La silenziosa rivoluzione

Cosa hanno in comune Grecia e Islanda? Apparentemente nulla, ma se guardiamo con attenzione le cronache economiche degli ultimi tre anni riusciamo a cogliere qualche somiglianza. Entrambi i paesi sono stati tra i più colpiti dalla crisi sulla sponda europea dell’oceano, hanno visto crollare i loro Pil, arrivando a dichiarare bancarotta, incapaci di far fronte al loro debito pubblico.

Ma, se le manifestazioni e gli scontri di piazza Syntagma hanno riempito per settimane i nostri media, mostrandoci il popolo greco infuriato contro il governo e contro la durissima manovra finanziaria da questo varata, del crack islandese non ci sono giunte notizie o quasi.

Il silenzio su questa vicenda probabilmente nasce dalle piccole dimensione del paese nordico (appena 300.000 abitanti) o per le cifre coinvolte. O forse c’è un’altra motivazione più sottile e nascosta.

Per capire meglio la situazione è meglio fare un breve riepilogo.

Tra il 2000 e il 2008 l’Islanda ha visto crescere il proprio Pil con percentuali che non avevano eguali negli altri paesi occidentali. Questo era dovuto, in parte all’ottima organizzazione del sistema economico dell’isola, e dall’altro dalle enormi quantità di denaro che, grazie alle favorevoli fluttuazioni della Corona, affluivano nelle tre principali banche del paese.

Gran parte di questo denaro però era, in realtà, inesistente e frutto di ardite speculazioni finanziarie. Con l’esplosione della crisi dei mutui subprime, nel 2008, le banche islandesi si ritrovarono improvvisamente esposte per circa 10 miliardi di Euro, una cifra enorme per il piccolo paese nordico, e dovettero dichiarare la bancarotta.

Veniva così a mancare il carburante principale per il sistema economico. Il governo di coalizione di Geir Haarde, per tamponare la situazione, nazionalizza le tre principali banche del paese, svaluta la Corona e innalza il costo del denaro, ma è tutto inutile.

Nel 2009 l’Islanda, non potendo far fronte all’enorme debito contratto dalle banche dichiara la bancarotta e il primo ministro Haarde è costretto ad accettare un prestito di due miliardi di Euro dal Fondo Monetario Internazionale per scongiurare l’insolvenza.

In cambio il governo islandese vara una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 miliardi di Euro somma che ricadrà su ogni famiglia islandese, mensilmente, per 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%.

Alla presentazione della legge esplode la rivolta popolare e il governo è costretto alle dimissioni.

Il nuovo governo a guida socialdemocratica, ritrova in eredità la legge sul debito ma, a causa di dissidi interni alla coalizione, non ne ferma l’iter in Parlamento. Nel febbraio 2011 Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare che vedrà una schiacciante vittoria dei No (93%). Il debito viene dichiarato “detestabile” e quindi, per i cittadini islandesi, non esigibile.

Olafur Grimsson

La piccola Islanda, fieramente si è opposta ai giganti della finanza. Dopo il referendum ha istituito una commissione per stabilire le responsabilità del crack e il cui lavoro ha già portato all’arresto di numerosi banchieri e dirigenti e all’emissione di parecchi mandati di cattura internazionali. Ma silenziosa rivoluzione islandese non si è fermata a questo. In questi mesi nella piccola isola del Mare del Nord stiamo assistendo ad una dimostrazione di democrazia che ha pochi precedenti. Tenendo conto degli errori del passati e dei difetti evidenti della costituzione vigente, il governo ha deciso di modificarla radicalmente affidando la stesura del nuovo testo ai cittadini.

In Islanda sta nascendo la prima costituzione crowdsourcing della storia, cioè un testo realizzato dagli utenti della rete attraverso mail e social network, il tutto coordinato da un gruppo di 25 cittadini, eletti regolarmente, che presenterà la redazione finale al parlamento per la votazione.

In silenzio e nell’indifferenza del mondo occidentale, il popolo islandese sta attuando una vera rivoluzione.

Sta dimostrando che nelle moderne democrazie la sovranità popolare è un qualcosa di concreto e non un semplice concetto astratto, sta contrapponendo il potere della società civile e della cittadinanza al sistema politico, cambiandone le regole e gli assetti, sta facendo tornare nelle mani del popolo il suo futuro e quello della nazione.

Di tutto questo, in Europa se ne parla pochissimo, in Italia solo qualche giornale ha dato un breve cenno.

Perchè? C’è forse il timore fondato che il popolo dell’Islanda possa dare il buon esempio?

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14 pensieri su “La silenziosa rivoluzione

  1. articolo molto interessante (oltre che estremamente chiaro). – scusa devo aver sbagliato qualcosa e mi ha scombinato i commenti) -.

