Rapporto Istat, tanti numeri e poche speranze.

L’Italia è un paese penalizzato dalle turbolenze internazionali, ma paga anche il prezzo dei propri ritardi sociali e culturali. E’ quanto emerge dal rapporto annuale Istat, pubblicato lo scorso 23 maggio sul quotidiano “Il Mattino”. Al sud una famiglia su quattro è povera e la qualità dei servizi sociali è nettamente inferiore alla media nazionale. In termini pro capite il reddito delle famiglie è del 4% in meno rispetto al 1992 e del 7% in meno rispetto al 2007. È aumentata, invece, l’incidenza delle prestazioni sociali erogate dallo stato. Nel 2000 il livello dei prezzi in Italia era pari al 95% di quello della media dell’Unione Europea, mentre in Germania superava la media di dieci punti. Oggi, dopo un’inflazione cumulata, sia l’Italia che la Germania sono al di sopra di quattro punti. In pratica ciò vuol dire che gli italiani si sono allineati ai tedeschi soltanto per quanto riguarda il costo della vita, ma non per la produttività. Per quanto riguarda il lavoro, i tradizionali punti di forza resistono, anche se in alcuni settori siamo un po’ indietro. La specializzazione manifatturiera, ad esempio, rimane quella degli anni ’70, con il ruolo delle imprese che si riduce sempre di più. L’economia resta basata sull’export.

Anche il mercato del lavoro ha subito delle notevoli trasformazione negli ultimi venti anni. Il numero degli occupati è cresciuto di 1,3 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è passato dal 53,7% al 56,9%. Le retribuzioni contrattuali sono ferme dal 1993. All’interno di questa tendenza generale, però, qualcosa è cambiato. Il numero dei maschi occupati è sceso, mentre l’occupazione femminile è aumentata di 1,7 milioni di unità, quasi esclusivamente nel centro-nord. Tuttavia, il tasso di occupazione femminile resta il più basso rispetto alla media europea. Ciò anche perché le neomamme che mantengono il posto di lavoro sono soltanto il 77%. In pratica, il 23% delle donne che partoriscono preferisce lasciare il lavoro, oppure, come spesso accade, le aziende preferiscono non proseguire il rapporto di lavoro con le neomamme.

L’economia sommersa, più comunemente conosciuta come lavoro nero, è in leggero calo. Sono diminuiti anche gli occupati al sud: circa 200.000 inmeno rispetto al 1995.

La novità più rilevante è la diffusione delle nuove tipologie contrattuali più flessibili, in particolare tra i giovani. Il numero degli occupati a tempo determinato è cresciuto del 48% e si trovano in questa tipologia lavorativa oltre un terzo di coloro che hanno tra i 18 e i 29 anni. Gli investimenti per la ricerca sono dell’ 1,26% in meno rispetto alla media dell’Unione Europea.

Infine, ci sono delle novità anche riguardo al risparmio. Gli italiani hanno sempre avuto una forte propensione al risparmio, ma negli ultimi anni questa tendenza si è affievolita. Negli ultimi quattro anni la propensione al risparmio è scesa dal 12,6% all’8,8%.

La situazione generale è abbastanza drammatica e la gente comincia a perdere anche le speranze. Secondo alcuni sondaggi gli italiani non hanno alcuna fiducia nelle attuali forze politiche.

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Dove si è incastrato il cinema italiano? Ivan Silvestrini e Stuck

Su Camminando Scalzi non è la prima volta che ci lamentiamo un po’ del cinema nostrano… Siamo un po’ scocciati, più che altro, dalla mancanza di idee e dalla freddezza delle realizzazioni. Per questo cerchiamo di tenerci (e tenervi) informati sulle novità più interessanti in questo campo, come abbiamo fatto tempo fa parlandovi di Vitrum e della sua forma di co-produzione.

