Berlusconi si arrende: fra poco è finita

La giornata di ieri entra di diritto nel film dei momenti salienti dell’epoca berlusconiana. Poco prima dei titoli di coda. Se i fatti lasciano poco spazio alle interpretazioni, diversi scenari si aprono per l’immediato futuro. In questo senso, la spada di Damocle dell’incertezza continua a pendere sulle nostre teste e sui giudizi dei mercati finanziari nei confronti del nostro paese.

Arresosi di fronte allo sfaldamento delle sue truppe, Berlusconi è riuscito in un capolavoro politico tanto geniale quanto potenzialmente deleterio per il paese. Le sue dimissioni arriveranno formalmente dopo l’approvazione della legge di stabilità, destinata a tradurre in azioni concrete le richieste dall’Europa. Visti i numeri del voto sul rendiconto, il contributo delle opposizioni risulterà indispensabile. Anziché compiere il responsabile, comunque tardivo, passo indietro, invocato da più parti della sua stessa ex maggioranza, il premier tenta di scaricare il cerino della responsabilità sulle opposizioni, indirettamente (neanche troppo) chiamate a fornire i loro voti per evitare di dilatare ulteriormente la crisi di credibilità in cui versa l’Italia. L’impressione è che questa mossa possa essere il primo atto di una futura campagna elettorale. Infatti, è plausibile che la base di partenza per intavolare il dialogo fra le forze politiche sul maxiemendamento alla legge di stabilità sia costituita dalla lettera estiva della Banca Centrale Europea e dalla più recente lista di promesse di Berlusconi all’Unione Europea. Se così sarà, le opposizioni, in particolare PD e IdV, potrebbero trovarsi davanti alla richiesta di votare provvedimenti definiti fin adesso “macelleria sociale” e certamente invisi al loro elettorato, primo fra tutti la sostanziale abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Non è un caso se l’Idv ha già annunciato la sua intenzione di votare contro a meno che le misure non siano ridiscusse. Anche nel caso in cui le negoziazioni portassero a un accettabile compromesso, Berlusconi potrebbe uscire di scena in un certo senso nobilitato, come l’uomo di governo immolatosi per la salvezza del paese, anziché come il macigno che ha trascinato l’Italia sul fondo. Perfino le date prospettate da PdL e Lega per l’iter parlamentare della legge lasciano trasparire la volontà di dilatare il più possibile gli scampoli di vita del governo. Tutto ciò di certo non giova al paese. Se lunedì la borsa di Milano volava e gli interessi sui titoli di Stato diminuivano, sull’onda delle voci di possibili dimissioni, l’incertezza seguita alla votazione di ieri ha fatto schizzare lo spread oltre la quota record di 570 punti e sta causando il tracollo del Ftse Mib. Le reazioni dei mercati dimostrano come sia la figura di Berlusconi la causa della grave turbolenza finanziaria del Paese, ancor più che la messa in opera degli annunciati provvedimenti per il risanamento del debito e il rilancio dell’economia.

Al di là dell’ovvia constatazione che la permanenza al potere del Premier e del suo esecutivo danneggia il paese, nella speranza che questa lunghissima anomalia italiana si risolva in fretta, allo stato attuale è difficile prevedere realisticamente se sarà l’ipotesi del governo di larghe intese a prevalere o se per la prima volta voteremo in inverno. Se fosse la prima opzione a prevalere, il nuovo esecutivo avrebbe comunque vita breve, dovendosi appoggiare al voto degli stessi che fino a ieri formavano la carovana di Berlusconi, il quale peraltro avrebbe gioco facile a gridare al ribaltone. È possibile che sia l’ipotesi del voto anticipato a prevalere, con l’unico rammarico di non avere il tempo di cancellare la vergognosa legge elettorale in vigore, al fine di evitare che il prossimo parlamento sia, come l’attuale, composto da prezzolati nominati invece che da rappresentati eletti dal popolo. Sarebbe un ottimo inizio per una nuova fase della storia repubblicana italiana, dopo un periodo di oscurità durato diciassette anni.

 

 

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