Intervista a Vittorio Agnoletto: tra il G8 di Genova e l'eclisse della democrazia… – Parte 2

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista con Vittorio Agnoletto (la prima parte è consultabile a questo link). Il G8 di Genova ha rappresentato l’episodio forse più tristemente noto della storia del movimento no-global. Dopo esserci concentrati sugli eventi di Genova, prendendo spunto dal suo libro, allarghiamo l’orizzonte occupandoci del passato e del futuro del movimento, delle cause della crisi economica globale e della situazione politica italiana.
Per ragioni di lunghezza, abbiamo deciso di pubblicare una versione leggermente ridotta della conversazione con Agnoletto. L’intervista integrale è scaricabile a questo link. Buona lettura![/stextbox]

 

All’interno del video di presentazione del libro pubblicata sul suo blog , lei afferma che il G8 di Genova aveva l’obiettivo preciso e premeditato di distruggere il movimento no-global che in quel periodo cominciava a diffondersi e concretizzarsi in Europa. Può spiegarci cosa intende dire con questa sua pesante denuncia?

Non è che io sostengo che il G8 sia stato concepito con lo scopo di distruggere il movimento. Dico che il movimento alter-mondista in meno di due anni si è diffuso con una velocità incredibile in tutto il mondo, tra la rivolta di Seattle del novembre ’99 e il G8 di Genova. Un movimento che, improvvisamente, da ignorato e sconosciuto, è riuscito a occupare una posizione predominante, sia nei media che nell’immaginario collettivo a livello globale. Che nel gennaio 2001 è riuscito a creare il primo forum sociale a Porto Alegre con delegazioni del movimento da ogni parte del mondo. Era l’unica realtà alternativa al sistema liberista. Non dimentichiamo che mentre il movimento individuava nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale le istituzioni non democratiche, perché elette da nessuno, maggiormente responsabili della situazione globale, dall’altra parte c’era l’Internazionale Socialista, una delle grandi famiglie politiche mondiali della sinistra, che aveva tra gli obiettivi quello di collocare un proprio uomo alla direzione della WTO. Il movimento cresceva fuori dalle grandi famiglie politiche che avevano costruito l’800 e il 900. La grande stampa descriveva un movimento con migliaia di giovani in piazza con quaderni e computer che prendevano appunti, organizzando lezioni all’aperto. C’era un’enorme adesione dei movimenti cattolici al Genoa Social Forum. Prima di Genova il movimento aveva una grande presa, in Italia e nel mondo.

È a quel punto che, prima di Genova, scatta la decisione di reprimere questo movimento con una tenaglia: la repressione in piazza da una parte e l’attacco mediatico dall’altra, teso a definire il movimento unicamente come dei violenti. In Italia dopo Genova il movimento comincia ad essere sempre associato ai black block, mentre fuori dall’Italia questa repressione scatta anche un po’ prima, con Praga e Goteborg. Quindi è stata una decisione internazionale, quella di cercare di bloccare la crescita di un movimento che aveva raccolto attorno a sé un consenso e una credibilità che non aveva precedenti, proprio perché aveva rotto tutti i confini politici e non rientrava unicamente nei confini della “Sinistra”, altrimenti non avremmo avuto 1.600 associazioni che aderivano al Genoa Social Forum. Un fatto, questo, che mette paura e fa scattare quella logica repressiva a livello globale. Una logica che è gestita nel quotidiano con la repressione poliziesca e le veline mediatiche, che inizialmente oscurano totalmente il movimento. Noi ci mettiamo parecchio tempo prima di riuscire a ribaltare e a ribaltare l’immagine del movimento almeno in una parte della popolazione, attraverso i numerosi documenti fotografici, attraverso le migliaia di riprese fatte dai cellulari, attraverso i filmati recuperati dalle varie televisioni locali. Così come ci mettono nove anni i magistrati per arrivare alle sentenze di questi processi e ricostruire le responsabilità.

 

Già alla fine degli anni ’90 il movimento no-global denunciava il risvolto negativo del modo in cui si stava impostando la globalizzazione e la degenerazione dell’economia, completamente nelle mani dei mercati. Secondo lei esiste un legame con la crisi attuale?

