Amici della Musica di Roma

Siamo in compagnia di Laura Ruzza, pianista e, come scopriremo tramite le sue parole, fondatrice dell’associazione “Amici della musica di Roma”. È iniziata da pochissimo la nuova stagione concertistica proposta dalla sua associazione, e credo che dare spazio a queste iniziative sia un modo per promuovere l’impegno per chi vuole proporre cultura, di qualunque genere sia, in questo periodo di declino dell’arte.

Laura Ruzza

Laura, vuoi dirci qualcosa della tua attività artistica e parlarci dell’Associazione “Amici della musica di Roma”?
Sono una giovane pianista romana, che all’attività concertistica come solista e in formazioni cameristiche affianca anche l’attività didattica sia nelle scuole che nei Conservatori di musica. Nel 2006 ho deciso di fondare l’Associazione “Amici della musica di Roma”; ho sempre sognato di poter creare un’associazione musicale tutta mia! Organizziamo concerti, corsi di musica, svolgiamo attività musicologica e il pubblico ci segue con passione. Queste sono le più belle soddisfazioni che possiamo avere, soprattutto di questi tempi!

Sta per iniziare la nuova stagione “Sabato in concerto”. Sei arrivata a organizzare la sesta edizione… Un bel traguardo, non credi?
Sono davvero felice di questo traguardo raggiunto, perché confesso che non è stato affatto facile andare avanti con la nostra attività in questi anni. Premetto che ci autofinanziamo e soprattutto negli ultimi anni non è stato facile riuscire a far quadrare i bilanci continuando a organizzare attività di qualità. In ogni caso ci siamo riusciti e di questo dobbiamo ringraziare i nostri soci. Credo che se ci si mette l’amore, la passione e la buona volontà si riesce sempre a ottenere il meglio; come si dice: volere è potere! Credo che sia proprio vero!

Paola Furetta

Entriamo nel dettaglio delle serate. Il primo concerto è stato il 12 Novembre con il fisarmonicista DANIELE ANGIOSI, che ha spaziato da Bach a Piazzola. Vuoi farci una breve descrizione di ciò che troveremo nelle varie serate?
Il secondo appuntamento è previsto per sabato 3 dicembre con il DUO DIAPHONIA (chitarra-saxofono), che presenterà un intenso programma strutturato su un percorso che da sonorità medievali si articola tra i vari periodi storici fino a giungere al panorama contemporaneo, in cui la scelta del materiale musicale viene effettuata in base a un principio di equilibrio tra qualità e fruibilità che possa catturare l’interesse di un pubblico eterogeneo, attraverso l’ascolto di musiche di Bach, Ibert, Paganini, Villa-Lobos e Bartòk. Di sapore completamente diverso la serata di sabato 21 gennaio affidata al MUSÌ DUO (clarinetto-flauto), che proporrà l’interpretazione di alcune delle più belle opere di Rossini, Mozart e Piazzolla trascritte per flauto e clarinetto.
Di particolare interesse il concerto di sabato 25 febbraio proposto dal TRIO FIATO ALLE CORDE!, che presenterà un concerto intitolato “Dall’Opera al Cinema” proponendo musiche di Rossini e Morricone accompagnate dalla proiezione di filmati inediti e molto suggestivi.
La Stagione proseguirà con l’ensemble PERLE SONORE (clavicembalo e canto), formazione dedita all’esecuzione di musica barocca e del periodo classico.
Il 10 marzo 2012, per festeggiare la Festa della Donna, verrà presentato un programma dedicato alla musica vocale e strumentale di compositrici del XVII e XVIII secolo tra cui Francesca Caccini, Barbara Strozzi, Antonia Bembo ed Elizabeth-Claude Jaquet de La Guerre.
Sabato 14 aprile sarà la volta della giovane violoncellista romana PAOLA FURETTA che proporrà un programma per Cello dedicato esclusivamente alla contemporaneità, con musiche di Boselli, Patterson e Crumb.
La Stagione degli Amici della Musica di Roma si chiuderà sabato 19 maggio con il concerto straordinario del TRIO MUSICHE MIGRANTI (chitarra, violino, fisarmonica, mandolino, voce); attraverso questo concerto gli ascoltatori vengono invitati a ripercorrere il viaggio di chi, salpato dal porto di Napoli, arriva in America Latina: dalle canzoni e danze del Meridione, alcune accompagnate dalla chitarra battente (strumento rinascimentale ancora in uso nel Sud Italia), ai Tanghi argentini, fino ad Alfonsina y el mar, struggente addio al mondo di Alfonsina Storni, poetessa di origini italiane emigrata in Argentina.
Come si vede, l’offerta musicale è molto ampia e variegata, c’è da scegliere, ma il consiglio è quello di non perdere nessun appuntamento, perché si tratta davvero di concerti imperdibili per bellezza e per la bravura degli esecutori.

Dove si svolgeranno tutti i concerti?
I concerti si svolgeranno nella splendida cornice della Chiesa di S. Andrea di Scozia, sita a Roma in via Venti Settembre, 7 (M Barberini).

Quante e quali difficoltà trovi nell’organizzare questi concerti?
Le difficoltà sono molte e di ogni tipo. Bisogna riuscire a catturare l’attenzione del pubblico, perché purtroppo oggi la musica colta è sempre meno seguita e i concerti di musica classica sempre meno affollati. Per questo motivo cerchiamo di proporre offerte musicali originali, diverse e di particolare interesse per tutti, anche per i giovani! I problemi maggiori sono di tipo economico, non è facile autofinanziarsi! Dietro l’organizzazione di una stagione concertistica c’è molto lavoro e ci sono molte spese da affrontare, dall’affitto della location alla stampa del materiale promozionale, ecc…
Servirebbero degli sponsor, ma negli ultimi anni la crisi economica che sta devastando il nostro Paese investe tutti, e dunque non è facile nemmeno trovarli. Credo che sia solo il grandissimo amore per la musica che riesce a farci proseguire nelle nostre attività! Bisogna guardare avanti e non lasciarsi abbattere dalle difficoltà, questo è il nostro piccolo segreto per continuare a fare musica!

Vuoi invitare i nostri lettori alle serate che ci hai presentato?
Certamente e con molto piacere! Ricordo che è possibile prenotarsi gratuitamente semplicemente inviando una mail a amicimusicaroma@tiscali.it oppure contattandoci al 333.6470115. Vi aspettiamo tutti! E naturalmente non dimenticate di passare parola ad amici e parenti!

Ci hai parlato delle difficoltà organizzative, anche materiali… come si può sostenere l’associazione?
È molto facile, si può divenire soci oppure effettuare delle donazioni. Per divenire soci si deve compilare il modulo associativo presente sul nostro sito www.amicimusicaroma.it; la quota sociale, nostro principale mezzo di finanziamento, è di soli € 5 annuali per i soci ordinari e di € 50 annuali per i soci sostenitori. Ricordiamo che l’adesione di un sempre maggior numero di cittadini ci
permetterà un’azione sempre più incisiva e qualificata. Benvenuti nel mondo della musica!

Seguo ormai da anni l’evolversi delle attività musicali proposte da Laura Ruzza e credo che tanti sforzi vadano ripagati con un’alta adesione di pubblico. Sottolineo che Ennio Morricone è il Presidente onorario dell’associazione, mi pare un ottimo sigillo di qualità.

Questo è un articolo impopolare.

Questo è un articolo impopolare, perché non sarà l’ennesima invettiva contro Berlusconi o, tanto per cambiare, un’apologia del criptico Monti. Non sarà un bilancio di diciassette anni di berlusconismo, culminante in una drammatica presa di coscienza del degrado delle istituzioni e dello squallore degli scandali passati. Certo, non si può archiviare un intero arco storico come se nulla fosse accaduto e potrebbe rivelarsi anche interessante sedersi e discutere davanti a un caffè di come il decoro dei vertici dello stato possa influire sul prestigio internazionale dello stesso e sui mercati.

Come al solito, il problema è la carenza di domande. Gli italiani, da tempo abituati ad una politica incurante ma carnevalesca e quindi, di per sé, auto-delegittimante hanno perso il fiuto per  i taciti imbrogli. Quelli architettati a “porte chiuse”, che neanche i giornalisti antiregime più esperti possono, o vogliono, denunciare. Gli italiani non si chiedono dopotutto chi sia Monti, lanciano le monetine a Berlusconi ma forse il tintinnio stesso di quelle monetine ostacola la formulazione di altri pensieri.

Il popolo di Internet è impietoso, sulla pagine di informazione più frequentate dagli amanti delle notizie si leggono le timide ma decise polemiche di coloro che sono stufi del “disfattismo” , del “qualunquismo” o semplicemente del classico “complottismo”. Nell’eterogeneo universo virtuale c’è ancora chi, sicuro della soluzione adottata dal Presidente della Repubblica,  vorrebbe, al massimo, criticare ancora Berlusconi, farsi qualche altra risata sui condizionali della Gelmini o, perché no, sull’inglese di La Russa, quasi ci fosse una sorta di sindrome di Stoccolma che preclude ai cittadini l’opportunità di ricominciare a vivere.


A un certo giornalismo questo piace. Piace perché ridere del passato, quanto meno, distoglie l’attenzione dal presente, piace perché questo Monti, in giacca e cravatta, ha un suo fascino retrò. Ce lo si immagina a giocare a golf, portare a spasso il cane, discutere con l’amico Napolitano.  Ah sì, c’è anche lui, Napolitano, ringraziato da tutti e osannato per la scelta di invitare il premier a fare un passo indietro.

Come lui c’è da ringraziare Bersani, oppositore incallito che è probabilmente convinto di aver persuaso, con le sue continue richieste di dimissioni, Berlusconi. “L’abbiamo preso per sfinimento”, avrà gongolato tra sé e sé la sera della conferenza. Oppure potremmo semplicemente ringraziare il gruppo Bilderberg (del cui comitato direttivo Monti è membro), la commissione trilaterale (di cui è presidente europeo), Goldman Sachs (di cui è international advisor), il rischio default, il debito pubblico e le banche, sempre presenti (anche nel governo Monti, eh? Passera, nuovo ministro ad interim dello sviluppo economico ha lasciato il posto di consigliere delegato di Intesa Sanpaolo per l’incarico), che hanno dato uno scossone notevole alle istituzioni.

