Un'Italiana a Bruxelles: una spesa formativa

Fare la spesa è un’esperienza in grado di insegnarti tantissime cose sulla città in cui vivi e le persone che la abitano.

All’ingresso del Delehaize sotto casa ti ritrovi un ristretto spazio dedicato alle poche varietà di frutta e verdura concesse, in una Bruxelles in cui ancora sopravvivono i piccoli negozietti di fruttivendoli, panettieri e macellai senza carne di maiale, aperti anche la domenica e gestiti da svariati accenti multietnici. Un’alternativa a cui si aggiungono i meravigliosi mercati del fine settimana e i minuscoli “night shop” per gli acquisti d’emergenza in tarda notte.

Un paio di metri col carrello e ti ritrovi davanti a una distesa di scaffali adibiti a patatine insaporite di ogni cosa, chilometri di marshmallow, caramelle di ogni forma e golosissimi assortimenti di cioccolata.

Basta uno sguardo fra i ristretti spazi dedicati alla pasta per imbattersi negli ingegnosi prodotti d’imitazione di piatti italiani, indice di quanti conterranei abbiano scelto Bruxelles come meta d’emigrazione, e di quanto la cucina nostrana venga apprezzata oltre i confini nazionali. Un ragù alla bolognese amichevolmente detto “alla bolò”, esposto in numerosi vasetti di dimensioni differenti e affiancati da un pesto verde chiaro e una densa salsina ai quattro formaggi. Un tris di prelibatezze che scompare al confronto col giallo paglierino del condimento per la carbonara: un contenitore di vetro da cui traspaiono pezzettoni di pancetta affogati in un miscuglio di surrogato all’uovo e conservanti impareggiabili. Il tutto non troppo lontano dai mitici ravioli in scatola di latta, pronti in cinque minuti di microonde.

Pochi passi ancora per incappare nell’interminabile mondo dei “fromage”, fra il Gouda dai mille colori e la miriade di Brie con forma e stagionatura diversa, ogni volta ribattezzati con nomi sconosciuti e impossibili da ricordare.

A farti perdere completamente il senno è la meravigliosa vetrina dei dolci, con esagerate torte ricoperte da sontuosi merletti di panna montata e altre cremine dal peso specifico del piombo. Un sogno per gli occhi e un incubo per il palato, quando ti ritrovi a morsicare croccanti glasse di zucchero o stucchevoli farciture dalla consistenza del burro. Subito a fianco un’ampia gamma di brioches da colazione con pinze sparse per riporle nell’apposito sacchetto trasparente, in una città dove anche i bar si servono dai supermercati e solo panifici e pasticcerie offrono dolci freschi.

E poi il pane da tagliare a fette, un banco frigo con prodotti strani, e i mitici “speculoos” fra i biscotti da inzuppare nel latte. Fantastiche gallette che hanno oramai colonizzato l’intero reparto dolciario, tra cioccolati allo speculoos, gelato allo speculoos, tiramisù allo speculoos, crema spalmabile allo speculoos e numerosi eccetera eccetera allo speculoos. Prelibati biscottini a base di cannella tradizionalmente preparati per la festa di San Nicola: il protettore dei bambini da cui avrebbe anche avuto origine il mito di Santa Claus e che viene festeggiato il 6 dicembre con interminabili pranzi in famiglia e dolci infilati in ogni pietanza.

Dulcis in fundo, scaffali di birre, tra bionde, scure e trappiste, che costano meno delle rare casse di acqua in bottiglia, un prodotto praticamente bandito in un Paese in cui la maggioranza preferisce dissetarsi dal rubinetto.

Una spesa formativa dunque, alla scoperta di una cultura così vicina eppure tanto lontana.

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