Cronaca di una giornata di rivolta (parte 2)

[stextbox id=”custom” big=”true”] Pubblichiamo oggi la seconda parte dell’articolo di Alessandro Grassi sulla manifestazione NO-TAV in Val Susa. Trovate la prima parte dell’articolo a questo link[/stextbox]

Arrivo a casa la sera dalla Val Susa e mi fiondo su internet per leggere della giornata a cui ho partecipato, ma subito la rabbia mi prende: i giornali principali si schierano senza se e senza ma, riproducendo in pieno il volere bipartisan che appoggia la TAV. Dal PD al PDL uniti contro i NO-TAV, così come da Repubblica al Giornale la differenza è poca.

C’erano terroristi? Non credo proprio. Quel che ho visto è la popolazione di una valle che supportata da attivisti e attiviste o cittadini e cittadine ha cercato per l’ennesima volta di far sentire le proprie ragioni. Una popolazione che con la propria attività politica ha già dimostrato che costruire un sistema differente e fondato sulla partecipazione dal basso – come è quello dei comitati NO-TAV – è possibile.

Quando sui giornali si parla di violenza lo si fa in maniera sempre semplicistica e tutta la complessità del reale viene ridotta alla semplice e tremenda domanda: “Siete con me o siete contro di me?” spesso nascosta dalla più politically correct: “Siete violenti o siete pacifici?”.

È così che queste dicotomie dividono con un taglio netto l’esistente, spartendo e distribuendo le categorie del discorso politico dominante senza appello o da una parte o dall’altra. Abbiamo così forze dell’ordine, Stato, democrazia, legittimità, rappresentanza, partiti, informazione, obiettività tutti schierati dal medesimo lato, ovviamente quello della non-violenza, della giustizia e del buon senso, mentre chiunque si opponga a questa divisione netta tra bene e male, chiunque cerchi di complicare la questione per esempio rompendo la catena che lega democrazia a rappresentanza, informazione a giornali, giornali a obiettività, forze dell’ordine a legittimità o qualsiasi delle altre possibili combinazioni, automaticamente ricade – nel discorso pubblico dominante esercitato dai soggetti che incarnano e che promuovono quella catena di termini – nell’infausto lato sbagliato della barricata. Quello dei violenti, dei facinorosi, terroristi per l’appunto o forse peggio idealisti, utopisti, gente che non conosce il mondo, che non parla del reale, sovversivi, black bloc. Il black bloc, realtà fittizia creata dai giornali e dalla disinformazione di Stato, diventa il soggetto che incarna tutto quanto di negativo può esserci.

Il gioco della disinformazione è sottile. La logica è questa: per prima cosa esistono un bene e male nettamente distinti, eternamente definiti in teoria ma in pratica definiti da soggetti che ricalcano su di sé la categoria bene. Come dire: se un poliziotto comanda dirà che il bene è la polizia. Oppure se chi comanda dice che la polizia è il bene allora automaticamente inizierà a dire di essere la polizia. Il movimento è doppio, si muove in sensi diversi contemporaneamente e in questo doppio movimento rafforza e definisce reciprocamente i due poli attraverso cui si articola, legandoli sempre più strettamente: nell’esempio polizia e bene. Al contempo affermerà che tutto ciò che è male non è lui e che tutto ciò che non è lui è male. A seconda di una priorità descrittiva o normativa. Per cui il non-poliziotto, il violento (perchè lui ovviamente ha deciso di definirsi come non-violento) l’illegittimo (il legittimo è solo lui, legittimato da se stesso secondo un circolo vizioso), tutto questo è il black bloc. Un’etichetta pronta da applicare a chiunque si opponga. Ma il black bloc non è un semplice dato inerte, si sta facendo disinformazione, l’ottica normativa è dominante.

