Umberto I: “Accade spesso”. Ma perché accade?

La vicenda della paziente lasciata in una lettiga per giorni è entrata in tutte le case italiane, compresa la mia. E ha destato stupore, sgomento, disprezzo.

In qualità di operatrice sanitaria, spesso alle prese con la dimensione dell’urgenza, non ho potuto esentarmi dal vivere emozioni e percorrere analisi, spesso ambivalenti o addirittura contraddittorie tra loro. Lo sdegno, l’immedesimazione nei familiari o nei sanitari, il disprezzo per le aree dirigenziali, la preoccupazione per un sistema sanitario che vacilla ogni giorno di più.

Che situazioni analoghe (non esattamente uguali) a questa si verifichino di frequente nei maggiori ospedali, specie nei grandi centri urbani, purtroppo non è cosa nuova. Si arriva in pronto soccorso con barelle ovunque, feriti, persone agonizzanti e spesso si  individuano casi che meriterebbero un ricovero immediato. Ma il posto letto non c’è. Occupato da pazienti ricoverati in regime ordinario (ossia giunti dal domicilio e non in urgenza), destinati a procedure diagnostiche che richiedono il ricovero o a trattamenti medico-chirurgici complessi e, il più delle volte, salvavita. Se dessimo spazio sempre e solo all’urgenza, i pazienti non sarebbero mai ricoverati e non potrebbero accedere ad interventi per tumori, malformazioni cardiache o vascolari da correggere, malattie degenerative da diagnosticare e trattare per quanto possibile. Insomma, le persone, se rispettassimo sempre e solo l’urgenza, probabilmente morirebbero a casa propria, morirebbero d’attesa, potremmo dire, in maniera analoga a coloro che sono in attesa in pronto soccorso.

Ovviamente è necessario un giusto equilibrio tra ricoveri programmati e urgenza: e chi lo deve concretizzare? I direttori, i caposala, la direzione, i medici stessi. E lo fanno? Parlando della mia esperienza personale in realtà disparate e diverse tra loro, risponderei  un secco no. La sensazione è quella di una profonda disorganizzazione; di un’infantile rivalsa sui colleghi ricoverando i “propri” pazienti; di uno spasimo direttoriale nel ricercare DRG più succulenti (il DRG è una classificazione usata per il finanziamento ospedaliero).

Ma dobbiamo confrontarci anche con un altro dato: gli enormi tagli dei posti letto che sono stati effettuati a carico delle cosiddette “low care”, ovvero le unità a bassa intensità di cura, ove defluisce la maggior parte dei malati che accedono ad un pronto soccorso. Le persone anziane con malattie in fase di scompenso, i ricoveri per indigenza (dobbiamo ricordarci che gli indigenti italiani e stranieri sono in vertiginoso aumento), i ricoveri per assistenza in fase terminale o per supporto di persone abbandonate al proprio destino costituiscono una larga percentuale dei pazienti che giungono al pronto soccorso. In confronto, il numero di pazienti destinati ai reparti specialistici o iperspecialistici è incredibilmente esiguo.

E sebbene questo dato sia incontrovertibile e ormai noto a tutti, le grandi aziende ospedaliere investono in reparti di lusso per patologie rare ove effettuare qualche trattamento da prima pagina del quotidiano nazionale.

E gli altri? Affari loro; non portano soldi, rappresentano un costo a fronte di nessun riconoscimento regionale o nazionale. Perché occuparsene? Ed ecco i tagli alle strutture. Ed ecco la frustrazione dei medici d’urgenza e gli specialisti che turnano in pronto soccorso, impotenti a Roma o Milano come potrebbe essere impotente un ostetrico in Burkina Faso, di fronte alla mancanza di risorse, mezzi, possibilità.

Ma non siamo in Africa. E le risorse ci sono. Ma sono male allocate, a partire dai vertici.

 In Emilia Romagna sono nate le Case della Sanità, strutture che coagulano risorse quali medici di base, pediatri di base, guardie mediche con modalità e tempistiche quasi sovrapponibili  a quelli del pronto soccorso, ovviamente per pazienti senza i criteri di urgenza. E i malati, grazie alla promozione, alla divulgazione e alla conoscenza, stanno cominciando ad affidarsi, senza correre per qualsiasi cosa in pronto soccorso.

La dirigenza che rappresenta la categoria dei medici di base promette (e dico “promette”) ristrutturazioni sostanziali che valorizzino, riqualifichino e tutelino la figura del medico di medicina generale, elemento essenziale nella lunga filiera della salute, che fino a una ventina di anni fa costituiva la roccaforte per le paure delle famiglie italiane in ambito sanitario.

Che cosa manca?

Manca la visione d’insieme. Manca la realizzazione dei progetti in fieri e l’estensione di quelli già in corso solo in poche fortunate regioni. Manca una ristrutturazione degli ospedali in direzione opposta a quella che stiamo percorrendo.

Ma ciò di cui maggiormente si sente la mancanza, nonché il bisogno, è un ritorno alle origini. Senza paura di apparire reazionaria o retorica, credo si debba tornare ad una visione della salute, della cura e dell’accudimento del tutto autentica, gratuita, onesta. Dove, certamente, i conti devono tornare ma non possono giustificare scelte indecorose, politiche mafiose, atteggiamenti omertosi e vili.

In fondo, abbiamo recitato il giuramento in nome di Ippocrate, non del dio denaro.

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The Butterfly Effect

E l’Italia si fermò, non per colpa di uno sciopero generale o per una serrata dei benzinai, ma per una farfalla. Non stiamo parlando di un raro esemplare del meraviglioso insetto, ma del tatuaggio sull’inguine di Belen Rodriguenz che tutta l’Italia ha potuto ammirare in diretta al festival di San Remo.

Per quasi due giorni i giornali e le telecamere di tutte le televisioni nazionali si sono  concentrati sul vertiginoso spacco del vestito della showgirl argentina. Sui blog, decine di appassionati di tv hanno scritto articoli al fulmicotone dibattendo sulla volgarità più o meno esibita durante il più bigotto programma della stagione televisiva.

Ma a completare il quadro ci hanno pensato i principali quotidiani on line che con lunghe e particolareggiate gallerie fotografiche hanno permesso agli italiani che non hanno avuto il coraggio di vedere il Festival, di poter ammirare quel piccolo tatuaggio situato nel luogo che fa più bollire il sangue al maschio italico.

Per quarantotto ore l’uomo della strada è stato coinvolto nell’affannoso dibattito:
Belen indossava o meno biancheria intima e se la indossava di quale foggia, colore e misura?

Un dubbio quasi amletico fugato, fortunatamente, dalla stessa Rodriguez il giorno dopo, che, rassicurando gli italiani più pudici, ha spiegato il motivo per cui ha indossato un abito così audace: “Sono la donna delle provocazioni, mi piacciono i contrasti. La prima sera mi sono presentata come una principessa, con i capelli raccolti e il vestito nero; la seconda ho esagerato. Ho fatto, com’è che si dice…l’ammaliatrice. Ma gli slip c’erano”.

