Scuola, il caos continua

Ormai la scuola italiana non ha più pace e ora è scattata anche la rivolta dei presidi. I dirigenti scolastici assunti l’1 settembre 2010 hanno un trattamento economico di serie B. Nella loro busta paga, infatti, non c’è l’indennità accessoria variabile che consiste in 854 euro lordi al mese, una cifra stabilita dal Contratto Integrativo Regionale (CIR), basata sui fondi stanziati dall’amministrazione centrale, divisi su base regionale in rapporto al numero di dirigenti. Il CIR viene firmato di anno in anno, proprio in base ai fondi. I soldi in ballo consistono in un tesoretto di 18,7 milioni di euro, calcolato in base a un numero inferiore di dirigenti scolastici rispetto all’organico attuale. L’anno scorso non è stato trovato l’accordo tra i sindacati e il direttore scolastico regionale. In pratica, la situazione è paradossale: ci sono dirigenti che percepiscono l’indennità definita da vecchi contratti e altri che non percepiscono nulla perché l’indennità non è stata ancora determinata. I presidi neoassunti hanno uno stipendio ridotto; i vecchi presidi, invece, rischiano di dover restituire le somme percepite in più rispetto alla contrattazione regionale. Alcuni dirigenti scolastici, in contatto con la direzione provinciale del Tesoro, hanno inviato la proposta (atto unilaterale introdotto dall’ex ministro Renato Brunetta) all’UCB (Ufficio Centrale di Bilancio) nel giugno scorso senza, però, avere risposta. L’esito di questa proposta si conoscerà soltanto nei prossimi mesi. Chi non ha percepito nulla si troverà con gli arretrati; chi, invece, ha percepito di più (circa 1200 persone), dovrebbe essere costretto a versare di più.

A tutto ciò si aggiunge l’incertezza di quei docenti che hanno maturato l’uscita dal servizio il 31 dicembre 2011. La materia riguardante i pensionamenti del personale della scuola è molto complessa e, per giunta, c’è un certo ritardo nell’emanazione della circolare ministeriale che dovrebbe chiarire la posizione di chi è intenzionato ad andare in pensione. Questo ritardo è dovuto ad un pasticcio del Governo nell’emanazione del decreto Milleproroghe. In questo decreto, con la nuova normativa si è regolarizzata per tutti i lavoratori la data del 31 dicembre. Per quanto riguarda la classe docente, il momento del pensionamento era calcolato in data 1 settembre. Lo spostamento della data di pensionamento obbliga molti lavoratori che avevano maturato il diritto al pensionamento in data 1 settembre a un periodo forzato di lavoro. Sembra certo, invece, che per i pensionati a domanda si applichino le disposizioni pre-vigenti, vale a dire il sistema delle quote oppure 40 anni di servizio; per le donne vale ancora il dato anagrafico. Tutto ciò, però, se il diritto al pensionamento è stato maturato con i requisiti richiesti al 31 dicembre 2011. I docenti nati nel 1952 sono i più penalizzati perché il ritardo nel pensionamento li spingerebbe a lavorare per altri 5-6 anni. Si spera che dal ministero dell’Istruzione arrivi presto una circolare che possa finalmente chiarire i tanti punti controversi.

Ovviamente, a tutto ciò bisogna aggiungere i problemi endemici della scuola italiana: strutture fatiscenti, mancanza di assistenza agli studenti portatori di handicap, docenti eternamente precari e tanti altri problemi mai risolti. Si spera che un giorno la scuola italiana possa uscire dallo stato di oggettiva difficoltà in cui si trova e mettersi al passo delle altre scuole europee.

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