E il paradosso di questa nuova realtà è che il panorama dei (pochi) dissidenti si è arricchito di quei violinisti che ancora suonavano mentre la nave berlusconiana affondava. Capita di sentire, per esempio, il 16/11/2011 Giuliano Ferrara tuonare contro il governo tecnico, a sostegno della democrazia (fonte). Poco importa quali siano le motivazioni che lo spingono, le vie della verità sono infinite. L’elefantino cita il New York Times  e la sua descrizione di una certa operazione politica non appare una totale sciocchezza. Lo sostiene anche l’Herald Tribune, versione internazionale del New York Times, in un articolo intitolato “Il capo della banca rifiuta le richieste d’aiuto dell’Eurozona” (fonte):

If the collapse of the euro seemed imminent, the central bank would become lender of last resort to countries like Italy, many analysts say. But the bank seems to be far from that point and instead is insisting that countries take steps to cut budget deficits and improve their economic performance

Che tradotto significa:

Molti analisti sostengono che se il collasso dell’euro sembrasse imminente la banca centrale diventerebbe prestatore di ultima istanza per stati come l’Italia. Ma la banca sembra molto lontana da quel punto e sta insistendo, invece, affinché quelle nazioni prendano provvedimenti per tagliare i deficit del budget e migliorino le proprie prestazioni economiche”

Cos’è un prestatore di ultima istanza? È sufficiente una breve ricerca su Google. Il primo link che appare ci collega a una pagina di wikipedia. Leggendo:

Un prestatore di ultima istanza è una istituzione disposta a concedere credito quando nessun altro lo fa. In origine il termine si riferiva a un’istituzione finanziaria di riserva che si faceva garante in ultima istanza per banche o altre istituzioni definite; nella maggior parte dei casi si trattava della banca centrale di un paese. Lo scopo del finanziamento e del finanziatore è prevenire il collasso delle istituzioni che stanno attraversando difficoltà finanziarie, spesso vicine al tracollo.

E ancora:

“Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha la funzione di prestatore di ultima istanza per quelle istituzioni che non riescono ad ottenere credito altrimenti e il cui collasso avrebbe serie implicazioni per l’economia. Nel Regno Unito e in Nuova Zelanda, il ruolo di prestatore di ultima istanza è ricoperto dalle rispettive banche centrali nazionali, la Banca d’Inghilterra e la Reserve Bank of New Zealand.

Questi argomenti validi, purtroppo, perdono credibilità nel momento in cui a pronunciarli sono quelle stesse persone, che erano fermamente convinte che Ruby fosse la nipote dell’ex capo di stato Egiziano Hosni Mubarak. Bisognerebbe, però, imparare ad andare oltre l’interlocutore, a soffermarsi sul discorso per giudicarlo in quanto tale.

Facciamo un altro esempio. Quando Alfonso Luigi Marra fa sfilare showgirl nude per promuovere i suoi libri sullo strategismo sentimentale ci viene da ridere. Perché si tratta di una situazione assurda, paradossale. Le starlette  che con il seno scoperto discutono di tecnicismi macroeconomici rappresentano davvero il colmo. Se però, anziché lasciare esaurire quell’ilarità in una risata vuota, cercassimo di capire esattamente che cosa sia questo fantomatico signoraggio, magari con la solita, banale ricerca su Internet, verremmo probabilmente a sapere che l’Italia NON ha una banca nazionale, pubblica, preposta all’emissione di moneta per conto del ministero dell’economia, ma una BANCA CENTRALE, una società per azioni, che aderisce al sistema europeo delle banche centrali,  le cui quote sono detenute da altre banche private, che stampa denaro e LO PRESTA allo stato, in cambio dei cosiddetti titoli di stato, sui quali vanno pagati gli interessi.

E a quel punto il cittadino potrebbe domandarsi chi sia il reale proprietario del denaro. Anche perché è palese che esso non nasca di proprietà dello stato ma di alcuni privati.

Lo disse anche Tremonti, in un momento di onesta lucidità
httpv://www.youtube.com/watch?v=HVVa–bZIa0

Gli stati spesso rinunciano alla sovranità monetaria e consentono che al fianco della moneta buona, quella sovrana, nasca una moneta privata, commerciale, parallela, fondata su nulla. È quello che ha causato la crisi. Ha ragione il presidente americano, quello che va fatto, quello che farei è … più stato, più decisamente”

Il problema esiste. Non lo si può semplicemente considerare come l’ennesimo espediente dei berluscones per riesumare il patriarca. Soprattutto non si può celebrare la figura di Monti e soffocare nel livore tutte le prese di posizione di una certa stampa, che per quanto deludente sia stata finora, potrebbe comunque rivelarsi funzionale agli interessi dei cittadini, magari denunciando inconsapevolmente dei meccanismi a lungo taciuti. Ovviamente sarebbe sbagliato riporre cieca fiducia in quegli organi pro-regime che, per usare un’espressione di Marco Travaglio, “ci pisciano addosso e ci dicono che piove”, ma magari guardare con occhio critico ai presunti idoli, domandandosi sempre il perché di determinate scelte, del silenzio che copre certi temi. Senza dare nulla per scontato.

Il debito pubblico è sanabile?
È possibile che l’emissione del denaro sia un business?

Prima di stendere il tappeto rosso ai tecnici, potremmo cominciare da qui.

Le Donne hanno la “D” maiuscola

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi

Diamo il benvenuto ad Agostina D’Alessandro, giornalista pubblicista. Dirige il settimanale modenese on line www.dabicesidice.it  e collabora al mensile InPiazza di S. Giovanni Lupatoto(VR) e al bimestrale I Carristi.
A fondo articolo trovate una nota con le sue pubblicazioni. Buona lettura![/stextbox]

Non scrivo questo articolo solo perché siamo a ridosso del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne. Esso è motivato anche da un brandello di discorso, captato casualmente, fra due amici; discorso che mi ha semplicemente indignato. Parlavano di una donna, una conoscenza comune,  con il primo che chiedeva all’altro: “ma cosa le hai fatto, che ce l’ha tanto con te?”, e con il secondo che, tutto ammiccante e tronfio, rispondeva “cosa  non le ho fatto, vorrai dire, eh eh…”, ponendo esageratamente in evidenza quel “non”, dicendo poco e facendo intendere molto, gettando così  il seme della calunnia, una delle tante forme di violenza nei confronti di una donna.

Oggi, anche la ricorrenza del 25 novembre rischia di essere assimilata alla categoria degli eventi inutili; non nelle intenzioni, certo, ma negli effetti.

Perché fino a quando non si muteranno radicalmente – sia nell’anima degli uomini sia in quella delle donne – pensieri, atteggiamenti, tracotanti certezze, questa, come ogni altra lodevole iniziativa, non servirà a nulla.

Ho già avuto modo di parlarne,  in altre occasioni e in altra sede, attirandomi talvolta critiche, altre volte ricevendo  sguardi di compatimento, quelli per intenderci che “chi tutto sa” riserva ai minus habens mentali… Ma non importa. Ribadisco che anche le migliori iniziative sono destinate a rimanere una semplice esercitazione del diritto a creare virtuose associazioni dai fini più elevati, se non si cambiano le persone.

Perché, paradossalmente, appena smessi gli abiti dei volenterosi e sinceri sostenitori di giuste cause, si ritorna quelli di sempre. A che serve festeggiare un platonico “otto marzo” quando poi si tollera che ancora dei datori di lavoro facciano firmare segrete “dimissioni in bianco” da rendere operative in caso di gravidanza… O ancora, che ci sia chi pensa bene di selezionare il personale femminile per  promozioni e avanzamenti  preferibilmente fra le componenti  più disinvolte… Oppure,  per lo svolgimento del medesimo lavoro, ci sia chi paga alla dipendente donna uno stipendio inferiore. Sono piuttosto critica poi, anche riguardo alle cosiddette quote rosa, che impongono per legge una percentuale di presenza femminile. Senza ricorrere a metafore stantie, con le donne considerate alla stregua di qualche animale da tutelare in quanto incapace, trovo avvilente per l’intelligenza, per il merito, per il talento, per la tenacia, per la volontà, per il coraggio, per la passione, e soprattutto per la dignità di una donna, che essa debba a una imposizione legale il diritto a entrare nel mondo del lavoro o ad avere potere decisionale.

La donna stessa, talvolta, è colpevole della sua condizione di insostenibile sudditanza nel mondo del lavoro, nella società, in famiglia.

C’è poi, grave più di ogni altra cosa, la violenza fisica che vede la donna vittima.

Io, troppo giovane per appartenere agli storici gruppi femministi, troppo vecchia per esserlo in quelli nati nell’ultimo decennio, forse anche troppo indipendente intellettualmente per condividerne totalmente i precetti, ho tuttavia maturato una mia personale fede che forse non è femminista secondo i canoni comuni, ma ha della donna uno straordinario concetto.

Dico sempre che le donne sono custodi di saggezza, forze trainanti, fuochi di passione, scrigni di dedizione. Capaci di sublimi eroismi e luciferine crudeltà. Questo è il nostro preciso ritratto. Per nulla al mondo avrei rinunciato al privilegio di nascere donna.

Per questo sono accanto a tutte le donne vittime della violenza – morale e fisica – entrambe  inaccettabili e atroci, per le quali si chiedono impegni precisi  nella prevenzione e nella punizione. Troppe volte le vittime rimangono senza giustizia e senza pietà.

Ago D’Alessandro Zecchin
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Nota sull’autrice:
Agostina D’Alessandro Zecchin ha pubblicato:

– Segnalibro a pagina 15– 2005 e 2007       Ed.Seneca
– Cara esperta ti scrivo, Vol.I -2006           Ed.Seneca
– Cinque monete d’oro-2006                     Ed.Kimerik
– Cara esperta ti scrivo Vol.II -2008           Ed.Il Piccolo Prisma
– Il cavallo con i piedi nell’acqua– 2008      Ed.Phasar
– …di carta e d’aria… -2010                      Ed. Il Piccolo Prisma

I Diritti d’Autore di ogni libro sono devoluti a favore del Fondo Assistenza orfani della Polizia di Stato, in memoria della figlia Alessandra Zecchin, scomparsa nel 2003.  (note biografiche tratte  da dal sito Zam.it)

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La pioggia del Sud non fa rumore

“La pioggia del Sud non fa rumore”. È questa la frase che nei social network commenta le drammatiche immagini dell’alluvione che il 22 novembre ha colpito la costa tirrenica messinese. Il popolo della rete, quello delle zone colpite in primis, ma anche di varie parti di Italia, fin da subito si è mosso per far sapere al resto della nazione cosa stava accadendo a Barcellona Pozzo di Gotto, a Milazzo, a Saponara e così via.

Tutto questo, semplicemente perché nessuno ne parlava.

