L'Italia e la Libia del dopo-Gheddafi

Si chiude un capitolo, nel più classico dei modi. Le “grandi” dittature, purtroppo, finiscono quasi tutte allo stesso modo. Oltre che dal punto di vista etico e umano, è un errore anche da quello politico e giuridico. Anziché deporre davanti a una corte internazionale, Gheddafi porta con sé nella tomba importanti e scomode verità su moltissime vicende, lecite e illecite, degli ultimi quarant’anni, in Africa e soprattutto fuori. Le testate di tutto il mondo usano tante parole, sempre le stesse, per definire la figura di un uomo che ha calcato il palcoscenico politico vestendo i ruoli del beneamato rivoluzionario, del terrorista internazionale, del dittatore sanguinario, del referente diplomatico. L’importanza della notizia non sta tanto nell’evento sempre tragico della morte di un uomo, quanto nell’apertura di un nuovo scenario per la Libia, nel contesto del rinnovamento dell’intero mondo nordafricano e mediorientale.

Non è un caso se la maggior parte delle dichiarazioni di oggi dei principali capi di Stato riguardavano le prospettive future della nuova Libia. Il nostro Presidente del Consiglio, comprensibilmente in imbarazzo, non ha potuto non dedicare un epitaffio al suo vecchio compagno di bunga bunga: “Sic transit gloria mundi”. La posizione dell’Italia nei confronti del nuovo Stato libico è quantomeno controversa, non solo direttamente, ma anche nel contesto internazionale. Di fatto, la storia recente delle relazioni fra l’Italia di Berlusconi e la Libia di Gheddafi pesa come un macigno. Alcuni esponenti politici che oggi si compiacciono dell’epilogo del regime del colonnello ricordando i crimini di cui si è macchiato, ieri stendevano un pesante velo sul suo curriculum e si sperticavano in elogi per il genio della diplomazia che accoglieva a braccia aperte lui e il suo circo itinerante. Sono gli stessi, con la colpevole aggiunta del PD (tranne Furio Colombo), che hanno votato l’osceno trattato di amicizia italo-libico, autentica condanna a morte per i troppi sventurati morti sulle coste libiche sognando quelle europee. Il degrado morale, intellettuale e politico di chi ci governa è riassunto nella frase del ministro Umberto Bossi: “È ora di mandare a casa i clandestini libici”. Se si trattasse solo di cinismo e demagogia xenofoba si spenderebbero almeno due parole sugli stretti legami economici comunque esistenti con la vecchia, nuova Libia, dalle imprese italiane operanti sul territorio (ENI su tutte) agli investimenti finanziari libici in Italia. Uscite del genere, invece, denunciano un’impressionante miopia, storica prima che politica.

Le cruente immagini del cadavere insanguinato di Gheddafi in mezzo alla folla esultante rappresentano una triste illustrazione a una più ampia pagina di storia che chiamiamo “primavera araba” e che racconta di popoli che riprendono il proprio destino dalle mani dei propri tiranni. Non si può che guardare al futuro e sperare di trovare un lieto fine con i colori della democrazia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...