Assolutamente sì. Infatti noi abbiamo chiamato la mostra organizzata a Genova per il decennale “Cassandra”, questa tragica, mitica figura dell’antichità che era in grado di prevedere il futuro ma non veniva ascoltata e che alla fine non riusciva a cambiare il corso della storia. Questo è quello che è accaduto, almeno in Europa, al movimento. Abbiamo recuperato i discorsi svolti nella sessione di apertura di Genova, in cui Walden Bello, economista delle Filippine, leader dell’osservatorio Focus on the Global South, diceva che se fosse andato avanti quel modello di sviluppo si sarebbe arrivati a una incompatibilità fra quello e gli equilibri climatici della biosfera, che è poi quello che è accaduto nelle diverse catastrofi climatiche che si sono succedute in seguito. Susan George sosteneva che se fosse proseguita la finanziarizzazione dell’economia, saremmo andati incontro a una delle più drammatiche crisi economiche e sociali che il nostro continente abbia mai vissuto, così come Zanotelli scriveva che in un mondo dove l’80% delle ricchezze è controllato dal 20% della popolazione, si sarebbe verificato un ricorso continuo alla guerra da parte di questo 20% per controllare le risorse energetiche. La finanziarizzazione dell’economia è proseguita a un livello impensabile. Ogni giorno vengono scambiati quattro trilioni di dollari a livello finanziario, il 90% dei quali attraverso speculazioni che stanno massacrando l’economia reale, con la crisi e la disoccupazione che abbiamo di fronte. Sulle guerre è anche inutile dilungarsi: Iraq, Libia e Afghanistan sono tutte guerre per il controllo delle risorse energetiche. Dunque noi allora avevamo ragione, e infatti oggi i governi europei discutono di Tobin Tax (tassa sulle transazioni finanziarie, ndA) dopo che allora, quando avevamo raccolto 150.000 firme in sostegno di una legge d’iniziativa popolare che la istituisse, tutti ci avevano preso per matti. Quello che avevamo previsto si è purtroppo realizzato e oggi, 10 anni dopo, siamo ancora qui a ripetere che i rischi sono anche maggiori, perché di strada verso il baratro se n’è fatta già moltissima.

 

Quando ci si rese conto che questa crisi sarebbe stata “storica”, molti osservatori suggerirono di approfittarne per rivoluzionare l’intero sistema di gestione dell’economia e della finanza. A qualche anno di distanza dallo scoppio della bolla iniziale, quanto giudica i provvedimenti presi fino a questo punto per superare il momento di difficoltà come un’occasione persa?

Senza dubbio è stata un’occasione persa. Di fronte a una crisi di queste dimensioni, una crisi strutturale, l’idea sarebbe dovuta essere quella di cambiare strada. Una scelta che non è stata realizzata, mentre si è scelto di ripercorrere la stessa strada facendo solo alcune piccole correzioni. E oggi ci sono dei governi europei totalmente in mano alla finanza internazionale. Pensiamo a Grecia, Portogallo e Italia. Pensiamo ai ministri del governo Monti e a quanti consigli d’amministrazione di banche o enti finanziari hanno preso parte. In pratica si è deciso di intervenire con capitali pubblici e soldi di tutti in favore di quelle stesse banche ed enti finanziari che hanno prodotto la crisi. Un’occasione persa dunque, con un tentativo di rilancio nella stessa direzione che ha provocato il disastro, da parte di chi detiene il potere vero. Con uno svuotamento nei fatti del concetto di democrazia così come è stata intesa dal 1789, con la Rivoluzione Francese: l’idea dello stato-nazione, la divisione dei poteri, il principio di “una testa, un voto”, l’autonomia dei mezzi d’informazione. Siamo di fronte al dominio delle grandi centrali finanziarie. Basti pensare alla Goldman Sachs e a quanti soggetti è riuscita a inserire all’interno dei governi non solo europei.

 

Lei ha già in parte anticipato la domanda: qual è il suo giudizio sul governo Monti e, più in generale, sullo stato di salute della politica italiana?

