Sergej Parajanov: un mago dell'immagine.

Sergej Parajanov

Chi è Sergej Parajanov? Lo conoscete? Quando ho fatto questa domanda in giro molti mi hanno risposto di no. Confesso che anche io, solo pochi mesi fa, potevo essere contata fra coloro che non ne avevano mai sentito parlare. Eppure è uno dei più grandi cineasti del secolo scorso. Tenterò di spiegare il perché in questo articolo.

Parajanov, nato a Tiblisi nel 1924, fu un regista georgiano di origine armena. Le sue opere furono considerate dei veri capolavori da registi e artisti come Fellini, Antonioni, Tarkovsky, Truffaut, Bertolucci e molti altri. La sua vita artistica fu costellata da soddisfazioni ma soprattutto da enormi difficoltà. Per ben tre volte Parajanov, inviso al regime sovietico, fu imprigionato. Non gli furono risparmiati neanche quattro anni di gulag, che andarono a pesare profondamente sulla sua salute.

Le accuse furono di corruzione, bisessualità, pornografia, ma anche, probabilmente, “colpevole” fu lo stile del suo cinema: un immaginario surreale, onirico e arcaico che sfuggiva alle maglie dell’estetica del socialismo realista, allora l’unico stile permesso.

Parajanov negò i suoi lavori precedenti al 1954 definendoli “spazzatura”, poiché, probabilmente, ancora legati all’estetica di regime. Quando finalmente poté mettere piene mani a un’opera, con in mente “L’infanzia di Ivan” di Tarkovsky, creò il suo primo capolavoro: “Shadows of our forgotten ancestors”. Il film ricevette il plauso della critica sia sovietica che europea.

Dopo l’esperienza del gulag Parajanov ritornò al cinema. Pur sapendo che sarebbe probabilmente andato incontro a problemi, diede vita a quella che viene da molti considerata la sua perla, ovvero il film “Sayat Nova” (in seguito intitolato “Il colore del melograno”), un film sulla vita dell’omonimo poeta armeno vissuto nel XVIII° secolo. Considerato un film non gradito per la portata delle sue enigmatiche immagini, ( è a mio parere il suo film più difficile) sarà seguito da un ennesimo arresto, il terzo. Per lungo tempo a venire Parajanov continuerà ad avere problemi nella produzione delle sue opere. Durante la prigionia riversò il suo estro creativo nel collage, nell’arte figurativa e nella creazione di vestiti e di particolari bambole.

Fu solo alla metà degli anni 80, quando la morsa del potere si allentò, che Parajanov poté tornare a creare in libertà. A questo periodo risalgono altre sue splendide opere come “Ashik Kerib” e “La leggenda della fortezza di Suram”. L’ultima sua opera “The confession”, rimarrà incompiuta.

Un immagine tratta da "La leggenda della fortezza di Suram"

Il cinema di Parajanov è, a mio parere, pura poesia. Non aspettatevi di vedere film dal linguaggio assolutamente logico, con effetti speciali strabilianti e fitti dialoghi. Questi ultimi sono spesso essenziali e la recitazione è in alcune parti più simile alla pantomima .Il tutto dà spazio non solo alla pura immagine, ma anche a una colonna sonora che dire suggestiva è dir poco. L’ambientazione contribuisce alla resa onirica dei film: si tratta di zone del mondo alla maggior parte di noi sconosciute: Ukraina, Georgia, Armenia, Azerbaijan. Vi ritroverete  in luoghi lontani dal nostro mondo, simili a quelli che si immaginano nell’infanzia. Situazioni tanto fiabesche da apparire paradossalmente più reali della nostra stessa realtà. Come un mago, questo artista compone le sue scene con una purezza, con un coraggio e con una forza che mi hanno personalmente emozionato.

Nonostante ciò che ho scritto, non aspettatevi un cinema elitario, incomprensibile, noioso. Vi è del mistero, ma anche senza essere risolto esso si consegna intatto alla mente dello spettatore. Credo che i film di Parajanov siano capaci di giungere a chiunque, come la bellezza di un fiore.

Per essere più chiara, vorrei prendere ad esempio i film che maggiormente ho apprezzato: “La leggenda della fortezza di Suram” e “Ashik Kerib”. Caratteristica di questi film è la loro divisione in quadri, ciascuno con un titolo seguito da un’inquadratura fissa, davanti alla quale viene composta una natura morta recante oggetti simbolici. E’ il grande utilizzo di oggetti simbolici, colori e metafore capaci di trascendere l’etnicità che contribuisce a rendere il cinema di Parajanov una poesia fatta immagine. L’onnipresente melograno, simbolo di vita, con il suo colore rosso e i suoi chicchi vermigli, può sanguinare su un lenzuolo bianco e ricordarci una ferita mortale. Le colombe sono presenti ovunque vi siano amanti, oppure si trasformano in anime, volando via dalla tomba di un musicista. Il poeta, come un derviscio, si spoglia del suo manto nero per rivelare una veste candida. Vi sono anche immagini più enigmatiche, che è bello continuare a ripercorrere e interrogare dopo aver visto il film. Gli effetti speciali sono affidati a soluzioni che sembrano provenire dal teatro tradizionale: la testa decapitata, in “Ashik Kerib”, è una zucca dalla quale esce una sciarpa di seta rossa, a imitare il sangue. Il passare del tempo per la protagonista de “Leggenda della fortezza di Suram” è dato dal ciondolare della ragazza a mo ’di metronomo, e poi suo dal nascondersi alla nostra vista, per dare la scena così a una sé stessa più matura. La recitazione non è sempre affidata a professionisti: il protagonista di Ashik Kerib era un malfattore, vicino di casa del regista.

Un immagine tratta da "La leggenda della fortezza di Suram"

Tra le cose che più mi hanno colpito dei film di Parajanov vi è il suo saper cogliere qualcosa di ancestrale e eterno. Noi, uomini e donne del duemila, abbiamo difficoltà a comprendere un certo tipo tipo di narrazione, vogliamo che tutto abbia un senso, che tutto rientri in una struttura. Parajanov ci riporta a una visione magica della realtà,  mostrandoci che, tutto sommato, amiamo ancora questo modo di raccontare, così come amiamo ancora la bellezza. Parajanov è uno di quei rari artisti che riescono ad assicurarti che esiste un luogo bello.

Per quanto mi riguarda, consiglierei a tutti di vedere almeno uno dei film di Parajanov, specialmente a chi produce opere: che vi occupiate di pittura, scultura, cinema, sartoria, poesia o letteratura, credo che non ve ne pentirete. Alla sua morte, avvenuta nel 1990 all’età di 66 anni, un telegramma firmato da alcuni fra i più grandi registi del momento, fra i quali quelli citati all’inizio di questo articolo, recitava così: “Con la morte di Sergej Parajanov il cinema ha perso uno dei suoi maghi. La fantasia di Parajanov affascinerà e porterà gioia al mondo per sempre”.

Mi piace rispondere e concludere con una delle frasi che appaiono nel film “Sayat Nova”:

“Un poeta muore, ma la sua musa è immortale”.

