Cronaca di una giornata di rivolta (parte 1)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi
Pubblichiamo oggi la prima parte dell’articolo di Alessandro Grassi alla sua prima collaborazione con la blogzine. L’articolo è accompagnato dalle foto scattate da Alessandro in Val Susa.[/stextbox]

Hanno proprio ragione i valligiani di Susa a scrivere sulle proprie magliette “la paura qui non è di casa”.

Poche cose riescono a suscitare un consenso bipartisan così vasto come la linea TAV Torino-Lione, tanto da indurre lo Stato a schierare 2000 agenti (duemila! Quanti sono i carabinieri in Afghanistan?). Loro, il popolo della valle, hanno contro tutti i poteri che contano, ma paura non ne hanno. Così come non ne hanno avuta i manifestanti, autoctoni e non, che hanno assediato quella che un tempo era la Libera Repubblica della Maddalena e ora è zona militare occupata dalle forze dell’ordine. Domenica hanno legittimamente provato a liberarla, ma sapevano che sarebbe stato impossibile. L’obiettivo dichiarato – “dare un segnale forte” e “assediare” le recinzioni – però, è stato raggiunto.

Poiché i giornali mainstream faticano a riportare le dinamiche della protesta, questo è il mio racconto della giornata di rivolta che ha animato una valle intera nel nord-ovest italiano.

Sono arrivato a Susa sabato mattina e da subito mi son accorto che l’aria che si respirava era diversa, ma non era solo l’assenza dello smog romano e il bel paesaggio naturale che mi circondava. La solidarietà degli abitanti della valle ai manifestanti forestieri la sperimento in prima persona. Appena arrivato sono tutti felici di dare informazioni e una signora spontaneamente si offre di dare un passaggio a me e ad altri ragazzi fino al presidio NO TAV di Venaus. In macchina ci racconta dello sgombero della Maddalena, della violenza dei poliziotti e della propria decisione a non lasciare costruire la TAV. Tutti sapevano che l’indomani sarebbe successo “qualcosa di grosso”, che ci sarebbe stata l’ennesima battaglia in una lunga serie che ha visto questo territorio come teatro.

Domenica mattina mi sveglio presto al presidio. Faccio colazione e rimedio un passaggio da due emiliani fino a Exilles, uno dei tre concentramenti da dove partirà un corteo. Dovrebbe essere lo spezzone più numeroso e quello più istituzionale e pacifico. Da Exilles ci si dirige verso Chiomonte (da dove parte un altro corteo che confluisce). È in questo corteo che l’incontro surreale con una anziana signora, che potrebbe essere una predicatrice eretica di secoli remoti, preannuncia che sarà dura. Regge un bastone con in cima un crocifisso e nell’altra mano una statua della Madonna e mi  dice che protestare contro la TAV “è giusto”, perchè la Madonna vuole pace e amore e giustizia divina, che ci sono dei diritti da rispettare e la TAV non li rispetta. Poi precisa: “anche l’apocalisse è pace e amore”. Non so in che senso lo intendesse ma ora è difficile pensare che non fosse un presagio di quanto poi è successo.

Durante il corteo incontro altri Valsusini di tutte le età, in testa ci sono sindaci e bambini. È bello parlare con loro, ci tengono alla loro valle e alla loro lotta. Sono cinque chilometri nel punto in cui la valle è più larga: due statali, un fiume, una linea ferroviaria sottoutilizzata e un’autostrada già poco desiderata, un’altra ferrovia ad alta velocità per portare le merci da Lisbona a Kiev, costosa e inutile, non la vogliono. Per non parlare dei costi sostenuti da tutto lo Stato e dalla mancanza di evidenti benefici che dovrebbero costituire l’interesse nazionale.

Il corteo prevede la discesa fino a Chiomonte per sfilare davanti alla centrale elettrica (dove c’era la barricata che proteggeva la Libera Repubblica della Maddalena), io però mi sfilo prima e al bivio per Ramats salgo i monti deciso a imboccare uno dei sentieri che porta giù alle recinzioni che circondano il cantiere dei lavori. Dal corteo si staccano in molti. Arrivo in cima a Ramats, alla frazione Sant’Antonio, dove ci sono già tanti manifestanti che si preparano per scendere. Indossano caschi e tengono maschere antigas intorno al collo. “Violenti organizzati”, diranno le malelingue, giornalisti che forse nemmeno erano presenti, ma come biasimare quelli attrezzati dopo lo sgombero della settimana prima? Tutti sapevano che le forze dell’ordine ci avrebbero sommerso di gas lacrimogeni; non quelli normali: il CS, vietato in guerra, che ti toglie il respiro, brucia la pelle e ti entra in gola fino a farti vomitare. Di lì a poco anche io avrei pregato in ginocchio per avere una maschera.

