radiazioni a impulsi regolari, tradotte in un ritmo percussivo regolare.

I Greci intuirono anche che alla radice del moto dei corpi, dal pianeta fino, ad esempio, alla nostra mano, si cela un suono per noi inudibile: vale la pena citare la teoria delle stringhe se pur priva di valenza scientifica, secondo cui il Creato si fonderebbe sulla vibrazione. Se si volesse acuire non solo la vista ma anche l’orecchio verso un grado di percezione ideale, scopriremmo un cosmo di vibrazioni; e così il gesto del direttore d’orchestra, i movimenti di danza, le melodie descritte dell’arte plastica (desunte dal musicologo Marius Schneider nella sua opera “Pietre che cantano”), le gestualità del coro delle Manos Blancas o più comunemente la mimica e l’energia dell’uomo nei suoi rapporti sociali, non sono altro che mute vibrazioni, urla tese per lo più a essere ignorate. I rapporti tra gli uomini, visti con “occhio musicale” potrebbero essere  intesi come “armonie” consonanti o dissonanti, l’Amore come sintesi tra due corpi vibratori, creanti una fusione di energie atte alla Vita.

La Musica è l’unica Arte che si fonda sulla vibrazione e che concilia la mente e il cuore; chi può coglierne gli aspetti inudibili può sublimare sé stesso nel Creato.

Pompei, il rilancio passa attraverso gli industriali.

Nei giorni scorsi uno degli argomenti di cui si è maggiormente parlato durante l’assemblea dell’Unione degli Industriali a Napoli è stato quello riguardante Pompei, la splendida città turistica nota in tutto il mondo per i suoi scavi archeologici e il santuario. Il punto su cui si è discusso è proprio quello degli scavi, visto che nei mesi scorsi il crollo della palestra dei gladiatori fu al centro di aspre polemiche politiche con il solito scaricabarile delle responsabilità che, alla fine, portarono Sandro Bondi a dimettersi da ministro della Cultura. È necessario che gli industriali investano e facciano dei piani di sviluppo per salvare quella che è una della zone turistiche più conosciute in tutto il mondo. Il potenziamento delle ricchezze culturali e storiche è al centro dell’attenzione degli industriali, consapevoli che il rilancio di Pompei passi per la politica di valorizzazione dei giacimenti culturali di cui il sud è pieno. Non sappiamo se le buone intenzioni basteranno a fare in modo che ciò avvenga. Sembra, però, che alle chiacchiere seguiranno finalmente i fatti.

Recentemente infatti, in sede Unesco a Parigi, è stato deciso l’insediamento di un tavolo di discussione per Pompei a cui hanno garantito la loro partecipazione il Ministero dei Beni Culturali e soprattutto un consorzio di duemilacinquecento aziende parigine interessate a Pompei, a dimostrazione di come le bellezze archeologiche dell’Italia facciano gola anche all’estero. Gli industriali napoletani, affiancati da un grande imprenditore come Diego Della Valle, spingeranno affinché gli imprenditori francesi riescano in quella grande impresa di rigenerazione urbanistica, ricettiva e produttiva dell’intera area. Il progetto è già in fase avanzata e cerca di coinvolgere anche gli enti locali, in primis la regione Campania che dovrebbe occuparsi di dare un seguito concreto a tutte le idee in cantiere. Si tratta quindi di una serie di progetti, la cui concretizzazione è già a buon fine. Pompei rappresenta un progetto stimolante per gli imprenditori italiani e stranieri. Una sfida molto importante per il rilancio culturale di una zona conosciuta in tutto il mondo. Potrebbe essere una svolta tante volte annunciata, ma mai portata effettivamente a termine.

Sarebbe davvero un peccato non riuscire a valorizzare Pompei che rappresenta uno dei luoghi maggiormente ambiti dai turisti che vengono a visitare l’Italia. La Campania inoltre avrebbe bisogno di un grande piano di rilancio, visto che la sua immagine all’estero, negli ultimi anni, si è notevolmente affievolita per via dell’eterno problema mai risolto dei rifiuti. Questa potrebbe essere finalmente la volta buona per cambiare l’immagine della Campania all’estero e avviare una collaborazione con imprenditori stranieri che avrebbero tutto l’interesse a investire in questa regione.

 

Formula 1 – Epic Button.

