Nella piccola politica (a volte) c’è il vino buono

La cronaca giudiziaria delle ultime settimane è costellata di scandali e inchieste i cui protagonisti diretti sono proprio i politici, la cosiddetta classe dirigente italiana. Diventa veramente difficile ignorare il sentiero del qualunquismo, della retorica del “sono tutti uguali” e “meglio non votare” quando a distanza di pochi mesi ben due tesorieri sono stati accusati di gestione criminosa dei fondi destinati ai rispettivi partiti.

Che siano cene a base di pesce, soggiorni in hotel lussuosi o qualifiche in diplomifici privati di area inglese il problema rimane. La politica, forse, non è mai stata così torbida. Come se non bastasse ciò a sminuire le istituzioni italiane, diversi programmi televisivi continuano a esaminare deputati e senatori, interrogandoli su temi di strettissima attualità o cultura generale. Il quadro che emerge è allucinante. Dalle inchieste della “iena” Sabrina Nobile, per esempio, si evince che non solo alcuni politici non riescono a menzionare almeno un’opera di Shakespeare (es.: Romeo e Giulietta), ma utilizzano spesso termini del lessico politico ed economico di cui ignorano completamente il significato, come rating, spread, deficit e inflazione. Persino la TAV, di cui tanto si è dibattuto, diventa un elemento alieno.

Qual è allora la soluzione a questo distacco tra ceto di governo e società civile? Di sicuro, a dispetto di quanto molti prescrivono, non questo governo tecnico che si segnala più per le scelte inique in nome del divino Spread, che per la compostezza e sobrietà dei suoi rappresentanti. Il partito-non partito di Beppe Grillo, allora? Lo scopriremo solo nel 2013. È certo, però, che se esiste una grande politica con tutte le sue delusioni, vi sono anche piccole realtà locali, teatri di storie in cui è la buona politica a trionfare.

Sì, perché se a candidarsi a sindaco ultimamente sono anche pornostar e scrittori di romanzi per adolescenti, c’è ancora chi sceglie il percorso dell’amministrazione pubblica per senso di civiltà e voglia di cambiare.

È il caso di Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monstarace, eletta in una coalizione di centrosinistra in un paese in provincia di Reggio Calabria. Un racconto già sentito il suo: quello di centinaia di amministratori che si ritrovano a fronteggiare la minaccia incombente della criminalità organizzata. La donna aveva rinunciato alla propria carica in seguito allo stillicidio di intimidazioni ricevute. Nel giugno del 2011 la sua farmacia era stata incendiata e la famiglia era riuscita a salvarsi appena in tempo dalle fiamme. Ma il colpo di grazia era stato inferto il 29 marzo, quando la donna aveva trovato la propria macchina crivellata di colpi di pistola. Era stato troppo, persino per lei. Aveva rassegnato le dimissioni: ”mollo perché non sono nelle condizioni di svolgere la mia funzione di primo cittadino”, aveva dichiarato, ”non solo e non tanto per le minacce e le intimidazioni, ma perché non ho gli strumenti per realizzare ciò che avevo in mente”.
A nulla era valsa la fiaccolata dei concittadini, affamati di legalità almeno quanto lei.

Come provare a combattere il senso di impotenza che attanaglia chi si trova ad affrontare un simile cancro della società a mani nude? Dovrebbe essere la grande politica a soccorrere la piccola, fornendole gli strumenti per districarsi nella melma della corruzione e delinquenza italiana. La soluzione non è “non votare” come molti sostengono ma “votare consapevolmente”. Informarsi, documentarsi, conoscere i programmi e valorizzare la possibilità di decidere. Abbiamo perso tanti diritti ma non quello di scegliere i nostri rappresentanti. È importante arrivare alle elezioni del 2013 con la consapevolezza che la democrazia non si scambia, non si vende. Che un governo tecnico, imposto dai mercati, può costituire solo una fase provvisoria e che un organismo sovranazionale non può arrogarsi il diritto di anteporre le proprie necessità a quelle dei diversi stati. La politica pulita esiste. Forse la crisi ci renderà poveri ma non disumani.