  2. A me la cosa risulta del tutto diversa. Gli islandesi fanno i filosofi coi soldi degli altri, altro che rivoluzione democratica. Hanno deciso unilateralmente con un referendum ridicolo di non restituire i debiti alle banche btitanniche e olandesi mentre invece verranno indennizzati i creditori interni. E’ stata una cosa vergognosa. Se tu dichiari il default, è default per tutti non solo per gli stranieri.

    • Non capisco. Lo stato e le banche fanno un imbroglio internazionale e tutto devi ricadere sulle spalle dei cittadini con tasse e interessi vari?
      L’idea di far scrivere la costituzione ai cittadini è secondo me qualcosa di eccezionale e non se ne parla proprio perchè alle grandi democrazie fa paura. Ma organizzarla e realizzarla in un paese di 300.000 abitanti o in un paese di molti milioni di abitanti è ben differente.

  3. L’Islanda era un paese ricco da prima del boom degli anni duemila, una ricchezza dovuta a tutta una serie di fattori che sarebbe lungo qui spiegare.
    Prima della crisi, il debito estero dell’Islanda era quasi inesistente. Si è gonfiato a dismisura quando lo stato, per non far crollare l’intero sistema creditizio nazionale, ha nazionalizzato le banche accollandosi tutti i debiti. Una mossa avventata ma inevitabile a mio avviso.
    Gli islandesi sono scesi in piazza perchè si son trovati a dover pagare debiti causati dalle speculazioni finanziarie di pochi banchieri (molti dei quali già in galera) e non dovuti ad aumenti della spesa pubblica o ad investimenti.
    Tecnicamente l’Islanda non ha dichiarato il default (che viene dichiarato in caso di insolvenza dei titoli di stato) ma ha semplicemente detto “Per i creditori esteri c’è tempo”.
    Per quanto riguarda i creditori “interni” non so valutare la cosa, ma credo si tratti di cifre ben più piccole e non ho notizie di rimborsi in questo senso.

  4. Sono anni che predico che la Costituzione, in uno Stato democratico, la deve scrivere il popolo e non i politici. Basta andare a vedere sul mio blog:ITALIA DEMOCRATICA . Proposte contro gli sprechi e i privilegi della casta.

  5. magari….quando iniziamo a mandare a in galera bancari politici e corrotti e usciamo dall’europa?qualcuno mi risponde?prima o alla fine dell’estate?

  6. Viviamo in una partitocrazia, mentre ci danno ad intendere che viviamo in una democrazia. La casta dei “repubblicani” ha preso il posto della nobiltà. Napolitano stà nella reggia, come il re. Loro si decidono gli stipendi , il vitalizio e tutto ciò che vogliono, mentre a noi cittadini spetta solo pagare ed obbedire e prendere quello che loro decidono. Quando proprio vuoi sfogarti li vai anche a votare, tanto se non ci vai tu, ci vanno loro, con il loro parenti e non c’è bisogno di quorum, ma se tu cittadino vuoi dire la tua con un referendum allora, spostano le date, in modo che non si voti anche le politiche o le amministrative, cercando di invalidare il referendum per mancanza del quorum. Vengono in tv e si proclamano democratici, difensori della libertà. Quale? La loro, libertà di decidere i loro vantaggi, di non essere arrestati, se non con il loro permesso e declamano che essendo eletti sono intoccabili per volontà popolare. Vi basta per capire che siamo in una dittatura dei politici?

    OCCORRE FARE COME IN ISLANDA: UNA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA E COSTITUIRE UN COMITATO COSTITUENTE DI CITTADINI, NON POLITICI, PER SCRIVERE LE REGOLE A CUI I POLITICI DOVRANNO ASSOGGETTARSI, QUANDO AMMINISTRANO LA COSA PUBBLICA, CON PRECISI LIMITI DI POTERE. CHI NON LE RISPETTA VA’ ESILIATO E CONFISCATI I SUOI BENI.

    • Ciao, giusto giustissimo, bene. Come in quale modo, anche riuscendo, utopisticamente, ad avere una coscienza civico-politica di tutti i cittadini, sia possibile uscire da sistema capitalistico? Il popolo italiano ( non l’unico) non è pronto. Non per colpa sua, ma! di chi ha studiato e impartito il programma di educazione sociale tavolino ad discapito della libertà di essere integri individui, ad ogni nato nel sistema capitalistico. La funzione sociale dell’educazione è di preparare l’individuo a operare nel ruolo che in seguito dovrà svolgere nella società; cioè di modellare il suo carattere affinché si avvicini al carattere sociale, affinché i suoi desideri coincidono con le necessità del suo ruolo sociale. Quanti al fine sono pronti a cambiare drasticamente? Resto dell’opinione che la massima di Socrate sia la miglior fonte per il riscatto dell’umanità.

  7. assolutamente daccordo sul fatto che la costituzione la debbano scrivere i cittadini, in quanto sono i principali consumatori di essa, se non altro in un futuro prossimo se ci saranno degli errori non si potra’ che riparare modificando e rendendo elastico il cambio di leggi. io la costituzione moderna di uno stato civile la vedo cosi’.

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