Pazza gara quella del Canada. La pioggia, fenomeno della natura più volte invocato da Ecclestone per garantire spettacolo, oggi si è abbattuta copiosa sul circuito di Montreal. Dopo 25 giri, a causa di un violento nubifragio, si è reso necessario uno stop alla corsa durato per ben due ore. Dalla roulette russa del meteo, il numero vincente è il n.4 di Jenson Button. L’inglese è stato sin dalle prime battute al centro della scena, suo malgrado: prima elimina il suo compagno di squadra Lewis Hamilton, in una collisione evitabile, poi a gara ripresa fa fuori Fernando Alonso, che abbandona una gara già segnata da una pessima scelta strategica. Dopo la collisione con lo spagnolo, l’inglese si ritrova ultimo ma per sua fortuna, grazie all’intervento in più occasioni della safety car,  il distacco dal leader Sebastian Vettel non è mai stato incolmabile.

 

Negli ultimi cinque giri Button è stato autore di un’autentica prodezza ossia superare due mastini come Michael Schumacher, esaltatosi in queste condizioni, e Mark Webber; infine pressa Vettel che commette un errore proprio nell’ultimo giro. Button effettua il sorpasso vincente proprio a poche curve dal traguardo, regalando un colpo di scena ai pazienti appassionati dopo quattro ore di gara.

 

 

 

Capitolo Ferrari: strategia pessima, Alonso mai in gara e Massa incapace di guidare senza errori una macchina che nel week end ha dimostrato un potenziale vincente. Il brasiliano segue troppo a lungo Kobayashi, il cui talento non si discute ma con una Sauber che non è certo un fulmine di guerra. Poi nel doppiaggio di Glock (che in sostanza gli fece perdere il mondiale nel 2008) Felipe evidentemente si emoziona, dimenticando che mettere le ruote slick sul bagnato con uno scarto brusco e in piena accelerazione può essere fatale. Massa sbatte come un pivellino sul guard rail, distruggendo l’ala anteriore e perdendo la possibilità di andare a podio. Onora la gara compiendo sul fotofinish un bel sorpasso a Kobayashi ma il sesto posto è un risultato deludente. Oggi Massa avrebbe potuto riscattarsi con un bel risultato, peccato che non ci sia riuscito. La sensazione è che a causa del grave incidente occorsogli a Budapest nel 2009 e della sudditanza psicologica nei confronti di Alonso, il brasiliano, duole dirlo, non sia più all’altezza dei piloti di vertice.

L'Italia peggiore che non fa un cazzo tutto il giorno

“La sinistra vince sul web perché il suo popolo non fa un cazzo tutto il giorno.” Parte da questo assunto la profonda riflessione dell’onorevole Stracquadanio sui motivi della vittoria della sinistra. Insomma, noi siamo tutti a casa a non fare un cazzo tutto il giorno, anche lui -come afferma- riuscirebbe a mettere su un movimento se non avesse tutti gli impegni che ha.

httpv://www.youtube.com/watch?v=n3wgWlQzidQ&feature=player_embedded

A parte le sempre delicate espressioni che utilizzano molti esponenti di centrodestra in maniera costante e metodica, è evidente ancora una volta come l’insulto e la delegittimazione dell’avversario rimangano lo status quo delle strategie politiche di Pdl e compari. Ci hanno detto tante volte che sono il partito dell’amore, ma quando si tratta di rispetto per l’avversario o semplice accettazione di una sconfitta, fanno orecchie da mercante. Mai viene ammessa una sconfitta (che pure è palese), mai una volta che si faccia un minimo di autocritica. La colpa -o il merito, a seconda dei punti di vista- è di quel popolo di fancazzisti di sinistra, che stanno lì con le mani in mano a organizzare eventi e campagne di sensibilizzazione. Va’ a capire poi cosa ci sia di male a organizzare una campagna “dal basso”. Rimane un mistero. Inoltre c’è l’errore di fondo di voler mettere per forza una bandiera ad una mobilitazione popolare che è assolutamente eterogenea, che riunisce tante persone (e chissà, forse c’è anche qualche fancazzista di destra) dei più diversi ideali. La politica di palazzo si scontra con la politica della gente, e tutto quello che riesce a fare è insultare. Quando non si capisce qualcosa, quando non la si comprende, si insulta.

Nel frattempo il ministro Brunetta ha presenziato alla “Giornata nazionale dell’innovazione”. A fine conferenza, due donne del movimento dei precari hanno preso parola chiedendo di fare qualche domanda al ministro. Nel momento in cui è venuta fuori la parola “precari”, il ministro, spazientito, se n’è andato immediatamente definendo i ragazzi “la peggiore Italia”.

