Rugby, questo sconosciuto

Il rugby non è impossibile da capire.

Ci sono 15 giocatori per squadra, 2 linee di meta, l’obiettivo è quello di arrivare oltre quella linea e schiacciare in terra la palla. Ovviamente la squadra avversaria sarà lì per impedirtelo. Niente cazzotti, schiaffi, calci. O almeno non sotto gli occhi dell’arbitro. Il giocatore che ha la palla si ferma afferrandolo dalle spalle in giù, strattonandolo, facendolo rotolare, facendolo cadere e quello si chiama placcaggio. Ovviamente la palla si può passare, ma solo all’indietro. E questo lo diciamo per dovere di completezza, perché credo sia l’unica cosa che sanno tutti sul rugby.

Si scende con 15 giocatori in campo, dicevo. Dal numero 1 all’8 (i numeri sono legati al ruolo, non sono personali come nel calcio) sono per il pacchetto di mischia, 9 e 10 per mediano di mischia (il geometra, quello che decide cosa fare con la palla in ogni situazione) e mediano d’apertura (il fantasista, quello che decide cosa fare con la palla in attacco), dall’11 al 15 per i trequarti, quelli che corrono.

Le situazioni di gioco, tutto sommato, le possiamo dividere in 3 parti: il placcaggio. Il giocatore, palla in mano, viene atterrato da un giocatore avversario. In questa situazione la palla deve essere sempre immediatamente disponibile per essere giocata, quindi chi aveva la palla la deve lasciare e chi ha placcato deve liberare dalla presa il giocatore per permettergli di metterla a disposizione, altrimenti è fallo. Sopra ai due giocatori atterrati, si forma una lotta tra le due squadre per guadagnare il possesso del pallone, fermo a terra. Questa si chiama ruck. Nelle ruck è vietato entrare lateralmente (fuorigioco), ma bisogona passare dai piedi dell’ultimo giocatore (vedi immagine a lato). Il resto della squadra che difende si schiera in linea a formare un muro difensivo.

Il calcio. Si può calciare nel rugby, non è una bestemmia. Il fatto però che la palla abbia quella forma dannatamente irregolare, rende il calcio un terno al lotto, una di quelle cose da fare solo se sai bene cosa stai facendo. Esistono vari tipi di calci. Il primo è il calcio drop, ovvero il calcio fatto di controbalzo tra i pali. Se riesce sono 3 punti. Poi c’è il calcio up&under, ovvero il calcio a campanile. Non necessita di rimbalzo e può essere afferrato da tutti i giocatori in difesa e dai giocatori in attacco (ovvero dalla squadra che ha calciato) che partono da dietro il calciatore (altrimenti è fuorigioco). Si può calciare anche in rimessa laterale, ed è un ottimo modo per alleggerire la pressione della squadra avversaria. Se il calcio avviene all’interno della linea dei 22 metri si riparte con una touche da dove è uscito. Se il calcio avviene all’esterno della linea dei 22 metri si riparte con una touche da dove è uscito solo se è prima rimbalzato per terra all’interno del campo di gioco, altrimenti, se questo non dovesse avvenire, si riparte con una touche da dove è avvenuto il calcio (e questo è molto male).

L’attacco. L’attacco sfocia in due vie. La prima è quella della forza bruta. Il mediano di mischia raccoglie la palla dalla ruck e la gioca con gli avanti, gli omaccioni dal numero 1 all’8. Questi, a testa bassa, avanzano (o almeno ci provano) centimetro dopo centimetro, metro dopo metro, in una sfida eterna con gli avanti della squadra avversaria. Oppure il mediano di mischia la raccoglie, la passa all’apertura che, tramite geometriche linee di corsa con i suoi compagni, cerca di trovare il pertugio giusto per il passaggio al trequarti libero di correre veloce come un fulmine verso l’area di meta.

Un'estate in ospedale, con il salvagente per paura di affogare

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna su Camminando Scalzi la rubrica “Med and the City” a cura della nostra blogger/medico Betty Bradshaw. A questo link trovate tutti i post precedenti! Buona lettura! [/stextbox]

L’estate in città non è mai qualcosa di banale.

L’estate al lavoro non ti lascia mai indifferente.

L’estate in ospedale non se ne va mai senza averti impresso in corteccia ricordi indelebili.

Vivere e lavorare d’estate è sempre un po’ diverso dalla vita di tutti gli altri giorni dell’anno: le strade, i luoghi pubblici, le vie, le facce delle persone mutano gradualmente, man mano che ci si addentra nel caldo e nell’afa col trascorrere dei mesi. Aprire gli occhi e scrutare intorno a sé con attenzione e curiosità è un modo efficace per sopportare meno tediosamente le ore afose che ci toccano.

Le persone che restano a casa girovagano per le vie assolate con volti tranquilli e un po’ sparuti. Il tempo è come se fosse meno inclemente: la marcia di tutti è un po’ meno frettolosa, la borsa da lavoro è un po’ più leggera e l’occhio spesso si permette di correre alle vetrine debordanti di saldi. Si incontrano molti anziani – rigorosamente con un golfino leggero, anche se la colonnina di mercurio viaggia ben oltre i 30°C – e il carrellino della spesa trascinato a fatica, molti extracomunitari in tenuta da lavoro o, la domenica a pranzo, riuniti con la famiglia a godere della frescura dei parchi. Sono sorprendenti gli abitanti delle case popolari: sebbene abbiano terrazzi grandi come fazzoletti, non si fanno mai mancare sfiziosi pranzetti all’aperto, sovraccarichi al limite del cedimento strutturale, ma invariabilmente sorridenti dietro a svolazzanti e variopinti ventagli.