Le forti piogge che son cadute nel messinese hanno fatto esondare tutti i torrenti della costa tirrenica. La situazione più grave si è verificata a Barcellona Pozzo di Gotto, dove l’esondazione del Logano – il corso d’acqua che taglia in due la cittadina – ha letteralmente invaso la città di fango e detriti, distruggendo strade e isolando intere zone. Ma come capita spesso in questi casi il fango ha anche ucciso. A Saponara, un piccolo comune dell’entroterra, una frana ha travolto il villaggio di Scarcelli, uccidendo tre persone. Sebbene le esondazioni siano avvenute in mattinata, fino a ora pranzo, sui principali quotidiani on line e nei telegiornali Barcellona veniva a malapena citata per un’allerta meteo molto vaga e per il rinvio, a causa del maltetmpo, della presentazione di un libro dell’Onorevole Domenico Nania che si doveva tenere proprio nella sua città natale.

Ma già dalle 10 del mattino erano apparsi i primi video su Youreporter.it, che non lasciavano presagire nulla di buono. La situazione degenera rapidamente e solo nel pomeriggio, tra le 16 e le 17, iniziano a far capolino le prime notizie e le foto del ponte crollato in contrada Spinesante, diventato simbolo involontario di questa grottesca tragedia. Quando i giornali battono la notizia la tragedia è già avvenuta, la pioggia si è calmata, i torrenti sono straripati e Barcellona è sommersa dal fango. Si accenna qualcosa di danni nel catanzarese e di un deragliamento, ma anche in questo caso si tratta di notizie date di fretta e senza approfondimento, anche se il fatto è avvenuto da molte ore.

Quasi tutti i tg della sera passano la notizia e mostrano, quasi si trattasse di un feticcio, le immagini del ponte di Spinesante. Ancora non si hanno notizie di morti, ma solo di qualche disperso e la cosa viene liquidata con rapidità. Nella notte si scoprono i primi morti, tra i quali un bambino di dieci anni.

A distanza di ventiquattro ore, l’Italia si risveglia e scopre che in Sicilia è accaduto qualcosa di serio e che forse vale la pena occuparsene. Inevitabile fare paragoni con le recenti tragedie che hanno colpito Genova, le Cinque Terre e la Lunigiana o con la spaventosa alluvione che due anni fa colpì Giampilieri e Scaletta Zancela, sulla costa Jonica del messinese, e che di morti ne fece trentasette. La vicenda di Genova ha avuto fin da subito risalto nazionale, con dovizia di foto e lunghi servizi televisivi. Il governo aumentò le accise sul carburante e stanziò un fondo di trecento milioni di euro per tamponare l’emergenza. Su tutti i telegiornali partì la gara di solidarietà per donare qualche euro in favore delle popolazioni alluvionate.

Di Barcellona, di Milazzo, di Saponara e di tutti gli altri comuni della costa tirrenica, a malapena si parla. Nessuna gara di solidarietà, inaccettabili black out informativi, aiuti che stentano ad arrivare e le solite faziose polemiche sull’abusivismo e le speculazioni edilizie, che riemergono sempre quando una tragedia di questo tipo colpisce qualche città del sud. Forse qualcuno dovrebbe spiegare il perché di questa disparità di trattamento… Ma forse non si può. Non si può ammettere pubblicamente che un morto del sud, in termini di importanza e solidarietà umana, conta meno di uno del nord.

Questo è il Paese dove viviamo, una Paese sulla carta unito ma in realtà diviso, un paese dove i cittadini non hanno pari diritti e pari dignità, dove una parte è più importante dell’altra.

Ma il fango è sempre fango e non fa distinzioni, soprattutto quando distrugge e si porta via vite umane.

La meglio gioventù. Rieccola.

1 Marco Amelia, 3 Emiliano Moretti, 5 Daniele Bonera, 6 Daniele De Rossi, 8 Angelo Palombo, 9 Alberto Gilardino, 11 Giuseppe Sculli, 13 Andrea Barzagli, 14 Cesare Bovo, 15 Marco Donadel, 17 Giondomenico Mesto. Sostituti 12 Federico Agliardi, 22 Carlo Zotti, 2 Cristian Zaccardo,  4 Alessandro Gamberini, 10 Matteo Brighi, 16 Alessandro Potenza, 18 Alessandro Rosina, 19 Simone Del Nero, 20 Andrea Caracciolo, 21 Gaetano D’Agostino. Allenatore Claudio Gentile.
Questa è la nazionale under 21 dell’Italia che vinse il campionato europeo nel 2004. Tre a zero alla Serbia, strapazzata dal gioco degli azzurrini che dominarono il torneo. Cinque di questi ragazzi due anni dopo diventavano campioni del mondo, dopo una strepitosa cavalcata in terra tedesca conclusa con il successo contro la Francia in finale ai calci di rigore. Nomi interessanti, che testimoniano come il nostro vivaio (nonostante i giornalisti amino dire il contrario) continua a sfornare giocatori molto interessanti. Spesso si tende a dimenticarsene, ma per una nazionale è importantissimo avere linfa vitale da quelle giovanili e dopo qualche passaggio a vuoto le cose sembrano tornate alla normalità (perché a livello di under 21 nessuno ha vinto quanto noi, è bene ricordarlo sempre). Il merito di tutto ciò bisogna sicuramente riconoscerlo a Ciro Ferrara, capace di raccogliere un’eredità scomoda e di rilanciare un gruppo che sembrava aver perso la fiducia in sé stesso. La gestione di Casiraghi non era stata delle migliori: dopo sette edizioni la qualificazione alla fase finale dell’europeo non è arrivata. Dopo un clamoroso e fortunoso passaggio alla fase degli spareggi e dopo una vittoria per 2-0 in casa contro una modesta Bielorussia arrivò una ancor più clamorosa sconfitta per 3-0 in trasferta che ovviamente costò la panchina all’ex bomber di Juventus e Chelsea.

Ora c’è un gruppo nuovo, capace di fare sfracelli. Cinque vittorie su cinque, con sedici gol fatti e solo due subiti. In più, un gioco brillante ed a tratti anche spettacolare. Ma vuol dire anche che abbiamo giovani di grande talento? Assolutamente si. Facciamo qualche esempio ruolo per ruolo. In porta c’è Carlo Pinsoglio, da molti descritto come il nuovo Buffon (si vabbè, il nuovo-tal dei tali oramai è una espressione inflazionata) ma che sicuramente ha grosse doti: cresciuto nel vivaio juventino si è messo in mostra anche a Viareggio, ma adesso si è consacrato nel Pescara di Zeman (e se un portiere si dimostra bravo in una squadra del boemo è tutto dire!). In difesa un terzetto nerazzurro con Santon (che oramai conosciamo bene perchè in nazionale maggiore ha già giocato e che adesso è passato al Newcastle) e soprattutto Caldirola e Faraoni (occhio perchè a breve imparerete a conoscerli). Senza dimenticare Camporese della Fiorentina e Crescenzi del Bari. A centrocampo Marrone della Juventus è il nuovo che avanza, a breve lo vedremo fare ottime cose in Serie A, ma di fianco a lui sembrano promettere bene anche Bertolacci del Lecce (ricorderete che ha già castigato la Juventus lo scorso anno) e Saponara dell’Empoli. Inoltre ci sono tre o quattro ragazzi che sembrano partire a fari spenti ma potrebbero accenderli ed abbagliare tutti. Le primizie però sono tutte in attacco. Paloschi e Destro in Serie A ci giocano con continuità e sopratutto il secondo sembra essere uno dal gol facile, mentre l’atalantino Gabbiadini sembra in fase di maturazione. C’è anche il “Faraone” El Shaarawy, che ha già segnato un gol con la maglia del Milan (tra l’altro alla miglior difesa della Serie A fino ad oggi, quella dell’Udinese) e che viene visto da molti addirittura come l’erede di Kakà. Infine un ragazzo che sta facendo sognare i tifosi del Napoli, anche se gioca a Pescara: Lorenzo Insigne. Zeman lo ha scoperto lanciandolo nel calcio che conta e lui l’ha ripagato con numeri incredibili. Diciannove gol in trentatré partite a Foggia, sette in dodici presenze finora in terra abruzzese. Aggiungeteci anche una valanga di assist e tirate le somme.

Tanti giovani promettenti. Se anche solo tre o quattro diventassero giocatori di prim’ordine la nostra nazionale potrebbe arricchirsi in maniera veramente importante per i prossimi dieci anni. Alla faccia di chi dice che di talenti nel nostro calcio giovanile non ce ne sono.

Intervista a Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione (parte 2)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Questa è la seconda parte dell’intervista rilasciata da Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Abbiamo approfondito diverse tematiche, dal rapporto tra la magistratura e la politica alla separazione delle carriere, sino ad un’accurata analisi della situazione attuale della giustizia italiana. Trovate qui la prima parte[/stextbox]

Cosa sono le “correnti” all’interno della magistratura?

Per “correnti” della magistratura si intendono le diverse associazioni di magistrati che si riconoscono tutte all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati. L’A.N.M., nata nel lontano 1909, sciolta nel ventennio fascista e ricostituita nel 1945, ai sensi dell’art. 2 dello Statuto, si propone i seguenti scopi: 1) dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali; 2) propugnare l’attuazione di un Ordinamento Giudiziario che realizzi l’organizzazione autonoma della magistratura in conformità delle esigenze dello Stato di diritto in un regime democratico; 3) tutelare gli interessi morali ed economici dei magistrati, il prestigio e il rispetto della funzione giudiziaria; 4) promuovere il rispetto del principio di parità di genere tra i magistrati in tutte le sedi associative ed in particolare assicurare la presenza equilibrata di donne ed uomini negli organismi dirigenti centrali, distrettuali e sottosezionali dell’Associazione, nonché in tutte le articolazioni del lavoro associativo e nei casi in cui l’Associazione sia chiamata a designazioni di suoi rappresentanti; 5) dare il contributo della scienza ed esperienza della magistratura nella elaborazione delle riforme legislative, con particolare riguardo all’Ordinamento Giudiziario.

Come si vede, l’A.N.M. non può definirsi soltanto come il sindacato dei magistrati, ma è un organo che contribuisce in modo rilevante alla c.d. politica giudiziaria, nell’ottica di un miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia della Giustizia, al servizio dei cittadini. Le c.d. correnti della magistratura non rappresentano altro che le diverse culture esistenti tra i magistrati e i diversi approcci possibili all’esame e alla soluzione dei comuni problemi degli uffici giudiziari. Direi che da questo punto di vista rappresentano la linfa vitale del sistema giudiziario italiano; sono centri di elaborazione di idee e di progetti volti a migliorare il funzionamento della Giustizia e che, attraverso l’A.N.M., interagiscono con il mondo politico, sottoponendo al Governo e al Parlamento il punto di vista per così dire “tecnico” sulle possibili riforme legislative.