La Shibue Coture, piccola azienda della Florida, produttrice di questo particolare indumento intimo, gli strapless panty, ha visto, nel giro di poche ore, un pauroso incremento delle vendite del suo prodotto in un mercato, l’Italia, dove fino a quel momento, non aveva venduto nemmeno un brandello di stoffa. Potenza delle farfalle.

Ma mentre l’Italiano Medio si lambiccava il cervello sullo spacco di Belen, invidiava Fabrizio Corona e decideva quale delle veline sanremesi era la più sexy, il mondo continuava ad andare avanti.

Il governo Monti annunciava l’intenzione di abrogare o ridiscutere contratti di lavoro, ammortizzatori sociali e welfare state, la Grecia, travolta dai disordini e dalle proteste di piazza, cedeva al ricatto delle nazioni dell’Eurogruppo tagliandosi la gola con una finanziaria suicida e le solite agenzie di rating declassavano mezza Europa, facendo impazzire Borse e Spread.

Tutte notizie sovrastate dal Festival di San Remo e dalle prodezze dei suoi ospiti e delle sue presentatrici.

Davanti a certi fenomeni mediatici, a certi “reality show” in miniatura, lo sconcerto o la delusione sono i primi sentimenti che colgono l’animo. Non per una questione di bigotteria o di finto perbenismo, ma perchè è bastato l’inguine di una bella figliola come Belen Rodriguez per congelare l’Italia e anestetizzare gli Italiani.

Del resto questo è il paese dove i reality show continua a detenere invidiabili record di audience, dove i dibattiti su chi deve uscire dal Grande Fratello occupano quasi lo stesso spazio e la stessa importanza della crisi economica internazionale e nel quale ogni scusa, ogni distrazione è ottima per mettere da parte la vita quotidiana, l’impegno civile e i problemi della nazione.

Fascismo.com

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una delle tante pagine facebook pro-fascismo. Oltre a rimanere delusa – non solamente per ciò che i fan scrivono ma anche per le innumerevoli pagine fasciste esistenti – sono rimasta stupefatta dal numero di I like che si possono vedere sotto l’immagine profilo: più di 8.600 persone hanno pigiato il tasto “mi piace” di quella pagina e più di 8.900 parlano di questo argomento adesso. Ottomila è un numero piuttosto elevato, non trovate?

PD, PDL, Lega Nord, UDC, IDV, FLI: è accettabile porsi a sinistra come a destra, sostenere Bersani piuttosto che Alfano, è addirittura ammissibile l’anarchico che sogna un paese anarcoide, ma questa libera scelta di sorreggere un partito fascista e di auspicare che l’Italia passi al più presto sotto un regime dittatoriale non è affatto tollerabile. Com’è possibile? È inaccettabile il solo pensiero che quasi novemila persone virtuali trattino di argomenti di questo tipo e che soprattutto aggrediscano brutalmente i “sani” che fanno opposizione in modo civile. Si rendono conto di quel che dicono? Naturalmente no. Non possono capire cosa significa vivere sotto una dittatura fascista, dove se ti azzardi a dire “A” invece che “B” vieni prontamente fucilato.

Non sono qui a fare la paladina della giustizia o a far sì che quella pagina venga chiusa, ma scrivo per rendere noto il degrado sociale del network col quale siamo costretti a fare i conti nella realtà. Io penso, come molti altri, che non sia affatto accettabile osannare Hitler, Mussolini o Stalin. Non è accettabile perché sarebbe come venerare un demonio, e naturalmente non è autorizzabile. È noto a tutti che anche solo due persone fasciste su un migliaio fanno la differenza. Quindi, come pretendere una società migliore se tra le strade, i locali e su internet si parla di fascismo come se questo fosse l’unica cura contro il degrado socio-politico attuale?

La Costituzione vieta qualsiasi manifestazione fascista. Come mai, però, nessuno fa chiudere queste pagine facebook dove si osannano Hitler e Mussolini? L’apologia del fascismo è un reato, lo dice la Costituzione, quindi perché nessuno punisce colui che propaga il fascismo? È vero, internet è libera, ognuno ha la possibilità di dire ciò che vuole, ma c’è comunque un limite a tutto. E i limiti – in questo caso – hanno lo scopo di evitare che vengano denigrati i valori di base della nostra Costituzione.

Tutte quelle persone che diventano fan delle pagine fasciste, che commentano “viva il Duce, vogliamo il Duce!” o che sgarbatamente offendono le persone anti-fasciste, stanno commettendo atti anticostituzionali.  Tutti sanno che questi atti, andando contro la legge suprema del nostro Paese, non sono ammessi. Eppure? Eppure tutto quanto è consentito. Quindi, ha più colpa colui che segue le idee fasciste o la legge che sulla carta appare così austera ma in realtà non punisce abbastanza, e nemmeno si fa valere nei confronti di coloro che fomentano la violenza?

Clochard, una vita sempre più difficile

Le ondate di freddo provocano sempre disastri. Quest’anno, poi, il numero delle vittime dovuto al maltempo è più alto degli altri anni. La maggior parte delle persone che perdono la vita per le conseguenze del freddo e della neve sono i “senzatetto”, il cui vero nome è quello di “clochard”.

La condizione di clochard è una situazione nella quale una persona per molto tempo non ha un luogo di residenza. Ovviamente i clochard sono presenti soprattutto nelle aree più povere delle grandi città e in quelle suburbane. Molti di loro sono persone provenienti da altri paesi. In realtà, però, tra i clochard ci sono anche alcolizzati, tossicodipendenti, persone separate dai propri coniugi, uomini e donne con problemi psichici. Si trovano in particolare vicino le stazioni, nelle fermate della metropolitana e i più fortunati trovano accoglienza in apposite strutture.

Negli ultimi giorni a Roma alcuni clochard hanno perso la vita per via delle condizioni atmosferiche. Da qui sono scaturite violente polemiche tra il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e il resto del mondo. C’è da essere certi, però, che alla stazione Tiburtina continueranno a vivere tante persone con temperature gelide, senza che venga trovata una soluzione alle loro condizioni di vita. A Roma come altrove. Ci sono anche casi in cui, però, i clochard non vogliono allontanarsi dalla strada, restando al freddo e al gelo per mesi interi. Alcuni di loro hanno sempre vicino degli animali come cani e gatti e non vogliono separarsene per nessun motivo. In loro difesa ci sono alcune organizzazioni senza fini di lucro. In Italia la comunità di Sant’Egidio e la Caritas sono molto attente a questo tipo di problemi, mentre una grande organizzazione mondiale, Goodwill Industries, provvede allo sviluppo e alla ricerca di opportunità di lavoro per queste persone. Molte città hanno giornali di strada oppure riviste dedicate alla loro situazione sociale. Spesso i clochard per cercare di sopravvivere chiedono l’elemosina per la strada: questa pratica, però, è diventata illegale in diverse città. In altri casi ci sono i “buskers”, cioè artisti da strada che fanno giochi di prestigio e abilità, suonano e disegnano sul marciapiede, nella speranza di trovare cittadini che regalino loro una moneta. Altre volte i clochard commettono reati nella speranza di essere arrestati e mandati in prigione. Purtroppo non tutte le organizzazioni umanitarie si occupano dei problemi relativi alle persone che vivono e dormono per la strada. Anche le istituzioni non prendono mai sul serio questo problema e, a volte, demandano la soluzione di esso proprio alle organizzazioni umanitarie. Il numero dei morti per le strade di questi giorni è la conferma che, purtroppo, nessuno affronta veramente la questione dei senzatetto. L’unica cosa in cui i clochard possono sperare è l’aiuto di semplici cittadini comuni. Un dato allarmante è quello che riguarda l’aumento del numero dei senzatetto che cresce di anno in anno, secondo i dati forniti dalla Caritas e pubblicati la scorsa settimana dal quotidiano “Il Mattino”, complice la grande crisi economica mondiale. L’aumento della disparità di reddito tra le classi sociali negli ultimi anni non ha fatto altro che aumentare il problema delle persone che non hanno un’abitazione.

