Meridiano Zero – Ma è davvero questo il mondo che vogliamo?

Mea culpa. Sono mancato da queste pagine troppo tempo, colpa mia, davvero, scusate.

Non che, dall’ultimo mio articolo, sia successo chissà cosa. O meglio, è successo di tutto, forse pure di più, ma non ci si è spostati tutto sommato di molto. C’è sempre Berlusconi contro tutti (“viviamo in uno Stato di Polizia“, il suo Signor Presidente ), ci sono sempre le intercettazioni, c’è sempre la  crisi, la scuola che non funziona (per dire, mio fratello attende i risultati di scienze motorie dal 5 Settembre e le iscrizioni scadono il 30), c’è sempre la Minetti, c’è sempre la Gelmini, ci sono sempre le gaffe (da ultimo quella del tunnel, bella prova Mariastella, bella prova davvero).

Oddio, qualcos’altro è successo, come nelle peggiori serie TV spuntano nuovi personaggi di dubbia moralità intorno al Premier, come quel Valter Lavitola turista panamense di lusso (come la Farnesina ha dichiarato “non ha in alcun modo fatto parte della delegazione che ha accompagnato il Ministro degli esteri da Roma a Caracas e successivamente da Caracas a Panama, con rientro diretto da Panama a Roma” quindi si può evincere che fosse lì per piacere) a cui giunge il consiglio del Presidente di rimanere dove è, ovvero latitante, o quel Milanese consigliere di Tremonti che, ovviamente con il beneficio del dubbio, gli inquirenti vedono al centro di scambi di favori in cambio di Rolex e macchine di lusso. Ovviamente sempre al centro di tutto escort, mignotte, minorenni e quant’altro possa essere inserito in un Bunga Bunga che si rispetti, che come ci tiene a precisare la Signorina Terry De Nicolò (fonte: Il Fatto Quotidiano) “Se sei onesto non fai un gran business, se vuoi andare in alto devi passare sopra i cadaveri ed è giusto che sia così“. Infatti signorina, è giusto che sia così. E’ confortante saperlo.

Attenzione tra l’altro ad un nuovo caso “Milanese”. Dopo Papa e appunto il già citato faccendiere di Tremonti, anche il Ministro Romano (attualmente al dicastero per l’agricoltura) è finito al voto della Camera dopo le nuove intercettazioni scoperte dal GIP Castiglia. Il Governo, che misura la fiducia del Parlamento non sulle manovre, sui provvedimenti o sulle riforme, ma sulle richieste di arresto dei parlamentari, incassa ancora una volta la fiducia e “salva” Romano, come prevedibile.

Ma è davvero questo il mondo che vogliamo?

L'informazione on line: intervista ad Alessandro Gilioli

In un periodo in cui la mannaia della censura rischia di calare sulla libertà di informazione e su quella di opinione di tutti i cittadini, grazie alla vergognosa legge bavaglio promossa dalla maggioranza, una riflessione sul ruolo di internet, dei blog e dell’informazione on-line è quanto mai attuale. A questo proposito, abbiamo deciso di intervistare Alessandro Gilioli, giornalista de l’Espresso e autore del blog Piovono Rane per la stessa testata.

1) Quanto è calzante, a livello di contenuti, il paragone fra un blog, come Piovono Rane, curato per una testata e una rubrica fissa sulla versione stampata della stessa testata?

Sono due cose molto diverse. Diverse nei linguaggi (quello del blog è più diretto, informale e soggettivo), nei contenuti (il blog ti permette di variare molto gli argomenti e le corde) nonché nelle misure (la rubrica ha spesso un ingombro fisso, nel blog puoi fare un post di una riga o di diecimila caratteri). E ovviamente cambia tutta la relazione con il lettore, che si fa più colloquiale e interattiva.

2) Quali sono le analogie e le differenze fra essere giornalista “classico” e blogger? Il web cambia solo la diffusione delle informazioni o modifica anche il contenuto e la natura dell’attività giornalistica?

La seconda che hai detto, almeno per quanto riguarda i blog (che sono personali) ma spesso più in generale nell’informazione digitale. La possibilità di usare un linguaggio diverso e più soggettivo cambia il modo in cui ti rapporti ai lettori. Senza dire cose già note: gli hyperlink modificano il contenuto, così come la relazione con chi ti legge è modificata dalla possibilità di interagire, di commentare, di rispondere, di correggerti etc etc. Sarebbe molto sbagliato pensare che la comunicazione sul web sia come quella sulla carta, ma fatta di bit anziché di inchiostro.

3) Internet offre a chiunque la possibilità di rendere pubblica la propria opinione su qualunque argomento. Cosa pensa del giornalismo “dal basso” e del cosiddetto “cloud journalism”? In questo senso, internet cambia il modo di fare giornalismo o lo soppianta?

Credo che la comunicazione (parlerei di comunicazione più che di giornalismo, parola quest’ultima legata all’informazione verticale) sia sempre di più una galassia in cui c’è dentro di tutto e in cui ciascuno si serve di quello che vuole, senza neppure stare a chiedersi se è cloud o mainstream. Semmai all’interno di questa galassia, la differenza che resterà è quella tra comunicazione professionale (fatta cioè da chi ha il tempo e i soldi per fare comunicazione professionalmente traendone un guadagno) e chi invece fa comunicazione non professionale (non necessariamente peggiore, ma senza il tempo e gli investimenti dei primi).

4) Lo scambio di informazioni e di opinioni sulla rete può sostituire il giornalismo professionistico o non può che esserne il complemento?

Lo scambio di informazioni e di opinioni in rete è e sarà sempre di più una componente importante della galassia complessiva della comunicazione. Quindi chi fa comunicazione professionale sarebbe un pazzo se non la frequentasse e se non ne facesse parte. Né sostituzione né complemento dunque: parte molto importante di una più ampia e intrecciata galassia comunicativa.

