L'incubo è finito

Alcuni avvenimenti hanno la capacità di scandire il corso degli eventi e segnare il passaggio da una fase storica a un’altra. Sabato abbiamo indiscutibilmente assistito alla fine di un’epoca non solamente politica. La fine del quarto governo Berlusconi sancisce anche il termine del controllo diretto dell’uomo Silvio Berlusconi sulla vita del paese.
Faber est suae quisque fortunae dicevano i latini. Questa formula è quantomai vera per l’uomo di Arcore, asceso al potere dopo una vita da imprenditore a tinte fosche e burattinaio della scena istituzionale italiana, cavalcata con metodi e finalità del tutto personali. Non è un caso se le scene di giubilo per le strade somigliavano a quelle classiche per le vittorie calcistiche. Erano lo sfogo della gioia di una parte della nazione che per anni ha subito una politica sempre più lontana non solo dal bene collettivo ma dalle logiche democratiche.
Alcuni analisti concedono l’onore delle armi a Berlusconi, elogiando la sua capacità di cambiare la terminologia e la prassi istituzionale e di resistere a gravi e numerosi scossoni politici e non. Occorrerebbe, tuttavia, riflettere sul costo sociale ed economico di tale resistenza per l’Italia. Vero è che moltissime altre figure politiche avrebbero mollato la presa ben prima, travolti dall’indignazione popolare e dal fallimento dei loro provvedimenti, ma da quando ciò rappresenta una vergogna? In realtà non è l’orgoglio ad aver spinto Berlusconi a resistere all’assedio, ma lo stesso motivo che lo ha indotto all’impegno politico: la difesa dei suoi interessi personali, quasi sempre antitetici a quelli del paese. Senza le numerose leggi ad personam, il destino dell’ex Presidente del Consiglio sarebbe stato ben diverso. La volontà, però, nulla può senza condizioni favorevoli. E infatti egli ha sempre contato sul consenso di una parte consistente del paese, sotto il comprensibile sguardo attonito del resto del mondo, come ben sa qualunque italiano che abbia risieduto all’estero negli ultimi diciassette anni. A dire il vero, molti sono i fattori che hanno giocato a favore di Berlusconi. Nel 1994 approfittò del crollo dei vecchi partiti in seguito a Tangentopoli, inserendosi nel quadro di rinnovamento delle forze politiche innescato dal crollo del muro di Berlino. Nel 2001 riuscì a ripetere il miracolo sfruttando la limitata durata del suo precedente governo e ripresentandosi come l’incarnazione del rinnovamento dopo l’esperienza al potere del centrosinistra. Il resto è storia recente, con la vittoria del 2008 su un centrosinistra suicida.
Tanti e vari sono gli episodi spiacevoli che hanno caratterizzato ogni permanenza del cavaliere a Palazzo Chigi. Eppure nessuno ha fatto scattare un moto di indignazione sufficiente a disarcionarlo. Sarebbe stato bello se quanto accaduto ieri fosse seguito a un’immensa e prolungata manifestazione di dissenso della nazione, in un differente contesto internazionale. Invece, sappiamo tutti bene come siano andate le cose. Nonostante le tante iniziative delle forze sociali e intellettuali del paese, incurante degli scandali sessuali e giudiziari di cui Berlusconi si è reso protagonista, il suo governo è caduto sulle questioni economiche, per mano dei mercati internazionali e dell’Unione Europea, in particolare Francia e Germania.
Il futuro prossimo venturo si chiama Mario Monti. Molto si è già detto del neo-senatore a vita. Accanto alle lodi per lo spessore e il prestigio internazionale, la sua familiarità con il sistema finanziario responsabile della crisi economica che sta sconvolgendo il mondo contribuisce al curriculum di colui che è chiamato a trainare l’Italia fuori dall’impasse. È vero che Monti non è estraneo a quelli che sempre più spesso vengono definiti “poteri forti” della finanza e delle lobby economiche. È vero che la sua nomina è stata fortemente sponsorizzata (per non dire imposta) da ambienti extra-nazionali. È vero che dobbiamo porci un interrogativo sulla sovranità politica del popolo in rapporto al contesto economico globalizzato. Il punto è che, molto banalmente, non abbiamo alternative. La nomina di Monti a Presidente del Consiglio è la condizione necessaria affinché il nostro paese non sia immediatamente isolato a livello internazionale sul piano politico (più di quanto non lo sia già) e su quello economico-finanziario. Tradotto, senza Monti non avremmo più una lira da nessuno. Nel perverso meccanismo finanziario che governa il mondo, la conseguenza immediata sarebbe il fallimento dell’Italia. Tutto ciò genera scontento. È giusto non arrendersi davanti alla sottomissione della politica davanti alla finanza. Non altrettanto gridare all’apocalisse, accusando di cecità chi festeggia la fine dell’era Berlusconi, di fronte ai mesi di sacrifici e di scelte difficili che attendono il paese. Non tutto è perduto. Possiamo scegliere se proverbialmente piangere sul latte versato, imprecando i numi avversi, o meditare sugli errori fatti.
L’efficacia del governo Monti nell’arrestare la caduta libera del nostro paese dipenderà dall’autorità politica di cui godrà in Parlamento. È per questo che senza il via libera del PdL sarebbe stato impossibile procedere alla nomina. I tentativi di Berlusconi di fare la voce grossa e imporre le proprie condizioni si sono immediatamente scontrati con l’oggettiva situazione di impotenza derivante dalla sua sconfitta personale. La corazzata politica dell’ex maggioranza si è finalmente rivelata per quella che era, ossia un’accozzaglia eterogenea di satelliti che ruotavano attorno all’unico corpo celeste per godere della luce riflessa. Ora che l’astro si è spento, il partito è allo sfascio. Sarà interessante verificare le mosse politiche di tutti coloro che, pur non partecipando all’ammutinamento dei malpancisti, hanno passivamente subito il naufragio senza neanche saltare giù insieme alla Carlucci.
Da tempo l’espressione “aria di fine impero” era usata per descrivere l’atmosfera politica italiana. A cadere è stato l’imperatore. Il berlusconismo è ancora vivo e vegeto e rappresenta, forse, il principale pericolo per il futuro del nostro paese. Historia magistra vitae, dicevano gli stessi latini di prima. Speriamo.

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2 pensieri su “L'incubo è finito

  1. Molti hanno criticato le manifestazioni di giubilo alla caduta del naneronzolo. Se io fossi stato a Roma, sarei stato in prima fila e con me, sono certo, tutte quelle persone che negli ultimi tempi hanno manifestato in tutt’Italia chiedendo le sue dimissioni, dal “se non ora …” all’ultima manifestazione del PD.
    Ora, non dimentichiamo MAI PIU’ questi nomi:
    verdini, cicchitto, alfano, gasparri, lupi, brunetta, gelmini, tremonti, bossi, rotondi, sacconi, calderoli, saciola, paniz, capezzone, …, e, tra i giornalisti, sallusti, belpietro, vespa, ferrara, …

  2. Sono d’accordo, festeggiare la caduta di Berlusconi non significa gongolare per l’arrivo di Monti.
    Sono curioso di vedere, da qui a cinque anni, quanti e quali di quei nomi da non dimenticare saranno ancora sulle pagine di attualità. Non ci saremo liberati dell’anomalia berlusconiana finché i suoi pretoriani saranno ancora lì a garantire i suoi interessi e, soprattutto, finché si seguirà un certo modo di intendere e fare politica.

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