Pochi giorni fa la Lanzetta ha ritirato le proprie dimissioni, con riserva. Ed è bello. È bello sapere che per ogni dura e pura Rosi Mauro, (ex) Lega Nord, c’è una Maria Carmela Lanzetta. A Monstarace in provincia di Reggio Calabria.

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Campagna di obbedienza civile per il referendum sull'acqua

È passato quasi un anno da quando, il 12 e 13 giugno del 2011, ben 26.130.656 cittadini italiani hanno barrato “sì” sul secondo quesito referendario che faceva riferimento alla “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato”.

Il 20 luglio 2011 la pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n°116 sanciva ufficialmente l’abrogazione della norma che consentiva ai gestori di caricare sulle nostre bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”: una cifra pari a circa il 7% della sommatoria degli investimenti effettuati nel periodo di affidamento al netto degli ammortamenti. Una voce che incide fra il dieci e il venticinque percento del valore complessivo delle bollette e che nessun gestore si è ancora degnato di cancellare, con tanti cari saluti a quel 95,8% di votanti che ha espresso parere favorevole riguardo alla soppressione di tale contributo.

È per questo motivo che dal gennaio 2012 il Forum dei Movimenti per l’Acqua ha lanciato la “Campagna di Obbedienza Civile”, invitando i cittadini a pagare le bollette relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011 applicando una riduzione pari alla componente di costo della “remunerazione del capitale investito”. Una campagna in cui non si “disobbedisce” a una legge ingiusta, ma semplicemente si applica una legge esistente con l’obiettivo di ottenerne l’applicazione da parte dei gestori del servizio idrico.

Un’azione collettiva sostenuta dagli svariati comitati per l’acqua disseminati sul territorio nazionale, che si occupano di guidare i cittadini in questa mobilitazione per l’affermazione di un diritto sancito legalmente. Un’attività che prevede un preciso iter burocratico, come l’invio della diffida all’AATO (Autorità Ambito Territoriale Ottimale) e di un reclamo all’ente gestore, con procedure che dovrebbero garantire ai cittadini di non incappare in azioni giudiziarie o sanzioni di alcun genere.

Una campagna a cui tutti possiamo prendere parte, consultando il sito www.acquabenecomune.org e scoprendo il proprio sportello informativo di riferimento in base al comune di residenza. Perché il referendum è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che ci è rimasto e perché, come afferma lo slogan dei Movimenti per l’acqua: il nostro voto va rispettato!

 

 

Per rompere il silenzio dell’omertà

Esiste una leggenda – quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso – che collega questi cavalieri spagnoli alla realtà criminale di oggi. Un’epopea cavalleresca in cui si racconta che questi personaggi, durante il quinto secolo, fuggirono dalla Spagna per finire a Favignana, Sicilia, dove fondarono i codici delle loro società: Osso diede vita a Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso alla ‘ndrangheta in Calabria e l’ultimo, Carcagnosso, alla camorra in Campania. I loro verbi e comportamenti sono gli stessi delle mafie di oggi: vendette sanguinose, disciplina, gerarchie, riti. Particolarità rimaste identiche nel tempo, che ci fanno intuire che questa non sia una leggenda mitologica, ma una realtà sulla quale le criminalità organizzate si basano tuttora.

Molta gente paragona la mafia a una questione estranea, che concerne storie provenienti da posti caldi e lontani o da un’Italia parallela, alternativa, e che quindi la si deve lasciare in mano a quei terroni che sono abituati a viverci insieme. Bisognerebbe invece entrare nella consapevolezza che le criminalità organizzate commettono azioni che ricadono su tutti i cittadini, non solo su alcuni, poiché – nord o sud – la loro potenza permette di infiltrarsi dappertutto. Di fatto, sono capillarmente diffuse su tutto il territorio italiano. Soprattutto dove la terra è fertile.