Lontano dal cerchio

Sono qui a parlarvi di un progetto nuovo che mi ha colpito parecchio in positivo. Voglio presentarvi il nuovissimo album “Lontano dal cerchio” dei Manoloca e Massimo Vecchi. Il disco è nato da sé, con la voglia di suonare e di passare delle ore in buona compagnia. I Manoloca, già all’attivo da parecchi anni, e lui, Massimo Vecchi: bassista e cantante dei Nomadi. Vecchi ci tiene a precisare che questo album non vuole rappresentare nessuna “scissione” dalla storica band modenese e presta la sua voce e la sua grinta in questo progetto. Un album particolare: un rock a tratti duro ma mai esagerato, un pop molto all’avanguardia, temi che ci riguardano e a volte scorretti (nel senso che non rientrano nei temi del perbenismo di facciata). Una protesta contro corruzioni e violenze proposta con forza e mai con falsità.

Questa la track-list:
1.Porgi l’altra guancia. Parla di questo mondo che spinge e viaggia veloce, il desiderio di onestà ma la volontà di non stare più al gioco di chi vuole ingannarci e di non “dare l’altra guancia”.
2.Il prestigiatore. Dedicata ai prestigiatori dei giorni nostri, chi muove la finanza secondo i propri obiettivi.
3.Il tuo ritratto. Sicuramente il brano più piacevole e più radiofonico scelto appunto come singolo di lancio dell’album. Merita veramente!
4.Regina in polvere. Un po’ bossa-nova e un po’ rock, da ascoltare
5.Un senso di insoddisfazione. Riff da brivido, da band vissuta.
6.Al bivio sbagliato. Brano sulla dignità di un immigrato
7.Hanno picchiato Damiano (sul portone di casa). La polizia ha picchiato Damiano dell’università di Santiago. Quando la libertà di pensiero è un crimine.
8.Sotto lo stesso cielo. “Qui non c’è niente da buttare tranne te!”
9.Non mi servi più. Togliersi un bel po’ di sassolini dalle scarpe verso chi non crede più nelle tue capacità e ti ha sfruttato fino a poco fa.
10.Il ponte. La musica dei Manoloca si mescola a ritmi dei Balcani raccontando di Mirko che non potrà più attraversare il ponte distrutto dalla guerra.

Riascoltando il lavoro sono sempre più convinto che sia di qualità. C’è la sana aria delle sale di registrazione, ci sono le sovraincisioni ma non c’è quell’abuso di “compressione” ed elettronica per dare perfezione ai suoni che spesso fa diventare un disco “freddo”.
Ma sto commettendo un grave errore, non presentare i protagonisti di questa buona musica italiana:
Dave Colombo alle chitarre, Daniele Radice al basso, Aso Barbieri alle tastiere, Franz Piatto alla batteria e Massimo Vecchi con la sua voce grintosa.

Seguite le loro prossime novità su www.manoloca.it

Il panorama politico italiano: una cartolina poco allegra

La politica italiana sta vivendo un periodo inconsueto e parecchio intenso. Il governo Monti non sta semplicemente supplendo alla temporanea mancanza di un accordo di governo tra la forze politiche, ma dà l’impressione di colmare l’assenza di capacità rappresentativa e gestionale della sovranità popolare. In questo senso, Berlusconi assume il ruolo della chiave di volta che per quasi vent’anni ha sostenuto l’arco politico italiano. Caduta la sua ingombrante (e per molti imbarazzante) figura, sia l’ex maggioranza che l’ex opposizione sembrano aver smarrito i propri riferimenti. Se da un lato ciò è comprensibile per il PdL, non essendo altro che il luogo di aggregazione di un esercito di persone che a vario titolo hanno banchettato per anni con le briciole che cadevano dalla mensa del padrone, molto più enigmatica appare la posizione del PD. Quello che era nato come il futuro del centrosinistra italiano, sostenuto da un’importante bacino potenziale di elettori, è attraversato da pericolose frizioni fra le varie anime. Dispiace dover riconoscere la veridicità di affermazioni molte volte ripetute come un mantra da esponenti politici del calibro di Gasparri o La Russa, ma se le cose proseguiranno nella direzione attuale è indubbio che l’antiberlusconismo sia stato il principale, se non unico, collante di una corazzata al suo interno forse troppo eterogenea.

La seconda Repubblica è stata caratterizzata dal berlusconismo in tutte le sue forme, non ultima l’esasperata personalizzazione del confronto politico a scapito delle idee. Per anni si è prestata molta più attenzione alla scelta del leader che alla costruzione di un progetto politico. L’entrata in scena di Monti ha sparigliato il gioco. L’uomo forte è arrivato da fuori, oscurando i pretendenti al trono delle varie parti. Sia Alfano che Bersani faticano a imporre la propria figura sulla scena. Probabilmente ciò non fa altro che accelerare l’evoluzione della politica italiana verso un inevitabile, auspicabile futuro, in cui le idee e i programmi torneranno al centro del confronto. Ma la strada è ancora lunga, a giudicare dallo spettacolo offerto da coloro che tra un anno dovrebbero prendere le redini del paese.
Scorriamo la scena da un capo all’altro. Cominciamo dalla sinistra extraparlamentare. Sia i comunisti che SEL sono da qualche mese in quieta attesa. Dal punto di vista elettorale non è forse una scelta sbagliata. Visto l’esecrando caos che regna sul terreno di gioco, defilarsi momentaneamente rischia di bastare per impressionare positivamente nel confronto con gli avversari.
Il PD è in preda al terzo principio della dinamica: a ogni affermazione di un papavero del partito corrisponde una dichiarazione uguale e contraria da parte di un altro, tale che il messaggio politico trasmesso sia nullo. È la realizzazione perfetta della famosa massima “poche idee ma confuse”. Dilaniato dal prolungarsi del conflitto fra i sostenitori dell’alleanza con IdV e SEL e i sempiterni inciucioni che spingono verso il matrimonio con il Terzo Polo, il PD precipita nell’immobilismo. Per di più, il pur necessario sostegno incondizionato al governo Monti non è esattamente un ottimo spot elettorale (vedasi la sofferenza di essere “costretti” a votare sì alla riforma del lavoro pur volendo venire incontro alla CGIL). Le due anime del partito dovranno trovare una sintesi prima delle elezioni politiche, a meno di salutarsi definitivamente. Tuttavia, non si capisce l’appeal di un ipotetico partito di centrosinistra appiattito su posizioni centriste. Né si può continuare a definirsi progressisti senza esprimere una posizione coerente su temi cruciali quali la laicità dello Stato, le questioni etiche (prima fra tutte, quella delle coppie omosessuali) e il futuro dell’economia di mercato.

L’IdV non può nascondersi come fa SEL, sedendo in Parlamento, per cui non sostiene a prescindere il governo Monti ma non fa neanche un’opposizione a priori come la Lega. In realtà attende di conoscere le intenzioni del PD sulle alleanze prima di impostare la sua futura campagna elettorale. Il tempo, tuttavia, stringe.