Purtroppo quella dei senzatetto è una condizione di vita drammatica a cui nessuno ha mai posto veramente in rimedio, con il rischio, tra l’altro, che nei prossimi anni il numero dei clochard aumenterà e, ad ogni ondata di maltempo, ci saranno altre vittime e altre inutili polemiche.

Onore e ricordo per il Tank Man, il simbolo delle opposizioni

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi Edoardo Bozza, 20 anni, studente di economia con indirizzo banca e finanza presso l’università di Pisa. Edoardo ha sempre provato interesse e passione nei confronti della scrittura e della diffusione delle idee ed è anche per questo che ha deciso di unirsi ai blogger di Camminando Scalzi.it
Supporta ogni forma d’arte, di qualsiasi tipo, purchè sia sincera ed espressa con la massima passione.
Benvenuto![/stextbox]

Cos’è l’opposizione? La forza di fronteggiare, di mettere in discussione o il tentativo di eludere ogni limite a noi illecitamente imposto?

Sinceramente, è un peccato che il termine “opposizione” sia strumentalizzato e assimilato da volti ignobili, non degni di prendere in carico un’attribuzione così solenne.

L’opposizione non è quella della politica; quest’ultima si può chiamare piuttosto “polemica”, “voce nel vuoto” o “sparo nel buio”, a vostro chiaro piacimento. L’opposizione, quella vera, è sopra a ogni virtù o valore morale; essa esclude ogni fuga o spiegamento, lasciando come unica e sola opzione l’affronto a testa alta delle voci forti e cupe di una imposizione illegittima.

Lo chiamavano Tank Man o, in italiano, semplicemente Rivoltoso Sconosciuto.

Egli rappresentò una voce capace di attirare come fossero magneti gli occhi di tutto il globo e ancora adesso, a distanza di anni, quella foto rimane impressa nelle menti e nei cuori liberi, dimostrandosi una figura di grande attualità, soprattutto alla luce dei fatti che tutt’oggi ancora avvengono.

L’opposizione. Un duro colpo a chi vuol portare avanti gli stati, le finanze, la vita dei cittadini, a piacer suo.
La forza risiede nell’animo e forse, talvolta, per il bene di tutti, è d’uopo mettere in discussione ogni propria razionalità e incorrere nell’affronto diretto.
Un piccolo e minuscolo – ma non inutile – uomo, posto immobile innanzi ai ferri del male.
Non si mette in dubbio il buon cuore delle persone, ma i loro pensieri e le loro convinzioni: come sottolineò il The Time all’epoca, “gli eroi nella fotografia del carro armato sono due: il personaggio sconosciuto che rischiò la sua vita piazzandosi davanti al bestione cingolato e il pilota che si elevò alla opposizione morale rifiutandosi di falciare il suo compatriota”.

Il bene esiste in tutti.

Certo è difficile riuscire a far emergere dall’interno di ognuno, anche dal peggior individuo, un sottile velo di bontà… Ma non è un’accettabile giustificazione per compiere atti violenti.

Non si sa cosa sia successo a quel rivoltoso. Varie ipotesi sono state sostenute nel corso degli anni: c’è chi dice che egli sia stato giustiziato e chi invece sostiene che egli sia ancora vivo e che abiti in Cina. In qualsiasi modo, sia egli il simbolo di ogni rivolta e di ogni contestazione, dove le armi e il fuoco non possano avere presa davanti a una candida e inerme camicia bianca.

Innalzate le proteste e i valori, e fate sì che nelle piazze possano udire le vostre voci, cosicché nessuno possa mai battere il pugno.

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"L'economia della felicità": una risposta alla crisi globale.

Come il medico cura il singolo organo spesso senza prestare l’attenzione dovuta al paziente nella sua totalità, così i governi attuali stanno tentando di salvare l’economia senza prendere in considerazione il fatto che essa è parte di qualcosa di molto più vasto e profondo. O forse, peggio ancora, stanno fingendo di voler trovare soluzioni. Questo è uno dei pensieri che possono sorgere aprendo oggi il giornale e avendo appena visto il documentario “L’economia della felicità”.

Helena Norbert-Hodge

Prodotto e presentato da Helena Nordbert-Hodge, analista economica e autrice de “Il futuro nel passato”, il documentario pone in luce la crisi economica, ambientale e sociale in cui ci troviamo e allo stesso tempo indica una via d’uscita che mi appare ben più efficace dei tagli, dei prestiti e degli accordi che ora vengono decisi da non si sa chi, al chiuso delle stanze del potere.

Il documentario si divide in due parti: la prima mostra i disagi dell’attuale situazione, la seconda le soluzioni.

Il paradigma è rappresentato dalle vicende del Ladakh, paese che per secoli si è retto sui propri prodotti e dove la povertà e la disoccupazione sono stati a lungo inesistenti. A metà degli anni ‘70 l’apertura ai mercati fece sì che le multinazionali si inserissero nel commercio locale. Attraverso la pubblicità furono instillate nuove necessità, trasformando così il paese in una nuova fonte di profitti. I costi di tutto questo sono stati enormi: rottura dei legami sociali, disoccupazione, povertà acquisita, conflitti interreligiosi, senso di arretratezza e invidia nei confronti del modello occidentale.

Tutto ciò non è accaduto solo in Ladakh, ma anche in altri paesi detti “in via di sviluppo”. Ed è quello che è accaduto anche a noi.

Tale processo economico viene detto “globalizzazione”, ovvero “la deregolamentazione del commercio e della finanza che consente agli affari e alle banche di operare globalmente” e “l’emergere di un solo mercato mondiale dominato da compagnie transnazionali”.

Gli effetti di questo processo vanno oltre il semplice fatto monetario. In primo luogo abbiamo l’inquinamento. Le merci infatti vengono fatte viaggiare di paese in paese in modo davvero folle, portando al paradosso secondo cui in Ladakh il burro importato costa la metà del burro locale. Abbiamo poi la diminuzione della biodiversità nelle colture, l’indigenza, il disagio sociale, l’insoddisfazione.

La soluzione proposta dal documentario è il passaggio dalla grande alla piccola scala, ovvero la localizzazione.