Ma il “cinema” inteso come l’edificio fisico in cui si proiettano i film oggigiorno non è più l’unica via di uscita per il talento di creativi come Ivan Silvestrini, autore e regista di Stuck, che ha solo trent’anni ma un curriculum notevole. Stuck è infatti una serie web, ovvero un telefilm pubblicato su internet. Ovviamente l’idea non è nuova, ma l’abbiamo vista perfezionarsi con molto gusto, soprattutto negli ultimi anni, con esempi come “Freaks” (con l’attore Gugliemo Scilla, che ha iniziato proprio con filmati autoprodotti su youtube ed è recentemente approdato al cinema con “10 regole per fare innamorare”).

David ReaIvan scrive un nuovo capitolo nella storia di queste produzioni raccontando le gesta di David Rea, “emotional trainer”, ovvero uno psicologo senza titolo e senza peli sulla lingua capace di “sbloccare” i problematici clienti che arrivano da lui… in modi non sempre molto etici.

Stuck è una commedia brillante, molto intelligente, briosa e colorata; lascia i giusti spazi all’intellettualità e all’emotività senza tralasciare l’ironia e qualche momento di comicità. È recitata molto bene, diretta con capacità e metodo e, cosa molto molto rara oggigiorno, ha un’ottima scrittura a sostenerla, basti vedere la puntata zero.
Ha anche un’altra particolarità: si apre al pubblico estero non mettendo i sottotitoli in inglese, bensì recitando direttamente in inglese. Una scelta senza dubbio interessante e nuova.

Prima di lasciarvi all’intervista vi reindirizzo verso la serie, se non l’avete ancora vista, che al momento ha all’attivo tre puntate più un prologo.


Puntata 1 | Puntata 2 | Puntata 3

 

Camminando Scalzi: Praticamente tutte le altre interviste che ho letto rimarcano l’ispirazione/omaggio a Californication… Ma questa serie è stata effettivamente la fonte di ispirazione principale o ti sei basato invece su altro?
Ivan Silvestrini: Mi piace Californication ma non mi ci sono ispirato direttamente. La verità è che la fonte d’ispirazione primaria è il mio lato più cinico e oscuro, che ho un grande bisogno di deridere.

Ivan Silvestrini CS: Qual è stata la progettazione di Stuck? Sei partito dal testo, sei stato ispirato dagli attori o che altro?
IS: Sono partito dal concept e dal fisic du role di Riccardo, poi ho cominciato a pensare quali personaggi servissero per esplorare al meglio le tematiche della serie. Avevo in mente degli attori con cui mi sarebbe piaciuto lavorare e sono felice che abbiano accettato tutti.
Ho scritto il pilota (che all’epoca comprendeva il prologo) e i primi riscontri erano sufficientemente incoraggianti da spingermi a scrivere il secondo episodio. Poi ho scritto il terzo e così via i primi sette episodi. A quel punto non sapevo bene dove andare, così sono partito per il mio viaggio di nozze e al ritorno, con l’aiuto di un grande story editor (Giovanni Masi), abbiamo ridefinito tutto e siamo andati avanti fino alla fine del decimo episodio.

CS: Al contrario di altre produzioni, che parlano italiano e scrivono i sottotitoli in inglese, Stuck parla inglese e obbliga gli italianofili a leggere i sottotitoli. Scelta particolare. Nata come? È un po’ una “selezione” sul nascere per tagliare fuori il pubblico italiano medio(cre), un incoraggiamento per far vedere la serie anche fuori dalla nostra nazione, un misto di entrambe o c’è dell’altro?
IS:
C’è tutto questo, anche se io spero che il pubblico italiano vada oltre e si riveli meno medio(cre) di come dici.
Io non voglio fare una selezione artificiale del pubblico italiano, io spero che il pubblico italiano ci segua sempre più. Ne è perfettamente in grado.
C’è sicuramente la voglia di non precludersi un pubblico internazionale, ma soprattutto c’era la voglia di usare uno humor più glaciale che in italiano non avrebbe funzionato allo stesso modo. Provate a recitare le battute che trovate scritte nei sottotitoli, vedrete che non fanno lo stesso effetto in italiano. Quindi in definitiva è stata una scelta stilistica.