L’idea che nell’Italia settentrionale non ci sia lo stesso tipo di criminalità organizzata del meridione, o che ce ne sia meno, è erronea: pensate un po’, oggi la sede degli affari della ‘ndrangheta si trova in Lombardia, a Milano. Da anni le organizzazioni criminali si sono infiltrate nel tessuto economico di tutto il territorio nordico, dove ora come ora si registra un elevato tasso di investimenti criminali: nel settore della politica, della sanità, dell’edilizia… ovunque ci sia possibilità di lucrare. Io vivo al nord e più passano i giorni più mi sembra che quassù le organizzazioni criminali abbiano trovato un vero tesoro. Case, case e ancora case, vuote. Quasi tutte in mano a imprese edili calabresi, molte delle quali (non tutte, per fortuna) guidate da clan ‘ndranghetisti. Al nord cementificano, innalzano case e palazzi che rimangono vuoti ma che permettono di riciclare il denaro sporco. Speculano, si intromettono negli affari politici. Intimidiscono. Corrompono. E la politica, nonostante tutto, lascia che questo lurido torrente continui a fluire.

Pasquale Zagaria e Aldo Bazzini

Nord o sud, alle organizzazioni criminali non interessa sapere dove si trovano, quando il terreno è fertile. Per capire questo è sufficiente pensare alla potente egemonia sul territorio emiliano di Pasquale Zagaria – l’introvabile, il temibile “Bin Laden” casertano, la mente economica del clan dei casalesi – che venne arrestato nel dicembre 2011. Prima d’allora trascorse gli anni d’oro in Emilia, soprattutto a Parma, dove in collaborazione con Aldo Bazzini – uomo del cemento – riuscì a porre le prime pietre del suo impero. Ma non è per forza necessario entrare nelle indagini per notare l’infiltrazione della mafia al nord; basta pensare semplicemente all’esponenziale crescita edilizia che ha afflitto la maggior parte dei territori nordici, e chi ci vive lo sa: si rovesciano colate di cemento ovunque e ininterrottamente, si costruisce, quindi le zone residenziali aumentano, ma la popolazione rimane stabile. In altre parole, si fagocita il territorio verde per digerire il danaro sporco, per speculare, per ottenere maggior potere. L’Emilia però, che a vista d’occhio sta perdendo il suo colore smeraldino, non è sola. È prevedibile che le mafie a Milano – il paradiso della ‘ndrangheta – fatturino tantissimi soldi illegali all’anno; come risulta da un’inchiesta, citata anche da Roberto Saviano, nella città della moda e della mafia esistono molti appalti infiltrati dalla criminalità calabrese: la stazione Porta Garibaldi, l’agenzia dogane, la tav Milano-Bergamo, l’autostrada Milano-Bergamo, sono solo quattro delle tante attività infettate dalle organizzazioni criminali. Il nord è industrialmente più sviluppato, quindi sia legalmente che illegalmente la possibilità di guadagnare è più elevata. La differenza che c’è tra nord e sud non sta nell’economia o nella politica che apparentemente sono diverse, ma nel fatto che mentre il meridione ammette che le criminalità organizzate ci sono e fanno del male, il settentrione spiega che a casa sua non ci sono e che se ci fossero sarebbero così deboli da risultare facili da vincere. Ebbene, questa falsa convinzione che vige nella parte più fredda d’Italia indebolisce l’economia e la politica interna. E così facendo, si fa un dono alle mafie che vivono per l’appunto di debolezze economiche, politiche e sociali. Vale a dire che più il sistema immunitario del nostro paese è basso, più le organizzazioni criminali riusciranno ad avere la meglio. Più si sta zitti, più riusciranno a passare per inosservate. Più c’è crisi, più fanno soldi.