Localizzare significa consumare ciò che viene prodotto vicino casa, seguire il processo di produzione dall’inizio alla fine, e questo con un impatto ambientale drasticamente ridotto (meno spostamento di merci), una ricchezza che viene reinvestita nella comunità stessa, maggiori contatti sociali e infine maggiore serenità. Questo non significa isolazionismo o mancanza di collaborazione internazionale. Significa semplicemente quello che l’uomo ha fatto per millenni. Senza bisogno di tornare ai tempi della pietra, certo. Grazie alle più avanzate tecnologie possiamo unire la sostenibilità all’utilizzo di energie rinnovabili e decentralizzate.

Insomma, se dobbiamo essere infelici per produrre il tipo di società che abbiamo, e che crediamo essere la sola possibile, forse dovremmo riconsiderare qualche assunto. Che cos’è il PIL, in fondo? È davvero ciò di cui dovremmo preoccuparci? O forse è solo un acronimo utile a chi ha bisogno di continuare a giocare con enormi quantità di denaro, una divinità composta da tre lettere al quale stiamo sacrificando troppe cose?

Vandana Shiva

Quello che ho apprezzato del documentario non è solamente il messaggio, ma anche il fatto che tra le maggiori promotrici di questa economia della felicità vi siano delle donne. Tra di esse abbiamo non solo Helena Nordberg-Hodge , ma anche la scrittrice Vandana Shiva e la dottoressa Mohau Pheko. Qualcosa mi dice che le donne stiano avendo e avranno un ruolo di primo piano nei cambiamenti che, volenti o nolenti, ci troveremo ad affrontare. Vedo infatti in questo ritorno a uno stile di vita meno competitivo una mano femminile. Come dice Vandana Shiva, è “la conoscenza delle nonne”.

Credo che questo documentario presenti una soluzione logica e naturale ai problemi che ci troviamo ad affrontare, e soprattutto credo sia un invito a non aspettare sempre che un “grande della terra” arrivi a sistemare le cose. Le multinazionali sono grandi, ma hanno la goffaggine dell’elefante. I singoli sono piccoli come formiche, ma come le formiche arrivano dappertutto.

 

Per maggiori informazioni:

http://www.theeconomicsofhappiness.org/

 

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Intervista a Vittorio Agnoletto: tra il G8 di Genova e l'eclisse della democrazia… – Parte 2

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista con Vittorio Agnoletto (la prima parte è consultabile a questo link). Il G8 di Genova ha rappresentato l’episodio forse più tristemente noto della storia del movimento no-global. Dopo esserci concentrati sugli eventi di Genova, prendendo spunto dal suo libro, allarghiamo l’orizzonte occupandoci del passato e del futuro del movimento, delle cause della crisi economica globale e della situazione politica italiana.
Per ragioni di lunghezza, abbiamo deciso di pubblicare una versione leggermente ridotta della conversazione con Agnoletto. L’intervista integrale è scaricabile a questo link. Buona lettura![/stextbox]

 

All’interno del video di presentazione del libro pubblicata sul suo blog , lei afferma che il G8 di Genova aveva l’obiettivo preciso e premeditato di distruggere il movimento no-global che in quel periodo cominciava a diffondersi e concretizzarsi in Europa. Può spiegarci cosa intende dire con questa sua pesante denuncia?

Non è che io sostengo che il G8 sia stato concepito con lo scopo di distruggere il movimento. Dico che il movimento alter-mondista in meno di due anni si è diffuso con una velocità incredibile in tutto il mondo, tra la rivolta di Seattle del novembre ’99 e il G8 di Genova. Un movimento che, improvvisamente, da ignorato e sconosciuto, è riuscito a occupare una posizione predominante, sia nei media che nell’immaginario collettivo a livello globale. Che nel gennaio 2001 è riuscito a creare il primo forum sociale a Porto Alegre con delegazioni del movimento da ogni parte del mondo. Era l’unica realtà alternativa al sistema liberista. Non dimentichiamo che mentre il movimento individuava nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale le istituzioni non democratiche, perché elette da nessuno, maggiormente responsabili della situazione globale, dall’altra parte c’era l’Internazionale Socialista, una delle grandi famiglie politiche mondiali della sinistra, che aveva tra gli obiettivi quello di collocare un proprio uomo alla direzione della WTO. Il movimento cresceva fuori dalle grandi famiglie politiche che avevano costruito l’800 e il 900. La grande stampa descriveva un movimento con migliaia di giovani in piazza con quaderni e computer che prendevano appunti, organizzando lezioni all’aperto. C’era un’enorme adesione dei movimenti cattolici al Genoa Social Forum. Prima di Genova il movimento aveva una grande presa, in Italia e nel mondo.

È a quel punto che, prima di Genova, scatta la decisione di reprimere questo movimento con una tenaglia: la repressione in piazza da una parte e l’attacco mediatico dall’altra, teso a definire il movimento unicamente come dei violenti. In Italia dopo Genova il movimento comincia ad essere sempre associato ai black block, mentre fuori dall’Italia questa repressione scatta anche un po’ prima, con Praga e Goteborg. Quindi è stata una decisione internazionale, quella di cercare di bloccare la crescita di un movimento che aveva raccolto attorno a sé un consenso e una credibilità che non aveva precedenti, proprio perché aveva rotto tutti i confini politici e non rientrava unicamente nei confini della “Sinistra”, altrimenti non avremmo avuto 1.600 associazioni che aderivano al Genoa Social Forum. Un fatto, questo, che mette paura e fa scattare quella logica repressiva a livello globale. Una logica che è gestita nel quotidiano con la repressione poliziesca e le veline mediatiche, che inizialmente oscurano totalmente il movimento. Noi ci mettiamo parecchio tempo prima di riuscire a ribaltare e a ribaltare l’immagine del movimento almeno in una parte della popolazione, attraverso i numerosi documenti fotografici, attraverso le migliaia di riprese fatte dai cellulari, attraverso i filmati recuperati dalle varie televisioni locali. Così come ci mettono nove anni i magistrati per arrivare alle sentenze di questi processi e ricostruire le responsabilità.

 

Già alla fine degli anni ’90 il movimento no-global denunciava il risvolto negativo del modo in cui si stava impostando la globalizzazione e la degenerazione dell’economia, completamente nelle mani dei mercati. Secondo lei esiste un legame con la crisi attuale?

Assolutamente sì. Infatti noi abbiamo chiamato la mostra organizzata a Genova per il decennale “Cassandra”, questa tragica, mitica figura dell’antichità che era in grado di prevedere il futuro ma non veniva ascoltata e che alla fine non riusciva a cambiare il corso della storia. Questo è quello che è accaduto, almeno in Europa, al movimento. Abbiamo recuperato i discorsi svolti nella sessione di apertura di Genova, in cui Walden Bello, economista delle Filippine, leader dell’osservatorio Focus on the Global South, diceva che se fosse andato avanti quel modello di sviluppo si sarebbe arrivati a una incompatibilità fra quello e gli equilibri climatici della biosfera, che è poi quello che è accaduto nelle diverse catastrofi climatiche che si sono succedute in seguito. Susan George sosteneva che se fosse proseguita la finanziarizzazione dell’economia, saremmo andati incontro a una delle più drammatiche crisi economiche e sociali che il nostro continente abbia mai vissuto, così come Zanotelli scriveva che in un mondo dove l’80% delle ricchezze è controllato dal 20% della popolazione, si sarebbe verificato un ricorso continuo alla guerra da parte di questo 20% per controllare le risorse energetiche. La finanziarizzazione dell’economia è proseguita a un livello impensabile. Ogni giorno vengono scambiati quattro trilioni di dollari a livello finanziario, il 90% dei quali attraverso speculazioni che stanno massacrando l’economia reale, con la crisi e la disoccupazione che abbiamo di fronte. Sulle guerre è anche inutile dilungarsi: Iraq, Libia e Afghanistan sono tutte guerre per il controllo delle risorse energetiche. Dunque noi allora avevamo ragione, e infatti oggi i governi europei discutono di Tobin Tax (tassa sulle transazioni finanziarie, ndA) dopo che allora, quando avevamo raccolto 150.000 firme in sostegno di una legge d’iniziativa popolare che la istituisse, tutti ci avevano preso per matti. Quello che avevamo previsto si è purtroppo realizzato e oggi, 10 anni dopo, siamo ancora qui a ripetere che i rischi sono anche maggiori, perché di strada verso il baratro se n’è fatta già moltissima.