Valentina IzumiCS: Parlando degli attori: sono tutti molto bravi e hanno facce molto interessanti, che bucano lo schermo; ma oltre a questo, recitano in inglese con scioltezza, al contrario di tanti nostri “divi” che pure hanno lavorato oltreoceano. In che modo li hai cercati e selezionati? Quanto tempo ci hai messo?
IS:
Riccardo c’è dalla nascita di Stuck, lui non mi ha mai chiesto di poter interpretare David Rea, ma più lo conoscevo più capivo che sarebbe stato perfetto per la parte.
Ivana (Lotito, ndR), Vincenzo (Alfieri), Valentina (Izumi, già vista in “Questa notte è ancora nostra” con Nicolas Vaporidis) sono attori che stimo moltissimo da anni e trovandomi nella condizione di non dover rispondere delle mie scelte a nessuno, li ho coinvolti tutti.
Gaia (Scodellaro) l’ho conosciuta per l’occasione ed è stata una vera sorpresa e così Stefano Masciolini, un grande.
Mark (Lawrence) è un meraviglioso attore inglese che faceva il cameriere a Frascati.
Metà di loro sono madrelingua, metà si sono impegnati moltissimo. E a loro si sono aggiunti altri splendidi protagonisti di puntata come Giulio Pampiglione e altri che arriveranno a sorpresa.
Gli accenti sono variegati, come d’altronde lo sono in America e in qualsiasi paese dove la cultura del meltin’ pot sia rappresentata nelle produzioni culturali.
Alcuni di loro hanno aderito alla causa fin dalla sceneggiatura dei primi due episodi, altri li abbiamo trovati in corsa. La produzione è durata moltissimo, 20 giorni di riprese senza contare il prologo, spalmati tra settembre 2011 e maggio 2012.

CS: Ecco, veniamo alla produzione concreta degli episodi: c’è qualche sponsor o è un progetto del tutto autofinanziato?
IS:
La prima stagione di Stuck è totalmente indipendente, l’obiettivo è generare un pubblico in modo che gli sponsor possano essere interessati a finanziare la seconda stagione.

Riccardo SardonèCS: Con cosa giri, videocamera o fotocamera?
IS:
Io personalmente uso una fotocamera Canon 60d con ottica Nikon anni ’70 di mio padre.
Paola Rotasso usa una Canon 5d; Giancarlo Spinelli usa una Canon 550d; Nicola Zasa usa una Canon 5d.

CS: Quanti giorni di riprese servono per realizzare un episodio?
IS:
2,2 (due virgola due).

CS: Da quanti elementi è composta la troupe?
IS:
Gli Stuckanovisti sono stati la migliore troupe che una produzione simile potesse desiderare/vantare. È stata una troupe variabile nel numero e nei nominativi ma mediamente era composta da me, gli attori, un fonico, una truccatrice, una costumista, da una a quattro persone nel reparto regia, mia moglie come producer, mia suocera come catering, mio padre come tuttofare e Ramon il gatto.
Ogni tanto persino il montatore ci veniva a trovare sul set.

CS: Parlaci della realizzazione di musica e colonna sonora.
IS:
Alessandro Santucci e Valentino Orciuolo della band DIUESSE hanno accettato la sfida e stanno componendo mano a mano le musiche dei vari episodi. Di solito cerchiamo di vederci con un premontato e discutiamo dei punti da musicare, poi loro con o senza di me si chiudono in sala prove e sfornano cose meravigliose. A quel punto di solito mi confronto con Alberto Masi (il montatore) e devo dire loro “questo è troppo bello, non fa ridere”. Mi tocca essere impopolare, ma che ci posso fare, Stuck ha dei principi estetici (anche) musicali molto precisi. Comunque sono fierissimo del loro lavoro e sono felicissimo che Stuck abbia una colonna sonora originale. Non vedo l’ora che esca il cd.