5) Sempre più spesso, i media “mainstream” inseguono tendenze e dibattiti aperti sul web. Di fronte alla possibilità di un “passaparola” globale e istantaneo, la figura del giornalista di professione è ancora sinonimo di autorevolezza?

L’autorevolezza nel Web te la conquisti giorno per giorno, e non in breve tempo, che tu sia giornalista o no. Poi certo: un comunicatore professionale ha più tempo materiale per dedicarsi meglio e di più (se non è un cialtrone) a conquistare un rapporto di fiducia e di credibilità con chi lo segue.

6) Ai primi di giugno, a Barga (Lu), durante la consegna del “Premio Benedetti”, il direttore de L’Espresso Bruno Manfellotto ha criticato il giornalismo on line, che a suo parere trabocca di dilettantismo. “Questi ragazzi” ha proseguito “non me ne vogliano, hanno poca memoria di questo Paese”. Lei cosa ne pensa?

Io credo che parlare di »giornalismo on line» sia un po’ vago: parliamo di testate tradizionali che vanno anche on line (tipo Repubblica o Corriere, ma anche il sito dell’Espresso che ha due milioni di visitatori al mese), parliamo di testate solo on line (tipo il Post o Linkiesta), parliamo di blog, parliamo di social network? È, come dicevo, tutto parte di una galassia molto ampia e variegata rispetto alla quale un giudizio unico mi pare un po’ riduttivo. In ogni caso, grazie a Dio L’Espresso non è una caserma e ognuno può pensarla in merito come crede.

7) Vista l’enorme difficoltà ad entrare nel mondo del giornalismo per i giovani “colpiti” da questa passione e la totale mancanza di apertura verso le nuove leve, trova che un progetto partito dal basso (ad esempio il nostro) sia una strada giusta da percorrere?

Certo. Avendo però ben presenti le difficoltà economiche che si devono sostenere per affermarsi in un mercato della comunicazione digitale in cui anche i brand più affermati faticano. E frequentando il più possibile ogni forma di comunicazione, mainstream o cloud che sia, digitale o su carta o su altro supporto che sia.

8)Cosa pensa dell’Ordine dei giornalisti? Trova sia un organo finalizzato a tutelare la qualità dell’informazione e la libertà d’opinione dei giornalisti, oppure uno strumento per limitare il numero di soggetti che fanno questo mestiere?

L’Ordine dei giornalisti è una sovrastruttura che serve soltanto a garantire una poltroncina e un po’ di potere a chi lo governa.

 

 

Domande a cura di: Salvo Mangiafico, Erika Farris, Marco “Griso” Iorio.

Cosa resterà del tg1?

Sono rimasti in pochi, ormai, gli italiani che, più per abitudine che per un reale interesse, si sintonizzano alle 20.00 su Rai 1. Sono scioccanti gli ultimi dati d’ascolto del telegiornale diretto da Augusto Minzolini, che scende al di sotto del 20% di share. Si tratta di un calo storico, giustificato da una diminuzione della qualità senza precedenti. Il tg1, ormai dominato dalla cronaca multicolore, è stato ridotto ad una vetrina in grado di offrire solo una visione parziale degli avvenimenti, deformata sovente dalle parole del direttore stesso che si perde, con cadenza regolare, in prolissi editoriali in difesa del presidente del consiglio. Memorabile è quello del 19/09/2011, dal quale si è dissociato perfino il presidente della RAI Paolo Garimberti: ”Non parla a nome della RAI”.  Nel comunicato il direttorissimo manifesta la propria contrarietà alla tesi di Pierluigi Battista, editorialista che sul Corriere della sera invita il centrodestra a considerare, alla luce delle ultime intercettazioni, un eventuale nuovo governo. Non essendo caduto all’epoca del Rubygate e delle scissioni interne della maggioranza, Minzolini proprio non capisce perché il premier dovrebbe dimettersi ora che (per una volta) non è né indagato né imputato, ma parte lesa.

Il direttore, si scaglia, in seguito, contro la stampa, contro un’opposizione considerata incapace di rappresentare una reale alternativa politica e di “varare una qualsiasi manovra in una situazione di emergenza”. Sono parole interessanti, soprattutto se pronunciate nel periodo in cui le borse bocciano il provvedimento promulgato dalla maggioranza. La palese faziosità delle affermazioni di Minzolini, però, è qualcosa a cui tutti gli spettatori si sono abituati, anzi, ciò che più ha stupito l’italiano medio è stata la scelta del giornalista di affrontare un simile argomento. Si, perché sempre più spesso, ormai, il tg1 distoglie la nostra attenzione dai problemi reali del paese con notizie della rilevanza de:”Il maggior numero di cani in grado di saltare la corda contemporaneamente”,  “La vendetta di Elisabetta Canalis” o “Il divieto di offrire al bar”, in un escalation che culmina quando, a telegiornale inoltrato, viene offerto ai (pochi) telespettatori  l’ennesimo servizio sul caso  Melania Rea, ormai privo di novità concrete ma sempre calzante.

Mentre  si concludono le indagini dell’inchiesta che vede il direttore indagato per il reato di Peculato ( reato compiuto da chi, nell’esercizio del pubblico servizio, disponendo di denaro o altra cosa mobile altrui, se ne appropria ), atto che di solito precede il rinvio a giudizio, qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che, pur avendo speso ben 68 mila euro nell’arco di 13 mesi  con la carta aziendale, il direttore non sia ancora incorso in alcuna sanzione proporzionale. [Fonte: Il Fatto Quotidiano]
Ma in una Rai che perde pezzi come la Dandini, Santoro, Saviano e Ruffini e che si sgretola inesorabilmente, questa è forse l’ultima di una lunga serie di domande che andrebbero poste al direttore generale Lorenza Lei. Tutto ciò, ovviamente, a vantaggio di altre reti, che acquistano potere e credibilità. Ne è un esempio il tg7 che vince, non di rado, il confronto con il tg1. Ed è semplice intuire il perché.