Ribadita l’essenzialità delle correnti al fine di tenere qualitativamente alto il dibattito sulla Giustizia e di garantire il pluralismo associativo all’interno dell’A.N.M., devo anche dire che, spesso, le stessi correnti hanno tradito i loro ideali e si sono degradate a centri di interessi corporativi o, peggio, personali. Del resto, proprio per contrastare queste patologie e riportare l’associazionismo dei magistrati ai più alti valori per i quali era nato, Giovanni Falcone e altri valorosi colleghi, nel 1988, fondarono il Movimento per la Giustizia, che si prefiggeva proprio il superamento delle divisioni fondate non su diversi ideali, ma su diversi interessi corporativi, tra l’altro aprendosi anche al contributo di giuristi provenienti dall’esterno della magistratura.

La strada che ci si prefiggeva di percorrere si è poi rivelata irta di ostacoli. Credo però che non si possa seriamente pensare di risolvere il problema della Giustizia italiana ritenendo di abolire le correnti della magistratura, così come non si può pensare di risolvere i problemi della Politica italiana, propugnando la soppressione dei partiti. Ci si deve invece impegnare per evitare il perseguimento di interessi che non collimino con quelli della collettività, così come sintetizzati nella Costituzione, e si deve far questo tanto nella Giustizia quanto nella Politica.

Qual è la sua opinione sulla separazione delle carriere tra organo giudicante e requirente?

Si tratta di un problema che ciclicamente si ripropone con più o meno forza, senz’altro serio ma, forse, sopravvalutato in relazione ad altre riforme che ritengo più urgenti per il sistema Giustizia. Come noto, la separazione delle carriere tra organi giudicanti e organi requirenti è auspicata da chi ritiene che, nell’attuale sistema processual-penalistico, ove il processo segue un rito del tipo accusatorio, il PM sia in tutto e per tutto una parte processuale e che, per le garanzie della difesa, debba essere posto sullo stesso piano delle parti private, con un giudice in posizione di effettiva terzietà, anche ordinamentale oltre che processuale.

Vero è che, nel rito penale vigente, il PM è una parte sui generis, perché tenuto per legge alla ricerca della verità e non alla verifica di una ipotesi di colpevolezza. Tant’è che l’organo requirente è tenuto a cercare ogni prova in vista dell’accertamento della verità e, quindi, anche le prove favorevoli all’indagato. Non può dunque il PM essere posto in tutto e per tutto in posizione speculare a quella della difesa privata, perché gli avvocati degli indagati (come quelli di parte civile) sono tenuti, per apposito mandato, a sostenere le ragioni del proprio cliente e non a ricercare la verità. Detto questo, un PM che fosse separato dall’organo giudicante, con diverso concorso di accesso e con carriera irreversibilmente separata, si porrebbe più lontano dalla giurisdizione per avvicinarsi a funzioni più prettamente investigative, quasi che fosse un superpoliziotto. E se nel sistema vigente il problema è quello di assicurare ad ogni cittadino indagato o imputato le garanzie più ampie di difesa, in un sistema a carriere separate il PM, più vicino alla figura del superpoliziotto che a quella del giudice, offrirebbe sicuramente meno garanzie di quante ne offra attualmente, sia pure con le cadute di professionalità alle quali in vari casi si assiste. Un concorso di accesso comune e percorsi professionali separati solo funzionalmente, e non irreversibilmente, assicurano invece una maggior cultura della giurisdizione dei pubblici ministeri, specie di quelli che, per scelta o per assegnazione iniziale, abbiano effettivamente svolto le funzioni giudicanti. Conseguentemente, garantiscono maggiormente i cittadini ed è per queste ragioni che i vari Paesi ove le carriere sono separate auspicano riforme nella direzione del modello italiano.

Direi di più. Ammesso che si vari una riforma, necessariamente costituzionale, che separi le carriere dei magistrati giudicanti da quelle dei magistrati requirenti (come il disegno di riforma costituzionale presentato dal Governo Berlusconi il 10 marzo 2011, tuttora pendente in Parlamento), ne conseguirebbe un vero e proprio rafforzamento della categoria dei pubblici ministeri che, garantendo meno i cittadini, necessiterebbe di appositi e più incisivi controlli. Insomma, inutile illudersi. Un PM forte e separato dai giudici, con minor cultura giurisdizionale e maggiori poteri investigativi, cadrebbe inevitabilmente sotto il controllo del potere esecutivo. A questo punto, sarebbe in pericolo anche il principio di obbligatorietà dell’azione penale, che è garanzia di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, con il passaggio all’azione discrezionale sotto il controllo del Governo di turno.

Con ciò vedrebbe la sua realizzazione il vecchio e mai sopito desiderio di parte della classe politica e dei poteri forti di abbassare o limitare a determinate categorie di reati l’effettivo controllo di legalità sul territorio del nostro Paese. Forse i più giovani non sanno che questo era uno dei principali obiettivi dell’associazione segreta denominata P2 e del suo indiscusso capo Licio Gelli. Basta leggere i libri di storia per capire che questa organizzazione (alla quale partecipavano diversi politici, imprenditori, affaristi, tuttora in circolazione) non aveva come scopo il bene dell’Italia, ma quello dei propri fratelli massoni.

Quali sono le difficoltà reali e i problemi della giustizia italiana in questo periodo di generale crisi del paese?

Sono convinto che non siano i problemi processuali o quelli di diritto sostanziale a rendere estremamente difficoltosa e inadeguata la Giustizia italiana. Come dicevo, non solo la cultura giuridica italiana è invidiata in tutto il mondo, ma anche i nostri modelli processuali lo sono. Quanto al diritto sostanziale, esso sconta necessariamente i limiti, cui pure accennavo, di una legislazione di gran lunga più lenta di quanto non sia l’evoluzione dei costumi e delle tecnologie della società.

Ma il punto è un altro. Bisogna mettere in grado gli uffici giudiziari italiani di rispondere con maggior qualità e maggior celerità all’enorme mole delle domande di giustizia che piovono quotidianamente da ogni parte del territorio. Viceversa, su un organico previsto per legge di 10151 magistrati ordinari, siamo in servizio solo in 8118 e questo è anche la conseguenza di molti anni trascorsi (soprattutto durante il Ministero Castelli) senza che fossero emanati bandi per il concorso di accesso, sia perché si era in attesa di una riforma ordinamentale (quella del 2006) che poco aveva a che fare con l’esigenza della massima copertura dei posti in organico, sia perché mancavano le risorse economiche, che tuttora mancano.

Per il personale amministrativo la situazione è ancor più disastrosa e, per risolvere il problema dei tanti posti vacanti in organico, si è proceduto a ridurre fortemente il numero degli organici medesimi, con il risultato che da molti anni non si bandiscono più concorsi nell’amministrazione della giustizia. Per non parlare della mancanza di mezzi di ogni tipo. Strutture edilizie da tempo inadeguate e, a volte, non conformi alla normativa riguardante la sicurezza dei lavoratori. Mancanza di stanze per i magistrati e di aule di udienza. Mancanza di scrivanie, sedie, computer, carta… Insomma, il c.d. servizio giustizia in queste condizioni – che tutti possono verificare facendosi un giro per gli uffici giudiziari – è frustrante per i magistrati, poco dignitoso per gli altri dipendenti pubblici e del tutto insoddisfacente per i cittadini.

E’ vero. Oggi si assiste a una generale crisi del Paese, soprattutto economica e finanziaria. Non tutti sanno però che questa crisi è acuita non poco dalle inefficienze della Giustizia che, ad esempio nel settore civile, dove i tempi di definizione dei processi sono davvero biblici, si riflettono in una notevole contrazione degli investimenti degli imprenditori italiani e stranieri, timorosi di non poter recuperare in modo pieno e celere i propri crediti. Al contrario, chi non vuole onorare i propri debiti trova terreno fertile nei ritardi giudiziari. Di qui l’ulteriore considerazione che la crisi della Giustizia non fa che acuire la crisi economica e finanziaria.

 La giustizia italiana di quale tipo riforma o cambiamento radicale avrebbe bisogno?

Quello che si dovrebbe chiedere al potere legislativo non è tanto la riforma dei quattro codici o della miriade di leggi speciali in vigore, quanto una riforma organica che metta mano finalmente ai veri problemi degli uffici giudiziari, che sono problemi organizzativi, gestionali, informatici, o anche solo culturali. Gli abnormi ritardi dei processi in Italia, specie di quelli civili, come prima evidenziato non sono dovuti a procedure farraginose e lo sono solo in minima parte a causa della lentezza dei magistrati nel deposito dei provvedimenti. Essi sono dovuti principalmente ad una architettura degli uffici giudiziari che (pochi lo sanno) risale ancora al regno sabaudo (ne è una riprova l’esistenza di ben 16 tribunali dislocati, soltanto, nella Regione Piemonte), quando per andare a cavallo o in carrozza da Roma a Civitavecchia ci si impiegava di più di quanto oggi si impiega per andare da Roma a Palermo ed era necessaria una capillarizzazione della presenza dei magistrati sul territorio. Oggi si rende urgente una economizzazione e razionalizzazione delle (poche) risorse a disposizione, anche tenuto conto che, come noto, gli uffici giudiziari in grado di rendere risposte più efficienti ed efficaci alla collettività non sono né quelli di piccole dimensioni (dove si pongono problemi di funzionalità minime e di incompatibilità processuali irrisolvibili), né quelli c.d. metropolitani (dove si pongono problemi di gestione assai difficili da risolvere), ma sono invece gli uffici di medie dimensioni.

Una revisione delle circoscrizioni giudiziarie – invano auspicata con apposita proposta legislativa dal C.S.M. nel luglio 2010 – costituirebbe, quindi, lo strumento indefettibile per realizzare un sistema moderno ed efficiente di amministrazione della giurisdizione, che sia in grado di fornire la dovuta risposta di merito alle istanze di giustizia, nel rispetto di tempi ragionevoli di durata del processo, nella consapevolezza che il ritardo nel giungere alla decisione si risolve in un diniego di giustizia. Si renderebbe possibile in tal modo un’ottimizzazione delle risorse a disposizione del sistema giustizia (personale di magistratura, personale amministrativo, mezzi e strumenti, anche informatici), capace di aumentare sensibilmente la risposta giudiziaria in relazione alla corrispondente domanda di giustizia dei cittadini. Una riforma di tal genere sarebbe più di ogni altra capace di invertire il “trend” giudiziario e di far superare il senso di profonda amarezza che alberga nella coscienza di chi si pronuncia ogni giorno “in nome del popolo italiano” e viene al contempo delegittimato proprio da chi, pure, quel popolo rappresenta.

