C'era una volta in Sudamerica

Nel film cult “L’allenatore nel pallone” che ha consacrato per sempre Lino Banfi c’è una scena spassosa: Oronzo Canà ed Andrea Bergonzoni (interpretato da Andrea Roncato) partono per il Brasile dietro ordine del presidente della Longobarda Borlotti (Camillo Milli) che vuole un pezzo da novanta. Grazie all’occhio attento di Giginho (Gigi Sammarchi), venditore di bibite che si spaccia per agente di calcio, riescono a portare in Italia Aristoteles (Urs Althaus) che sarà decisivo per salvare la squadra. A tuttoggi si continua a pescare campioni in terra sudamericana, perchè il continente continua a sfornare grandi talenti, ma c’è una precisazione da fare. Il calcio sudamericano sta fallendo decisamente.

I singoli giocatori sono grandi campioni, ma quando giocano assieme in nazionale toppano clamorosamente. Tanti i segnali. Tanto per fare un esempio chiacchierato in questi giorni, non ci si spiega perchè Messi col Barcellona segni a profusione e con la “albiceleste” faccia una grande fatica. Il mondiale scorso è stato un calvario per lui, ed anche nel 2006 andò male (solo un gol nella vendemmiata con la Costa d’Avorio). In Coppa America altrettante delusioni, sia nell’edizione 2007 che in quella attualmente in corso (spero vivamente che la “pulga” possa smentire tutti portando la sua squadra al trionfo). Centodiciannove gol in centosettantasette partite coi “blaugrana”, ma in nazionale questi numeri sono chimere. Non ha al suo fianco gente come Xavi, Iniesta e la perfetta macchina che è diventato il Barcellona, ed evidentemente ciò evidenzia ancora di più che il modo di giocare influenza chiunque.

Ma non è solo guardando i singoli. Nelle ultime due edizioni della Coppa del Mondo solo una squadra sudamericana è arrivata in semifinale: l’Uruguay l’anno scorso, che ha battuto negli ottavi la mediocre Corea del Sud e nei quarti il Ghana (e se Asamoah Gyan non avesse calciato alle stelle il rigore all’ultimo minuto…). Fallimenti totali per Argentina e Brasile. Nel 2006 fuori ai quarti contro Germania e Francia (desolante il gioco carioca) punite poi da noi nella corsa che ha portato Cannavaro ad alzare la coppa, mentre nel 2010 i tedeschi hanno dato una lezione di calcio alla squadra di Maradona, così come è bastata una solida Olanda ed un grande Snejider per mandare a casa Kakà, Robinho, Maicon, Lucio e chi più ne ha più ne metta.

A livello di squadre di club meglio stendere un velo pietoso. L‘Internacional de Porto Alegre, squadra che aveva vinto la Coppa Libertadores e rappresentava il continente al Mondiale per Club è stata eliminata dal Mazembe (probabilmente al posto dell’Inter quel trofeo lo avrebbe vinto anche il Lecce di Gigi De Canio), squadre storiche come il Flamengo sono diventate cliniche di recupero per scarti del nostro campionato (vedi Adriano e Ronaldinho) ed altre addirittra retrocedono per la prima volta nonostante dei presunti supercampioni (Lamela ed il suo River Plate). Ora la attuale Coppa America, che prometteva spettacolo e divertimento. Purtroppo però di quel calcio stellare ci sono rimasti solamente gli spot della televisione satellitare Sky, che pubblicizza il proprio prodotto.

Sarà divertente il “joga bonito“, sarà elettrizzante l’idea di un tridente con Messi, Tevez ed Aguero, sarà anche interessante credere che i campioni del nostro campionato come Cavani e Sanchez possano ripetere le loro gesta in nazionale. Purtroppo però per vincere al giorno d’oggi serve altro. Tutte le squadre hanno disciplina tattica, quindi o entri in campo schierato in maniera seria o le finali dei mondiali le vedrai solo in televisione. Specie se sei in Sudamerica.

 

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