Al servizio pubblico ormai c’è solo posto per i Ferrara, i Vespa e i Minzolini e per chiunque abbia parole lusinghiere da dedicare alla casta. Le domande sono acerrime nemiche della politica contemporanea e il buon giornalismo, quello meticoloso e imparziale sembra solo un lontano ricordo. Sono emblematiche in tal senso le parole di Carlo Verna, segretario Usigrai :

Augusto Minzolini è riuscito nell’impresa di far perdere autorevolezza al più importante telegiornale della storia della televisione. Grandi professionalità mortificate, un prodotto fazioso e di parte. Fino a quando il servizio pubblico potrà continuare ad abusare della pazienza dei suoi utenti? “[Fonte]

Già. E fino a quando questi resteranno in silenzio a guardare?

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Un uomo solo (era) al comando

Lo storico telecronista del ciclismo Ferretti amava aprire le sue telecronache con una frase: “Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”. Già, perche Coppi volava ed era sempre solo, in positivo. All’Inter invece c’era un altro uomo solo al comando, purtroppo per lui, però.

Gian Piero Gasperini ha concluso la sua avventura sulla panchina interista senza gloria e con tanto rammarico da parte sua, galantuomo apparso subito inadatto ai colori nerazzurri. Senza esperienza in una grande si dirà, ma non soltanto quello. Vediamo cosa ha portato Moratti e compagni a puntare su di lui. Innanzitutto, c’è da premettere che evidentemente per allenare i nerazzurri ci vuole una persona smaliziata. Mourinho è il re in questo e di conseguenza si è rivelato perfetto, Benitez molto meno e difatti non ha avuto vita facile. Allo spagnolo non hanno lasciato tempo, del resto raccoglieva una eredità pesantissima (ma non dimentichiamoci che parliamo di un tecnico che portava con facilità il Liverpool in finale di Champions League, mentre ora i “reds” navigano in cattive acque) ed il suo gioco diverso da quello del portoghese non ha potuto far dimenticare ai tifosi lo “Special one”. Leonardo in pratica non ha fatto altro che riproporre quello che era il gioco della vecchia Inter di Mou.

Ora, cosa accade quest’estate? Semplice, in pochi vogliono prendersi la patata bollente ed a sedersi su una panchina già rovente è uno che era fra le seconde scelte (immaginate come si possa sentire la persona in questione) quindi già non ci siamo. Doveva andare al Napoli ma poi viene rispedito al mittente dopo il chiarimento fra Mazzarri e De Laurentiis (tanti i tifosi azzurri che hanno tirato un sospiro di sollievo). Il curriculum del Gasp però sembrava buono: giovanili alla Juventus (cosa poco gradita ai tifosi interisti) con un Torneo di Viareggio vinto, esordio col Crotone portato incredibilmente in Serie B e mantenuto poi in cadetteria per due anni. Approda al Genoa e riporta il “grifone” in Serie A, venendo confermato, lanciando Milito e meritandosi addirittura la “panchina d’oro”, premio assegnato al miglior allenatore dell’anno dai suoi colleghi. Diviene il primo allenatore della storia rossoblù a vincere tre derby consecutivi, ma poi il suo rapporto con la città ligure si interrompe con un esonero.

Ok, i presupposti per ritenerlo un buon allenatore di Serie A ci sono tutti. Da grande? Uhm, difficile. Innanzitutto per il suo gioco troppo alternativo per una Inter che non ha mai giocato con la difesa a tre. Un mercato strano, con partenze eccellenti come quella di Eto’o (che dice di credere nel progetto della sua nuova squadra russa, con venti milioni di buone ragioni all’anno) e conferme in extremis come quella di Sneijder, da subito apparso inadatto al suo modulo. Arriva Forlan, ma il sei agosto è già tempo di derby. Supercoppa Italiana, col Milan che capisce che in caso di vittoria non solo porta a casa il trofeo ma mette già sotto pressione una diretta concorrente allo scudetto. Segna proprio Sneijder, ma gioca fuori ruolo e quando i Campioni d’Italia cominciano a fare sul serio sono dolori: prima sconfitta e primi mugugni. La difesa non convince ed un mese dopo a Palermo all’esordio in campionato è tragicomica: quattro reti rosanero e i mugugni diventano proteste. Contro il Trabzonspor, squadra turca dal nome impronunciabile, arriva uno stop casalingo in Champions che ha del ridicolo, con incredibili gol falliti (a tradirlo proprio il “suo” Milito) e nessuna scusa: con una team del genere non puoi perdere nemmeno se giochi in otto. Uno zero a zero con la Roma lo porta sul baratro ed un ko con il Novara (che mancava in A da oltre mezzo secolo) è davvero troppo.

Di chi sono le colpe? Di tutti. Della società, che ha dimostrato inadeguatezza nella scelta sia facendolo sentire da subito un ripiego sia nel non capire cosa veramente servisse. Dei giocatori, con alcuni senatori che hanno remato contro forse (lo scopriremo a breve) ma che sicuramente non si sono dannati l’anima. Del tecnico, perchè troppe scelte sono apparse veramente assurde, ma dettate dalla mente di qualcuno che si sente veramente, ma veramente solo. Fin dall’inizio, contro tutti. Per reggere ci vogliono qualità che Gasperini al momento non ha (magari le avrà in futuro), ma una cosa è sicura: questa storia è cominciata male, è proseguita peggio ed è finita…bah, diciamo solo che è finita.