Spesso ci si chiede cosa si può fare. Penso che la prima cosa da non fare sia chiedere aiuto alla politica, dato che più si va avanti più ci si rende conto che collabora abilmente con la mafia. C’è una significativa frase di R. Hopkins che potrebbe dare risposta a chi non sa cosa fare per risanare questa tragica questione nazionale: “se aspettiamo i governi, sarà troppo poco e troppo tardi. Se agiamo da soli, sarà troppo poco. Ma se lavoriamo alla scala di comunità, può essere abbastanza e appena in tempo. Credo fortemente che combattere la mafia non debba essere l’ambizione di una, due o tre persone, ma di un’intera comunità che, oltre a farlo per il bene proprio, lo faccia per il bene futuro. Non si pretende di scendere in piazza a far del chiasso o di aderire ad associazioni antimafiose. Basterebbe che se ne parlasse maggiormente a scuola, invitando i ragazzi a informarsi, che se ne parlasse nei bar, in chiesa, in stazione, in biblioteca, a casa con la famiglia. Ma questo non lo devono fare due o tre persone, la decisione dev’essere presa da tutti, da tutte quelle persone sobrie che come me sono stanche di vedere questo paese andare a rotoli, di continuare a vivere tra le mura dell’omertà, di nascere e morire nel terrore. Se vogliamo dire basta, facciamolo insieme, perché in questo modo se dovrà morire qualcuno lo farà un paese intero. Il dispetto più forte che possiamo fare alla mafia è parlare, mentre il dono più grande che possiamo farle è stare zitti… Purtroppo questo lo stiamo già facendo da così tanto tempo che sembriamo non aver voglia di smettere.

La parola è l’arma invincibile di colui che decide di versare il suo sangue sul mondo. Meglio di una pistola, è capace di creare una tempesta in un luogo apparentemente tranquillo, di far trasalire dalle torbide acque dei mari le realtà intenzionalmente mai annunciate, di rendere il problema di una sola persona, di una sola comunità, di un solo stato, un problema di tutti. E addirittura di mettere in crisi le persone, persino le organizzazioni criminali. Prendendo per fede ciò che dice Tolstoj – che sostiene che non si può combattere il male con il male – io e voi, persone oneste, combatteremo questa grande ingiustizia nazionale – chiamata Mafia – con qualcosa che porta solo il bene: la parola.

Siete con me?

Una Coppa ritrovata

Probabilmente in molti ricorderanno un famoso Reggina-Chievo, partita valida per gli ottavi di finale della Coppa Italia 2006-2007, giocata ad ora di pranzo in infrasettimanale per esigenze televisive (e già qui si può sorridere) e che vide nel settore ospiti uno degli striscioni più memorabili visti in uno stadio di calcio.

Tre, e ribadiamo tre, tifosi del Chievo che avevano attraversato tutto il paese esposero un drappo con su scritto: “Non avevamo un ca… da fare“. Eloquente, non c’è che dire. Già, perchè quello fu un segnale chiarissimo di come la manifestazione fosse diventata davvero un fastidio. Per tutti, le grandi e le piccole. Le grandi per un calendario già intasato dalle competizioni continentali e le piccole perchè non avevano rose adatte a così tante partite. Un primo cambiamento avvenne già l’anno successivo, con la prima finale in gara unica da tempo immemore: Roma-Inter 2-1, in uno stadio “Olimpico” stracolmo. Da qui la decisione di far disputare sempre la finale a Roma in stile Wembley (evidentemente c’è sempre un modello inglese da seguire!). Sul fatto che si giochi sempre nello stesso stadio e che sia quello di due delle principali squadre di Serie A che hanno l’opportunità di giocare la finale in casa se ne può discutere perchè difatti è una stupidaggine colossale (a Wembley infatti non gioca nessun club) ma l’idea di fondo è corretta.

L’allora presidente della Lega Calcio Matarrese esportò nel 200/2009 il modello della Coppa di Francia, con una serie di turni preliminari in gara unica (chi gioca in casa lo decide il sorteggio) e con le “teste di serie” (le prime otto classificate del campionato precedente) che subentrano negli ottavi di finale giocando nel proprio stadio, “obbligando” le big a disputare solo cinque match (finale compresa, visto che solo le semifinali rimangono con la vecchia formula andata-ritorno) per alzare la Coppa. Sembra aver funzionato. Match molto più spettacolari e molta più voglia di andare avanti nella competizione (ok, non come in altri paesi ma è già qualcosa). Per un curioso fenomeno solo l’anno scorso si è avuta una finale senza una squadra romana impegnata (quindi fino a quel momento era ovvio avere lo stadio pieno) ma l’invasione pacifica dei palermitani ha dimostrato che ottantamila persone sono fattibili anche se sono impegnati due team che arrivano dai capi opposti del nostro paese.