 

Quando ci si rese conto che questa crisi sarebbe stata “storica”, molti osservatori suggerirono di approfittarne per rivoluzionare l’intero sistema di gestione dell’economia e della finanza. A qualche anno di distanza dallo scoppio della bolla iniziale, quanto giudica i provvedimenti presi fino a questo punto per superare il momento di difficoltà come un’occasione persa?

Senza dubbio è stata un’occasione persa. Di fronte a una crisi di queste dimensioni, una crisi strutturale, l’idea sarebbe dovuta essere quella di cambiare strada. Una scelta che non è stata realizzata, mentre si è scelto di ripercorrere la stessa strada facendo solo alcune piccole correzioni. E oggi ci sono dei governi europei totalmente in mano alla finanza internazionale. Pensiamo a Grecia, Portogallo e Italia. Pensiamo ai ministri del governo Monti e a quanti consigli d’amministrazione di banche o enti finanziari hanno preso parte. In pratica si è deciso di intervenire con capitali pubblici e soldi di tutti in favore di quelle stesse banche ed enti finanziari che hanno prodotto la crisi. Un’occasione persa dunque, con un tentativo di rilancio nella stessa direzione che ha provocato il disastro, da parte di chi detiene il potere vero. Con uno svuotamento nei fatti del concetto di democrazia così come è stata intesa dal 1789, con la Rivoluzione Francese: l’idea dello stato-nazione, la divisione dei poteri, il principio di “una testa, un voto”, l’autonomia dei mezzi d’informazione. Siamo di fronte al dominio delle grandi centrali finanziarie. Basti pensare alla Goldman Sachs e a quanti soggetti è riuscita a inserire all’interno dei governi non solo europei.

 

Lei ha già in parte anticipato la domanda: qual è il suo giudizio sul governo Monti e, più in generale, sullo stato di salute della politica italiana?

Io capisco le tante persone che hanno brindato alla caduta di Berlusconi (e hanno fatto decisamente bene), però c’è una continuità tra le politiche economica e finanziaria del vecchio e del nuovo governo. Al di là dei comportamenti privati del premier, che diventando pubblici oscuravano la credibilità del Paese sul piano internazionale, oggi questi signori in giacca e cravatta, che si presentano come “i professori”, altro non sono che i tecnocrati della grande finanza. Sono coloro che hanno gestito una parte della finanza nazionale e internazionale con delle modalità che hanno portato a questa crisi e che oggi cercano delle risposte senza andare a colpire questi grandi centri di potere. Il governo Monti è semplicemente la faccia presentabile del mondo dell’alta finanza. Trovo assurdo che si tocchino prima le pensioni a quelli che prendono novecento euro invece che mettere in discussione chi ne prende più d’una contemporaneamente, magari con pensioni da diverse migliaia di euro, senza andare a ridurre la forbice sociale.

 

E sulla situazione politica italiana?

La situazione della politica italiana è davvero drammatica. Credo ci sia una grande responsabilità da parte del Partito Democratico nel sostenere questo governo e, aldilà delle dichiarazioni, nel sostenere anche quelle decisioni che colpiscono i ceti più deboli, in assenza di qualunque politica che rilanci l’occupazione, che intervenga per ridurre il precariato, che peraltro assume forme sempre più disperate. Questo produce una rottura molto profonda tra politica e cittadini, soprattutto nel centro-sinistra, che credo sia molto difficile da riparare. Ma d’altronde la stessa Internazionale Socialista è perfettamente inserita all’interno del credo liberista, certamente gestito in modo più soft, magari con qualche pennellata di umanità, ma con ben poche differenze rispetto ai governi gestiti dal centro-destra. Basti pensare alla Spagna di Zapatero, tanto aperta sui diritti civili, ma indistinguibile dagli altri governi europei sulle questioni economiche e finanziarie. E il PD è l’esatta rappresentazione della collocazione di questi gruppi riformisti in Europa. Questo è un problema molto grande per il nostro paese. È necessario cercare di costruire un’opposizione al governo Monti nel modo più laico, concreto e meno ideologico possibile.

 

Pensa di avere un ruolo alle prossime elezioni politiche nazionali italiane?

Non ho ancora deciso. Sarei più disponibile se riuscissimo prima a costruire un solo polo a sinistra del PD.

 

Alternativo al PD o in alleanza?

Vittorio Agnoletto

Pensiamo prima a costruire questo polo. Se cominciamo a parlare di alleanze ci si divide in cento pezzi. Costruiamo un polo di sinistra, che abbia un suo profilo unitario sul piano politico e organizzativo. Io credo che riusciremmo a superare abbondantemente il 10%. A quel punto anche col PD nascerebbe un diverso rapporto di forza, ma prima di parlare di alleanze parlerei di ricostruire un’unità a sinistra. In questo senso l’esperienza della Linke in Germania è estremamente istruttiva. Vedo il PD lanciato alla rincorsa del centro, più che della sinistra, ma ognuno parli per sé… Prima che una sconfitta politica, la sinistra ha subìto una sconfitta culturale, che va recuperata se si vuole che un cambio di governo abbia dei risultati. Per questo, partendo dal libro e attualizzandone il contenuto fino ai giorni nostri, sto scrivendo i testi per uno spettacolo di lettura e musica (con il gruppo musicale Marco Fusi Ensemble) con il quale proverò a girare le tante città d’Italia. Credo proprio che ci sia bisogno di creare cultura ed io provo a dare il mio contributo.

 

Pensa ci sia lo spazio per un rilancio del movimento, anche approfittando della crisi?

Penso di sì, anche se ovviamente avrà un profilo diverso da quello di dieci anni fa, poiché quel movimento non era figlio di una crisi. Avrà forme organizzative diverse, per creare un filo conduttore unico tra le diverse anime, e sarà anche più difficile da orientare verso obiettivi condivisi ed efficaci. Però credo ci sia la possibilità. Ci sono segnali interessanti, come Occupy Wall Street e gli Indignados in Spagna. Il distacco dalle forze politiche è molto ampio e diffuso nella popolazione. Sta a noi trasformare questo distacco, più che in apatia, rassegnazione o antipolitica generica, in una crescita di consapevolezza e quindi in un movimento che sappia guardare al futuro.