Il Terzo Polo col governo Monti va a nozze. Talmente a nozze che gli interrogativi sulle prossime mosse della coalizione non sono tanto sui programmi quanto su come Fini, Casini e Rutelli gestiranno la facile transizione tra Monti e il loro candidato premier. È scontato che la loro campagna elettorale verterà sull’intenzione di sfruttare la scia del governo uscente. Indubbiamente, i centristi sono quelli che meno faticano a premere il tasto verde nelle votazioni.

Non è esattamente il caso del PdL. La situazione del pilastro centrale della vecchia maggioranza berlusconiana è speculare a quella del PD, con la differenza che qui la confusione è causata da un’assoluta mancanza di progettualità politica, eccezion fatta per li tentativo di mantenere le posizioni di comodo conquistate. Non è un caso se le uniche dichiarazioni di rilievo sono quelle di veto nei confronti del governo su materie come giustizia, RAI, etc… Per di più, Berlusconi risulta ancora una figura ingombrante nel partito, pur rimanendo in posizione defilata. La sua ombra lunga oscura in parte Alfano, che peraltro non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta di delfino designato dall’alto e a imporre la propria individualità. Come per il Partito Democratico, assumere una connotazione puramente centrista non avrebbe senso, ma affinché il PdL diventi una matura forza di centrodestra occorrerebbe rinnegare i punti chiave dell’operato del fondatore, a cominciare con la delegittimazione e la destrutturazione del sistema giudiziario. Una passo, questo, impossibile da compiere, per mancanza sia di volontà che di capacità, per la maggioranza del partito. Una così radicale svolta politica in tempi così ristretti determinerebbe la fine del PdL. La fortuna del partito degli ex (?) peones di Berlusconi risiede nella storica immaturità politica del suo elettorato, tuttavia l’onda di sfiducia popolare nella politica rischia di disaffezionare anche i più irriducibili paladini di Silvio, soprattutto se quest’ultimo, come sembra probabile e come si spera, resterà fuori dalla contesa.

Arriviamo alla Lega. Liberatasi dall’ormai soffocante alleanza con il PdL, la Lega è tornata a tempo pieno al ruolo di partito di opposizione senza quartiere. Tuttavia, Bossi sembra aver perso il suo ascendente sulla base e i suoi sproloqui, seppur con estremo ritardo, cominciano a stancare gli osservatori. Difficilmente la Lega cambierà registro rispetto alle abituali proposte indecenti e gli estremisti xenofobi, nella speranza, come al solito, di raccogliere consenso accarezzando gli istinti peggiori. Di certo il simulacro dell’onestà e della purezza, anche per chi ci credeva, sta per cadere definitivamente, travolto dagli scandali in Lombardia, il cuore pulsante della Lega.
Ufficialmente fuori dagli schemi, ma con tutte le intenzioni di entrarvi, il M5S di Grillo non attraversa il suo momento migliore. Anzi, le dimostrazioni di insofferenza di alcuni membri verso le linee guida decise dal suo fondatore mettono a nudo la sua principale debolezza, la poca libertà di autonomia da Grillo, il quale è, peraltro, l’unica figura attualmente in grado di garantire un minimo di visibilità al movimento. L’exploit alle ultime regionali, tuttavia, è ancora presente nella memoria di tutti e non è detto che i grillini non possano ripetersi, magari pescando nel mare di indecisi e/o schifati dalle forze politiche più convenzionali.
Eppure due fattori rischiano di incidere sul famigerato teatrino della politica più di qualunque intenzione di voto: la prossima tornata di elezioni amministrative e il malcontento nei confronti di una classe dirigente che per troppo tempo ha trascurato il bene del paese (quando non ha intenzionalmente giocato contro) e il suo proprio tornaconto, sopravvalutando la capacità di sopportazione della gente. I continui scandali che esplodono a cadenza quasi settimanale e che richiamano alla mente la triste epoca di Tangentopoli (sempre che non ci si trovi di fronte a qualcosa di peggiore) non aiutano, eufemisticamente, il riavvicinamento dell’opinione pubblica alla classe politica. Al momento è difficile prevedere quale sarà lo scenario da qui a un anno, specialmente se quei due fattori dovessero combinarsi, come appare assai probabile. Se, infatti, alle amministrative trionfasse il partito dell’astensione e gli altri dovessero accontentarsi di briciole distribuite in maniera diversa da quella a cui siamo abituati, la campagna elettorale per le politiche sarebbe inevitabilmente stravolta. A meno che quelli che si candidano a rappresentarci non abbiano optato per l’harakiri o, peggio, non si accorgano della slavina che potrebbe travolgere loro e l’intero paese e decidano di continuare nella direzione attuale.

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Vedelago: che darei per riciclare l'Italia

Vedelago (Treviso) è una distesa di campi smeraldini, di ville tipicamente californiane coi tetti occupati da pannelli fotovoltaici, una lunga e dritta strada di buchi e crepe.
Oltre ai bellissimi campi e alle case costose, Vedelago ospita anche un famoso impianto di riciclo, che è visitabile al pubblico per una modica cifra.

Al centro di riciclo arrivano carichi di rifiuti differenziati che vengono selezionati, pressati, stoccati e poi spediti ad altre aziende che li trattano per renderli utilizzabili di nuovo: bottiglie e flaconi di plastica, nylon, materiali in alluminio, carta, metalli. Oltre a questo si ha lo scarto – cioè materiali plastici che non hanno un utilizzo immediato – ottenuto dopo la selezione dei rifiuti sul nastro trasportatore, che subisce una diversa lavorazione: viene prima triturato, sciolto, poi immediatamente raffreddato, infine ancora triturato. Alla fine del processo si ottiene una sabbia sintetica, dal colore grigiastro, utilizzata soprattutto nell’edilizia e dalle industrie plastiche. Gli scarti, prima di questa innovazione, finivano in discarica; ora finiscono qui dove si trasformano in “granulato” – sabbia sintetica – che viene poi spedito ad altre industrie dove, grazie a diverse lavorazioni, permette la costruzione di altri materiali: il recupero quindi è totale e non più parziale.

Visitare un impianto del genere ci permette di capire che è importante differenziare i rifiuti e riciclarli, ma anche che è ancora più importante preservare le proprie ricchezze e limitare gli sprechi.
Riciclare dovrebbe diventare un’abitudine, un concetto non più estraneo, un gesto che raffiguri un nuovo modo di rapportarsi con l’ambiente, un’idea rispettata non solo da una particolare branca della società ma da tutti noi consumatori. Se imparassimo a vivere con il minimo indispensabile, a preferire la merce sfusa piuttosto che quella avvolta da più imballaggi, a cambiare il nostro stile di vita facendo piccoli passi alla volta, forse riusciremo a evitare di affrontare in modo drastico le rapide e lugubri conseguenze ambientali che si prospettano. Si sa che non sono possibili una crescita infinita e un ininterrotto consumo in questo mondo finito, proprio perché questo pianeta non è illimitato. Calpestiamo una terra che una volta cementificata non dà più gli stessi frutti buoni e succosi d’un tempo, respiriamo un’aria altamente inquinata, e non è di certo la limitazione del traffico di un giorno alla settimana a migliorarne la qualità; continuiamo a svuotare le miniere, a prelevare il petrolio, e nel frattempo riempiamo discariche e inceneritori. Questo mondo è limitato, come ha le sue abbondanze ha pure le sue scarsità. E, che ci piaccia o meno, dobbiamo saperle rispettare. Oltre a scegliere la sostenibilità, dobbiamo uscire dagli schemi, dall’ignoranza, dai conformismi ideologici; dobbiamo scegliere di agire in modo più razionale per provvedere al bene non solo della nostra comunità ma anche di quelle future.