E adesso? Adesso c’è Ranieri, l’uomo perfetto per l’Inter di oggi. Ai nerazzurri serve tranquillità e l’ex-tecnico di Roma e Juventus porta esattamente quello. Purtroppo nulla di più, visto che è stato battezzato “l’eterno secondo”, ma i presupposti per risalire la china ci sono tutti. Innanzitutto sono arrivate subito due vittorie a risollevare campionato e coppa, poi lo stile di gioco più consono alle caratteristiche dei giocatori ed ultimo ma non ultimo…i giocatori stessi. Perchè a quanto pare Ranieri è al comando, ma a differenza del suo predecessore non è… solo.

Un'Italiana a Bruxelles: il viaggio

Una coppia di giovani speranzosi, una Renault Clio del 2001 e un bagagliaio stracolmo di valige e scatole, dominato da una testa parlante di Darth Fener: totem di ricordi universitari e di una stravagante passione cinematografica.
Una lacrima interrotta e un abbraccio di saluto, per scappare da una quotidianità pagata a quattro soldi, fra pacche sulle spalle e bile nello stomaco.

1200 chilometri da percorrere e sei nazioni da attraversare, con un bagaglio di nostalgia e punti di domanda, diretti verso quell’Estero tanto invidiato. Alle spalle una città di ricordi e l’amicizia delle persone che l’hanno vissuta insieme a te.

Un viaggio da 16 ore, alla scoperta di quei piccoli particolari che i libri di geografia non ti raccontano.

In Svizzera un uomo in divisa ti ferma alla dogana e ti invita a scendere dall’auto per pagare 40 franchi di autostrada (poco meno di 40 euro), con una differenza restituita in spicciolini elvetici mai più riutilizzabili.

In Germania le autostrade non si pagano e la mancanza di limiti di velocità ti invoglierebbe a schiacciare il piede sull’acceleratore, se non fosse per i continui “baustelle” (lavori in corso) “umleitung” (deviazioni) di cui nemmeno gli impeccabili tedeschi riescono a fare a meno.

Una notte nel freddo campeggio della meravigliosa Friburgo e due pasti a base di wurstel e birra prima di ritrovarsi ai caselli autostradali francesi, dove il panico per la mancanza del ticket passa solo dopo aver scoperto che la tariffa è già prestabilita.

Neppure Lussemburgo e Belgio riescono a riportarti al vecchio motto “all’estero la benzina costa meno”, sebbene fare il pieno dopo aver chiesto a due passanti quale fosse il carburante giusto per la tua auto ti faccia provare sensazioni impareggiabili: tra gusto del rischio e cieca fiducia verso il prossimo.

Una coppia di italiani in terra straniera, in una Bruxelles meno fredda e piovosa del previsto, dove la prospettata internazionalità lascia invece ben poco spazio a coloro che non parlano francese e fiammingo. La capitale dell’Unione Europea in cui viene richiesto un interprete per iscriversi all’ufficio di collocamento, e dove scopri che non solo in Italia le persone manifestano una certa avversione per la lingua inglese.

Un’avventura appena cominciata e una pagina bianca da riempire, tra ansie, speranze e mille curiosità…

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Libertà di informazione, bye bye…

Il disegno di legge n. 1611, dai più conosciuto come “legge bavaglio” contro le intercettazioni, mette in gravissimo pericolo la libertà di informazione sul web e l’esistenza di tutti i blog e i siti che in Italia cercano di fare un’informazione alternativa.

Per i siti informatici, ivi

compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le
rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto
ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita` della notizia
cui si riferiscono."

Nel simpatico disegno che vuol porre fine alle intercettazioni (chissà come mai i politici ne hanno così tanta paura, eh?), al comma 29 dell’articolo 1, appare una norma che è destinata a distruggere gli ultimi scampoli di libertà che ci rimangono in rete. In pratica, se dovesse essere approvato (ma vista la fretta dell’esecutivo di pararsi il didietro, questo accadrà), obbligherà ogni blogger, autore o semplice utente a rettificare il contenuto pubblicato semplicemente dietro una segnalazione del diretto interessato.

Se già in passato lo strumento della querela (abusato e stra-abusato) teneva i bloggers con il fiato sospeso e il terrore di finire in tribunale (causa penale, ricordiamolo) per aver espresso una semplice opinione (con nessun “rischio” per la parte in causa, che quindi poteva querelare quanto voleva), adesso non servirà neanche tutta la trafila. O arriva la rettifica in 48 ore, oppure multe salatissime fino a 12.000 euro. Capirete che è nient’altro che un bavaglio, una censura assoluta che mette in pericolo qualsiasi contenuto online. Fermo restando che è sacrosanto il diritto di sentirsi diffamati e di ricorrere agli organi per difendersi da dichiarazioni false, sbagliate o offensive, ed è giusto che le persone siano tutelate in qualche modo, è sconvolgente l’idea che basterà segnalare qualsiasi contenuto per farlo rimuovere-rettificare in tempi rapidissimi, e senza discussioni.

Rimane ancora l’equiparazione tra blog e prodotti editoriali classici, che è forse a monte il primo problema da risolvere. Da un lato media che hanno dietro finanziamenti, protezioni sindacali, copertura legale, dall’altro i semplici cittadini (spesso giovani) che esprimono le loro opinioni, che raccontano delle storie, sprovvisti di alcun tipo di tutela. Capirete anche voi che “minacciare” velatamente un blog è semplice. Mentre un quotidiano, ad esempio, alla querela/richiesta di rettifica si mette lì e analizza, decide, si tutela, il blogger di turno è già attualmente costretto a battere in ritirata se non si vuole trovare a spendere denaro e tempo appresso ad una causa.

Se questo disegno di legge dovesse passare, oltre ai tremendi lati negativi della limitazione delle intercettazioni (di quanti casi non saremmo a conoscenza, oggi?), il blogger non potrà neanche più riflettere concretamente sulla possibilità di difendere le proprie idee. Devi rimuovere il contenuto entro due giorni, oppure ti becchi la multa. E chi decide se c’è vera diffamazione? Nessuno. Il passaggio è automatico: segnalazione – obbligo di rettifica. Sconvolgente. 

