Vedelago: che darei per riciclare l'Italia

Vedelago (Treviso) è una distesa di campi smeraldini, di ville tipicamente californiane coi tetti occupati da pannelli fotovoltaici, una lunga e dritta strada di buchi e crepe.
Oltre ai bellissimi campi e alle case costose, Vedelago ospita anche un famoso impianto di riciclo, che è visitabile al pubblico per una modica cifra.

Al centro di riciclo arrivano carichi di rifiuti differenziati che vengono selezionati, pressati, stoccati e poi spediti ad altre aziende che li trattano per renderli utilizzabili di nuovo: bottiglie e flaconi di plastica, nylon, materiali in alluminio, carta, metalli. Oltre a questo si ha lo scarto – cioè materiali plastici che non hanno un utilizzo immediato – ottenuto dopo la selezione dei rifiuti sul nastro trasportatore, che subisce una diversa lavorazione: viene prima triturato, sciolto, poi immediatamente raffreddato, infine ancora triturato. Alla fine del processo si ottiene una sabbia sintetica, dal colore grigiastro, utilizzata soprattutto nell’edilizia e dalle industrie plastiche. Gli scarti, prima di questa innovazione, finivano in discarica; ora finiscono qui dove si trasformano in “granulato” – sabbia sintetica – che viene poi spedito ad altre industrie dove, grazie a diverse lavorazioni, permette la costruzione di altri materiali: il recupero quindi è totale e non più parziale.

Visitare un impianto del genere ci permette di capire che è importante differenziare i rifiuti e riciclarli, ma anche che è ancora più importante preservare le proprie ricchezze e limitare gli sprechi.
Riciclare dovrebbe diventare un’abitudine, un concetto non più estraneo, un gesto che raffiguri un nuovo modo di rapportarsi con l’ambiente, un’idea rispettata non solo da una particolare branca della società ma da tutti noi consumatori. Se imparassimo a vivere con il minimo indispensabile, a preferire la merce sfusa piuttosto che quella avvolta da più imballaggi, a cambiare il nostro stile di vita facendo piccoli passi alla volta, forse riusciremo a evitare di affrontare in modo drastico le rapide e lugubri conseguenze ambientali che si prospettano. Si sa che non sono possibili una crescita infinita e un ininterrotto consumo in questo mondo finito, proprio perché questo pianeta non è illimitato. Calpestiamo una terra che una volta cementificata non dà più gli stessi frutti buoni e succosi d’un tempo, respiriamo un’aria altamente inquinata, e non è di certo la limitazione del traffico di un giorno alla settimana a migliorarne la qualità; continuiamo a svuotare le miniere, a prelevare il petrolio, e nel frattempo riempiamo discariche e inceneritori. Questo mondo è limitato, come ha le sue abbondanze ha pure le sue scarsità. E, che ci piaccia o meno, dobbiamo saperle rispettare. Oltre a scegliere la sostenibilità, dobbiamo uscire dagli schemi, dall’ignoranza, dai conformismi ideologici; dobbiamo scegliere di agire in modo più razionale per provvedere al bene non solo della nostra comunità ma anche di quelle future.

Sono di Reggio Emilia e per fortuna a maggio il nostro inceneritore verrà chiuso; purtroppo però verrà aperto quello di Parma. Che senso ha? Nessuno, perché si sa che non è l’inceneritore a risolvere il problema rifiuti. Quindi colgo l’occasione per fare una domanda a chi detiene il monopolio dell’inceneritore parmense, cioè al sindaco: se un giorno vostro figlio, un vostro parente, un vostro caro amico, venisse a dirvi che ha un tumore e che la causa diagnosticata dai dottori è l’inceneritore? E se il malato foste voi? Che fareste? Vi pentireste di aver dato vita all’inceneritore a pochi chilometri dal Barilla Center? Troppo spesso capita che le cose più importanti vadano a finire nelle mani sbagliate. O forse non si tratta delle mani nelle quali cadono le decisioni, come quella dell’inceneritore, ma della sciocca corruttibilità dell’essere umano: quando si tratta di soldi, si è disposti a sacrificare tutto pur di guadagnare. Persino la vita altrui.

Che darei per riciclare l’Italia…

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