Sono di Reggio Emilia e per fortuna a maggio il nostro inceneritore verrà chiuso; purtroppo però verrà aperto quello di Parma. Che senso ha? Nessuno, perché si sa che non è l’inceneritore a risolvere il problema rifiuti. Quindi colgo l’occasione per fare una domanda a chi detiene il monopolio dell’inceneritore parmense, cioè al sindaco: se un giorno vostro figlio, un vostro parente, un vostro caro amico, venisse a dirvi che ha un tumore e che la causa diagnosticata dai dottori è l’inceneritore? E se il malato foste voi? Che fareste? Vi pentireste di aver dato vita all’inceneritore a pochi chilometri dal Barilla Center? Troppo spesso capita che le cose più importanti vadano a finire nelle mani sbagliate. O forse non si tratta delle mani nelle quali cadono le decisioni, come quella dell’inceneritore, ma della sciocca corruttibilità dell’essere umano: quando si tratta di soldi, si è disposti a sacrificare tutto pur di guadagnare. Persino la vita altrui.

Che darei per riciclare l’Italia…

Un, due, tre, stella – il debutto

Leggi questo articolo per vedere i trailer della trasmissione e un riassunto degli ultimi 9 anni artistici di Sabina Guzzanti.

Un, due, tre stella va in onda ogni mercoledì alle 21:10 su La7, e in diretta streaming su la7tv e youtube!

 

Cosa si fa dopo una guerra mondiale? Si ricostruisce.
Cosa si fa dopo un terremoto? Si ricostruisce (più o meno…).
Cosa si fa dopo quasi un ventennio di censura tv pseudo-legalizzata? Si ricostruisce, è logico.

E anche se i risultati non sono perfetti, anche se tutto non viene tirato su esattamente come si vorrebbe o come si dovrebbe, ce lo facciamo bastare, perché dopo la distruzione, l’ecatombe e la disperazione, ogni minimo gesto di speranza e volontà umana deve essere gratificato, oltre a essere gratificante.
Ci si stringe tutti vicino vicino, mano nella mano, intorno all’ultimo guizzo di tepore di una pallida candela senza più cera. In attesa di un cazzo di lampadario.

Sabina GuzzantiÈ la sintesi migliore che riesco a dare del nuovo programma di Sabina Guzzanti – Un, due, tre, stella – che ha debuttato ieri in prima serata su La7 (ovviamente. Una cosa per volta. Prima ci riappropriamo di un canale, poi più avanti magari anche della tv che sarebbe nostra di diritto, cioè quella pubblica). Insomma: si apprezza veramente tanto lo sforzo (ma veramente tanto, davvero, sono quasi commosso mentre lo scrivo), ma non si riesce a mettere a tacere il piccolo critico interno.
Sabina è stata lontana dalla tv per nove anni, e forse anche questo ha inciso un pochino sull’equilibrio deambulante del programma. Che però è assolutamente sperimentale e nuovo, e quindi giustifica qualche puntata di assestamento. Non saprei dire con precisione se c’è già stato qualcosa di simile in passato… Non mi pare, ma le tenebre della tv modello Berlusconi hanno ormai rosicato quasi tutta la luce della mia memoria, quindi non so. Posso dire senza paura di smentita che Un, due, tre stella è il programma più originale degli ultimi cinque anni (da Decameron di Daniele Luttazzi, nel 2007, sempre su La7). “Originale” fa sempre rima con “geniale”? Magari.

Sabina Guzzanti +10 punti
Sempre più bella e sempre più brava, muta e si migliora costantemente. È chiaro che la maggior parte delle persone che aspettavano questo programma, aspettavano per lo più lei, e lei sta lì.
Attenzione, però, perché chi non ha seguito bene il suo percorso professionale potrebbe rimanere deluso. Non è più “solo” l’imitatrice di Moana Pozzi di “Avanzi”… Sabina ha sperimentato con successo le tecniche di giornalismo cinematografico alla Michael Moore nei suoi film “Viva Zapatero!” e “Draquila”, ha fatto un film molto bello e tecnicamente interessante come “Le ragioni dell’aragosta” (di cui parlai all’epoca sul mio blog, CS ancora non c’era) e in generale è diventata praticamente un’attivista e una ribelle, cosa di cui ha più volte pagato lo scotto.
Inutile quindi aspettarsi da lei uno show esclusivamente comico-satirico.

Gag +3 punti
E infatti le gag sono forse le cose che convincono meno. Si parte con Monti, si prosegue con l’Annunziata e con la Colombelli. Sì, si ride, ma con i denti stretti, e c’è da rivedere un po’ la scaletta, perché a volte certe gag sono pigiate a forza in momenti sbagliati della trasmissione (palese l’esempio della “candidata di centro-destra” in mezzo all’intervista con Fassina; semplicemente sbagliato).
Funzionano meglio altre cose, come “La banca della magliana” o il cartone animato della Tiwi.

Talk show N.C.
È difficile inquadrare Un, due, tre stella… Ci sono troppe poche gag per essere un programma di intrattenimento e basta. Sembra anzi piuttosto costruito sull’archetipo del talk show… Però è un talk show strano, prima di tutto perché c’è poco contraddittorio (calmi, ne parliamo tra poco), secondariamente perché nonostante l’importanza data alla cosa, scenografia e regia sembrano quasi voler “nascondere” gli ospiti, non sono riuscito a capire se di proposito o per disorganizzazione.
Il contraddittorio è qualcosa che ha sempre infastidito Berlusconi, e infatti da quando è andato al governo per la prima volta è sempre stata una delle sue battaglie private più importanti: impedire che gli altri potessero contraddirlo. Una delle prime leggi al riguardo fu la famosa par codicio, che in teoria doveva riguardare solo il periodo elettorale ma che, come una malattia, nel corso del tempo è diventata una “norma” accettata e condivisa, tant’è che oggi non siamo più abituati a vedere un programma in cui un tizio esprime un concetto senza che ci sia un altro tizio che lo contesta.
La sensazione è strana e diversa, ci si deve abituare. Il talk show di Sabina è quasi tutto improntato così. Ospiti della prima puntata un giurista (Ugo Mattei), un economista (Andrea Fumagalli) e un giornalista (Giulietto Chiesa) che sono sostanzialmente tutti d’accordo tra di loro.
Passato l’impatto iniziale, devo dire che è una cosa fresca… Riporta quasi alla memoria vecchie trasmissioni degli anni in cui in televisione c’era più libertà. Bisogna riabituarci a questa sensazione.
Detto questo, l’intento dichiarato era fare “un programma di satira e approfondimento insieme” e ancora “l’impressione recente è che in TV si parli tanto ma non si capiscano mai bene le cose. […] Noi vogliamo fare domande vere e pretendere una risposta vera e chiara”.
Ci sono riusciti? Mah, sicuramente non del tutto: purtroppo l’idea di fondo alla “mi manda raitre” è forse semplicistica… È difficile che certi argomenti si possano semplificare oltre un certo punto. Il risultato della trasmissione, sinceramente, mi è sembrato spesso confuso e mi ha lasciato perplesso.