Questo potrebbe significare la morte totale della libertà di opinione sul web. Senza esagerare con gli allarmismi, appare molto concreta la possibilità che un blog o un sito, che dà fastidio a qualcuno semplicemente perché dice le cose con una voce fuori dal coro, possa essere tartassato di segnalazioni, articolo su articolo, e alla fine sarebbe costretto a chiudere. La Cina con il suo controllo totale della rete non è poi così lontana, pensateci.

Una classe politica vecchia, rimasta nella preistoria, con decine di scheletri nell’armadio, si protegge togliendo giorno per giorno ogni libertà ai cittadini. Si sono resi conto molto bene che la rete non ha scudi, non ha specchietti per le allodole, non è, in poche parole, controllabile. Non è come la TV, dove sei obbligato a vedere quello che dicono loro. Non è come i giornali, dove sei obbligato a leggere quello che dicono loro. No. La rete dà la parola alle persone, ai semplici cittadini, a chi vota quella gente e a chi li manda a governare (spesso male) e a fargli ottenere le loro pensioni d’oro e le loro poltrone. E questo evidentemente non è più tollerabile.

Non resta che la sensazione di schifo di fronte a idee così arretrate, fuori dal tempo, che ci costringeranno a vivere in un Paese sempre meno libero. Sono curioso di sapere voi lettori cosa ne pensate a riguardo. Io sono ormai senza parole.

E' tutta questione di genere

Al suono di “Se non ora quando” si è avviata una nuova stagione del femminismo italiano, che si sta  nutrendo sempre più di manifestazioni, eventi culturali, volti a dare voce a quelle donne che non si sentono per niente rappresentate dalla cultura attuale, ancor meno dalla politica e dai mezzi di comunicazione.

Sempre valide ma poco al passo con i tempi, le idee del femminismo italiano si erano fermate storicamente agli anni ’70, agli slogan de “l’utero è mio e io lo gestisco”, mentre a livello effettivo ci erano rimaste le sempreverdi Jo Squillo e Sabrina Salerno al grido di “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”.

Ora che anche le più giovani avvertono, a ragione, l’esigenza di sentirsi rappresentate, di trovare un’identità comune in cui riconoscersi, appare fondamentale un rimando a quelli che sono le origini, il rimando al genere.

Gli studi di genere propongono un approccio multidisciplinare legato al significato di identità di genere. Nati negli anni ’80, gli approfondimenti sul genere traggono spunto dagli studi sul femminismo, in correlazione agli studi sull’omosessualità , e dalla filosofia francese che ebbe come maggiore esponente in quegli anni Jacques Derridà.

Parlare di studi di genere non comporta l’affrontare una disciplina, quanto piuttosto una modalità interpretativa che si sta sviluppando soprattutto negli ultimi anni, attraverso diverse discipline, e che si focalizzano sullo studio dell’identità del soggetto.

La distinzione originaria che viene posta in essere è quella tra sesso e genere, individuando nel primo una demarcazione di tipo biologico, nel secondo invece la rappresentazione di atteggiamenti e comportamenti, proprie della visione di mascolinità e femminilità, definiti dalla cultura di appartenenza. A ciò è correlato anche il ruolo di genere, quindi la modalità di esteriorizzare la propria identità maschile o femminile.

Il genere non è un drammatico destino a cui andare incontro, poiché a partire dalla dimensione biologica, data dalla nascita, l’identità di genere viene costruita, delineata, rappresentata nel corso del tempo.

A tal proposito la filosofa femminista Simone de Beauvoir afferma: “non si nasce donna, vi si diventa”.

Da sottolineare come gli studi  femministi d’esordio  rispondevano all’immagine di donna bianca, mediamente benestante, con una cultura discreta. Questo elemento ha fatto sì che gli studi di genere avessero un grande seguito soprattutto nei Paesi più poveri, meno occidentalizzati, in cui si è cercato di offrire, attraverso questo tipo di cultura interpretativa, un’analisi che appartenesse anche alle cosiddette “subalterne”, vittime di una cultura poco emancipante. Non a caso una delle più grandi studiose del genere è stata Mahasweta Devi, indiana di lingua bengali, che nei suoi testi racconta un’India diversa da quella del nostro immaginario, che per lo più arriva ai film di Bholliwood e a Sandokan, che oltretutto era la tigre sì, ma della Malesia.

Gli studi di genere sono stati e restano il caposaldo per una nuova visione interpretativa, in cui siamo noi, donne e uomini, a fare la differenza, con il nostro modo di vivere la cultura, senza che essa ci venga imboccata col cucchiaino.

E forse tra l’inno “tremate, tremate le streghe son tornate” , e le immagini poco edificanti di signorine che passano con versatilità dal letto alla poltrona politica e viceversa, ci siamo noi, le ragazze che lottano nel quotidiano, che si impegnano e ogni tanto si disimpegnano anche, affinché “non più puttane, non più madonne, ma finalmente donne”.

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Due anni insieme! Auguri Camminando Scalzi

Due anni fa cominciava l’avventura Camminando Scalzi. Un’idea un po’ folle di quattro amici appassionati di scrittura, che misero su un sito con la voglia di condividere le proprie opinioni, di fare un’informazione alternativa, libera da ogni vincolo, diventava realtà in quell’ormai lontano settembre 2009. Nessuno di noi avrebbe immaginato di compiere due anni insieme, e di vedere la nostra creatura arrivare a questo punto.

635 articoli pubblicati, 2.787 commenti ai post, quasi 300.000 click unici, una media giornaliera che tocca le mille visite, 3.245 fan sulla nostra pagina Facebook, centinaia di iscrizioni rss, decine di blogger che hanno scritto per noi… numeri, freddi numeri, che descrivono nel modo più accurato e caldo quanto grande è diventato questo piccolo sito che ha soltanto due anni di età, ma è già abbastanza cresciuto da camminare (scalzo) sulle proprie gambe. Tante sono le persone che sono passate su queste pagine a collaborare con noi, chi è andato via, chi è arrivato soltanto una settimana fa, e tanti sono stati gli articoli che ci avete mandato voi lettori, che abbiamo puntualmente pubblicato, dando a tutti la possibilità di esprimersi in questi tempi così bui.