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a cura di Erika Farris e Salvo Mangiafico

Intervista a Vittorio Agnoletto: tra il G8 di Genova e l'eclisse della democrazia… – Parte 1

[stextbox id=”custom” big=”true”]Dopo 10 anni dai tragici fatti del G8 di Genova del 2001, lo scorso anno è stato pubblicato il libro “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli Editore), dove l’allora portavoce del “Genoa social forum” Vittorio Agnoletto e il giornalista Lorenzo Guadagnucci, pestato e arrestato durante il sanguinoso blitz alla scuola Diaz, raccontano una delle pagine più vergognose e controverse della storia italiana, mettendo in evidenza gli innumerevoli tentativi di bloccare le inchieste, condizionare i testimoni, screditare gli inquirenti e indirizzare i processi. Un libro-documentario scritto servendosi del contributo di “voci” interne agli apparati dello Stato e della preziosissima testimonianza di Enrico Zucca, pm al processo sui fatti della Diaz, che per la prima volta svela i retroscena dell’inchiesta.[/stextbox]

 

Di libri sul G8, purtroppo, ne sono stati scritti tanti e tante parole sono state dette. Quali sono gli elementi nuovi che la vostra riflessione apporta all’argomento, soprattutto riguardo a quanto successo alla scuola Diaz e alla morte di Carlo Giuliani?

La caratteristica del nostro libro è che noi non ci limitiamo a raccontare e descrivere quello che è accaduto nelle giornate di Genova, ma cerchiamo innanzitutto di individuare le responsabilità e i responsabili, con nomi e cognomi. Ricostruiamo anche le vicende processuali dei nove anni che vanno dal 2001 alle sentenze di appello dei grandi processi sulla Diaz e su Bolzaneto e raccontiamo con l’aiuto di Enrico Zucca, pubblico ministero nel processo della Diaz, tutti i tentativi, ovviamente illegali e illeciti, che sono stati fatti per cercare di bloccare le inchieste della magistratura e impedire che queste arrivassero a conclusione e alle sentenze. È quindi un libro estremamente documentato, che infatti non ha finora ottenuto né una denuncia né una smentita, perché quello che noi raccontiamo è frutto di una ricerca su migliaia e migliaia di pagine di archivi processuali, di interrogatori e di intercettazioni. Vi sono anche tante dichiarazioni che noi siamo andati a raccogliere dai protagonisti diretti. La verità che noi ricostruiamo è assolutamente incontrovertibile. Delle vicende dei processi, cioè di tutto quello che sta dietro i processi e dei tentativi di bloccarli, non aveva assolutamente mai parlato nessuno.

 

Quando dice che questo libro non ha ricevuto denunce né smentite, sembra quasi dispiaciuto, come se le avesse aspettate…

No, assolutamente non dispiaciuto. Nessuno può smentire quello che noi raccontiamo perché corrisponde alla verità, è tutto assolutamente documentato. Non potendolo smentire, hanno agito in un altro modo, praticando un’assoluta e totale censura. Il giorno in cui il nostro libro è uscito in libreria, ad esempio, i due principali quotidiani italiani, che avevano ricevuto il libro dalla casa editrice Feltrinelli con la richiesta di recensione, sono usciti entrambi facendo un’amplissima recensione di un altro libro che parlava di Genova. È un messaggio molto chiaro all’editore: di Genova (di cui ricorreva il decennale l’anno scorso) se ne può e se ne deve parlare, ma non di quel libro. Lo stesso è accaduto quando abbiamo presentato il libro alla Feltrinelli di Genova con una conferenza stampa di cui erano stati avvisati oltre cento giornalisti, mentre si è presentato solo quello della Radio Svizzera Italiana. Questo dà la dimensione del tentativo di oscurare completamente questo libro. Nessuna trasmissione televisiva delle reti nazionali ci ha invitato, nemmeno quelle dove gli autori dei libri che produce Feltrinelli sono regolarmente presenti. Ripeto, credo che non ci sia un altro libro così documentato su quello che è avvenuto nel 2001 e dal 2001 ai giorni nostri. Per fortuna c’è il web, per fortuna c’è il passaparola e quindi il libro ha esaurito ormai la prima edizione e siamo sulle diecimila copie vendute.

 

So che può sembrare banale, ma a cosa è dovuto lo scarso interesse dei media – quello che lei ha definito censura – nei confronti del vostro libro? Sono pressioni dall’alto o cosa?

Non è scarso interesse. Lei riesce a trovare un altro libro che documenta con precisione le responsabilità del capo dei servizi segreti italiani, allora capo della polizia? Che racconta cosa accadde durante il rito abbreviato per il processo a De Gennaro, uno degli uomini più potenti attualmente in Italia, coordinatore unico dei servizi segreti? Riesce a trovare un altro libro che in modo molto preciso individua anche le responsabilità, le dichiarazioni intercettate dell’attuale capo della polizia? O che fa la lista – nomi e cognomi – dei vertici della polizia che sono stati condannati e che anziché essere rimossi sono rimasti tutti al loro posto? Non stiamo parlando di questioni secondarie. Credo che coloro che hanno quei ruoli siano in grado di esercitare una qualche influenza. Come io racconto nelle prime pagine del libro, in cui riporto un dialogo avvenuto il 10 settembre del 2010 con un personaggio molto in alto degli apparati dello Stato. Mi sono trovato di fronte una persona spaventatissima, che aveva ricevuto pressioni esplicite e molto forti quando si era saputo del suo incontro con me, e che mi ha detto esplicitamente “io al suo posto non lo scriverei questo libro, stia molto, molto attento”. Un messaggio preciso. Così come precise sono state le minacce, gli avvertimenti che ho subìto negli anni, tutte le volte che in televisione o in radio dichiaravo che era necessario risalire alle responsabilità dei mandanti. Sono entrati due volte negli uffici dove stavano i miei collaboratori, sono stati rubati i computer e lasciati sul tavolo carta di credito e soldi, per far capire che non era un furto come altri. È stata mandata una lettera minatoria a chi abitava al piano sopra al mio dicendo che se non la smettevo tutto lo stabile sarebbe stato fatto saltare in aria. Tutte cose documentate e denunciate dall’avvocato Pisapia – che attualmente è sindaco di Milano ma che all’epoca era il mio legale – alla magistratura, tutte inchieste che non sono andate avanti. L’unica cosa che hanno fatto è stata quella di propormi una scorta. Ora, per minacce di questo tipo prendere una scorta della polizia fa quasi sorridere… Insieme a Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz e coautore del libro, abbiamo per anni continuato a sostenere che non ci si poteva fermare solo ai fatti, ma che era necessario individuare le responsabilità apicali, perché è molto difficile poter credere che più di cento poliziotti, di colpo, all’interno della scuola Diaz, decidano tutti di non rispettare le regole, di non rispettare le leggi e commettano dei reati. È molto difficile pensare che decine tra poliziotti, carabinieri, finanzieri, operatori penitenziari, a Bolzaneto, comincino a torturare e a commettere violenze così, come d’incanto. È evidente che se questo avviene per così tanti rappresentanti delle forze dell’ordine contemporaneamente e in luoghi diversi, o qualcuno l’ha ordinato, o perlomeno qualcuno ha lanciato il messaggio che rimarranno completamente impuniti.