Ospiti politici -10 punti
La politica si rimangia tutti i punti regalati in partenza da Sabina. Diciamolo chiaramente: non ne possiamo più. Non è possibile discutere con i politici, questo è un dato di fatto. La politica oggi è un mostro aberrante e deforme che segue (il)logiche e dinamiche sue, lontane parsec dalle necessità della popolazione non politica.
Sabina era stata “aiutata” dai politici stessi – che non volevano venire in trasmissione – ma alla fine è riuscita ad avere Fassina (PD). Non si è nemmeno comportato male, ma la sua sola presenza ha calato una patina di tristezza e noia sull’intera trasmissione. Davvero una brutta parentesi, spero di non vedere altri politici nelle prossime puntate.

Conduzione -3 punti
Sabina presentatrice funziona a tratti. Troppe incertezze e tempi morti, il pubblico moderno è spietato e pretende la perfezione, abituato a un ritmo serrato che tuttavia spesso nemmeno riesce a seguire. Va bene la ribellione, ma bisogna anche sapersi esprimere in base ai tempi in cui ci si espone e con il linguaggio comunemente accettato. Niente che Sabina non possa imparare mentre lo show procede, comunque.
L’idea del “conduttore automatico” poteva essere simpatica due o tre volte, ma stufa subito, anche perché riporta alla memoria il triste “comitato” de “I fatti vostri”. Una cosa da limitare se non rimuovere del tutto.

Regia +3 punti
Sono stato largo, perché per essere completamente sinceri, c’è qualcosa che non va nella regia di Michele Mally (“L’infedele”), soprattutto nel suo dialogo con la scenografia. Dicevo prima dell’importanza della componente talk show… Eppure quando sono inquadrati, gli ospiti sono illuminati male, rimangono in ombra, relegati in un angolo dello studio con un fastidioso albero a fargli da quinta troppo ingombrante. Quando arriva Fassina, il controcampo degli altri ospiti non può essere ripreso dalla posizione in cui si trovano, per cui sono costretti ad alzarsi in piedi, spostarsi alla luce e… Rimanere appesi lì, perché non è prevista una scenografia per farli accomodare. Insomma, una roba un po’ amatoriale, per non dire da dilettanti. C’è molto da lavorare, anche se in quasi tutti gli altri casi c’è fantasia e abilità.

Michael Moore +3 punti
So che a molti ha ormai rotto le palle, ma il furbissimo regista di “Bowling a Colombine”, “Fahrenheit 9/11”, “Sicko” e dell’ultimo “Capitalism” è una delle voci più interessanti del panorama controculturale moderno. Ogni tanto fa bene sentire cosa sta facendo.
Sabina lo ha conosciuto durante le riprese del suo “Viva Zapatero!” e sfrutta l’amicizia con successo e utilità.

Nuovi volti +3 punti
Sabina porta in tv giovani autori che ha conosciuto durante la sua occupazione del teatro romano da cui trasmette. Due comici sotto i 30 (Saverio Raimondo ed Edoardo Ferrario) che non sarebbero nemmeno male, ma a cui credo manchi l'”X-factor”. La sensazione che lasciano è proprio quella di trovarsi alla “Corrida” o allo “Zelig”. Però se nessuno desse loro possibilità sarebbe peggio, quindi tre punti per l’iniziativa.

Stacchetti hip hop -5 punti
Non ci siamo proprio. Brutti, brutti, brutti, ridicoli. Se proprio ci devi mettere qualche pseudo artista sconosciuto, scegline di migliori, c’è l’imbarazzo della scelta. Personalmente preferirei una scelta simile a quella di Serena Dandini (a “Parla con me” prima e “The show must go off” poi), ma se non te lo puoi permettere almeno evita gli sfigati alla Trucebaldazzi. Veramente una tristezza immensa.

Caterina Guzzanti +10 punti
La più piccola della famiglia si è costruita una solida carriera di comica ma anche di attrice (“Boris”), ed è ormai una certezza di cui si sono accorti entrambi i suoi fratelli, che infatti se la contendono continuamente (Corrado se l’è portata dietro nel suo ultimo spettacolo teatrale, di cui abbiamo anche parlato).
Semplicemente bravissima.

Nino Frassica +5 punti
Avevo un po’ di pregiudizi su questo comico che non ho mai apprezzato granché, e sono felice di potermeli rimangiare. Frassica porta al programma due personaggi strampalati dotati di un umorismo semplice, ma in realtà anche molto attuale, dato che ricalca il surrealismo tanto amato ne “I Griffin”. Mi ha fatto venire voglia di andare a ricercare cosa faceva Frassica venti anni fa per vedere se era un genio incompreso da riscoprire.

Sabina Guzzanti prepara Mario MontiVerdetto finale: 19 punti.
Ma non vi dirò su che scala.
Non lo farò perché non si può giudicare un programma del genere con la matematica, che vi piaccia o meno.
Un, due, tre, stella ha battuto la champion’s league con il 5% di ascolti, più del doppio del nuovo programma della Dandini, che è un buon valore rispetto alla media di La7, che sta intorno al 3%, ma non arriva nemmeno vicino all’8% di debutto del Decameron di Luttazzi (che aumentò nelle successive puntate).
Su internet vedo che la reazione generica è di smarrimento e confusione. C’è chi l’ha denigrato (come Aldo Grasso) su basi quasi esclusivamente tecniche (e un po’ umorali), e chi invece si è espresso in spudorati commenti estatici che trovo poco veri e soprattutto poco utili.
Temo che ognuno di voi debba valutare con mano, perché potenzialmente questo programma potrebbe diventare una bomba o anche un pessimo flop. Ma potrebbe persino rimanere un programma “meh”, senza grossi picchi né in alto né in basso. Vedremo cosa saranno in grado di fare, seguendo con grande interesse.
Senza dubbio è qualcosa di nuovo e azzardato, il primo mattone posato sulle rovine di una città distrutta. Per posare quel mattone serve sempre molto coraggio, forza di volontà e capacità di vincere l’imbarazzo di rompere il ghiaccio. Quando poi tutti cominceranno a mettere il proprio mattone diventerà la normalità e nessuno si ricorderà più della forza di Sabina Guzzanti.
Ma intanto questo mattone l’ha posato.

Sito ufficiale su LA7
L’intera prima puntata online, su LA7tv
Pagina Facebook del programma e di Sabina Guzzanti.