Anche l’edizione attuale sembra confermare l’andazzo. Si sono viste partite molto spettacolari, come Milan-Lazio, Napoli-Inter e Juventus-Roma, più la sorpresa Siena arrivata fino alle semifinali e ad un passo da una incredibile qualificazione all’Europa League (la Coppa Italia assegna un posto nella seconda competizione europea). Memorabile anche la doppia sfida fra le attuali dominatrici del campionato di Serie A, Milan e Juventus, conclusasi solamente ai tempi supplementari dopo due incontri “veri”. E la finale? Napoli-Juventus. Si, siamo ad aprile e se ne parla già da settimane. Richiesta di biglietti oltre ogni più rosea aspettativa, con consequenziale polemica del presidente azzurro De Laurentiis che voleva far disputare l’atto finale a Milano. Polemiche sul sistema di vendita (la tessera del tifoso andrà anche in pensione ma continua a far discutere oltremisura) e su eventuali prelazioni, così è facile prevedere una vera e propria “caccia al tagliando”.

La Coppa Italia sembra aver riacquistato l’antico prestigio dunque. Ci sono altre proposte per cercare di renderla ancora più appetibile, come ad esempio assegnare un posto in Champions League a chi la vince, ma per il momento può andar bene così. Con buona pace di quei meravigliosi tre tifosi del Chievo.

Stalking: termine nuovo, storia vecchia.

La violenza sulle donne purtroppo è sempre esistita, ma la percezione è che da qualche anno sia in aumento. Da un po’ di tempo sentiamo un termine nuovo – stalking – che indica una serie di comportamenti molesti, assillanti e continui di una persona nei confronti di un’altra persona, perseguitandola e facendole generare ansia e paura. Appostamenti nei pressi del domicilio o degli ambienti comunemente frequentati dalla vittima, invio invadente di lettere, biglietti, SMS, scritte sui muri oppure atti vandalici con il danneggiamento di beni… cose del genere sono considerate atti provocatori e chi li attua è un persecutore. Lo stalking si differenzia dalla semplice molestia per l’intensità, la frequenza e la durata dei comportamenti. Non si può parlare di stalking, invece, quando i messaggi sono indesi derati, ma di tipo affettuoso. In questo caso, per parlare di stalking, i messaggi devono essere molto frequenti e non occasionali. Spetterà poi al giudice, in sede penale, decidere se sia possibile o meno parlare di stalking.

La maggior parte delle volte lo “stalker” è un conoscente della vittima: un collega, un ex collega, un ex compagno. Di solito si tratta di persone con problemi di interazione sociale, che agiscono in questo modo con l’intento di stabilire una relazione sentimentale. Ci sono anche degli stalker affetti da disturbi mentali, ma questo è il caso meno frequente.

Secondo il CPA (Centro Presunti Autori), oltre il 50% dei persecutori ha vissuto almeno una volta nella vita l’abbandono, la separazione, un trauma psicologico dal quale non è riuscito a riprendersi, e può rientrare in una di queste categorie: il “risentito”, caratterizzato da rancori per traumi affettivi; il “bisognoso d’affetto”, desideroso di avere una relazione sentimentale, il “corteggiatore incompetente”, che opera stalking di breve durata; il “respinto”, rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler vendicarsi dopo un rifiuto; il “predatore”, che ha prevalentemente scopi sessuali.

Tuttavia non esistono soltanto stalker uomini. Nel 2009, secondo il Dipartimento di Giustizia inglese, in base ad alcune denunce, il 43% di stalker è costituito da donne; inoltre, lo stalking non avviene soltanto nella relazione di coppia (anche se questo è il caso più frequente), ma anche in famiglia e sul posto di lavoro. Queste statistiche furono anche pubblicate dal giornale inglese The Guardian nel 2010 e furono oggetto di diverse polemiche.

Esistono anche i falsi abusi. Questi, nel 2004, sempre secondo il CPA, riguardavano circa il 70% delle denunce e provenivano da persone che soffrivano di delusioni personali.