I sentieri per scendere al cantiere sono due, uno più lungo e leggermente più largo e uno più esposto e più stretto. Decido di prendere il secondo, perché da lì si riesce a vedere il cantiere e l’autostrada (chiusa al traffico dalla mattina). Mentre scendo l’elicottero svolazza intorno alle montagne con il suo incessante rumore che proseguirà per tutto il giorno. Scendere il sentiero è emozionante, non mi era mai capitato un corteo “di montagna” e non si può certo rinunciare a questa esperienza. All’inizio non ci sono alberi intorno e infatti riesco a vedere l’imponenza dello schieramento dei carabinieri più in basso. C’è anche la forestale, la finanza e i cacciatori della Sardegna, corpo speciale capace di muoversi tra i monti, chiamato apposta per la situazione. Mano a mano che si scende però si capisce che non si tratta di una piacevole scampagnata tra i boschi.  Il sentiero è tortuoso e si addentra nel bosco, inizio a sentire puzza di lacrimogeno e i botti si ripetono costantemente. Gli scontri, giù al cantiere, sono iniziati dalla mattina. Altri due concentramenti, da Giaglione e da Ramats, si sono diretti attraverso la vegetazione all’assalto delle recinzioni. La polizia è sotto assedio già da diverse ore quando arrivo. Siamo incolonnati e ci avviciniamo a un bivio da dove si può scendere per la recinzione. Da lì salgono manifestanti con gli occhi gonfi e le facce impaurite; tutti che dicono “non scendete se non avete le maschere, ci sono i poliziotti che appena vedono qualcuno avvicinarsi sparano lacrimogeni”. Tutti ripetono questa cosa e si decide allora di proseguire e scendere alle recinzioni più avanti. Cammino ancora un po’ dietro gli altri in fila indiana, si sale e poi si prosegue per un bel pezzo alla medesima altezza, infine si scende. Di nuovo lo stesso scenario, ma questa volta sono in tanti a risalire, tanti quanti quelli che scendono. Di nuovo lo stesso mantra: “non scendete”. Mi sembra di andare incontro all’orrore del colonnello Kurtz discendendo un sentiero tortuoso invece che risalendo un fiume. Si respira aria di lacrimogeni invece che di napalm.

La quantità di gente che cammina per i sentieri è impressionante. Migliaia, tra quelli che salgono e quelli che scendono a dare il cambio agli assedianti stremati. Le raccomandazioni di coloro che salgono, che già hanno visto e respirato la potenza delle forze armate, valgono a poco. Alcuni si fermano ed esitano ma molti continuano. Una colonna infinita muove decisa e quando i cori fanno tremare la foresta al grido “giù le mani dalla val Susa!” il cuore si ferma nel petto.

I lacrimogeni iniziano a fare effetto e penso di essere ormai prossimo al cantiere ma in realtà solo più tardi mi accorgo di essere ancora molto in alto e che i lacrimogeni riescono ad arrivare in quel punto perchè sparati direttamente dall’elicottero che continua a volare sopra le nostre teste.

Ci si addentra sempre di più. A volte ci si ferma per aspettare che l’aria si pulisca dai gas e poi si procede. Si scende e alla fine si arriva a uno spiazzo dove avvengono gli scontri.

Qui, mi dicono, la mattina c’era la polizia, ma è stata respinta. Le recinzioni sono state tagliate e parte del cantiere è stato anche riconquistato. Poi la polizia ha ripreso terreno ma non è in grado di dissolvere la forza dei manifestanti. Si limitano a sparare lacrimogeni a raffica, senza sosta per tutta la mattinata, anche se nel pomeriggio, probabilmente mossi dal timore di rimanere senza, ne riducono l’uso. Non so se è a causa dell’abitudine o meno, ma anche l’effetto dei lacrimogeni sembra diminuire, tanto da farmi pensare che forse gli ultimi non erano del medesimo tipo dei primi che erano veramente intollerabili.

