Nel mio ospedale c'è: un gioco di ieri, un incubo di oggi

Nel mio ospedale c’è.

Nel mio ospedale c’è una tale quantità di edifici semidistrutti e fatiscenti che non sembra di stare in Italia, ma a Tripoli dopo l’ultimo bombardamento. E in questi edifici… ci sono ancora i reparti.

Nel mio ospedale c’è una pista di atterraggio elicotteri sul tetto del mio padiglione; quando ne arriva uno mi ripercorre la stessa sensazione di cattivo presagio che avvertivo in montagna nel sentire, di notte, il volo del soccorso alpino.

Nel mio ospedale ci sono certi ascensori che pensi non possano esistere più, tanto meno in un luogo pubblico; hanno ante scorrevoli in plastica perennemente rotte, sono lentissimi e servono a trasportare sia i malati in barella sia l’esorbitante flusso di persone. Ore e ore d’attesa (sempre che non si blocchino, come accade un giorno sì e uno anche).

Nel mio ospedale ci sono reparti con esposte foto che ritraggono le camere alla fine dell’800: bella come idea. Peccato che quando varchi la soglia delle stanze da otto letti, alte quattro metri, con finestroni enormi in legno marcio, ti aspetti che sia Florence Nightingale a venirti incontro.

Nel mio ospedale c’è un pronto soccorso che ricorda un girone infernale: un ammasso di carne, sangue e lacrime, spalmato in spazi angusti e maleodoranti.

Nel mio ospedale c’è tanta di quella nevrosi e cattiveria che, se fosse possibile convertire tutta quell’energia negativa in calore, luce o elettricità, non avremmo bisogno nemmeno di citarlo il nucleare.

Nel mio ospedale c’è un centro prenotazioni che sembra un aeroporto: i pazienti ci chiedono il permesso di andare al “centro commerciale”. Non hanno tutti i torti.

Nel mio ospedale c’è un nonnismo tale che è difficile distogliersi dalla convinzione di essersi arruolati in marina.

Nel mio ospedale c’è pochissima umanità, buon senso e ragionevolezza; se tutti, ma dico tutti, ce ne mettessero un pizzico in più, forse le cose non andrebbero poi così male.

Nel mio ospedale c’è un piccolo gruppo superstite di esseri umani ancora degni di questo nome; quando ti capita di incontrarne uno, la sorpresa e la commozione sono così travolgenti che ti verrebbe voglia di abbracciarlo.

Nel mio ospedale c’è un rito di benvenuto ai nuovi arrivi: consiste in ignobili attacchi alla giugulare a qualsiasi ora del giorno e della notte, oltre a un superlavoro ai limiti della legalità, nella peggiore delle condizioni possibili.

Nel mio ospedale c’è una camionata di medici che non hanno voglia di fare assolutamente niente, che scrivono male le cartelle, che mandano al diavolo colleghi, infermieri e pazienti, che hanno come unico obiettivo quello di fare il meno possibile nel peggior modo possibile.

Nel mio ospedale c’è un tipo di specializzandi con cui è davvero bello e prezioso interagire: sono giovani curiosi, dediti, operosi; ce n’è un secondo, purtroppo, che meriterebbe l’estromissione dalla specialità tout court: giovani delfini di chirurghi onnipotenti ovvero miagolanti gatte morte che traggono beneficio da torbidi rapporti con chi riveste ruoli di comando.

Nel mio ospedale c’è una strana consuetudine: ai vertici, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono collocate persone dispotiche, ottuse, machiavelliche o semplicemente stupide e nevrotiche.

Nel mio ospedale c’è un padiglione talmente nuovo che, a distanza di anni dall’apertura, manca ancora la cartellonistica e, inevitabilmente, ancora si cercano alcuni dispersi.

Nel mio ospedale c’è una violenza dilagante: medici che spaccano porte e aggrediscono le persone intorno a loro, infermieri che si menano, pazienti e parenti che urlano, imprecano, maledicono, minacciano.

Nel mio ospedale c’è una credenza: chi è buono è fesso e va punito e sfruttato per questo.

Nel mio ospedale c’è sempre troppo poco tempo da dedicare a chi soffre: non c’è tempo per confortare, stringere una mano, asciugare una lacrima. E poi… che paura! Se il dolore fosse contagioso?