Non è stata una strada tutta in discesa, bisogna ammetterlo. Abbiamo incontrato delle difficoltà, le più disparate, abbiamo visto persone che avevano contribuito a fondare l’idea di Camminando Scalzi andare via inseguendo gli impegni più pressanti della vita, abbiamo fatto amicizia con nuove persone che hanno sposato piene di speranza la nostra idea e la nostra filosofia. Amici, è così che ci sentiamo di definirci, amici con una passione in comune, quella della scrittura, dell’informazione, del giornalismo. Amici che stanno diventando una famiglia virtuale.

Cominciavamo quest’avventura quando l’ormai stra-abusato termine “dal basso” era ancora al di là da venire, e noi proprio “dal basso” abbiamo fatto i nostri piccoli passi, impegnandoci quotidianamente a fornire un’informazione originale (tutti i nostri articoli sono scritti apposta per noi!), gratuita (siamo totalmente autofinanziati, sul nostro sito non c’è una sola riga di pubblicità e, dopo due anni, siamo ancora molto orgogliosi di questo), cercando di raccontarvi storie in una maniera nuova, storie che nessun’altro racconta, con gli occhi di chi le ha vissute, di chi le ha osservate, di chi ha voluto raccontarcele e raccontarvele.

E poi ci siete voi lettori, persone che ci seguono dalla primissima ora, persone che sono arrivate solo oggi, ma a tutti voi va il nostro primo ringraziamento. Avere una comunità così numerosa che ci segue è la nostra più grande soddisfazione, perché è proprio da questa comunità che andiamo a pescare la nostra voglia di andare avanti, la nostra voglia di condivisione e di informazione libera. Quindi, a nome di tutta la redazione, il primo ringraziamento -e il più grande- va proprio a voi lettori, che ci seguite quotidianamente o saltuariamente, ma che non mancate mai.

Il secondo enorme ringraziamento va a tutte le persone che lavorano o hanno lavorato per Camminando Scalzi. Questo piccolo maniero che abbiamo costruito è fatto di mattoni posati uno per uno, e ognuno di quei piccoli mattoni rimarrà sempre nella storia del sito. Senza queste meravigliose persone con cui collaboriamo giorno per giorno, con cui abbiamo collaborato in passato, non saremmo sicuramente arrivati fino a questo punto. Quindi grazie anche a tutta la redazione passata, presente e futura.

Quando si spengono le candeline, bisogna chiudere gli occhi ed esprimere un desiderio. Il nostro desiderio è quello di continuare ad offrirvi un altro anno fantastico di informazione libera fatta senza scudi e senza influenze, mantenendo la nostra libertà di fondo e battendoci per essa. E ci auguriamo che la nostra community possa crescere ancora di più, che possiate diventare più numerosi ancora, che possiate continuare a “premiarci” con la vostra presenza come avete fatto finora e ancora di più (e qui ci dovete aiutare anche voi a farci conoscere!)

Siamo davvero commossi di essere arrivati fino a questo punto, e siamo davvero contenti di averlo fatto. Questo ci darà energia e forza per andare avanti, ancora meglio, ancora più caparbi nell’inseguire la nostra passione.

La Redazione di Camminando Scalzi

Tanti auguri Camminando Scalzi, di cuore.

Che possiate essere tutti liberi, liberi come ci si sente Camminando Scalzi

Volo Bologna-Palermo: andata senza ritorno

Venerdì 27 giugno 1980, l’aereo di linea Douglas DC-9 della compagnia aerea Itavia si disperde nella tratta tra Ponza ed Ustica.

Ora diamo i numeri… Sono le ore 22.00 quando un Breguent Atlantic dell’Aeronautica rinviene i primi relitti e cadaveri. 81 morti (anche se si recupereranno soltanto 38 corpi): 77 i passeggeri, 4 i membri dell’equipaggio, 13 i bambini a bordo. Infine 31 sono gli anni in cui i familiari delle vittime attendono la verità su una delle vicende più torbide cha hanno coinvolto il nostro bel Paese.

Il volo IH870 decolla dall’aereoporto di Bologna alle ore 20.08, con due ore di ritardo, diretto a Palermo. Il volo prosegue normalmente, fino alle ore 20.58, orario dell’ultimo contatto con la torre di controllo di Roma, a cui fanno seguito prima i numerosi silenzi, poi le prime ricerche a cura del Soccorso Aereo di Martina Franca, infine al rinvenimento dei rottami prima, di alcuni cadaveri poi. Pochi i fatti certi, molti i dubbi e le incertezze, infiniti i silenzi e i tentativi di depistaggio su cui si è cercato di fare luce negli ultimi anni, ma che lasceranno sempre zone d’ombra troppo vaste.

Sono stati aperti procedimenti dalle procure di Roma, Bologna e Palermo, con la magistratura e Rino Formica, allora ministro dei Trasporti, il quale ha nominato una commissione d’inchiesta diretta dal dottor Luigi Luzzati. Quest’ultimo si è dimesso dalla suddetta nel 1982 a causa di contrasti con la magistratura. La prima ipotesi, quella di un cedimento strutturale dovuto alla cattiva manuntenzione, proposta nella prima requisitoria della Procura di Roma, viene abbandonata per il rinvenimento sul veicolo, che avverrà per il 96% soltanto nel 1991, di TNT e T4, esplosivi presenti generalmente nelle miscele di ordigni militari, e che porterà l’allora Ministro per le Relazioni con il Parlamento, Carlo Giovanardi, a sostenere fortemente questa ipotesi, ancora sostenuta a 30 anni di distanza, come evidenziato da un’intervista su Repubblica.