Scuola, il caos continua

Ormai la scuola italiana non ha più pace e ora è scattata anche la rivolta dei presidi. I dirigenti scolastici assunti l’1 settembre 2010 hanno un trattamento economico di serie B. Nella loro busta paga, infatti, non c’è l’indennità accessoria variabile che consiste in 854 euro lordi al mese, una cifra stabilita dal Contratto Integrativo Regionale (CIR), basata sui fondi stanziati dall’amministrazione centrale, divisi su base regionale in rapporto al numero di dirigenti. Il CIR viene firmato di anno in anno, proprio in base ai fondi. I soldi in ballo consistono in un tesoretto di 18,7 milioni di euro, calcolato in base a un numero inferiore di dirigenti scolastici rispetto all’organico attuale. L’anno scorso non è stato trovato l’accordo tra i sindacati e il direttore scolastico regionale. In pratica, la situazione è paradossale: ci sono dirigenti che percepiscono l’indennità definita da vecchi contratti e altri che non percepiscono nulla perché l’indennità non è stata ancora determinata. I presidi neoassunti hanno uno stipendio ridotto; i vecchi presidi, invece, rischiano di dover restituire le somme percepite in più rispetto alla contrattazione regionale. Alcuni dirigenti scolastici, in contatto con la direzione provinciale del Tesoro, hanno inviato la proposta (atto unilaterale introdotto dall’ex ministro Renato Brunetta) all’UCB (Ufficio Centrale di Bilancio) nel giugno scorso senza, però, avere risposta. L’esito di questa proposta si conoscerà soltanto nei prossimi mesi. Chi non ha percepito nulla si troverà con gli arretrati; chi, invece, ha percepito di più (circa 1200 persone), dovrebbe essere costretto a versare di più.

A tutto ciò si aggiunge l’incertezza di quei docenti che hanno maturato l’uscita dal servizio il 31 dicembre 2011. La materia riguardante i pensionamenti del personale della scuola è molto complessa e, per giunta, c’è un certo ritardo nell’emanazione della circolare ministeriale che dovrebbe chiarire la posizione di chi è intenzionato ad andare in pensione. Questo ritardo è dovuto ad un pasticcio del Governo nell’emanazione del decreto Milleproroghe. In questo decreto, con la nuova normativa si è regolarizzata per tutti i lavoratori la data del 31 dicembre. Per quanto riguarda la classe docente, il momento del pensionamento era calcolato in data 1 settembre. Lo spostamento della data di pensionamento obbliga molti lavoratori che avevano maturato il diritto al pensionamento in data 1 settembre a un periodo forzato di lavoro. Sembra certo, invece, che per i pensionati a domanda si applichino le disposizioni pre-vigenti, vale a dire il sistema delle quote oppure 40 anni di servizio; per le donne vale ancora il dato anagrafico. Tutto ciò, però, se il diritto al pensionamento è stato maturato con i requisiti richiesti al 31 dicembre 2011. I docenti nati nel 1952 sono i più penalizzati perché il ritardo nel pensionamento li spingerebbe a lavorare per altri 5-6 anni. Si spera che dal ministero dell’Istruzione arrivi presto una circolare che possa finalmente chiarire i tanti punti controversi.

Ovviamente, a tutto ciò bisogna aggiungere i problemi endemici della scuola italiana: strutture fatiscenti, mancanza di assistenza agli studenti portatori di handicap, docenti eternamente precari e tanti altri problemi mai risolti. Si spera che un giorno la scuola italiana possa uscire dallo stato di oggettiva difficoltà in cui si trova e mettersi al passo delle altre scuole europee.

Radio Partenope

E’ nata “Radio Partenope”, l’unica radio di solo musica napoletana 24 ore su 24, ascoltabile direttamente on-line su www.radiopartenope.it . La programmazione è divisa in fasce orarie: dalle 07 alle 16 C’era una volta Napoli: dalle 16 alle 19 Napoli Contemporanea: dalle 19 alle 01 del mattino Napoli classica: i grandi successi della musica Napoletana, dalle 01 alle 07 Carosello Napoletano. I messaggi dei già tanti ascoltatori scorrono in home-page ed è subito grande l’affetto per questa nuova e originale radio.

“Di fronte alla più grande campagna di de-marketing della storia d’Italia causata dall’emergenza rifiuti, mi sono chiesto – da pubblicitario – cosa avrei potuto fare per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo, pur non avendo il Comune di Napoli come cliente. Ho fondato una nuova città, Partenope. Un ufficio anagrafe in cui iscrivere tutti quei napoletani che nulla hanno a che fare con camorra e criminalità, né con volgarità e malcostume. Cittadini evoluti e virtuosi che mi piace distinguere con il termine “partenopei”.

Inizia così l’intervista a Claudio Agrelli, il pubblicitario napoletano che nel 2008 ha lanciato “Città di Partenope”. Ma diamo alcune informazioni su questo innovativo personaggio che stiamo per incontrare.
Agrelli, direttore Creativo e owner di Agrelli&Basta, a 37 anni è tra i pubblicitari più noti a livello nazionale e internazionale. Nel 2002 fonda la sua Agenzia mettendo insieme giovani talenti con la voglia di integrare le proprie conoscenze dalla pubblicità alla grafica, al web e ai new media. Nel 2004 crea il primo Customer Care on line per la comunicazione. Nel 2008 fonda una città virtuale, Città di Partenope, per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo arrivando ad attirare l’interesse di 146 paesi e organizzando eventi a New York, Tokyo e Sydney. Nel 2009 e 2010, come unica agenzia del Mezzogiorno, vince gli NC Awards. Nel 2011, malgrado la congiuntura sfavorevole, fa crescere ulteriormente la propria struttura stabilendo collaborazioni con clienti nazionali quali Ferrero, Mondial Group, Equitalia Polis, Standard Hotels. “Agrelli&Basta non è un progetto di business, ma è un progetto di vita – ha dichiarato Claudio Agrelli – per questo in Agrelli&Basta ogni campagna è una sfida, ogni obiettivo è inseguito con autentica passione”.
Così parte “Radio Partenope” una parte del progetto “Città di Partenope” che andiamo a scoprire insieme ad Agrelli.

“Città di Partenope”: un concetto ed un progetto ampio ed ambizioso. Vuole parlarcene? Da subito furono 300 iscritti, poi 1000, oggi sono 5179. Con tanto di Carta d’Identità. Un piccola città grande più o meno come Amalfi, certo una città virtuale ma abitata da cittadini reali che firmano un codice etico impegnandosi a rispettarlo, una sorta di galateo nel quale riconoscersi tutti. Ad oggi il nostro sito ha ricevuto visite da 142 paesi del mondo, il progetto è stato apprezzato da tutti i media, compresa la BBC. Una delegazione di Partenope è stata ospitata in eventi organizzati a New York, Tokyo, Sydney, dove abbiamo esportato un’immagine di Napoli diversa da quella generalmente declinata dai media.
Partenope è un progetto multimediale, una vera campagna permanente su Napoli e la sua cittadinanza attiva, abbiamo anche tre house organ molto seguiti.