Una amarezza, certo, che non è nuova se si pensa a quanto affermava Calamandrei nel lontano 1921: “la crisi della giustizia sta nella svalutazione morale della magistratura: ad aggravar la quale hanno dato opera assidua da cinquant’anni a questa parte burocrazia e parlamento. Se lo stato avesse voluto preordinatamente distruggere a colpi di spillo il prestigio della magistratura di fronte al popolo e spegnere a poco a poco in lei stessa ogni fiducia nell’opera propria, avrebbe dovuto comportarsi verso di essa come si è comportato […] Ed ecco: questi magistrati che sono la voce vivente della legge e la incarnata permanente riaffermazione dell’autorità dello Stato, si accorgono che lo Stato agisce talora come se fosse il loro più aperto nemico: sentono che, se vogliono seguitare a render giustizia, devono farlo, più che in nome dello Stato, a dispetto dello Stato, il quale incarnato nel Governo, fa di tutto per neutralizzare, per corrompere, per screditare, per rendere incerta e poco seria l’opera loro”.

 

 

 

 

 

Quintetto Denner – Intervista

Forse non tutti lo sanno, ma il jazz amato nel mondo non è solo quello “made in USA”. In Italia abbiamo molti artisti e al di là dei pochi volti noti esiste un esercito di musicisti di elevato spessore artistico “di nicchia”. Ho avuto il piacere di poter porgere qualche domanda al maestro Giancarlo Buratti, portavoce del “Quintetto Denner”. Giancarlo, insieme ad Alessandro Bardella e Giorgio Rondi, arrivano con il loro trio di clarinetti di estrazione prettamente classica a incontrare Guerrino Allifranchini, “guru” italiano del jazz con il suo clarinetto e il suo sassofono di fama internazionale. L’innesto di Allifranchini allarga gli orizzonti della formazione che trova la sua stabilità con l’inserimento di Filippo Rodolfi, pianista jazz e compositore che può vantare concerti e collaborazioni in tutta Europa fino al Giappone. Negli ultimi anni il quintetto è stato chiamato in molti Paesi per rappresentare l’Italia in vari festival jazz (European Jazz Festival in Turchia nel 2001 – dove tra l’altro è stato inciso il cd “Quintetto Denner-Live in Turkey” – e Toronto Jazz festival nel 2008 per fare due nomi). Il prossimo 25 Novembre i nostri eroi terranno un concerto in Gran Canaria per bissare il successo ottenuto lo scorso febbbraio dove nell’auditorium Tirajanas millequattrocento persone chiusero il concerto con una standing ovation per i Denner. Ma diamo voce a uno di questi artisti: Giancarlo Buratti.

Vuoi parlarci un po’ di chi siete e cosa fate? Di primo acchito ti risponderei che siamo cinque amici, cinque buoni amici che si divertono un mondo. Si potrebbe dire che “in principio fu il trio”, perchè tutto è iniziato dal Trio Denner che, appena terminata l’esperienza del conservatorio, contribuii a formare con Giorgio e Alessandro. Poi, continuando in stile parabola, venne Guerrino e nulla fu più come prima! Scherzi a parte l’incontro con Guerrino ha davvero segnato la svolta, anche perché di lì a pochi mesi il quartetto divenne quintetto integrando stabilmente Filippo Rodolfi che fino ad allora si era occupato degli arrangiamenti.

State per volare alle Canarie. Vuoi parlarci di questa nuova avventura e quale sarà il programma del vostro concerto? È la seconda volta che abbiamo l’occasione di suonare all’Auditorium Tirajanas in Gran Canaria. Quando a febbraio ci contattarono per fare il primo concerto devo ammettere che accolsi la proposta con qualche riserva. Cioè, le Canarie sono senz’altro un paradiso in terra, clima fantastico, natura incontaminata e servizi di alto livello, ma nella mia mente erano troppo legate ai villaggi vacanze per poterle considerare un posto che presta attenzione alla musica e ai concerti, insomma alla cultura che non sia svago fine a sé stesso. Nulla di più sbagliato! Un pregiudizio dato dalla mia scarsa conoscenza del posto. Il concerto che facemmo a febbraio era inserito nel “27 FESTIVAL DE MÚSICA DE CANARIAS” prestigiosissimo festival che ha visto la partecipazione delle più grosse personalità della musica mondiale. Musicisti del calibro di Abbado, Muti, Barenboim, Sir Colin Davis, Plácido Domingo, José Carreras, Rostropovich, Pogorelich, Ashkenazy, YoYo Ma!
In quell’occasione presentammo il nostro ultimo progetto “Italy in Jazz”, questa volta invece proporremo un repertorio che guarda alle radici del jazz, presentando però anche brani in prima esecuzione.

Negli anni avete rappresentato con grandissimo carisma la nostra Italia che fa jazz. Quali sono state le vostre migliori esperienze e quali sono stati i migliori complimenti che avete ricevuto?  Difficilissimo rispondere. Ogni esperienza ci ha portato qualcosa di insostituibile, sotto il profilo umano e musicale. Personalmente porterò sempre nel cuore i tramonti di Sydney, il rimbombo delle cascate del Niagara, i viaggi interminabili e anche quella voglia di casa che ti cresce dentro alla fine di ogni esperienza.
Per quanto riguarda i complimenti, ricorderò sempre un episodio avvenuto al Toronto Jazz Festival. Il giorno dopo il nostro concerto, sullo stesso palco si esibiva Arturo Sandoval, uno dei miei miti di sempre… I posti erano esauriti ma, visto che noi italiani riusciamo sempre a farci voler bene, otteniamo un pass per entrare. Il signore della sicurezza ci accompagna, facendoci passare davanti al palco. A un tratto il brusìo del pubblico in attesa del concerto aumenta, qualcuno ci riconosce, qualcuno urla “Denner”, altri “Italian musicians” e parte un applauso, che aumenta sempre più, fino a che le prime file si alzano in piedi e poi gli altri e così via. Per farla breve ringraziamo, salutiamo e ci defiliamo in buon ordine. Devo ammettere che quella sera, vuoi per la stanchezza, vuoi per il fuso, ma qualche lacrima mi è scappata. Non è proprio un complimento diretto, ma mi piace considerarlo così.

Da anni conosco il carissimo maestro Filippo Rodolfi, che mi ha raccontato che vi divertite come dei pazzi. E come potrebbe non essere così! Siamo un buon gruppo, ci vogliamo davvero bene. Ogni volta che ci penso, penso davvero che conoscere Guerrino e Filippo mi abbia cambiato la vita, e non mi riferisco solo alla vita artistica; sono davvero persone che mi hanno arricchito, intelligenti e sensibili, oltre a essere musicisti eccezionali. E questa avventura oltretutto ha avuto il potere di cementare ancora di più il rapporto tra i “giovani” (le virgolette fanno sempre male) del gruppo originale. Dire che ci divertiamo è minimizzare, anche se di tanto in tanto non mancano gli attriti. Vivere gomito a gomito in tournée e affrontare concerti impegnativi non è una passeggiata a volte.

Vuoi raccontarci qualche aneddoto o qualche episodio simpatico che vi è capitato? Io mi ricordo ad esempio una valigia scambiata per un ordigno fuori da una stanza di albergo… Ah sì, il problema è che non era un albergo, ma l’attico dell’ambasciata di Tirana dove ci ospitavano in occasione del Festival Klasic, e il casino scatenato fu davvero grande. Anch’io me la ricordo e temo di non potermene più dimenticare. Beh, di episodi ce ne sarebbero un miliardo, in questo momento più che episodi ricordo immagini buffe. Rivedo me e Giorgio fare i deficienti “affrontando” le onde perfette di Surfers Paradise: due mozzarelle dal fisico discutibile che urlano come bambini al suono della campanella, attorniati da surfisti professionisti con fisici scultorei e abbronzature da urlo. Ricordo la faccia terrorizzata di Sandro a ogni decollo o sobbalzo di un aereo e i nostri scherzi sadici a cui puntualmente risponde con insulti indicibili, senza però mollare la presa dai braccioli. La capacità comunicativa di Guerrino che sa farsi capire in ogni angolo del mondo, lo vedo ancora chiacchierare con un mercante di strumenti musicali in un suk turco. Quello parlava turco, Guerrino faceva versi strani, ma alla fine si capivano a meraviglia. E poi c’è Filippo e le sue sigarette, su cui si potrebbe scrivere un romanzo, o meglio un manuale: “come poter fumare in qualunque luogo e a qualunque ora!” (Simpatici gli episodi… Ma il fumo fa male!)

Torniamo alle cose serie. Come nascono gli arrangiamenti per un ensamble jazz così anomalo? Su misura, assolutamente. Il gruppo come hai detto è anomalo ed è davvero difficile poter trovare qualcosa nella letteratura Jazz. Per cui tutti gli arrangiamenti sono fatti su misura per noi da Filippo e, in qualche caso da Wally Allifranchini. Poi abbiamo la fortuna di poter eseguire alcuni brani che sono stati composti appositamente per noi da musicisti di prim’ordine che ci hanno voluto fare questo fantastico regalo: Filippo, Wally, Patriarca ecc…

Come trovi il panorama jazzistico italiano? Guarda, posso risponderti esattamente come nell’ultima chiacchierata che facemmo qualche anno fa. Credo sia più interessante di quanto non si pensi. Ci sono un sacco di artisti convincenti, un sacco di giovani musicisti davvero capaci. Personalmente ho degli allievi che davvero mi fanno sperare in un futuro di qualità. Penso però che la percezione che la società ha della cultura italiana, invece, sia molto bassa; penso si dia troppo poco spazio alla qualità e, soprattutto, se ne dia troppo alla banalità. Forse perché la banalità fa ascolto perché è semplice, lineare, a portata di mano, mentre la qualità e la cultura hanno bisogno di più impegno e attenzione. Non voglio fare quello che dispensa saggezza, ma credo che il male del nostro secolo sia la banalizzazione, la semplificazione tout court. In questo periodo aborro la nascita e la diffusione dei Talent Show. Il meta-spettacolo, lo spettacolo sul come nasce uno spettacolo. L’illusione di poter smontare le componenti e le alchimie che costituiscono la preparazione di un successo, di poterle catalogare, controllare ed esibire. Tutto ciò è un’illusione che non fa che banalizzare l’arte riducendola a preparazione e confezione. L’arte come processo industriale. Come dite? Ho rotto con il pistolotto? Ok la pianto! Seguiteci e vogliateci bene!

www.quintettodenner.it

Le grandi sfide di Mario Monti

Tre concetti: rigore di bilancio, crescita ed equità. Sono questi i pilastri che sosterranno il neonato governo Monti. Il nuovo Presidente del Consiglio ha illustrato ieri al Senato il suo piano per risollevare il Paese. Cinquanta di minuti di discorso accorato, sovente interrotto da applausi, che ha fornito un quadro chiaro della drammatica situazione del Sistema Italia e, soprattutto, della terapia d’urto al quale verrà sottoposto.

