Stalking: termine nuovo, storia vecchia.

La violenza sulle donne purtroppo è sempre esistita, ma la percezione è che da qualche anno sia in aumento. Da un po’ di tempo sentiamo un termine nuovo – stalking – che indica una serie di comportamenti molesti, assillanti e continui di una persona nei confronti di un’altra persona, perseguitandola e facendole generare ansia e paura. Appostamenti nei pressi del domicilio o degli ambienti comunemente frequentati dalla vittima, invio invadente di lettere, biglietti, SMS, scritte sui muri oppure atti vandalici con il danneggiamento di beni… cose del genere sono considerate atti provocatori e chi li attua è un persecutore. Lo stalking si differenzia dalla semplice molestia per l’intensità, la frequenza e la durata dei comportamenti. Non si può parlare di stalking, invece, quando i messaggi sono indesi derati, ma di tipo affettuoso. In questo caso, per parlare di stalking, i messaggi devono essere molto frequenti e non occasionali. Spetterà poi al giudice, in sede penale, decidere se sia possibile o meno parlare di stalking.

La maggior parte delle volte lo “stalker” è un conoscente della vittima: un collega, un ex collega, un ex compagno. Di solito si tratta di persone con problemi di interazione sociale, che agiscono in questo modo con l’intento di stabilire una relazione sentimentale. Ci sono anche degli stalker affetti da disturbi mentali, ma questo è il caso meno frequente.

Secondo il CPA (Centro Presunti Autori), oltre il 50% dei persecutori ha vissuto almeno una volta nella vita l’abbandono, la separazione, un trauma psicologico dal quale non è riuscito a riprendersi, e può rientrare in una di queste categorie: il “risentito”, caratterizzato da rancori per traumi affettivi; il “bisognoso d’affetto”, desideroso di avere una relazione sentimentale, il “corteggiatore incompetente”, che opera stalking di breve durata; il “respinto”, rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler vendicarsi dopo un rifiuto; il “predatore”, che ha prevalentemente scopi sessuali.

Tuttavia non esistono soltanto stalker uomini. Nel 2009, secondo il Dipartimento di Giustizia inglese, in base ad alcune denunce, il 43% di stalker è costituito da donne; inoltre, lo stalking non avviene soltanto nella relazione di coppia (anche se questo è il caso più frequente), ma anche in famiglia e sul posto di lavoro. Queste statistiche furono anche pubblicate dal giornale inglese The Guardian nel 2010 e furono oggetto di diverse polemiche.

Esistono anche i falsi abusi. Questi, nel 2004, sempre secondo il CPA, riguardavano circa il 70% delle denunce e provenivano da persone che soffrivano di delusioni personali.

In Italia, il decreto Maroni emanato il 23 febbraio 2009, introduce nel Codice Penale il reato di “atti persecutori”, stabilendo la reclusione da sei mesi a quattro anni, ai quali si deve eventualmente aggiungere l’aumento di pena in caso di recidiva e se il soggetto perseguitato è un minore. Questa fattispecie di reato è procedibile con una denuncia della vittima, salvo casi in cui la stessa vittima è un minore, un disabile oppure quando lo stalker è già stato ammonito dal questore. In questi casi è prevista la procedibilità d’ufficio. In realtà, molte volte le donne non denunciano i loro persecutori per paura oppure perché legate a loro sentimentalmente. Questo però è un comportamento sbagliato delle vittime, perchè non denunciando danno la possibilità agli stalker di continuare nelle loro manie persecutorie. Spesso le minacce, gli appostamenti, le offese, sfociano in qualche caso perfino nell’omicidio.

L’unico modo per cercare di fermare questa spirale di violenza è quello di denunciare gli stalker e mettere fine a quest’incubo che, il più delle volte, condiziona psicologicamente la vittima per tutta la vita.

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