Da amante della musica mi ha molto colpito la nascita di “Radio Partenope”. Musica napoletana non stop ma anche “messaggi ai partenopei” per una migliore vivibilità della città. Insomma…molto più di una radio? La Radio è un grande mezzo perché permette di usare quattro sensi su cinque. Mi piaceva l’idea di donare una “colonna sonora” ad hoc alle attività sparse per il mondo di tanti napoletani o semplicemente amanti di Napoli. Oggi il web e il mondo degli smart phone offrono la possibilità di ascoltare la radio in un modo nuovo e, perché no, di diffondere nel mondo una cultura, quella napoletana, ricca di storia, di arte, ma anche di una napoletanità evoluta e lontana da luoghi comuni ed etichette negative. Tra i messaggi ai partenopei infatti si possono ascoltare voci note quali quelle di Raffaele La Capria, Massimo Cacciari, Enrico Bertolino, il Cardinale Sepe, Luigi De Magistris, Gino Rivieccio e molti altri, ma anche semplici cittadini che trasmettono messaggi positivi su Napoli e per Napoli.

I napoletani credo ameranno questa iniziativa. Io sono dell’estremo nord dell’Italia. Facciamo un gioco: mi convinca a diventare un vostro ascoltatore. Dovrebbe amare il genere.. e se lo ama, provi ad ascoltarla una mattina sorseggiando un buon caffè. Risveglierà la voglia di affrontare una nuova giornata con ottimismo. Quell’ottimismo che permette ai napoletani di sopravvivere nella città meno vivibile d’Italia.

Sono rimasto affascinato da Napoli durante qualche mio soggiorno. Una città fantastica e “drammatica” allo stesso tempo. Potenzialità incredibili anche “logisticamente” con porto, aeroporto, mare, turismo, pizza, storia….insomma Napoli potrebbe essere un traino ed un esempio per molte città italiane. Lei vede Napoli con un futuro ancora più importante nell’Italia di domani? Sinceramente non lo so, citando Amato Lamberti credo che “solo i napoletani possono salvare i napoletani”. Se ognuno facesse la sua parte, sicuramente sì, siamo bravissimi in qualsiasi campo, molti di noi infatti hanno fatto fortuna all’estero. Io faccio la mia parte qui, mi auguro che molti facciano altrettanto.

Radio ma anche Tv e quotidiano. Vuole “linkarci” questi tre indirizzi ed invitare i nostri lettori a diventarne fedeli utenti? Da http://www.cittadipartenope.it potete accedere a tutta la Città, sarete considerati turisti finché non vi vorrete iscrivere e scoprire davvero Partneope.

Che aggiungere, se non di ritrovare tutti i nostri lettori in questo bel contesto? Grazie mille a Claudio Agrelli per la professionalità e la puntualità delle sue risposte. Un altrettanto grande ringraziamento a Sara Napolitano che ha reso possibile quest’intervista.

Essere donna nel mondo

Oggi è l’8 marzo. Del 2012.

In Afghanistan il 90% delle donne è analfabeta e viene quotidianamente privato dei più elementari diritti. Violenza domestica, abusi, rapimenti, matrimoni forzati, stupri ed esclusione dalla vita pubblica sono all’ordine del giorno. Una condizione che determina un’allarmante crescita dei suicidi fra le ragazze. (Fonte: www.rawa.org).

Un proverbio dell’Arabia Saudita recita “Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba”; in un territorio in cui le donne non possono andare in bicicletta nelle strade pubbliche né guidare un’automobile. In uno stato dove la “Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” – ovvero la polizia religiosa che controlla il rispetto delle norme della Sharia – ha il diritto di decidere l’abbigliamento di una donna e persino di ordinarle di coprirsi gli occhi qualora risultassero troppo sensuali. (fonte).

In Brasile l’organizzazione CFEMEA denuncia che ogni 15 secondi una donna è vittima di un’aggressione, e in Nicaragua, tra il 1998 e il 2008, sono stati denunciati oltre 14.000 casi di violenza sessuale, due terzi dei quali ai danni di ragazze che avevano meno di 17 anni, dove i carnefici sono perlopiù familiari o conoscenti. (Fonte: www.amnesty.it). Nell’intera America Latina inoltre, circa 5 milioni di donne sono oggetto di tratta nei fiorenti mercati intra-regionali per il commercio di persone. (Fonte: www.deltanews.net).

In Senegal migliaia di donne subiscono la mutilazione genitale femminile; la mortalità materno-infantile è altissima e circa il 70% delle studentesse abbandonano la scuola a causa di maternità e matrimoni precoci (Fonte: http://www.cospe.org).

La tradizionale pratica della mutilazione genitale femminile viene infatti praticata in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, ledendo fortemente la salute psichica e fisica di coloro che la subiscono: circa 130 milioni di donne nel mondo, con 3 milioni di bambine a rischio ogni anno secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. (Fonte: http://www.wikipedia.org).

Nel libro “Schiave”, di Anna Pozzi, viene poi denunciata la tratta di donne provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, destinate a incrementare un traffico di prostituzione che ogni anno, secondo le Nazioni Unite, frutta alle organizzazioni criminali circa 32 miliardi di dollari. Giovani strappate alle loro famiglie e costrette a prostituirsi dietro la minaccia di violenze fisiche e psicologiche.

In Europa una donna su quattro è vittima di violenze (fonte), mentre in Italia una recente sentenza ha riconosciuto delle attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. In un paese in cui sono stati accertati 651 femminicidi in cinque anni, dal 2007 al 2011, di cui novantadue nei primi nove mesi dello scorso anno. (fonte).

Violenze e soprusi a cui si aggiungono le discriminazioni in ambito sociale e lavorativo. Considerando l’attività complessiva svolta dalle donne, si calcola che in Africa, Asia e America latina esse lavorino in media il 30% più degli uomini, senza che il loro lavoro sia proporzionalmente remunerato né riconosciuto nel suo reale valore. 
E anche nell’Unione Europea si calcola che le donne guadagnino in media, a parità di lavoro, un quarto meno degli uomini: in Grecia, il salario femminile è in media il 68% di quello maschile; in Olanda e Portogallo rispettivamente il 70,6% e il 71,7%; in Belgio, l’83,2%; in Svezia, l’87%. (fonte).

E si potrebbe continuare coi tassi d’occupazione femminile, la rappresentanza politica nei parlamenti, o anche solo accendere la tv e sbirciare un cartellone pubblicitario per rendersi ancora più conto di quanto sia importante oggi celebrare le donne e ricordarsi di quanta strada ci sia ancora da fare…

Un maschilismo latente che domina anche le grandi religioni monoteiste che hanno plasmato le culture a loro immagine e somiglianza. Dove la Bibbia recita “Poi disse alla donna: moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore, tuttavia ti sentirai attratta con ardore verso tuo marito, ed egli dominerà su di te” (Libro della Genesi – Gen 3, 16), mentre nella Sura IV del Corano, il versetto 34 afferma: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse”.

Giusto per ribadire come cambino i continenti, cambino le religioni e cambiano i tempi, mentre la complessità dell’essere donna rimane una triste costante del genere umano.

Lettera al femminile

Non sento di esagerare quando affermo che la condizione svantaggiata della donna è il dramma dei drammi, il più grande che esista da secoli.