Si tratta di quella forma di assoggettamento che passa attraverso la soggettivazione. Il black bloc non può essere presentato come un semplice dato descrittivo, un semplice “diverso da sé”, esso viene dotato da chi lo definisce di una forza autonoma, di soggettività propria che afferma sé stessa. Ecco quindi che il black bloc è un soggetto vivo che fa cose, fa cose che hanno a che fare con la politica, quindi che fa parte in qualche modo di un’organizzazione, di un gruppo organizzato che, data la ferrea applicazione delle dicotomie che organizzano il discorso, ha come scopo dichiarato la sovversione e quindi la violenza, la violenza a prescindere, sia ben inteso. Ebbene li ho visti coi miei occhi: i vecchi della Val Susa sono sicuramente dei Black Bloc. Hanno rotto troppe catene di parole, troppi legami ferrei. Bastava essere là per capire che dietro quanto facevano c’era un chiaro disegno sovversivo. È indiscutibile che se l’ordine del discorso è quello del potere, senza ombra di dubbio i NO-TAV sono sovversivi.

I dati poi sono incontrovertibili, è proprio come scrive Repubblica: i manifestanti nel bosco applicavano tattiche militari studiate con cura: quando la polizia caricava, scappavano indietro e poi quando la polizia si fermava andavano avanti. Tutto sommato è bello scoprire di essere dotati di un innato addestramento militare.

Eppure è semplice complicare i discorsi e spezzare le catene di parole se si fa attenzione a quanto ci circonda. Certo ci si avventura su un sentiero sconosciuto ma non certo più pericoloso di quelli che ho percorso sotto il lancio di lacrimogeni.

Quindi, forse, porsi delle domande senza paura, come i Valsusini, è la cosa più importante. Dopotutto se lanciare un sasso è sicuramente un gesto violento, non è altrettanto evidente che lanciare un lacrimogeno urticante, arma chimica a tutti gli effetti, sia più violento? Un manganello non implica violenza? La militarizzazione non è violenza? L’astrazione può proseguire e con essa aumenta anche il grado di violenza fisica: la precarietà non è violenza?

La violenza è un problema? Di sicuro, di qualsiasi genere essa sia. Ma non tutto è indiscriminatamente uguale. Le variabili da considerare sono infinite. Chi comincia, chi non comincia, come si comincia, come si continua, da che posizione si esercita violenza, cosa porta a esercitare violenza, eccetera eccetera. Risposte chiare e distinte non ne ho, ma sarebbe bene che tutti si ponessero certe domande prima di lanciare giudizi sconsiderati, perchè poi ci potremmo accorgere che il prezzo pagato sarà troppo alto.

Cosa voglio dire? Se i NO TAV, indubbiamente cittadini che agiscono secondo quanto credono sia giusto fare per l’interesse loro e di tutti, sono dei terroristi, allora cosa ci perdiamo? Cosa assecondiamo? La risposta è che avvaliamo la volontà conservativa di un potere che tende, attraverso i discorsi e la forza bruta a stringere sempre più le maglie del controllo fino a identificare qualsiasi spinta al cambiamento come una minaccia da stigmatizzare col marchio della sovversione. Ci perdiamo la possibilità di cambiare.

Dopotutto la conflittualità è normale, anche quella tra Stato e cittadini, ma se lo Stato sceglie di risolvere questa conflittualità manu militari, se lo Stato decide che è pronto a scontrarsi con la popolazione costi quel che costi, senza mezze misure, allora come si fa?

Sì gli anziani della Val Susa sono sovversivi, ma che male c’è? Per Bacco, essere sovversivi come loro, essere rivoluzionari quando è diventato negativo?! Non sarà mica questo il mondo che tutti desiderano!