Nel 1989 la Commissione Stragi, istituita dal Senatore Libero Gualtieri, decide di inserire tra le proprie competenze anche l’incidente di Ustica, che da allora viene denominato appunto strage.

I lavori, seguitati per ben undici anni, hanno coinvolto i governi e le autorità militari per i numerosi tentativi di inquinare le prove in possesso. Dopo cinque mesi di analisi, la ricostruzione n° 266/90 prevedeva la certezza di un abbattimento causato da un missile, ipotesi negata dall’allora onorevole Francesco Cossiga, che magicamente ha ripreso la sua capacità critica anni dopo. Aldo Davanzali, presidente dell’allora Itavia, reo di aver avallato la tesi dell’abbattimento il 17 dicembre 1980, viene proprio per questo indiziato per il reato di diffusione atte a turbare l’ordine pubblico.

Come se non bastasse, come in un romanzo giallo, si aggiungono inquietanti particolari, che contribuiscono ad infittire la trama e mantenere lo spettatore sul filo del rasoio.
Il primo riguarda il registo del radar della stazione di Marsala, in cui viene individuata una pagina strappata in maniera molto accurata, tanto da sfuggire anche all’avvocato difensore, guarda caso proprio relativa al giorno della strage, e riscritta successivamente in una nuova versione; le casuali scomparse hanno riguardato anche il radar di Licola, di tipo fonetico-manuale, di cui non è stato mai ritrovato il modello originale, come indagato nella seduta delle audizioni dei periti radar. A tal proposito nel 1989, il giudice Bucarelli ha rinviato a giudizio 23 militari in servizio il giorno della tragedia.

Episodio altrettanto inquietante, quello della telefonata nel 1988 alla trasmissione “Telefono Giallo” condotto da Corrado Augias, in cui un anonimo, un aviere in servizio la sera della strage, dichiara di aver visto “tutto”, ma di essere stato invitato a tacere. Il tutto di cui parlava è stato poi riportato dal giornalista Nino Tilotta nell’articolo “Battaglia aerea e poi la tragedia”, nel quale ha descritto uno scontro aereo avvenuto tra due caccia, un F-14 Tomcat della US Navy e un MiG-23 libico.

A ben seguire la documentazione c’è da dire che il traffico delle nostre caotiche città è niente se paragonato a quello aereo descritto in quel periodo; infatti troviamo, grazie ai telex giunti nel 2003 grazie al Freedom Information Act, l’utilizzo della zona del Tirreno per le esercitazioni NATO, quelle degli aerei militari statunitensi, e infine le infiltrazioni accertate degli aerei militari libici, che si dirigevano in Jugoslavia per la manutenzione, come riscontrato dal ritrovamento di un MIG-23 libico precipitato sui monti della Sila. Il governo italiano dipendeva fortemente dalla Libia in quel periodo, soprattutto a livello economico, tanto da tollerare attraversamenti, addirittura mimetizzati nella rete radar in coda ad aerei civili, per evitare controlli da parte della NATO. Soltanto nella sera dell’incidente, in un range che va dalle 20.00 alle 24.00, viaggiavano più di 7 aerei militari non appartenenti all’Aeronautica Italiana. L’autostrada Salerno-Reggio Calabria dei cieli, insomma.

La prima istruttoria si conclude con l’impossibilità a procedere poichè ignoti risultano gli autori del reato. Da qui seguono numerosi processi a partire dal 28 settembre 2000, che prevedono tutte le assoluzioni “per non aver commesso il fatto” (sentenza primo grado 30 aprile 2004, secondo grado 15 dicembre 2005), due condanne ai generali Lamberto Bertolucci e Franco Ferri, cadute poi in prescrizione il 30 aprile 2004 perchè passati 15 anni. Le sentenze sono confermate successivamente in Corte di Cassazione il 10 gennaio 2007.

A conclusione di questo intrigo, ecco le dichiarazione del 24 gennaio 2010, in cui la buon’anima dell’Ex Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha dichiarato che un aereo francese, posizionato sotto quello italiano, ha erroneamente sganciato un missile, nel tentativo di colpire un velivolo libico. A seguito di questa “tempestiva” informazione la Procura della Repubblica ha aperto una nuova inchiesta tutt’ora in corso.

Notizia di pochi giorni fa, la terza sezione civile di Palermo ha condannato per omissioni e negligenze i Ministeri della Difesa e dei Trasporti (lo stesso Ministero incaricato per primo di occuparsi delle indagini, una garanzia insomma), le quali pagheranno una somma record di 100 milioni di euro alle famiglie delle vittime.

Molto ha operato l’Associazione parenti della strage di Ustica, presieduta dalla senatrice Daria Bonfietti, componente della Commissione Stragi e sorella di una delle vittime. Se oggi siamo ancora qui a parlare di Ustica non è solo per commemorarne l’anniversario o navigare nel torbido delle vicende ad essa legata, ma è soprattutto perchè grazie alle loro continue iniziative riusciamo a sentire il dolore di una ferita che anni dopo riesce ancora a bruciare, infettata da una verità ancora troppo tarda a venire.

E cosa resta alla fine di questa storia oltre che l’amaro in bocca? Rimangono loro, le vittime.