Le idee e le intenzioni sembrano, sulla carta, ottime. Finalmente, dopo anni ignavia tremontiana, si torna a parlare di crescita. È questo l’obiettivo dichiarato di tutto il programma di governo, far ripartire l’economia, stimolare la nascita di nuove imprese, rendere l’Italia un terreno fertile che permetta lo sviluppo dell’imprenditorialità, soprattutto di quella giovanile. Per fare ciò e reperire le risorse per finanziare la crescita, Mario Monti ha elencato una serie di punti programmatici. Si inizia dall’armonizzazione dei bilanci dei vari enti pubblici in modo da riorganizzare e razionalizzare la spesa, tagliando il superfluo e riducendo i privilegi di cui godono tutte le cariche elettive. Particolare attenzione avrà il sistema previdenziale, giudicato “tra i più solidi d’Europa” ma bisognoso di correttivi specialmente in tema di contributi e di tagli agli “inaccettabili privilegi” che negli anni sono stati elargiti. Pessime notizie per i possessori di case e terreni. Il governo mira a reintrodurre la famigerata ICI, eliminata dal governo Berlusconi e di far pagare l’IRPEF su immobili e proprietà non locate. Oltre a questo, sono previsti altri interventi sul prelievo fiscale, non meglio identificati, che mirano a fare gettito e a non deprimere i consumi. Altre entrate dovrebbero arrivare dalla dismissione graduale degli immobili pubblici e dalla revisione della legge sul Project Financing, ridistribuendo equamente tra Stato e soggetto privato il rischio dell’investimento. Nessun accenno a tasse patrimoniali.

Il nuovo premier è stato altrettanto chiaro nell’illustrare cosa il suo esecutivo vuol fare per stimolare la crescita. Il punto più importante è la riduzione del cuneo fiscale e delle imposte sulle attività produttive, chiesta a gran voce da Confindustria anche al precedente governo. Saranno previste agevolazioni fiscali per le nuove imprese, la liberalizzazione dei mercati e nuove norme per favorire la libera concorrenza. Quest’ultimo è forse uno dei punti più critici del programma presentato in Senato. Il capo del governo ha esplicitamente espresso la volontà di ridurre o abbattere “privilegi corporativi che bloccano il libero mercato”, puntando il dito, implicitamente, contro i vari ordini professionali. Una sfida durissima che si affianca a quella, forse più problematica, che riguarda il mercato del lavoro. La volontà del nuovo governo è quella di revisionare il sistema degli ammortizzatori sociali e di estendere la protezione di questi a tutti quei contratti atipici, nati negli ultimi anni, che al momento non la prevedono. Monti ha anche parlato di una semplificazione dei contratti di lavoro e di nuove norme che punterebbero a rendere più conveniente, per un’impresa, assumere un lavoratore con contratto a tempo indeterminato, cercando, allo stesso tempo, di favorire la mobilità e la flessibilità del mercato del lavoro. Ultimo punto, ma non per importanza, del discorso del nuovo premier, riguarda i giovani e la volontà di questo governo di valorizzarli e renderli i veri protagonisti della riscossa dell’Italia. È intenzione del nuovo governo, dopo anni di tagli, investire sui giovani, sulle imprese giovanili, sulla formazione e la ricerca.

Tutto sommato era quello che ci si aspettava. Il programma del governo Monti, esposto in Senato, ricalca grosso modo la famosa lettera inviata a Bruxelles dal governo Berlusconi e prende spunto dalle proposte formulate da Confindustria qualche settimana fa. Ora bisogna passare ai fatti. Mai come in questo caso, il tempo è tiranno e le sfide che attendono il nuovo governo sono difficili. C’è da cambiare un paese che da troppo tempo galleggia sull’acqua torbida. Lo stesso Monti, nelle battute finali del suo discorso, si dichiara consapevole delle difficoltà: “Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi. I margini di successo sono tanto più ridotti, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, dopo anni di contrapposizione e di scontri nella politica nazionale. Se sapremo cogliere insieme questa opportunità per avviare un confronto costruttivo su scelte e obiettivi di fondo avremo occasione di riscattare il Paese e potremo ristabilire la fiducia nelle sue istituzioni”.

La lista dei Ministri è fatta, ora facciamo la lista (del risparmio) della spesa

Il nuovo Presidente del Consiglio Mario Monti ha reso noti i nominativi dei Ministri che faranno parte del Governo che avrà come obiettivo il superamento della crisi economica che sta travolgendo il nostro paese. Per far ciò è stata stilata una lista di esponenti esclusivamente tecnici  che dovrà tentare di fare il possibile per risollevare le sorti dell’Italia.

Cinque i Ministri senza portafoglio:

Enzo Moavero Milanesi è Ministro degli Affari Europei. 57 anni, avvocato e attualmente giudice del Tribunale di primo grado della Corte di Giustizia dell’UE. Conosce molto bene il nuovo premier perché ne è stato capo di gabinetto ai tempi della Commissione UE. In realtà sembrava dovesse essere lui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma Monti ha deciso di affidare l’incarico ad Antonio Catricalà. Moavero  era stato Consigliere a Palazzo Chigi di Amato e Ciampi nel biennio 1992-1993,  è esperto di mercato e concorrenza, con  una grande esperienza maturata all’estero e dedicata principalmente al mercato e al diritto internazionale.

Piero Gnudi è il Ministro del Turismo. Classe 1938, laurea in Economia e Commercio all’Alma Mater, titolare di uno studio commercialista, Gnudi è stato presidente di Enel e ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’IRI. Per quanto riguarda i suoi precedenti politici questi risalgono al governo Dini, nel 1995, quando fu nominato consigliere economico del Ministro dell’Industria che all’epoca era Alberto Clò.

Fabrizio Barca è il Ministro per la Coesione Territoriale, che – strano gioco del destino – prende il posto del Ministero per il Federalismo. Docente universitario di primo livello, Barca ha un curriculum specifico per le problematiche territoriali a qualunque livello. Come gran parte degli altri neo ministri anch’egli si è formato prevalentemente all’estero anche se  ha poi sviluppato la sua carriera totalmente in Italia. Laurea in Scienze statistiche e demografiche. Nel 1999 è stato nominato presidente del comitato per le Politiche territoriali dell’OCSE. Ha insegnato nelle Università di Siena, Bocconi, Roma ‘Tor Vergata’, Modena e Urbino.

Piero Giarda è il Ministro per i Rapporti con il Parlamento. Laureato in economia e commercio nell’Università Cattolica di Milano nel 1962, Giarda vanta un lunghissimo curriculum accademico. Responsabile del Laboratorio di Analisi Monetaria nell’Università Cattolica, componente del Comitato direttivo della scuola per il dottorato in Economia e finanza delle amministrazioni pubbliche. Ha svolto attività di consulenza alla Presidenza del Consiglio e al Ministero delle Finanze. È stato Presidente della Commissione Tecnica per la Spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1986 al 1995 e Sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro dal 1995 al 2001.

Andrea Riccardi è il Ministro della Cooperazione e dell’Integrazione. Fondatore della Comunità di Sant’Egidio e docente universitario di Storia contemporanea. Monti gli ha affidato un dicastero nuovo, mai esistito sinora, che ha la finalità di assegnare agli aiuti umanitari, ordinari e straordinari, uno status formalmente – speriamo non solo apparentemente – più rilevante.

Dodici, invece, i Ministri con portafoglio, compreso quello dell’Economia, che Mario Monti si è, come prevedibile, autoaffidato.

Agli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, si è laureato in Giurisprudenza a Milano, con specializzazione in Diritto Internazionale. È stato Console Generale a Vancouver durante l’Expo’86, dove ha promosso importanti eventi per il commercio e la cultura italiana. Nel 1987 è tornato a Roma per prestare servizio presso la Direzione Generale degli Affari Economici. Dal 1993 al 1998 è stato a New York presso la Rappresentanza d’Italia all’ONU. Ambasciatore d’Italia in Israele tra il 2002 e il 2004. Dall’ottobre 2009 è ambasciatore italiano a Washington.

Agli Affari Interni Anna Maria Cancellieri, nata a Roma, 67 anni. Laureata in Scienze politiche, nel 2010 diventa commissario a Bologna poi, dopo un breve periodo di vacanza, viene nominata commissario prefettizio a Parma. Ha ricoperto anche il ruolo di prefetto a Genova e Catania, quando si trovò a gestire l’emergenza dopo la morte del poliziotto Filippo Raciti, a seguito degli scontri nel derby siciliano, che tutti ricorderete, tra ultras catanesi e palermitani.

Alla Giustizia Paola Severino, uno dei più noti avvocati penalisti italiani, sessantatré anni, napoletana. La prima donna ministro della Giustizia italiana è stata Prorettore vicario dell’Università Luiss Guido Carli, professore ordinario di diritto penale presso la stessa Università della Confindustria e avvocato, tra gli altri, di Prodi, Acampora, Caltagirone e Geronzi. Laureata in Giurisprudenza all’Università di Roma La Sapienza nel 1971, gli inizi della sua carriera universitaria sono al CNR. Dal ’75 all’87 ricopre l’incarico di assistente ordinario presso la seconda cattedra di diritto penale dell’Università La Sapienza. In seguito, è professore  ordinario di diritto penale commerciale alla facoltà di Economia di Perugia. È titolare dell’insegnamento di diritto penale alla Scuola ufficiali. Dal luglio 1997 al luglio 2001 è stata vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura militare.

Alla Difesa Gianpaolo di Paola, 67 anni, campano di Torre annunziata ed attuale presidente del Comitato militare della Nato. Entrò a far parte del governo Dini dal gennaio ’95 al maggio 1996. Di Paola indossa l’uniforme da quasi cinquant’anni. Dal 1994 al 1998 allo Stato maggiore della Difesa, come capo del Reparto “politica militare”. Sempre nel 1998 è stato nominato capo di gabinetto del ministro della Difesa. Dal 2001 al 2004 Di Paola è stato Segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, viene poi nominato capo di Stato Maggiore della Difesa, nella cui veste ha coordinato la pianificazione di tutte le più recenti missioni internazionali dell’Italia, dall’Iraq all’Afghanistan.

Allo Sviluppo Economico, alle Infrastrutture e ai Trasporti Corrado Passera, comasco, classe 1954 e laureato alla Bocconi. Dal settore editoriale, dove diventa amministratore delegato di Arnoldo Mondadori Editore e successivamente vice presidente e Chief Executive Officer del Gruppo Espresso-Repubblica, passa nel 1992 al Gruppo Olivetti dove è chiamato in qualità di co-amministratore delegato. Nel ’96 diventa amministratore delegato del Banco Ambrosiano Veneto che lascerà dopo aver portato a termine il consolidamento con Cariplo. Nel 1998 il governo lo nomina alla guida di Poste Italiane dove rimarrà fino all’aprile 2002. Dal gennaio 2007 assume l’incarico di consigliere delegato e CEO in Intesa SanPaolo, nata dalla fusione di Banca Intesa e Sanpaolo Imi.