Potrebbe andare peggio di così?

Credo di sì; perché oggi, nonostante tutto, il mio ospedale c’è. Per tutti. Gratuitamente. A prescindere dal colore della pelle, dal conto in banca e dalle assicurazioni.

E domani?

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5 pensieri su “Nel mio ospedale c'è: un gioco di ieri, un incubo di oggi

  1. bellissimo post.
    rispecchia al 100% la realta’, e parlo da futuro papa’;sto frequentando spesso il mio ospedale di zona e mi rendo conto che quello che racconta la scrittrice dell’articolo non e’ poi cosi’ tanto al di la della realta’.

  2. Purtroppo no, caro Roberto. Tutto ciò che ho scritto è derivato dalla mia esperienza personale. Spero che riusciate ad essere seguiti dai pochi esseri umani rimasti. In bocca al lupo per il grande evento!!! 🙂

    • l’ospedale che tu citi mi sembra di riconoscerlo per filo e per segno… e penso proprio che sia pure quello dove lavoro io!!!
      ma il tuo racconto amaro e crudo non mi sembra esaustivo!!!
      il mio ospedale è fatto di persone che pur se piene di limiti (personali e strutturali) cercano di dare del proprio meglio per assistere malati nelle condizioni più disparate; al tempo stesso fanno corsi zen per non rispondere male a parenti e pazienti che pensano di essere su un aereo o al ristorante… e si non sempre si riesce!!
      la gente che lo frequenta è uno spaccato di mondo… gente per bene, maleducati, scansafatiche, gran lavoratori, matti, stressati, e frustrati!!
      e poi ancora gente che non fa niente che si giustifica con il basso stipendio.. ed altri che si fanno in 4 e riescono ancora a sorridere… o riescono a dare una mano ad una persona che sta male, oppure ad una che ha appena lasciato un familiare in un letto di terapia intensiva…
      beh io rimarrò un sognatore ma penso che gli esempi positivi superino di gran lunga quelli negativi!!
      io invece lavoro nel padiglione che hai a ragione chiamato il centro commerciale.. magari prima o poi ci incontreremo…. e spero che quel giorno la visione di dove sei e di quello che stai facendo sia migliore…. o forse ho sbagliato tutto io!!!

  3. Una lunga, doverosa risposta a Massimo.
    Per definizione, il sognatore, l'”utopista” è colui che si astrae dalla realtà, poiché questa non gli basta, non lo soddisfa, non lo appaga. E tale definizione sembra calzare più a me che a te.
    A me non basta che in un contesto difficile come il nostro esistano solo rari (e ripeto rari) esseri umani degni di questo nome; non basta che un esiguo numero di persone – me compresa – faccia percorsi psicodinamici per affrontare al meglio la nostra professione, per non far danni a se stessi e al prossimo.
    Non possiamo permettere che il lavoro fatto bene sia un’eccezione.
    Io non mi accontento che la dura realtà assistenziale sia uno spaccato di mondo: il buono, il brutto, il cattivo. E soprattutto: il nevrotico, lo psicotico, lo sfaccendato, il fancazzista.
    Io dal mondo assistenziale pretendo di più: perché – con tutto il rispetto per chi li maneggia – noi non abbiamo a che fare con viti e bulloni. Sono esseri umani quelli con cui abbiamo a che fare, spesso arroganti, a volte accidiosi e malvagi, concordo pienamente. Ma il più delle volte sono persone che soffrono, che hanno bisogno di noi, del nostro aiuto. E non delle nostre nevrosi e frustrazioni.
    Servono enormi cambiamenti, sia a nostra tutela, sia a tutela del malato. Serve un sistema in cui l’inamovibilità del fancazzista venga rimossa, il merito venga premiato, i limiti dei professionisti vengano calcolati e rispettati, dove chi sbaglia per superficialità paga e chi pretende senza ritegno e gratitudine venga messo per ultimo.
    Tutto questo non è positivo; tutto questo è problematico, difficile, critico. Richiede un enorme cambiamento, che parte proprio dalla consapevolezza dell’errore, del malfunzionamento, della fallacità di un sistema, per poi correggerla. A mio modo di vedere, questa è l’unica modalità attraverso la quale potersi evolvere.
    Ti auguro un buon lavoro,
    BB

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