Dalla notte dei tempi la donna si è dovuta adattare a una società di stampo patriarcale. Per secoli si è fatto in modo di arginare la presenza, su questo pianeta, di un essere straordinario come la donna. La si è imprigionata, ridotta al silenzio, bruciata, venduta. La si è addomesticata, demonizzata, si è finto di darle importanza, la si è ridicolizzata. La donna è stata definita inferiore così tante volte, nelle parole e nei fatti, che alla fine se n’è convinta. Impaurita e inconsapevole ha lasciato che il mondo fosse retto da una sola parte dell’umanità. Ogni campo dello scibile umano è occupato dagli uomini: l’economia, la politica, la scienza, la religione sono i primi esempi.

Essendo rimasti da soli, gli uomini hanno creato una società basata sul conflitto e sulla competizione. La terra ha cominciato a essere sfruttata, le guerre si sono susseguite. Di questo genere di economia vediamo ormai i risultati. La società però non può continuare a reggersi su un piede solo, e se osserviamo bene stiamo già notando i primi segni di cedimento di un siffatto sistema.

una donna soldato
velina in tv

La donna ha cercato di riconquistare lo spazio perduto, spesso tradendo sé stessa. È arrivata al punto di imbracciare un fucile o di dare il suo assenso a una guerra. “Se gli uomini rispettano solo gli uomini” era il suo pensiero “l’unico modo per smettere di essere invisibile è essere come un uomo!” Ma una donna non è un uomo. Non possiamo adattarci a essere quello che non siamo.

Forse allora siamo nate per essere semplicemente belle? Forse è la nostra avvenenza la vera chiave d’accesso a questo mondo? Dimentiche di noi stesse, in cerca di approvazione da parte di un mondo che non ci considera più di tanto, andiamo a sgambettare in tv o facciamo grandi scalate sociali sfruttando il nostro corpo. Ma alla fine ci coglie una profonda tristezza e un senso di vuoto. Sentendoci sfruttate, chiediamo all’uomo di cambiare, di risolvere la situazione, senza renderci conto che siamo noi che ci dobbiamo svegliare.

Sfruttando la nostra intelligenza, abbiamo tentato la via della vendetta. Abbiamo indossato dei tailleur e abbiamo cominciato a urlare ordini agli uomini, nostri sottoposti. “Assaggia, uomo odioso, il sapore della schiavitù!”, abbiamo pensato con soddisfazione.

Statuetta femminile risalente al neolitico

Ma io credo che alla donna non interessi davvero un potere di tipo dispotico. Niente paura, uomini, non credo che ci interessi davvero diventare le vostre tiranne. Una donna anziana un giorno mi disse: “in grembo portiamo sia maschi che femmine, come possiamo fare la differenza?”.

Non ci resta che tornare a noi stesse, a quello che siamo realmente. Ad esempio potremmo ascoltare con maggiore attenzione il nostro corpo, questa magnifica orchestra che ogni mese elimina il vecchio per salutare il nuovo, che cresce la vita, che produce nutrimento. Potremmo finalmente liberarci da questo odio millenario e dai nostri numerosi complessi. Capire che non siamo semplicemente “sentimentali”, bensì compassionevoli. Che non siamo “isteriche” ma piene di energie che chiedono di essere liberate. Riconquistiamo un nostro punto di vista. Come sarebbe l’economia per una donna? Quale tipo di saggezza potremmo produrre? Come sarebbe l’architettura femminile? E la politica femminile? E l’educazione femminile? E la medicina femminile?

Care donne, dovremmo davvero valorizzarci, riconquistare amor proprio e consapevolezza. Sarebbe bello che noi donne cominciassimo a imparare da altre donne, e che anche gli uomini possano imparare da noi, esprimendo così le loro capacità in modo nuovo e smettendo di odiare ciò che in loro ci somiglia.

Infine, di una cosa sono convinta: se questo mondo è davvero entrato in un processo di cambiamento, quest’ultimo non potrà che passare attraverso le donne. E sarebbe un cambiamento davvero profondo ed epocale, che nessuna rivoluzione sarebbe in grado di eguagliare.

Buon lavoro, donne.

 

Alcune letture:

“Le dee viventi”, di Marija Gimbutas, edizioni Medusa.

“La dea bianca”, di Robert Graves,  Adelphi.

“Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley, edizioni Nord.

Spegni quella maledetta TV!

Il mio nome è Sara, ho diciassette anni e oggi vorrei fare un appello rivolto a tutte le ragazze che si sentono fuori dal mondo e vengono chiamate “sfigate” solo perché si interessano di come gira il mondo, perché non posseggono abiti firmati o il moroso con l’Audi luccicante da gennaio a dicembre: non lasciatevi mai vincere da questo ostinato bisogno di essere come gli altri, di diventare come la TV vorrebbe che diventassimo, perché non ce n’è bisogno. La nostra terra dev’essere calpestata da giovani eclettici, privi di pigrizia e apatia, da romantici e ottimisti, da pescatori e pittori. Il mondo che oggi vediamo con i nostri occhi non è quello che l’umanità si merita; non è quello che voi meritate. Perciò, fate con me questo salto nel buio e aprite una porta nuova, fissate al muro un quadro diverso da tutti gli altri e alzate la mano quando il mondo la tiene giù: scopriremo insieme che questa società di cartone, così apparentemente perfetta e giusta, è in realtà molto effimera e uggiosa. E capiremo anche che la bellezza che ci viene imposta è soltanto polvere, perché una volta che ha colpito l’occhio, non trafigge nient’altro.

Smettiamola, tutti insieme, di credere che un paio di jeans stracciato ci possa rendere persone degne di stima, o che comprare un cellulare costoso e tecnologico faccia di noi delle persone fortunate e ben considerate. Usciamo dagli schemi, spegniamo la TV mentre mangiamo con i genitori, e parliamo di cos’è successo durante la mattina; raccontiamoci barzellette, novelle, poesie, o guardiamoci e basta: l’importante è spegnere quello scatolone che non fa altro che cianciare. Vi prego, staccate immediatamente la spina di quella dannata televisione! Dovevamo farlo quando Belen ha mostrato la sua farfallina (= l’immoralità) agli italiani, quando vengono trasmessi il Grande Fratello e i suoi simili (non abbiamo bisogno di vedere in televisione persone che non sanno fare una “o” con un bicchiere; ce ne sono abbastanza nella realtà in cui viviamo tutti noi), quando il TG ci racconta il contrario di quanto è accaduto, quando salgono sul palco le persone più false della terra che ci spiegano implicitamente che la bellezza è l’arma migliore per sopravvivere. Dovremmo farlo sempre.

Non abbiamo bisogno di personaggi finti, di bamboline di cartapesta che si basano su scemenze diffondendole in modo aspro. Necessitiamo mentori, saggi, persone umili che ci raddrizzino la strada quando è essenziale, e che ci illuminino il viso ogniqualvolta ci troviamo ad affrontare una giornata buia e piovosa. Siamo giovani, siamo romantici. Per questo siamo vittime.

Quando la bellezza arriverà al capolinea, noterà che l’intelligenza ha tagliato il traguardo giorni prima. E allora, forse, il mio appello potrà terminare.

Auguri, donne!