All’Agricoltura Mario Catania, nato a Roma nel 1952. Dal 2009 è capo Dipartimento delle politiche europee e internazionali del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Il compito del neo ministro Catania, sarà quello di far rientrare una parte dei tagli che l’Europa agricola ci vorrebbe imporre sottraendoci 1,4 miliardi di euro nella riforma tra il 2014 ed il 2020. Catania è un esperto di politiche comunitarie e ha affiancato dal 1996 in poi tutti i Ministri nelle trattative comunitarie. A Bruxelles svolgerà gran parte del suo impegno, ma allo stesso tempo dovrà rilanciare questo settore, fortemente indebolito dalla crisi economica e dall’emarginazione patita a causa delle ultime Finanziarie di destra e sinistra.

Alla Cultura Lorenzo Ornaghi è Lombardo, classe 1948, laureato in Scienze politiche nel 1972 all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove ha lavorato fino all’87 come ricercatore. Diviene poi Professore associato presso l’Università di Teramo. Riveste, inoltre, incarichi di prestigio in enti pubblici e privati: ad esempio è direttore dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), e della rivista “Vita e pensiero”, vicepresidente del quotidiano Avvenire e della Fondazione Vittorino Colombo di Milano. Dal 2001 al 2006 è stato presidente dell’Agenzia per le Onlus.

All’Ambiente Corrado Clini, nato a Latina nel 1947. Si è laureato nel 1972 in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Parma, ha conseguito nel 1975 il diploma di specializzazione in Medicina del Lavoro presso l’Università di Padova e, nel 1987, il diploma di specializzazione in Igiene e Sanità Pubblica presso l’Università di Ancona. È stato direttore generale del ministero dell’Ambiente dal 1990, attualmente della Direzione per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia.

Al Lavoro ed alle Politiche Sociali Elsa Fornero, nata a San Carlo Canavese nel 1948. È professore ordinario presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino. Esperta di sistemi previdenziali, pubblici e privati, e temi quali l’invecchiamento della popolazione, le scelte di pensionamento, il risparmio delle famiglie e le assicurazioni sulla vita. È Coordinatore Scientifico del CeRP (Center for Research on Pensions and Welfare Policies, Collegio Carlo Alberto), Vice Presidente della Compagnia di San Paolo, membro del Collegio Docenti del Dottorato in Scienze Economiche dell’Università di Torino e del dottorato in Social Protection Policy presso l’ Università di Maastricht, in cui è anche docente.

Al Ministero della Salute Renato Balduzzi, nato a Voghera il 12 febbraio 1955, professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università del Piemonte Orientale e, dal 2011, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica. Nei primi anni novanta è stato consigliere giuridico dei ministri della Difesa e dal 1996 al 2000 di quello della Sanità, dove ha ricoperto anche l’incarico di capo ufficio legislativo con il ministro Rosy Bindi, e delle Politiche per la famiglia dal 2006 al 2008. Da sempre impegnato nell’associazionismo cattolico, è stato presidente del Movimento ecclesiale di impegno culturale, movimento esterno dell’Azione Cattolica Italiana.

All’Università e all’Istruzione Francesco Profumo, 58 anni, ingegnere e docente universitario italiano. Dal 13 agosto 2011 presidente del  CNR. Presidente della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino dal 2003 al 2005, viene poi nominato Rettore. Il suo ruolo di rettore è caratterizzato dalla collaborazione con diverse aziende internazionali, come Microsoft e Motorola, e con la grande apertura della didattica verso l’estero. Profumo, inoltre, è stato attivo in molti gruppi di lavoro internazionali, con numerosi riconoscimenti in tutto il mondo ed oltre 250 lavori pubblicati su riviste internazionali scientifiche ed atti di conferenze internazionali di settore.

Le competenze sembrano esserci, ora vediamo cosa saranno in grado di fare e cosa noi, italiani, saremo in grado di sopportare…

Intervista a Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione (parte 1)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Mario Fresa è un magistrato della Repubblica italiana, nato a Roma il 22 settembre 1961. Entrato in magistratura il 22 dicembre 1987, è stato Pretore civile a Rieti e poi a Roma. Ha svolto poi le funzioni di magistrato addetto alla segreteria del CSM dal dicembre 1995 al giugno 2001, all’ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte di Cassazione, dove ha svolto anche l’incarico di referente informatico presso la stessa Corte. Da sempre impegnato nell’Associazione Nazionale Magistrati, ha aderito al Movimento per la Giustizia sin dal 1988 ed ha svolto per diversi anni l’incarico di segretario del distretto romano. Nel 2003 è stato eletto nel Comitato Direttivo Centrale dell’ANM. Dal 2006 al 2010 è stato componente del CSM, ove ha svolto anche le funzioni di giudice della Sezione Disciplinare. E’ autore del libro “La responsabilità disciplinare nelle carriere magistratuali”. Attualmente svolge funzioni requirenti quale Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.[/stextbox]

 Cosa significa per Lei essere un magistrato?

Essere magistrato significa, anzitutto, attuare quotidianamente e con coerenza quei valori ai quali si è giurata fedeltà al momento dell’ingresso in magistratura. Attuare dunque i principi della Costituzione della Repubblica Italiana, che devono essere coniugati – in una dimensione europea da tempo recepita nel nostro ordinamento – con le norme dell’Unione Europea e quelle della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il magistrato contemporaneo, lungi dall’essere semplice “bouche de loi”, deve essere il vero e autentico custode di quei valori per i quali ha giurato fedeltà e, nel contrasto eventuale tra leggi positive e valori costituzionali, convenzionali ed euro-unitari, deve dare la prevalenza a questi ultimi, un po’ come Antigone fece applicando gli “αγραπτα νομιμα”, le consuetudini ritenute di origine divina, e disapplicando il “νομος”, la legge positiva del re Creonte.

Per far questo il magistrato non può astrarsi dalla società in cui vive, ma deve invece calarsi in essa, per essere in grado di interpretare le leggi garantendo la tutela dei diritti di tutti i cittadini, in egual misura, attraverso un continuo, difficile e mutevole raffronto con i diversi principi fondamentali, raffronto che può portare ad una delicata operazione di bilanciamento dei diversi ed a volte contrapposti valori in gioco. Questa operazione può portare, certo, a molteplici, legittime opzioni interpretative tra i diversi giudici dei tribunali e delle Corti d’Appello e tra questi ed i giudici della Corte di Cassazione, ma questa eventualità – se riportata nell’ambito fisiologico, evitando le interpretazioni abnormi e confidando nel buon esercizio della cosiddetta attività di nomofilachia della corte di cassazione (cioè nell’elaborazione di quei principi di diritto autorevoli ed al tempo stesso convincenti, in ciò assicurando una tendenziale unitarietà del diritto) – la considero un bene per la giurisdizione e per la stessa tenuta della democrazia del nostro Paese. Si, perché l’interpretazione delle leggi attraverso il consapevole bilanciamento dei diversi valori in gioco (il principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e le pari opportunità, la tutela dei lavoratori e l’iniziativa economica, il diritto alla salute ed alla libertà di autodeterminazione, la libertà di manifestazione di pensiero ed i doveri di riserbo, ecc.) rende il diritto più vicino ai cittadini e limita il distacco tra l’Auctoritas  ed il comune sentire degli uomini, destinato ad evolversi nel tempo e, sicuramente, più velocemente di quanto non facciano le leggi stesse.

Cosa si deve intendere al giorno d’oggi, a Suo parere, con l’espressione “ bravo magistrato”?

Un bravo magistrato è colui che riesce a far ciò, in maniera imparziale e indipendente ed al contempo in modo moderno, aperto alle esigenze di efficienza del terzo millennio e della società della globalizzazione, – come ha affermato diversi anni fa un mio collega “prestato” alla politica, Elvio Fassone, in occasione della presentazione di un suo disegno di legge sulle verifiche di professionalità dei magistrati – laborioso, ma non attento soltanto a fare statistica; capace di ascoltare, più che di esprimere subito le sue convinzioni; portatore di opinioni, anche ferme, ma disposto a cambiarle dopo avere ascoltato; osservante del codice deontologico non meno dei quattro codici; prudente nel discostarsi da ciò che è consolidato, ma coraggioso nel sottoporre a verifica ciò che è pacifico; consapevole che ogni fascicolo non è una “pratica”, ma un destino umano; paziente nell’approfondire, indipendente nel giudicare, rispettoso nel trattare.

Un magistrato di tal genere, a mio parere, è un magistrato che, con riferimento alla famosa metafora del Calamandrei, della bilancia che porta in un piatto due grossi volumi e nell’altro una rosa (da un lato le leggi e la dottrina e dall’altro il costume degli uomini che hanno il compito di far funzionare quelle leggi), riesce a far pendere la Giustizia dalla parte della rosa.

Lei ha ricoperto ruoli molto importanti durante la sua carriera di magistrato, a cominciare dall’esser stato eletto membro del Consiglio Superiore della Magistratura fino al recente incarico di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione. Cosa ha segnato maggiormente e come può sintetizzare, dal punto di vista professionale, la Sua esperienza al CSM?

L’attività giurisdizionale, se rettamente intesa non come esercizio di un potere personale, ma come esercizio di un servizio a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, è una professione capace di fornire immense soddisfazioni. Fare Giustizia, nel senso più autentico del termine, e cioè reintegrare o risarcire nei diritti lesi chi abbia subito una ingiusta violazione di regole e, al contempo, punire o sanzionare chi quelle regole, penali o civili, abbia ingiustamente violato, significa essere compartecipi di ciò che il Costituente ha voluto realizzare nel lontano 1948, all’indomani del ventennio fascista e di una tragica guerra che aveva sparso tanto sangue in terra italiana. Ed il costituente, nel prevedere forti garanzie per l’esercizio autonomo e indipendente del potere giurisdizionale, ha voluto preservarlo – nell’esclusivo interesse dei cittadini a veder assicurato il diritto all’eguaglianza dinanzi alla legge – da possibili attacchi, provenienti non solo dall’esterno e, in particolare, dagli altri poteri dello Stato (legislativo ed esecutivo), ma anche dall’interno della stessa magistratura. E’ per questo che la nostra Costituzione ha previsto che i magistrati si distinguono solo per funzioni, evitando con ciò possibili gerarchie all’interno del corpus magistratuale e possibili interferenze interne all’esercizio delle funzioni giudiziarie.

