Giovani medici: una risorsa o una preoccupazione?

Di recente sono stata “costretta” a partecipare a eventi che generalmente rifuggo: i congressi medici (“scientifici” suona decisamente sperticato).
L’ultimo, in particolare, mi ha fatto pentire amaramente di non aver millantato una malattia folgorante e misteriosa dell’ultimora: un coacervo di baroni, marchesi, conti e nobili decaduti superesperti – o presunti tali – di una determinata patologia. Al loro seguito, come vassalli, valvassini e valvassori, uno stuolo di giovani dallo sguardo rapace, l’andatura spavalda e la parlantina da “sono un nobel in fieri”. Una tragedia.
A dire il vero non so, di tutto quello cui ho dovuto assistere, cosa mi abbia sconfortata maggiormente. La presunzione di vecchie cariatidi che per presentare i loro studi triti e ritriti sul pomodoro come fattore di rischio per il tal malanno si citano addosso e urlano contro i tecnici perché un loro video del 1980 non parte immediatamente? L’affastellamento di scempiaggini prive di buon senso e concretezza clinica che affollano i discorsi di questi signori per colmare il vuoto assoluto (e riconosciamolo!) della nostra conoscenza su certi fenomeni? Il modo indecoroso con cui emeriti Cav.Lup.Man, dalle distinte qualifiche e onorificenze, si scaraventano sul buffet a piene mani, con le mandibole ferine, sgomitando anche se sei una dolce donzella (ovviamente fanno eccezione le hostess, alle quali si rivolgono con rivoli di bava incipienti)? Lo scambio avido di biglietti da visita tra “giovani figli di” con “giovani amanti di” o “giovani sponsorizzati da”? La frase: “noi italiani non abbiamo nulla da invidiare agli stranieri perché abbiamo pubblicazioni quanto… anzi! Più di loro!” Peccato per l’omissis: italiani… all’estero.
Non saprei.
Certamente i giovani mi preoccupano molto, non solo per la vicinanza anagrafica o per una potenziale invidia repressa. Piuttosto perché loro sono il futuro (?). Prima o poi le cariatidi se ne andranno e, di questo passo, nelle mani di ignoranti e presuntuosi figliocci di una generazione decadente, che fine faremo?
Però, il momento attuale che il fato (maledetto) mi ha scagliato addosso come un boomerang – un momento di enorme preoccupazione per la salute di un mio familiare – ha offerto punti di vista e scorci interpretativi inediti.
La persona che si è fatta carico della situazione immediatamente, vista la giovane età e il sospetto preoccupante, è stata una mia coetanea: pur non sapendo della parentela stretta con un medico, senza che io intervenissi, senza passare per vie private, senza avere necessità di fare numero in un’eventuale casistica, per un possibile articolo e probabile correlata gloria. A sue spese: tempo, organizzazione, spazi, numeri di cellulare e indirizzi e-mail personali forniti spontaneamente (con quello che può voler dire, per un medico, se riposti in mani incaute).

Le persone che mi hanno accolta offrendomi il massimo dell’ascolto e della disponibilità gratuita – quando sconvolta ho chiesto aiuto e un canale rapido, anche a pagamento – sono miei coetanei. E all’ascolto sono seguiti i fatti, pur dovendosi fermare ore in più, per gli esami e i relativi referti. Non solo: le loro parole e le loro strette di mano sono state per me dolorose (come non decodificare gesti che ho fatto io stessa un sacco di volte?) ma balsamiche, gentili, buone, carezzevoli.

Le persone che mi hanno respinta con un secco “non so cosa dirti, mi spiace ma sono di corsa, vai e chiedi aiuto a qualcuno”, sono persone che lavorano con me, a stretto contatto con me. Non sono mie coetanee. Non hanno alzato una volta la cornetta per chiedermi a che punto siamo e come sto. Anzi, quando mi vedono girano al largo, mica che ci sia qualche altra richiesta nell’aria.
Da questo groviglio professional-esistenziale voglio trarre alcune conclusioni (del tutto non definitive).

Ho deciso di credere che una vita triste, la professione, il sistema o non so cos’altro (e non mi interessa) abbiano segnato certi medici al punto da renderli mostri.
Ho deciso anche che aspetterò con pazienza (e una bottiglia di champagne) che si estinguano e spariscano da una professione per cui non sono nati – o cresciuti.
Ho deciso di allontanare il più possibile dai miei occhi e dal mio lavoro le civette sui comò di antistorici tromboni ormai aterosclerotici.
Ho deciso di aspettare a distanza anche la loro senescenza, nel frattempo pregando che un UFO se li porti via durante uno dei ridicoli meeting da giovani enfants prodiges.
Ho deciso di credere nella quota di persone giovani che come me fanno notte per un paziente che necessita del mio aiuto, che come me sanno accarezzare con lo sguardo chi ne ha bisogno, che come me non guardano l’orario, il ceto o il colore.
Ho deciso, però, che sia riduttivo credere nell’età come unica discriminante. Credo profondamente nell’“individualità”, intesa come unità esistente, unica e irripetibile.
Ho deciso che appoggerò le “unità irripetibili” (ancor più se giovani) che fanno questo mestiere in modo autentico, genuino ed empatico: parlando di loro, cercando di interagire con loro, sperando di poter costruire “insieme a loro” un futuro per questo sciagurato paese.
Per il momento, li ringrazio di cuore.

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