Chiedersi se i NO TAV sono diventati un movimento violento dopo domenica senza un’attenta riflessione sull’uso dei termini significa entrare automaticamente nel discorso dominante che lega violenza a black bloc, a illegalità, a ingiustizia, a illegittimità e a qualsiasi attributo che il buonsenso potrebbe farci ripudiare. Eppure i NO TAV son brava gente che si preoccupa per la valle. Se preoccuparsi della valle e dell’ambiente in cui si vive e dei costi sociali ed economici di certe opere è da sovversivi, da terroristi rivoluzionari beh… Forse anche io sono un black bloc. Forse nella mia solitudine faccio parte di un’organizzazione e nemmeno me ne sono accorto.

Di nuovo il movimento del pensiero è scontato, perchè farsi quella domanda: “sono diventati violenti?” automaticamente implica una sola possibile risposta: “sì, sono diventati violenti” perchè se la violenza coincide con l’illegittimità che coincide con la illegalità tout-court, che coincide con tutto ciò che non è Stato e in questo caso polizia, allora evidentemente i NO TAV rientrano nella categoria. Non solo, tutto ciò implica automaticamente anche la soluzione pratica: “Sì, sono violenti, sono antidemocratici, non possono essere tollerati”. E cosa succede se non possono essere tollerati? Mandiamo la polizia a menarli legalmente. Ma, paradosso, questo lo decidiamo solo dopo che la polizia ha già fatto tutto. Meglio della guerra preventiva di Bush. Qui la prevenzione è massima: prima si fa la guerra ma solo dopo si decide di farla. Perchè comunque sono dei violenti: la prova che sono violenti è che dopo che è stata mandata la polizia a militarizzare la zona e lanciare lacrimogeni, loro hanno reagito. Se non fossimo persone di buon senso verrebbe quasi da meravigliarsi!

Son andato in Val Susa per capire, per farmi un’idea di quanto stava succedendo. Ho trovato uno scenario da “imperialismo”. Una popolazione, che poteva essere africana, piuttosto che indocinese, si è trovata nel mezzo di giochi più grandi di essa, gestiti da cricche di potere e da movimenti economici che non guardano in faccia a nessuno. Loro hanno detto di non essere d’accordo, la soluzione è stata l’azione militare. Il diritto al dissenso non può rimanere un semplice palliativo, deve avere un corrispettivo pratico. L’insorgere delle persone contro l’oppressione di cui si son sentite oggetto è un gesto nobile e ammirevole quanto la preoccupazione che dimostrano per il territorio e per la riproducibilità e sostenibilità dell’organizzazione sociale. A Chiomonte si è visto il volto oscuro dell’organizzazione Statale di cui facciamo parte. Non è questione di dire se lo Stato sia un bene o un male a priori, ma di capire nello specifico cosa di negativo possa fare per poter evitare che lo faccia. La cosa che conta è che in questo momento un potere che a parole dovrebbe garantire diritti e libertà porta sofferenza e oppressione. È diventato un potere violento. E la violenza, ci hanno insegnato, non può essere tollerata.

In Val Susa hanno deciso di opporsi a tutto questo. È una storia lunga quella dello spirito ribelle della valle, dagli eretici contro la Chiesa ai partigiani contro il nazismo. Se abbiano mai perso non si può dire. I Valdesi ancora ci sono e i partigiani hanno cacciato i nazisti da tempo. Sono sempre loro e ora li chiamano NO-TAV. È su un cavalcavia che leggo una scritta che è un ammonimento per tutti coloro che vogliono imporre la propria legge con la forza: “Benvenuti in Vietnam”. Il problema per ognuno di noi che non siamo chiamati direttamente a partecipare al loro movimento è come al solito chiedersi “che fare?” oppure, ora che sappiamo cosa si dice quando si parla di violenza, ora che sappiamo che le catene di parole possono essere spezzate, smontate e rimontate e che certe catene implicano certi discorsi, ora, solo ora, possiamo accogliere la domanda che ci viene posta quando ci viene chiesto se si è a favore o contrari alla violenza, ora sì possiamo chiederci “da che parte stare?”.

Benvenuti in Vietnam.

 

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