 

Lei ha accennato al ruolo di De Gennaro, che è stato assolto. La Corte di Cassazione ha inoltre confermato la sentenza a quattro anni di reclusione per i poliziotti che erano accusati di aver materialmente arrestato gli studenti spagnoli. Qual è il suo commento su queste due sentenze, tenendo anche conto di tutti i nomi ai vertici delle forze di sicurezza che sono stati accusati ma che si sono sempre rifiutati di dimettersi, anche dopo condanne di secondo grado?

Vittorio Agnoletto

Sulla sentenza della Cassazione su De Gennaro io mi limito a dire che c’è un aspetto abbastanza incredibile. La sentenza della Cassazione cancella la sentenza d’appello ma non ordina un nuovo processo. Si rifà alla sentenza di primo grado, con cui era stato assolto. In genere la Cassazione interviene su questioni di metodo e non di merito. Se annulli una sentenza occorre che si rifaccia un processo. Così non è. Lorenzo e io abbiamo subito detto che gli equilibri costituzionali erano stati manomessi. Immagini di essere uno dei giudici della Cassazione che si trova a giudicare quello che era il capo della polizia, messo sotto inchiesta, condannato in appello e che nel frattempo veniva continuamente promosso e protetto da tutto il mondo politico in modo bipartisan. Allora c’è un’interferenza del potere politico rispetto al percorso giudiziario. Mi limito a questo: credo che la situazione in cui si sono trovati i giudici di Cassazione non sia stata semplice. Detto questo, sono assolutamente convinto che una sentenza non può riscrivere la storia. I fatti sono accertati. Che poi una corte dia un’interpretazione diversa rispetto al reato non modifica comunque i fatti. I fatti ci sono e nessuno è stato in grado di contraddirli. Altre sentenze, che però coinvolgevano persone meno in alto nella scala gerarchica, sono arrivate a essere definitive; c’è già un pronunciamento della Cassazione. Altre ancora molto importanti, come quelle relative ai fatti della Diaz e di Bolzaneto, rischiano di arrivare in prescrizione. C’è un allarme, lanciato anche da Magistratura Democratica, secondo cui rischia di andare in prescrizione tutto il processo sulla Diaz. Rimarrà in piedi la parte civilistica, cioè la questione relativa ai risarcimenti, ma la parte penale rischia di concludersi assolutamente nel nulla. Questa non è giustizia, credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. Per quanto riguarda il fatto che tutti i vertici della polizia presenti a Genova e condannati, anziché essere sospesi o rimossi, sono stati tutti promossi, questo è uno scandalo italiano enorme. Non soltanto i condannati non hanno sentito la dignità di doversi dimettere, ma la politica non ha sentito il dovere di farli dimettere e li ha, anzi, promossi. Qui nasce una domanda che noi poniamo nel libro, una domanda che, se vogliamo, è molto angosciante: di che cosa ha paura la politica? Come mai la politica non ha preso dei provvedimenti e, quindi, ha rinunciato al suo ruolo? Io mi limito a dire che in un paese dove è previsto che l’incarico del Capo dello Stato duri sette anni, non è una cosa sana lasciare per diciannove anni, forse di più, le stesse persone ai vertici di diverse importanti istituzioni, come l’antimafia, la polizia e i servizi segreti.

 

Lei dice che la politica non ha adempiuto al suo ruolo. Allora qual è stato il ruolo della politica prima, durante e dopo il G8?

Il G8 è stato preparato dai governi di centrosinistra che hanno preceduto il governo Berlusconi, quindi dal governo D’Alema e dal governo Amato. Berlusconi vince le elezioni nel maggio del 2001 e il suo governo si insedia appena un mese prima dell’inizio del G8. La quasi totalità dei preparativi dipende dai governi precedenti, di centrosinistra. Addirittura la scelta di Genova dipende dal governo precedente, così come gli istruttori fatti venire da Los Angeles per preparare i reparti di polizia che devono essere schierati. Il settimo nucleo del primo reparto di Roma, che poi sarà il nucleo che entra per primo alla Diaz e quindi maggiormente responsabile delle violenze che si sono consumate in quella scuola, viene costituito proprio per l’occasione di Genova dal governo di centrosinistra. Fra le scelte operate dal centrosinistra, c’è addirittura l’uso dei micidiali tonfa. Quando inizia il G8 c’è il governo di centrodestra, presieduto da Berlusconi, Scajola è il ministro degli interni, Fini è vicepremier. Non c’è ombra di dubbio che la gestione del G8, di quelle giornate, porti la responsabilità politica del governo in carica. Quando i magistrati cominciano l’inchiesta e individuano le responsabilità della truppa di polizia che ha praticato violenze inaudite e illegali all’interno della scuola Diaz, è la destra che si scatena in difesa dei poliziotti e dei carabinieri coinvolti nelle vicende dell’assalto alla scuola e nelle torture a Bolzaneto, a prescindere da quello che hanno compiuto. Basta vedere le dichiarazioni di Gianfranco Fini già dalla sera del 20 luglio. Quando questi incominciano a risalire ai vertici della polizia, cioè indagano anche i ruoli apicali, la situazione si complica. Il centrosinistra, che prima chiedeva una commissione d’inchiesta, si spacca e la stragrande maggioranza, tranne Rifondazione Comunista, non la vuole più. Il motivo è molto semplice. I vertici della polizia messi sotto accusa dai magistrati non sono persone che hanno una storia o una cultura di estrema destra. È molto triste quello che dico, ma nessuno può pensare che in tutti questi ultimi vent’anni le frequentazioni di De Gennaro siano state con Fini. Chi si muove in favore di De Gennaro sui media si chiama Luciano Violante, Giuliano Amato. Quindi, semplificando, per difendere da una parte le truppe della polizia e dei carabinieri, dall’altro i vertici della polizia, c’è un’operazione bipartisan per bloccare la commissione d’inchiesta. Qualunque richiesta di verità e giustizia non troverà nessuna sponda all’interno del Parlamento. Questo spiega anche, in parte, il perché del disinteresse dei media, anche di centrosinistra, verso il nostro libro.

– fine prima parte –
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a cura di Erika Farris e Salvo Mangiafico

 

Mi dia un Ibrahimovic: pacchetto completo

Zlatan Ibrahimovic, nato a Malmo il tre ottobre del 1981 è senza dubbio uno dei migliori giocatori del mondo. Dotato di un talento sopraffino e di un fisico imponente, riesce a riassumere in un solo giocatore classe e potenza. Per questi ed altri motivi è nella top-five mondiale. Ma perchè allora ha così tanti detrattori? Perchè è antipatico a tanti ed è spesso nell’occhio del ciclone? Semplice. Il buon Zlatan ha un rovescio della medaglia: il suo carattere bizzoso ed eccessivamente impulsivo che lo porta a compiere gesti inconsulti e diciamolo…tremendamente antisportivi. Ricordiamo i suoi numeri in positivo e negativo, per avere un quadro completo. Ibrahimovic ha vinto lo scudetto ogni anno, in tutte le squadre in cui ha giocato (Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan), segnando con una media impressionante (oltre un gol ogni due partite) e portando a casa per sei volte il Guldbollen (premio assegnato al miglior giocatore svedese). D’altro canto però ha collezionato ben otto espulsioni, quasi tutte per stupidaggini commesse in campo.