In Italia, il decreto Maroni emanato il 23 febbraio 2009, introduce nel Codice Penale il reato di “atti persecutori”, stabilendo la reclusione da sei mesi a quattro anni, ai quali si deve eventualmente aggiungere l’aumento di pena in caso di recidiva e se il soggetto perseguitato è un minore. Questa fattispecie di reato è procedibile con una denuncia della vittima, salvo casi in cui la stessa vittima è un minore, un disabile oppure quando lo stalker è già stato ammonito dal questore. In questi casi è prevista la procedibilità d’ufficio. In realtà, molte volte le donne non denunciano i loro persecutori per paura oppure perché legate a loro sentimentalmente. Questo però è un comportamento sbagliato delle vittime, perchè non denunciando danno la possibilità agli stalker di continuare nelle loro manie persecutorie. Spesso le minacce, gli appostamenti, le offese, sfociano in qualche caso perfino nell’omicidio.

L’unico modo per cercare di fermare questa spirale di violenza è quello di denunciare gli stalker e mettere fine a quest’incubo che, il più delle volte, condiziona psicologicamente la vittima per tutta la vita.

La società dello spreco

Quale sarà la fine di questa società consumistica? È per caso questa eterna e pressante crisi economica a simboleggiare il suo imminente termine? Si stima che attualmente nel mondo occidentale lo spreco alimentare si aggiri su più di un miliardo di tonnellate all’anno, così come racconta De Shutter. Gli occhi però non devono cascare esclusivamente sull’America – regina del consumo – ma anche sull’Europa: ad esempio sull’Italia, dove si getta via un terzo del cibo prodotto. Un terzo che equivale a trentasette miliardi di euro, ossia il 3% del PIL. Generalizzando, in Europa e in Nord America ogni persona getta via dai novantacinque ai centoquindici chili di cibo all’anno: non si tratta però solamente di rifiuti e cibo immangiabile, ma di alimenti ancora imballati e commestibili. Anche in Gran Bretagna gli sprechi alimentari toccano le stelle; difatti i “figli della regina”, tra alimenti e bevande, producono più di otto milioni di tonnellate di rifiuti all’anno: spreco altamente evitabile, dal momento che gli alimenti gettati via sono più che commestibili!

Non vi disgusta sapere che su questo pianeta, ormai mutato in un enorme bidone della spazzatura, vengano sprecate milioni e milioni di tonnellate di cibo? E non vi fa rabbrividire la consapevolezza che tra quelle mostruose cifre ci sono anche i vostri scarti e i vostri capricci? Come emerge da un articolo de “il fatto quotidiano”, con i trentasette miliardi di euro derivanti dagli sprechi alimentari italiani si potrebbe sfamare un’intera nazione di milioni di persone. Invece finiscono nella spazzatura.

Mentre un’enorme fetta del globo vive su montagne di scarti e cibi commestibili ancora imballati, l’altra invoca qualche spirito divino affinché dal cielo caschi qualcosa da mangiare. Dal 2009 la FAO riporta che oltre un miliardo di persone soffre la fame. L’Africa è l’epicentro, poi l’epidemia si spinge a est toccando l’India e alcune zone dell’estremo oriente. Conoscendo questa triste e squallida verità, dovremmo imparare a rispondere contrariamente alla pubblicità, che ci persuade a comprare sempre più di quanto necessitiamo; dovremmo entrare nella logica che non è una vita prevalentemente consumistica a renderci persone più importanti. Davanti ai cartelli “offerta del giorno: compra tre, paghi due” dovremmo pensare a chi è costretto a comprare zero, e a pagare per la vita.

In gioco non ci sono solo questioni ambientali, ma anche la schifosa idea che la TV e le multinazionali ci hanno ficcato in testa: una sciocca moda che prevede il continuo acquisto di quello che ci viene fatto vedere, di cose che vanno al di là delle nostre necessità. Non siamo affatto costretti a vivere per il resto della nostra vita sotto le loro ipnosi, perché si sa che i capricci umani si possono controllare. Quindi, perché non limitarsi a comprare l’essenziale, a vivere con ciò che conta di più, a eliminare perciò ogni cosa che diluisce la nostra vita, a guardare il mondo con una vista più panoramica?

Com’è possibile vivere la vita in modo tranquillo quando si sa che oltre un miliardo di persone soffrono la fame?

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