Cosa resterà del tg1?

Sono rimasti in pochi, ormai, gli italiani che, più per abitudine che per un reale interesse, si sintonizzano alle 20.00 su Rai 1. Sono scioccanti gli ultimi dati d’ascolto del telegiornale diretto da Augusto Minzolini, che scende al di sotto del 20% di share. Si tratta di un calo storico, giustificato da una diminuzione della qualità senza precedenti. Il tg1, ormai dominato dalla cronaca multicolore, è stato ridotto ad una vetrina in grado di offrire solo una visione parziale degli avvenimenti, deformata sovente dalle parole del direttore stesso che si perde, con cadenza regolare, in prolissi editoriali in difesa del presidente del consiglio. Memorabile è quello del 19/09/2011, dal quale si è dissociato perfino il presidente della RAI Paolo Garimberti: ”Non parla a nome della RAI”.  Nel comunicato il direttorissimo manifesta la propria contrarietà alla tesi di Pierluigi Battista, editorialista che sul Corriere della sera invita il centrodestra a considerare, alla luce delle ultime intercettazioni, un eventuale nuovo governo. Non essendo caduto all’epoca del Rubygate e delle scissioni interne della maggioranza, Minzolini proprio non capisce perché il premier dovrebbe dimettersi ora che (per una volta) non è né indagato né imputato, ma parte lesa.

Il direttore, si scaglia, in seguito, contro la stampa, contro un’opposizione considerata incapace di rappresentare una reale alternativa politica e di “varare una qualsiasi manovra in una situazione di emergenza”. Sono parole interessanti, soprattutto se pronunciate nel periodo in cui le borse bocciano il provvedimento promulgato dalla maggioranza. La palese faziosità delle affermazioni di Minzolini, però, è qualcosa a cui tutti gli spettatori si sono abituati, anzi, ciò che più ha stupito l’italiano medio è stata la scelta del giornalista di affrontare un simile argomento. Si, perché sempre più spesso, ormai, il tg1 distoglie la nostra attenzione dai problemi reali del paese con notizie della rilevanza de:”Il maggior numero di cani in grado di saltare la corda contemporaneamente”,  “La vendetta di Elisabetta Canalis” o “Il divieto di offrire al bar”, in un escalation che culmina quando, a telegiornale inoltrato, viene offerto ai (pochi) telespettatori  l’ennesimo servizio sul caso  Melania Rea, ormai privo di novità concrete ma sempre calzante.

Mentre  si concludono le indagini dell’inchiesta che vede il direttore indagato per il reato di Peculato ( reato compiuto da chi, nell’esercizio del pubblico servizio, disponendo di denaro o altra cosa mobile altrui, se ne appropria ), atto che di solito precede il rinvio a giudizio, qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che, pur avendo speso ben 68 mila euro nell’arco di 13 mesi  con la carta aziendale, il direttore non sia ancora incorso in alcuna sanzione proporzionale. [Fonte: Il Fatto Quotidiano]
Ma in una Rai che perde pezzi come la Dandini, Santoro, Saviano e Ruffini e che si sgretola inesorabilmente, questa è forse l’ultima di una lunga serie di domande che andrebbero poste al direttore generale Lorenza Lei. Tutto ciò, ovviamente, a vantaggio di altre reti, che acquistano potere e credibilità. Ne è un esempio il tg7 che vince, non di rado, il confronto con il tg1. Ed è semplice intuire il perché.

Al servizio pubblico ormai c’è solo posto per i Ferrara, i Vespa e i Minzolini e per chiunque abbia parole lusinghiere da dedicare alla casta. Le domande sono acerrime nemiche della politica contemporanea e il buon giornalismo, quello meticoloso e imparziale sembra solo un lontano ricordo. Sono emblematiche in tal senso le parole di Carlo Verna, segretario Usigrai :

Augusto Minzolini è riuscito nell’impresa di far perdere autorevolezza al più importante telegiornale della storia della televisione. Grandi professionalità mortificate, un prodotto fazioso e di parte. Fino a quando il servizio pubblico potrà continuare ad abusare della pazienza dei suoi utenti? “[Fonte]

Già. E fino a quando questi resteranno in silenzio a guardare?

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