httpv://www.youtube.com/watch?v=UMLB_v65HGM&feature=player_embedded

Ne è seguita un’ovvia contestazione, sono volati insulti, spintoni, ma il ministro se n’è andato via senza rispondere alle domande. Un gesto offensivo, snobbare qualcuno che vuole fare una semplice domanda. I precari esistono, sono tantissimi, tantissime persone che vivono con difficoltà la loro vita fatta di progetti a tempo, di sogni a scadenza, di incertezza completa sul futuro. Esistono perché qualcuno ha permesso i contratti a tempo determinato, li ha incentivati, li ha fatti diventare la base di un qualsiasi rapporto di lavoro. E tutto quello che riesce a fare un ministro della nostra Repubblica è definirli l’Italia peggiore? La frase non è mica così sbagliata in fondo, i precari rappresentano in un certo senso l’Italia peggiore, ma non nel modo inteso dal simpatico ministro Brunetta. I precari sono il risultato dell’Italia peggiore, dell’Italia che non si concentra sul lavoro, della classe politica che dimentica i bisogni primari della gente, guadagnarsi il pezzo di pane. Ancora una volta non rimane che guardarsi intorno, osservare come il precariato diventi sempre di più una piaga, con un mercato del lavoro fermo, con persone che si vedono i contratti sospesi per qualche tempo, in modo da non far scattare l’assunzione a tempo indeterminato, ragazze e ragazzi che cercano a fatica di pagarsi il pane con il semplice lavoro, spesso sottopagato, quasi sempre senza certezze per il futuro. E tutto quello che un nostro ministro -che rimane un nostro dipendente, ricordiamolo- riesce a fare ad una lecita richiesta di risposte è andarsene spazientito con una battutina fuori luogo, nonché offensiva?

Ancora una volta la distanza tra politica e cittadino appare abissale, sempre più ampia, sempre più incolmabile. Lo capiranno prima o poi che questo atteggiamento non porta da nessuna parte? La gente è stufa, le due recenti tornate elettorali l’hanno già dimostrato. Il tempo delle offese, dell’atteggiamento di presunta superiorità è finito. Sarebbe ora che cominciassero a rendersene conto.

Referendum: ce l'abbiamo fatta

Ci hanno provato in tutti i modi: hanno sminuito la campagna, non li hanno accorpati con le elezioni amministrative, hanno invitato all’astensionismo, hanno fatto decreti per spostare in là di qualche anno il nucleare, l’informazione elettorale televisiva che rasenta lo zero assoluto, date sbagliate annunciate nei TG nazionali, esponenti politici che parlano ad urne ancora aperte, ormai non sapevano più cosa inventarsi.

Eppure il quorum è stato raggiunto, l’Italia ha risposto in maniera meravigliosa alla chiamata dei referendum, il momento più importante per i cittadini, il momento in cui possono decidere del proprio futuro. La vittoria è nostra, vostra, di tutte le persone che si sono rimboccate le maniche da mesi, dei comitati elettorali, dei social network e dei blog che ancora una volta hanno dimostrato tutta la loro potenza, la potenza che viene dal basso, la potenza del popolo, la vera democrazia. Il boicottaggio verso questi referendum è stato palese, selvaggio, in alcuni casi ai limiti della legalità, tutto all’italiana, come siamo abituati ormai da tempo. Ma la gente si è stancata, i cittadini si sono stancati di tutto questo. Lo avevano già dimostrato nella tornata elettorale delle amministrative. “Il vento sta cambiando” dicevamo. Oggi possiamo dire che il vento è cambiato. Il popolo italiano può ammirarsi e amarsi oggi, perché è riuscito in un’impresa storica, perché ha urlato a squarciagola che non vuole il nucleare, non vuole l’acqua privatizzata, non vuole il legittimo impedimento. E i politici dovranno darne conto adesso.

Ci siamo ripresi con la democrazia, con la forza delle parole, con l’impegno della gente comune quel pezzo di decisioni sul nostro futuro, un futuro che appartiene soltanto a noi e ai nostri figli. Ciò che colpisce di più non è tanto la valutazione politica dietro al voto (che pure andrà fatta), la vittoria non è stata “contro Berlusconi.” Anzi, colpisce quanto poco si sia parlato dell’Imperatore dimezzato in vacanza in Sardegna in questi giorni, a nessuno importava. Questa vittoria è prima di tutto una vittoria del cittadino libero, una vittoria di un popolo che vuole riprendere in mano le sorti di un Paese che sta andando allo sbando. È il ritorno alla politica dal basso, all’attivismo, ai movimenti che non si sono schierati dietro nessuna bandiera, movimenti lontani dai partiti. Semplici ragazzi e ragazze, nonni, maestre, operai, chiunque si è attivato per la campagna. Ed ancora una volta bisogna sottolineare l’immensa potenza della rete, di internet, dei social network. Le campagne sui referendum sono state un’infinità (anche noi abbiamo dedicato un ampio speciale, come sapete, se ci seguite sempre.) Sono partite dal semplice Facebook, da Twitter, e si sono sparse a macchia d’olio nella real life, con volantini, gente con i cartelli, il passaparola.