I TG filogovernativi sono una vera tragedia: tutti gli anni le nostre retine vengono travolte da natiche di donne muscolose che ancheggiano su cyclette da spiaggia in riviera adriatica, da nuove tendenze trasgressive propinate insieme al bikini, da massaggi e scherzoni in voga sotto l’ombrellone, da illustri esperti che ci insegnano come sedurre tra le onde e ci mettono in guardia dalle cocenti delusioni degli amori nati sulla sabbia; sempre altissimo è il monito a prestare attenzione all’impacco di fico, mango e papaya: che la vanità non prenda il sopravvento sulla prudenza, o si finisce nel primo centro ustionati a tiro. Il TG3 è gravemente deprimente quest’anno: dopo una giornata di duro lavoro il “fuzzimib”, i bond, lo spread (che, non si sa bene perché, ma tra 100 vocaboli economici del tutto incomprensibili, questo te lo spiegano tutte le sante volte), le banche in crollo, B. che saluta dalla Costa Smeralda sono il trampolino di lancio verso la lametta al polso.

Il lungo tragitto che conduce sul posto di lavoro, di giorno in giorno, diviene meno lungo. O almeno, così pare. Il tempo si contrae dopo la prima settimana di agosto, l’asfalto scorre sotto le ruote liscio come l’olio, ti permetti prodezze da brivido autovelox. Le grandi arterie stradali sono sempre meno affollate, salvo nei giorni che il TG1 definisce da “bollino nero”.  Le vie della città acquisiscono un volto nuovo: spuntano terrazzini, portoni, stucchi, statue di cui non ti eri mai accorto e che ti soffermi volentieri ad ammirare.

I tuoi compagni di viaggio cambiano: ai volti pallidi e seri, alle orecchie intasate dai cellulari, alle imprecazioni di uomini in gessato e donne cotonate subentrano bimbi sorridenti che ti salutano dal lunotto posteriore, auto cariche di bici, pinne fucile ed occhiali, tavole da surf, camper. E, sebbene lo spettacolo sia molto più gradevole, senti l’invidia azzannarti alla giugulare.

Alla radio trasmettono tutte le repliche dei mesi passati, perché i tuoi programmi preferiti fanno pausa estiva; riascolti tutto con un po’ di noia, ma anche con un certo innegabile piacere. Sin dai primi giorni di luglio la morsa della nostalgia ti attanaglia: le canzoni che hanno spopolato estati fa vengono riproposte in modo quasi compulsivo. E in quel momento i tuoi amori estivi, i tuoi struggimenti adolescenziali, le tue cocenti delusioni su chi avevi sperato diventasse il padre dei tuoi figli tornano alla mente come un’onda anomala, con una pregnanza e un’attualità che scuote (e forse anche un po’ ti preoccupa). Le radio più “maranza” ti crivellano con i tormentoni estivi da discoteca con sonorità che ormai sono paleolitiche per le orecchie, mentre le emittenti locali si sbizzarriscono con cantanti intramontabili, ma che, davvero, vengono rispolverati solo in tempi di calura: Bertè, Bennato, Giuni Russo, Califano, Leali, Baglioni old style, Oxa, gli insuperabili Righeira (immancabili: “L’estate sta finendo” cominciano a passarla a maggio).

Ti fermi al supermercato perché, nel delirio dei turni, non sei riuscito a prepararti la “schiscetta” (per i non milanesi: il pranzo fai-da-te): il market è pieno di carrozzelle. Ma dove sono tutte queste persone diversamente abili durante l’anno? A casa, perché negozi, vie, piazze, centri commerciali sono sempre troppo affollati, sempre troppo caotici, sempre con gli elevatori e i presidi di ausilio “guasti”. Ricordo con struggente languore e qualche lacrima tutti gli anni dedicati al volontariato con ragazzi dis-abili. Ti ricomponi, afferri distrattamente un prodotto rigorosamente light (la nostra società non accetta il sovrappeso) che scaraventi con poca grazia nel cestello e corri verso le casse, lanciando un’ultima occhiata clandestina e un sorriso al ragazzo italianissimo con gli occhi a mandorla che ti sta salutando mentre la mamma lo redarguisce.

Riabiti la tua auto e prosegui sino all’ospedale. Nel vuoto del viale dietro l’ospedale riesci a guardare meglio i volti dei mendicanti senza una gamba, un braccio, un occhio. E noti una cosa di cui non ti eri mai reso conto: tu entri in ospedale alle 8 ed esci a sera inoltrata, ma loro fanno più o meno i tuoi orari – o almeno credi. Cerchi di scorgere se sotto la polvere, la massa di capelli brizzolati e crespi, i vestiti laceri c’è sempre la stessa persona per tutte quelle ore o se anche per la gente di strada c’è un cambio guardia, come per te.

Arriva dunque il momento della timbratura: passi il cancello, entri nel parcheggio dell’ospedale. Deserto. Non fatichi per nulla a mettere la macchina all’ombra o, di notte, il più vicino possibile all’entrata, qualora ti chiamassero in altri reparti. E’ proprio in quel momento che ti rendi conto della brutale verità: sei realmente uno dei pochi disgraziati rimasti a casa a lavorare per tutta l’estate. Ed è una vera tragedia.

 (to be continued…)

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