Io capisco le tante persone che hanno brindato alla caduta di Berlusconi (e hanno fatto decisamente bene), però c’è una continuità tra le politiche economica e finanziaria del vecchio e del nuovo governo. Al di là dei comportamenti privati del premier, che diventando pubblici oscuravano la credibilità del Paese sul piano internazionale, oggi questi signori in giacca e cravatta, che si presentano come “i professori”, altro non sono che i tecnocrati della grande finanza. Sono coloro che hanno gestito una parte della finanza nazionale e internazionale con delle modalità che hanno portato a questa crisi e che oggi cercano delle risposte senza andare a colpire questi grandi centri di potere. Il governo Monti è semplicemente la faccia presentabile del mondo dell’alta finanza. Trovo assurdo che si tocchino prima le pensioni a quelli che prendono novecento euro invece che mettere in discussione chi ne prende più d’una contemporaneamente, magari con pensioni da diverse migliaia di euro, senza andare a ridurre la forbice sociale.

 

E sulla situazione politica italiana?

La situazione della politica italiana è davvero drammatica. Credo ci sia una grande responsabilità da parte del Partito Democratico nel sostenere questo governo e, aldilà delle dichiarazioni, nel sostenere anche quelle decisioni che colpiscono i ceti più deboli, in assenza di qualunque politica che rilanci l’occupazione, che intervenga per ridurre il precariato, che peraltro assume forme sempre più disperate. Questo produce una rottura molto profonda tra politica e cittadini, soprattutto nel centro-sinistra, che credo sia molto difficile da riparare. Ma d’altronde la stessa Internazionale Socialista è perfettamente inserita all’interno del credo liberista, certamente gestito in modo più soft, magari con qualche pennellata di umanità, ma con ben poche differenze rispetto ai governi gestiti dal centro-destra. Basti pensare alla Spagna di Zapatero, tanto aperta sui diritti civili, ma indistinguibile dagli altri governi europei sulle questioni economiche e finanziarie. E il PD è l’esatta rappresentazione della collocazione di questi gruppi riformisti in Europa. Questo è un problema molto grande per il nostro paese. È necessario cercare di costruire un’opposizione al governo Monti nel modo più laico, concreto e meno ideologico possibile.

 

Pensa di avere un ruolo alle prossime elezioni politiche nazionali italiane?

Non ho ancora deciso. Sarei più disponibile se riuscissimo prima a costruire un solo polo a sinistra del PD.

 

Alternativo al PD o in alleanza?

Vittorio Agnoletto

Pensiamo prima a costruire questo polo. Se cominciamo a parlare di alleanze ci si divide in cento pezzi. Costruiamo un polo di sinistra, che abbia un suo profilo unitario sul piano politico e organizzativo. Io credo che riusciremmo a superare abbondantemente il 10%. A quel punto anche col PD nascerebbe un diverso rapporto di forza, ma prima di parlare di alleanze parlerei di ricostruire un’unità a sinistra. In questo senso l’esperienza della Linke in Germania è estremamente istruttiva. Vedo il PD lanciato alla rincorsa del centro, più che della sinistra, ma ognuno parli per sé… Prima che una sconfitta politica, la sinistra ha subìto una sconfitta culturale, che va recuperata se si vuole che un cambio di governo abbia dei risultati. Per questo, partendo dal libro e attualizzandone il contenuto fino ai giorni nostri, sto scrivendo i testi per uno spettacolo di lettura e musica (con il gruppo musicale Marco Fusi Ensemble) con il quale proverò a girare le tante città d’Italia. Credo proprio che ci sia bisogno di creare cultura ed io provo a dare il mio contributo.

 

Pensa ci sia lo spazio per un rilancio del movimento, anche approfittando della crisi?

Penso di sì, anche se ovviamente avrà un profilo diverso da quello di dieci anni fa, poiché quel movimento non era figlio di una crisi. Avrà forme organizzative diverse, per creare un filo conduttore unico tra le diverse anime, e sarà anche più difficile da orientare verso obiettivi condivisi ed efficaci. Però credo ci sia la possibilità. Ci sono segnali interessanti, come Occupy Wall Street e gli Indignados in Spagna. Il distacco dalle forze politiche è molto ampio e diffuso nella popolazione. Sta a noi trasformare questo distacco, più che in apatia, rassegnazione o antipolitica generica, in una crescita di consapevolezza e quindi in un movimento che sappia guardare al futuro.

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a cura di Erika Farris e Salvo Mangiafico

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