Scendendo dal sentiero, superando gente intossicata o che si riposa mangiando un panino negli spiazzi prima di tornare a manifestare, il fondo del sentiero è ancora parte del bosco e delimitato da alte rocce. Tra queste una strettoia è il punto per accedere al cantiere e fronteggiare la polizia. Lì si concentrano i manifestanti e da lì arrivano i lacrimogeni sparati ad altezza uomo direttamente addosso alle persone, oppure lanciati alle spalle in modo che a volte ci si ritrova con la polizia davanti e il gas dietro. Si tratta di proiettili a grappolo che una volta toccato terra si dividono in diverse cartucce che saltano tutto intorno. Per fortuna molti manifestanti sono attrezzati con guanti spessi abbastanza da poter prendere in mano le cartucce e lanciarle indietro oppure abbastanza svelti da coprirle con terra e foglie.

Dai manifestanti in risposta vengono lanciati sassi alla polizia, non si fatica a ritrovare materiale nel sottobosco. Le forze dell’ordine non si tirano certo indietro dal rispondere allo stesso modo: lanciano pietre dall’alto dell’autostrada. Forse proprio a questo si riferisce Maroni quando parla di “tentato omicidio”.

A un certo punto mentre questo caos mi circonda, le urla della gente e i botti degli esplosivi rimbombano, e una scena quasi surreale mi si presenta davanti agli occhi. Dal monte scende una banda mentre la rivolta imperversa. Sono vestiti di rosa acceso, con paillette luccicanti, la cosa più fuoriluogo che potesse comparire. A quel punto anche i carabinieri che cantano la canzone di Topolino o Mary Poppins che scende dal cielo con un ombrello sarebbero stati normali. I musici attaccano a suonare i loro tamburi, ma dura poco. Ci sono i feriti e il loro suono copre anche le urla di chi chiede un medico, quindi vengono fatti smettere. I manifestanti sono tutti pronti a soccorrersi a vicenda, i feriti vengono medicati e portati via dal campo di battaglia.

Si continua così, si alternano avanzate dei manifestanti con scariche più dense di lacrimogeni che costringono tutti ad allontanarsi. Avanti e indietro in continuazione. La polizia fatica evidentemente a tenere a bada i manifestanti. A un certo punto, forse pensando a una azione risolutiva, decide persino di avanzare con una ruspa. Poi segue una violenta carica, ma mentre osservo da una posizione laterale, si capisce subito che è una brutta idea. La polizia mette in fuga i manifestanti nello spiazzo e si trova così al centro di una sassaiola proveniente dalle posizioni sopraelevate in cui costringe i NO-TAV. L’unica soluzione che rimane loro è quella della fuga, disordinata e per questo pericolosa, tanto pericolosa che uno “sbirro” viene catturato. Subito viene circondato e spogliato delle armi. Poi viene lasciato andare. Si accende un dibattito, molti avrebbero voluto tenerlo per trattare il rilascio dei fermi.

Il fatto che i manifestanti siano in possesso di una pistola delle forze armate non lascia tranquilli i rappresentanti dello Stato e quindi si aprono persino delle trattative per riavere indietro l’arma. Trattative che scemano nel nulla. Scopro solo il giorno dopo che la pistola sarà restituita, senza caricatore, la sera stessa. Nel frattempo i manifestanti sono stanchi e la pausa dai lacrimogeni della polizia permette loro di riflettere sul da farsi. Nel mentre arriva la notizia che cinque camionette sarebbero arrivate e avrebbero caricato le persone su alla frazione di Sant’Antonio. La decisione presa è quella di risalire per dare una mano, forse anche mossi dal desiderio di cambiare un po’ teatro per uscire dalla evidente situazione di stallo che si è creata. Inizia così la risalita. Una faticosissima risalita su per i sentieri, accompagnati dal rumore dell’elicottero. La stanchezza è molta. Quando arriviamo in cima la polizia se n’è andata, ancora non so se la carica ci sia effettivamente stata. Ma a quel punto per me la giornata finisce e decido che è ora di trovare il modo di tornare a casa. Altri si spostano, cercando di evitare i blocchi stradali che, si vocifera, siano sparsi per tutta la valle. Nel mentre gli scontri continuano alla centrale elettrica, dove un gruppo di manifestanti distaccatosi dal corteo principale si è scagliato contro le recinzioni.

Il tempo di trovare un passaggio su un camper di generosi anarchici e di raggiungere una stazione qualsiasi da dove prendere un treno per Torino.

…continua…

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