E' tutta questione di genere

Al suono di “Se non ora quando” si è avviata una nuova stagione del femminismo italiano, che si sta  nutrendo sempre più di manifestazioni, eventi culturali, volti a dare voce a quelle donne che non si sentono per niente rappresentate dalla cultura attuale, ancor meno dalla politica e dai mezzi di comunicazione.

Sempre valide ma poco al passo con i tempi, le idee del femminismo italiano si erano fermate storicamente agli anni ’70, agli slogan de “l’utero è mio e io lo gestisco”, mentre a livello effettivo ci erano rimaste le sempreverdi Jo Squillo e Sabrina Salerno al grido di “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”.

Ora che anche le più giovani avvertono, a ragione, l’esigenza di sentirsi rappresentate, di trovare un’identità comune in cui riconoscersi, appare fondamentale un rimando a quelli che sono le origini, il rimando al genere.

Gli studi di genere propongono un approccio multidisciplinare legato al significato di identità di genere. Nati negli anni ’80, gli approfondimenti sul genere traggono spunto dagli studi sul femminismo, in correlazione agli studi sull’omosessualità , e dalla filosofia francese che ebbe come maggiore esponente in quegli anni Jacques Derridà.

Parlare di studi di genere non comporta l’affrontare una disciplina, quanto piuttosto una modalità interpretativa che si sta sviluppando soprattutto negli ultimi anni, attraverso diverse discipline, e che si focalizzano sullo studio dell’identità del soggetto.

La distinzione originaria che viene posta in essere è quella tra sesso e genere, individuando nel primo una demarcazione di tipo biologico, nel secondo invece la rappresentazione di atteggiamenti e comportamenti, proprie della visione di mascolinità e femminilità, definiti dalla cultura di appartenenza. A ciò è correlato anche il ruolo di genere, quindi la modalità di esteriorizzare la propria identità maschile o femminile.

Il genere non è un drammatico destino a cui andare incontro, poiché a partire dalla dimensione biologica, data dalla nascita, l’identità di genere viene costruita, delineata, rappresentata nel corso del tempo.

A tal proposito la filosofa femminista Simone de Beauvoir afferma: “non si nasce donna, vi si diventa”.

Da sottolineare come gli studi  femministi d’esordio  rispondevano all’immagine di donna bianca, mediamente benestante, con una cultura discreta. Questo elemento ha fatto sì che gli studi di genere avessero un grande seguito soprattutto nei Paesi più poveri, meno occidentalizzati, in cui si è cercato di offrire, attraverso questo tipo di cultura interpretativa, un’analisi che appartenesse anche alle cosiddette “subalterne”, vittime di una cultura poco emancipante. Non a caso una delle più grandi studiose del genere è stata Mahasweta Devi, indiana di lingua bengali, che nei suoi testi racconta un’India diversa da quella del nostro immaginario, che per lo più arriva ai film di Bholliwood e a Sandokan, che oltretutto era la tigre sì, ma della Malesia.

Gli studi di genere sono stati e restano il caposaldo per una nuova visione interpretativa, in cui siamo noi, donne e uomini, a fare la differenza, con il nostro modo di vivere la cultura, senza che essa ci venga imboccata col cucchiaino.

E forse tra l’inno “tremate, tremate le streghe son tornate” , e le immagini poco edificanti di signorine che passano con versatilità dal letto alla poltrona politica e viceversa, ci siamo noi, le ragazze che lottano nel quotidiano, che si impegnano e ogni tanto si disimpegnano anche, affinché “non più puttane, non più madonne, ma finalmente donne”.

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