Oggi, che svolgo le funzioni di sostituto procuratore generale presso la corte di cassazione, non per questo svolgo funzioni sovraordinate rispetto a quelle che svolgevo da giudice-ragazzino e pretore, più di venti anni fa, in una piccola città di provincia. Giovanni Falcone, in una storica relazione tenuta a Milano nel lontano novembre 1988, affermò a ragione che non esiste il mestiere del giudice, ma esistono i mestieri dei giudici e che ciascuna funzione svolta è parimenti delicata perché incide direttamente sulla vita dei cittadini. I cittadini del resto hanno diritto non al miglior giudice possibile, ma ad un giudice (e ovviamente ad un pubblico ministero) attrezzato e attitudinalmente idoneo a risolvere la specifica questione giuridica. Per questo posso dire che tutti i “mestieri” che ho svolto hanno nella stessa misura segnato la mia formazione professionale.

Non posso negare, però, che l’essere stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura nel quadriennio 2006/2010, e cioè aver fatto parte dell’organo che la Costituzione ha appositamente previsto per il governo autonomo della magistratura (con ciò intendendo sottrarre l’esercizio del potere giurisdizionale alle influenze della politica e dei partiti), ha segnato fortemente la mia vita professionale.

Il CSM è l’organo preposto ad assicurare alla giurisdizione e ai magistrati che la esercitano autonomia e indipendenza da ogni altro potere. Ma è anche l’organo che deve assicurare ai cittadini il buon funzionamento della giustizia e la professionalità dei magistrati. Quindi il CSM, come ha il dovere di tutelare i magistrati lesi nella loro autonomia e indipendenza di giudizio, ha anche il compito di intervenire nelle situazioni determinate da gravi cadute di professionalità nell’esercizio delle funzioni. La tutela dei magistrati lesi nell’esercizio delle funzioni e l’intervento nei casi in cui la giurisdizione perde credibilità a causa di comportamenti scorretti sono due facce della stessa medaglia.

Nella mia recente esperienza mi sono sempre battuto perché queste prerogative del CSM fossero in egual misura assicurate. Ho ad esempio contributo alla deliberazione di diverse pratiche a tutela della giurisdizione dai continui attacchi e denigrazioni del Presidente del Consiglio, ma ho pure contribuito a sanzionare magistrati, anche famosi, perché si erano resi protagonisti di gravi cadute di professionalità.

Non sempre però molti componenti del CSM hanno avuto la stessa sensibilità sul fronte, per così dire, interno. Ancora oggi, non sono superate vecchie concezioni corporative tese a difendere il collega sempre e comunque, anche quando sbaglia. Salvo, a volte, a prenderne le distanze quando poi le questioni acquistano rilevanza pubblica e mediatica (P3, P4, ecc.). Per non parlare di quando si devono verificare in comparazione più professionalità al fine di conferire importanti incarichi direttivi. Qui, la conoscenza diretta o indiretta del singolo candidato o, a volte, pregiudizi ideologici, giocano ancora un ruolo negativo che determina una grave caduta di immagine dell’organo di governo autonomo. E sono fattori che hanno indotto talvolta persino il Capo dello Stato – che il CSM presiede – ad intervenire stigmatizzando queste patologie.

Ecco, a mio parere il CSM potrebbe fare molto di più su questo aspetto. Non si può essere credibili quando si interviene a tutela dei magistrati lesi nell’indipendenza se al contempo non si è rigorosi e scrupolosi nel valutare la loro professionalità, tanto ai fini del conferimento di importanti incarichi, quanto ai fini di eventuali sanzioni disciplinari.

Quando era in carica al CSM Lei era membro della sezione disciplinare, sede deputata all’applicazione delle sanzioni nei confronti dei magistrati. Quali sono le sanzioni in cui possono incorrere i magistrati in caso di fatti commessi durante l’esercizio della propria funzione?

La riforma legislativa del 2006, che ha tipizzato le singole fattispecie di illecito disciplinare per fatti commessi sia nell’esercizio delle funzioni sia al di fuori dell’esercizio delle funzioni, prevede ora le seguenti sanzioni per il magistrato che viola i suoi doveri: 1) l’ammonimento, che è la sanzione più lieve e si risolve in un semplice richiamo all’osservanza, da parte del magistrato, dei suoi doveri, in rapporto all’illecito commesso; 2) la censura, che è una dichiarazione formale di biasimo; 3) la perdita di anzianità nel ruolo, prevista da un minimo di due mesi ad un massimo di due anni, che si riflette in un ritardo nella progressione economica e di carriera del magistrato; 4) la temporanea incapacità ad esercitare un incarico direttivo o semidirettivo, per un periodo che può andare da sei mesi a due anni; 5) la sospensione dalle funzioni, che consiste nell’allontanamento dalle funzioni esercitate, con la sospensione dello stipendio entro limiti dipendenti dalla classe economica in cui è collocato il magistrato per effetto della sua anzianità; 6) la rimozione, che è la sanzione più grave e determina la cessazione del rapporto di servizio.

E qual è il rapporto tra gli illeciti penali e quelli disciplinari commessi da un magistrato?

Il magistrato, come ogni altro cittadino, può rendersi responsabile di reati, commessi sia nell’esercizio delle funzioni, sia al di fuori delle funzioni. Anche un atto o un provvedimento giurisdizionale, dunque, possono essere strumenti di commissione di reati (abuso d’ufficio, interesse privato in atto d’ufficio, corruzione, ecc.). In questi casi il magistrato utilizza la giurisdizione a fini propri, privati e diversi da quelli istituzionali, di tutela della collettività o, comunque, dei diritti soggettivi delle parti in causa e la responsabilità penale concorre con quella disciplinare.

Si pongono quindi complicati problemi di rapporti tra le diverse tipologie di illeciti, che si riflettono, ad esempio, sulla possibile sospensione del procedimento disciplinare ogni qualvolta sia esercitata l’azione penale per lo stesso fatto, sino all’esito del giudicato penale. Paradossalmente, l’efficacia della giustizia disciplinare che si sta dimostrando agile strumento di repressione di gravi cadute di professionalità può essere vanificata, nei casi più gravi, proprio dal concorrente ed a volte pregiudiziale procedimento penale, che può giungere dopo anni alla definitiva conclusione. In questi casi, o si assiste ad una possibile “fuga” dalla giurisdizione, mediante le dimissioni del magistrato o, in mancanza dei presupposti per l’adozione della misura cautelare della sospensione dalle funzioni, si espone per anni la collettività all’esercizio della giurisdizione da parte di un magistrato-imputato, con perdita della credibilità del magistrato stesso e con grave discredito dell’istituzione giudiziaria.

Parlando in termini pratici qual è oggi il rapporto tra la politica e la magistratura?

In un Paese “normale” il rapporto tra politica e magistratura dovrebbe essere la conseguenza del noto principio della ripartizione di attribuzioni tra i diversi poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario). Vorrei chiarire che si fa confusione quando si nega l’esistenza, nel nostro ordinamento, del potere giudiziario. Se la magistratura, nel suo complesso, non è un potere, ma – per dettato costituzionale – un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, ogni singolo magistrato, nel momento in cui rende giustizia in nome del popolo italiano, esercita un potere dello Stato.

I problemi sorgono, per un verso, quando una buona parte della politica – da sempre non incline a subire un efficace controllo di legalità – si rende intollerante verso le decisioni giurisdizionali non gradite e denigra, delegittima dinanzi all’opinione pubblica i magistrati che si sono resi responsabili di decisioni non gradite, o la magistratura nel suo complesso; per altro verso, quando alcuni magistrati protagonisti violano i doveri di riserbo o correttezza, utilizzando il potere giudiziario a scopo di notorietà, propaganda o altro.

Pur quando non si giunga ai veri e propri conflitti di attribuzioni tra poteri dello Stato, che vengono decisi dalla Corte Costituzionale e che rappresentano, per fortuna, un numero limitato di casi, oggi il rapporto tra politica e magistratura è particolarmente inquinato e si caratterizza spesso per la “personalizzazione” delle vicende giudiziarie che porta, a volte, il potere esecutivo ed il potere legislativo ad emettere veri e propri provvedimenti legislativi “ad personam”, onde evitare non solo il ripetersi in futuro di scomode inchieste giudiziarie, ma addirittura la paralisi dei processi in corso.

E’ questa una anomalia tutta italiana, che in Europa ed in altre parti del mondo viene biasimata e condannata. I principi del rispetto reciproco dei diversi ruoli e dell’equilibrato bilanciamento tra poteri dello Stato, e tra questi e le cosiddette Istituzioni di garanzia (il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, ecc.) è infatti il pilastro imprescindibile di ogni moderna democrazia.

I magistrati sono effettivamente autonomi e indipendenti, come d’altronde prescrive la nostra Costituzione, oppure esiste una qualche interferenza inevitabile con il Governo o con il Parlamento?

L’autonomia e indipendenza di ciascun magistrato dipende, ovviamente, dalla coscienza e dalla sensibilità del singolo nell’esercizio delle funzioni. Come detto precedentemente, un magistrato che si riveli in concreto non indipendente può rendersi responsabile di reati penali od illeciti disciplinari, in relazione ai quali sono auspicabili severe sanzioni.

Sul piano disciplinare, sembra opportuno richiamare le norme che, a presidio dell’indipendenza e imparzialità del magistrato, prevedono: a) il divieto di partecipazione ad associazioni segrete o i cui vincoli sono oggettivamente incompatibili con l’esercizio delle funzioni; b) il divieto di coinvolgimento nelle attività di soggetti operanti nel settore economico o finanziario che possono compromettere anche solo l’immagine del magistrato; c) il divieto di iscrizione o partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici.

Dunque, il magistrato non può occuparsi in modo attivo e continuativo di politica. La presenza di magistrati fuori ruolo per mandato parlamentare o per altri incarichi che comunque rivestono responsabilità politiche sembra dunque una contraddizione in termini. Eppure è una realtà. Una realtà che, vorrei sottolineare, riguarda ogni orientamento politico. Non esistono toghe rosse o toghe nere. Esistono toghe che si vestono e si svestono con troppa disinvoltura. Da tempo, l’ANM chiede ai politici una legge che impedisca la commistione tra politica e magistratura, limitando al tempo stesso le interferenze tra le ragioni della politica e le ragioni della giustizia. A mio parere, sul punto, sarebbe sufficiente la previsione secondo la quale un magistrato che entri in politica, una volta cessato il mandato, non possa più rientrare nel ruolo della magistratura. Infatti, il punto dolente non mi pare quello di limitare i diritti politici del magistrato che, come ogni altro cittadino, può anche compiere la scelta di passare a svolgere attività politica. Mi pare piuttosto quello di garantire che questa scelta, una volta effettuata, sia irreversibile e segni una scissione definitiva, sincronica e diacronica, tra attività giurisdizionale e attività politica. Perché scarse garanzie di imparzialità possono avere coloro i quali, dopo aver svolto attivamente e continuativamente attività politica, tornino poi alla giurisdizione.