* Cinzia Andres
* Luigi Andres
* Francesco Baiamonte
* Paola Bonati
* Alberto Bonfietti
* Alberto Bosco
* Maria Vincenza Calderone
* Giuseppe Cammarota
* Arnaldo Campanini
* Antonio Candia
* Antonella Cappellini
* Giovanni Cerami
* Maria Grazia Croce
* Francesca D’Alfonso
* Salvatore D’Alfonso
* Sebastiano D’Alfonso
* Michele Davì
* Giuseppe Calogero De Ciccio
* Secondo assistente di volo Rosa De Dominicis
* Elvira De Lisi
* Francesco Di Natale
* Antonella Diodato, 7 anni
* Giuseppe Diodato, 1 anno
* Vincenzo Diodato, 10 anni
* Giacomo Filippi
* Primo ufficiale Enzo Fontana
* Vito Fontana
* Carmela Fullone
* Rosario Fullone
* Vito Gallo
* Comandante Domenico Gatti
* Guelfo Gherardi, 59 anni
* Antonino Greco
* Berta Gruber
* Andrea Guarano
* Vincenzo Guardi
* Giacomo Guerino, 9 anni
* Graziella Guerra
* Rita Guzzo
* Giuseppe Lachina
* Gaetano La Rocca
* Paolo Licata
* Maria Rosaria Liotta
* Francesca Lupo, 17 anni
* Giovanna Lupo, 32 anni
* Giuseppe Manitta
* Claudio Marchese
* Daniela Marfisi
* Tiziana Marfisi
* Erica Mazzel
* Rita Mazzel
* Maria Assunta Mignani
* Annino Molteni
* Primo assistente di volo Paolo Morici
* Guglielmo Norritto
* Lorenzo Ongari
* Paola Papi
* Alessandra Parisi
* Carlo Parrinello
* Francesca Parrinello
* Anna Paola Pelliccioni
* Antonella Pinocchio
* Giovanni Pinocchio
* Gaetano Prestileo
* Andrea Reina
* Giulia Reina
* Costanzo Ronchini
* Marianna Siracusa
* Maria Elena Speciale
* Giuliana Superchi, 11 anni
* Antonio Torres
* Giulia Maria Concetta Tripiciano
* Pierpaolo Ugolini
* Daniela Valentini
* Giuseppe Valenza
* Massimo Venturi
* Marco Volanti
* Maria Volpe
* Alessandro Zanetti
* Emanuele Zanetti
* Nicola Zanetti

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Terraferma – Recensione

“Terraferma” è il nuovo film del regista di origini siciliane Emanuele Crialese, in concorso alla sessantottesima Mostra internazionale del cinema di Venezia, che si è appena conclusa. Il film ha ottenuto un ottimo riscontro, e gli è stato attribuito il Premio della giuria. Il mare può separare e isolare mondi e persone, ma anche unirli e trasformarli: è questo il tema principale del suo lavoro; torna ad ispirare Crialese, il mare, dopo “Respiro” e “Nuovo mondo”, altri due film molto applauditi.

La prima inquadratura di Terraferma è proprio dedicata al mare, scandagliato nelle sue profondità, di cui sembra di sentire il respiro. Altre ne seguiranno ancora, nel prosieguo del film, a scandire le fasi del racconto. La storia attinge dalla cronaca degli ultimi anni: su una piccola isola siciliana, che ricorda Lampedusa ma in realtà si tratta di Linosa, sbarcano le precarie imbarcazioni dei migranti. Gli abitanti, lacerati dalle contraddizioni della modernità, devono affrontare questa nuova realtà. C’è chi continua ad obbedire, come ha sempre fatto, alla legge del mare, quella che impone di aiutare chiunque sia in pericolo e di riportarlo a terra; sono perlopiù gli anziani pescatori, fedeli alla loro identità, anche se vivono in maniera sempre più difficile la modernità e non riescono più a vivere del loro lavoro. Altri temono che gli sbarchi possano compromettere l’immagine dell’isola, affacciatasi ad un prospero futuro di sfruttamento turistico, nel quale intravedono l’unica possibilità di guadagni consistenti.

Lo Stato impone la sua presenza vietando agli abitanti di aiutare i migranti, sequestra le barche dei pescatori che li hanno presi a bordo; proprio la rappresentazione del ruolo delle forze armate e quindi dello Stato, in questo film, è l’elemento che ha suscitato alcune perplessità; molti hanno rilevato una eccessiva accentuazione dello scontro tra “buoni e cattivi”, e una lettura troppo “politicamente corretta” delle drammatiche vicende legate all’emigrazione. Forse la presenza dei rappresentanti dello Stato costituisce quasi una necessità narrativa all’interno della storia, perché mette in moto la vicenda. D’altronde il regista ha dichiarato di non aver voluto fare un film “a tesi”, e di aver scelto come pubblico ideale “un bambino di sette anni”. Dunque se di film politico si può parlare, è a proposito delle riflessioni etiche che induce nello spettatore, aprendo uno sguardo profondo su temi quali la convivenza, la contaminazione e condivisione. Esemplare a tal proposito la scena notturna dell’”assalto” dei poveri migranti sfiniti all’imbarcazione di Filippo, il giovane protagonista. Una scena che difficilmente, a mio avviso, gli spettatori potranno dimenticare.

Nel film, incentrato sulle vicende di una piccola famiglia, è molto importante, tra i protagonisti, proprio il ruolo di Filippo, un ragazzo di vent’anni che ha perso il padre, scomparso in mare. Filippo è molto legato al nonno Ernesto, con cui lavora sul peschereccio di famiglia; è lui a vivere in prima persona le problematiche connesse all’accoglienza degli stranieri che vengono dal mare, e si rivela da subito come un eroe positivo, anche se non riuscirà sempre a salvare tutti gli uomini alla deriva. Altro personaggio chiave del film è Giulietta, la mamma di Filippo, divisa tra l’attaccamento alle radici e le esigenze di cambiamento e di trasformazione. Il suo personaggio si muove tra un’iniziale ostilità nei confronti della famiglia di migranti salvata dal nonno e una graduale apertura nei loro confronti. Di fronte allo sguardo di Timnit, la donna etiope che qui recita raccontando la sua storia vera di migrante, Giulietta scioglie i nodi della paura e della chiusura.  Queste due donne che si guardano negli occhi ed aprono il loro cuore sono un segno di speranza, e tracciano la via di un’”umanità” nuova.