Ricorderemo questo Referendum come un’enorme festa della democrazia, il giorno in cui il popolo italiano ha dimostrato che non si è addormentato, che non si è rassegnato, che ci crede ancora. Sarà compito adesso della classe politica cogliere il segnale da questa stupenda vittoria. Il Governo è in ogni caso giunto al capolinea, questo ormai sembra chiaro, poco importa che trascini le sue stanche membra ancora per qualche anno o meno. L’epoca del berlusconismo è finita. Ne abbiamo avuto assaggio alle scorse elezioni, e oggi abbiamo la conferma scritta in calce che è proprio così. Il tappo è saltato, l’Italia vuole un cambiamento forte e deciso.

E se non ci aiuta la politica, abbiamo dimostrato che possiamo benissimo farcela da soli.

Ci siamo ripresi il nostro presente, così come ci siamo ripresi il nostro futuro.

 

I “diritti” delle donne in Africa del Nord

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova blogger su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi il primo articolo di Kathrine, laureanda in lettere moderne che ama stare a contatto con la natura, viaggiare, leggere ma soprattutto scrivere. Adora tutto quello che si può definire arte e il volontariato. Ecologista super convinta, odia l’ignoranza concepita come “chiusura mentale”, le ingiustizie e il razzismo. Crede comunque nel riscatto personale e soprattutto nella possibilità di SCEGLIERE la propria vita…in una terra controllata dalla camorra questo è molto importante. [/stextbox]

Egitto, 9 marzo 2011.

Dopo aver disperso con la violenza una manifestazione in piazza Tahir, la polizia arresta diciotto donne. Queste, condotte in primo luogo al museo del Cairo, subiscono una serie di violenze, vengono bastonate con dei tubi a volto, gambe e seno  e, come se questo non bastasse, vengono ingiuriate e insultate, chiamate “prostitute”. Successivamente condotte al carcere militare di El Heiksten, a diciassette di loro viene imposto il “test della verginità”. Se il test l’avesse dimostrata, sarebbero state rilasciate, in caso contrario le attendeva il processo e successivamente la condanna con l’accusa di meretricio. Nel frattempo, in un’altra stanza, Salwa Husseini, una ragazza di vent’anni, viene fatta spogliare e sottoposta a perquisizione da parte di un soldato, mentre alcuni commilitoni scattano foto al corpo nudo della giovane. Salwa (che ha precedentemente dichiarato ad Amnesty International di essere vergine) torna a essere torturata con scosse elettriche, dopo che il test al quale si era sottoposta dà esito negativo. È condannata l’11 marzo 2011 – insieme ad altre diverse ragazze risultate negative al test – a un anno di carcere con l’accusa di prostituzione. Nonostante le autorità egiziane abbiano inizialmente negato le torture, è stata aperta un’indagine sulla vicenda, sollecitata da Amnesty International, ma tuttora non si hanno risposte sui colpevoli. In questi giorni un generale ha deciso di rilasciare un’intervista a condizione di restare anonimo. “Mica erano come sua figlia o sua sorella.” ha dichiarato al giornalista, “Quelle ragazze stavano nelle tende insieme a dei manifestanti di sesso maschile“. Il generale ammette quindi che alle ragazze era stato imposto il test, testimoniando come sia stato eseguito poi da un uomo tra le urla delle giovani. “Lo abbiamo fatto perché non ci accusassero di violenza sessuale” dichiara il generale…

Come se le accuse di violenza da parte di una ragazza vergine fossero più importanti di quelle di una ragazza che non lo è. “Atteggiamento razzista e sessista” ha denunciato Amnesty, “l’esercito deve immediatamente ordinare alle forze di sicurezza e ai soldati che questi ‘test’ vengano vietati“. Ha inoltre aggiunto: “l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne non può che nuocere al futuro del paese, a causa della mancata partecipazione di queste ultime alle riforme”. Il vento di cambiamento soffia in Africa così come in Medio Oriente; uomini e donne vogliono prendersi quello che è loro di diritto – la vita – e soprattutto vogliono partecipare alla vita politica del paese . E intanto dalla Tunisia all’Egitto, dal Marocco allo Yemen e fino alla Siria, migliaia di persone hanno riempito e continuano a occupare le piazze e le strade, sfidano il coprifuoco e le forze di sicurezza per chiedere riforme politiche e sociali, per vedersi finalmente riconosciuti quei diritti umani troppo spesso calpestati.

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fonte – Amnesty International

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