Cominciò la sua serie di “follie” con la maglia della Juventus, il venti aprile del 2005, quando rifila un colpo proibito all’interista Cordoba che gli costa tre giornate di squalifica con la prova televisiva (ma i piemontesi ottengono tre vittorie in sua assenza). Prosegue sempre in bianconero contro il Bayern Monaco in Champions League il due novembre 2005, uscendo per doppia ammonizione saltando solo una partita (vinta dai suoi compagni). In nerazzurro sfoggia il peggio di lui, con tre espulsioni in tre mesi: il ventisette settembre 2006 ancora col Bayern viene cacciato per doppia ammonizione, il dodici novembre contro il Parma e due settimane dopo contro la Lazio per comportamento non regolamentare (allo stadio Olimpico calcia un pallone mentre l’arbitro fischia la fine del primo tempo). L’Inter però in sua assenza le vince tutte. Passiamo al Barcellona: il sei novembre 2010 il team di Guardiola sta vincendo ma lui rifila un calcio ad un avversario a terra e il giudice sportivo lo ferma per un turno (il Barca vinse nel turno successivo). Arriviamo ai tempo recenti: prima il cazzotto allo stomaco a Marco Rossi del Bari (tre giornate ridotte a due in appello, con una vittoria ed una sconfitta per il Milan), poi gli insulti al guardalinee a Firenze (tre giornate e tre vittorie rossonere, compreso il decisivo derby che vale il diciottesimo scudetto) ed infine lo schiaffo ad Aronica.

Cosa si evince da tutto ciò? Innanzitutto che scaramanticamente parlando è un bene quando è squalificato, ma tornando seri è palese il suo non sapersi controllare e cadere spesso in comportamenti deprecabili. C’è chi tira in ballo il suo essere di origine slava, ma sarebbe pretestuoso e stupido sostenere che sia per quello. Vero è però che un ragazzo nato e cresciuto in Svezia che passa l’adolescenza a rubare biciclette, litigare con tutti (amici, nemici, allenatori) e tifare contro la nazionale svedese in quanto nelle altre ci sono giocatori che gli piacciono di più (come racconta lui stesso nella sua autobiografia) sicuramente lo rende perlomeno diverso dal tipico stereotipo dello svedese. La realtà è che se una squadra compra un giocatore del genere deve essere disposta ad accettare i due volti del ragazzo: il talento cristallino ed il carattere ingestibile. Il pacchetto completo in pratica. Non c’è da stupirsi se “Ibra” realizza reti straordinarie, calciando con una potenza inaudita e scagliando il pallone alle spalle degli estremi difensori avversari, ma purtroppo per lui non bisogna stupirsi nemmeno se rifila uno schiaffo in maniera del tutto gratuita e stupida ad un avversario. “You can leave the ghetto, but the ghetto never leaves you”: questa è una frase che Ibrahimovic cita molte volte e si sposa perfettamente con il suo modus operandi. C’è poco da fare, chi nasce tondo non muore quadro. Finchè giocherà lo svedese di origine bosniaca continuerà a riempire le prime pagine dei quotidiani sportivi, nel bene e nel male. Lui è “Ibra”.

Generazione sfigata

In questi giorni non si fa altro che parlare di lavoro, mobilità, precariato e di come sistemare questa terribile crisi che sta imperversando in tutto il mondo. Continuano a propinarci la solita manfrina trita e ritrita, come per convincerci che il lavoro è una cosa “passeggera”, che ci dobbiamo muovere, che – perdio! – siamo giovani, dobbiamo essere pronti a tutto. E mentre il politicante di turno o suo figlio super-raccomandato ci regalano simpatiche dichiarazioni su quanto sia sfigato il posto fisso, la laurea dopo i ventotto anni, abitare vicino a mamma e papà e così via, viene da chiedersi per quale ragione certe persone diano fiato alla bocca. Sì, d’accordo, le frasi non vanno estrapolate dal contesto, e su questo possiamo pure essere d’accordo. Il governo Monti si era tanto impegnato nei suoi primi giorni a mantenere una certa sobrietà dopo tanti anni di baracconate dei governi precedenti, ma ecco che i suoi esponenti (forse irretiti dalla ribalta, chi lo sa) si lanciano in simpatiche dichiarazioni che riescono a fare “incazzare” ancora di più quell’enorme fetta di popolazione che a oggi si barcamena tra uno stage non retribuito, un lavoro al call center di qualche mese e una speranza pari a zero sul proprio futuro. Era davvero necessario?

No, non lo era. Perché questo sistema politico-economico ha affossato e distrutto i sogni di un’intera generazione di ragazzi tra i venti e i trent’anni che non riescono in alcun modo a vedere la luce fuori dal tunnel. È un sistema che ha fallito sotto ogni aspetto, è servito soltanto ad arricchire di più i ricchi, e a devastare intere popolazioni (vedi la povera Grecia, dove ci sono situazioni da terzo mondo a causa del crack economico).

E allora tutti partono, scappano, emigrano. Altro che vicini a mamma e papà. Chi decide di restarci lo fa perché altrimenti dovrebbe dormire sotto un ponte, visto e considerato il costo di una casa, il mutuo che non ti danno senza un “monotono” posto fisso o l’affitto da moderni ladroni che troviamo nelle grandi e piccole città. Siamo una generazione affranta, senza speranze, senza sogni. Ed è questo il più grande fallimento di quest’epoca. Non il lavoro che manca, non la crisi economica. Vedere la faccia di una ragazza di ventisei anni, delusa e sconfitta, che ha due lauree e un master e lavora in un call center per mantenersi, facendo uno stage non retribuito che, chissà, un giorno potrebbe trasformarsi in lavoro, o gli occhi malinconici di un trentunenne che ha dovuto mollare gli studi, facendo tre lavori per aiutare il padre che ha perso il lavoro, lascia senza parole. E ogni giorno ci viene propinata la solita serie di ipotetici provvedimenti che dovrebbero migliorare le nostre condizioni di vita. E allora via il posto fisso (che noia!), ma il mutuo come lo faccio? Mobilità, che passione, ma se il lavoro dura tre mesi e per cercarlo ce ne vogliono dieci? Andiamo a vivere lontano da mamma e papà, siamo grandi dai, ma se gli affitti di un posto letto arrivano anche a cinquecento euro? E così via…

Sarebbe intelligente e saggio che tutti questi personaggi smettessero di dare aria alla bocca, che ritenessero le loro posizioni come degli immensi privilegi che si sono costruiti sulle spalle dei cittadini, e che imparino a stare quantomeno in silenzio. Se proprio non volete aiutare i sogni e le aspirazioni di questa generazione sfigata, se proprio non riuscite in nessun modo a darci un minimo di futuro in cui credere, almeno non prendeteci pure per il culo. È chiedere tanto?

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