Ivana LotitoCS: Allarghiamoci ora all’argomento “Cinema”… Cosa pensi del panorama cinematografico italiano predominante?
IS:
Pochi film italiani sono attraenti abbastanza da portarmi al cinema, cerco comunque di andarci e di solito trovo grande maestria, ma poco coraggio e originalità… specialmente nelle sceneggiature.

CS: E le produzioni indipendenti?
IS:
È un po’ che non mi ci imbatto; io ho provato invano a realizzare film indipendenti, ma oggi non lo consiglierei a nessun filmmaker. Il rischio che un film indipendente non venga distribuito in questo panorama di crisi è altissimo. Un film richiede uno sforzo economico comunque sproporzionato rispetto alle reali prospettive di ritorno. Io credo che ogni filmmaker esordiente sia (o dovrebbe essere) mosso principalmente dal desiderio di esprimersi e di raccontare una storia… per questo ho scelto di fare una web series, per superare i limiti del cortometraggio autoconclusivo e creare qualcosa che le persone potranno vedere nel tempo, qualcosa che non scompaia dopo un paio di settimane in quattro sale.

CS: Credi che serial o film via web possano sbloccare un po’ la stitichezza artistica che stiamo vivendo nel nostro paese?
IS: Credo che lo stiano facendo. L’ondata di web series italiane di qualità sempre maggiore che sta invadendo la rete è l’endemica manifestazione di un desiderio diffuso di partecipazione culturale a un mondo, quello del cinema e della tv, sempre più chiuso e impenetrabile. Il mercato si è ristretto: chi ha fatto in tempo a entrarci ora si tiene stretto il proprio posto e questo è naturale. Io spero che le web series diventino una realtà parallela e importante, spero che generino profitti in modo da rappresentare un mercato più libero e indipendente per la creatività della mia generazione e di quelle che verranno. Per questo è importante, è fondamentale che la gente si senta responsabilizzata e che condivida come può la creatività su youtube. Bisogna condividere e aiutare a crescere chi crea contenuti per il web; bisogna condividere e insegnare a condividere. Molte persone non conoscono ancora le web series come realtà… che ognuno faccia il suo con i social network che preferisce!

Vincenzo AlfieriCS: Cosa pensi allora di altri progetti italiani gratuiti via web, per esempio Freaks? Ne conosci altri degni di segnalazione?
IS:
Posso solo ringraziare Freaks per aver aperto il grande dibattito sulle web series in Italia, i loro risultati in termini di visualizzazioni sono stupefacenti e hanno incoraggiato tanti videomaker come me a cimentarsi con la narrazione seriale via web.
ByMySide
di Flavio Parenti è un buon esempio di come un film indipendente abbia trovato nella dimensione seriale online un pubblico entusiasta che probabilmente attraverso una normale distribuzione in sala avrebbe avuto difficoltà a raggiungere, data la totale mancanza di compromessi commerciali dell’opera.
Young Love Hurts
di Naicol Zais (che ha anche lavorato su Stuck) è un altro valido esempio di coraggio e autodeterminazione registica (che detto così suona serio, ma la serie è molto divertente). Ho grande ammirazione dell’amore genuino che Naicol ha per i suoi personaggi.

CS: Il rischio di non rientrare economicamente non è comunque troppo alto? Se un progetto non viene seguito, i banner pubblicitari costituiscono un’entrata un po’ troppo esigua, no? Serve necessariamente trovare sponsor e partnership?
IS:
Non so ancora quanto si guadagni da youtube, ma credo che si tratti di pochi spiccioli finché non si possono garantire milioni di visite. L’obiettivo è quindi quello di trovare sponsorship generiche o che facciano del product placement. Se si è bravi questo non danneggia necessariamente una web series. Che importa cosa veste David Rea? Sono elementi che possono diventare attraenti in futuro senza danneggiare la narrazione.

Ivan SilvestriniCS: Tre episodi su un totale di dieci (e mezzo) per Stuck. Com’è stata finora l’esperienza? Di quali aspetti sei completamente soddisfatto e quali altri invece pensi di aggiustare in corso d’opera?
IS:
Ogni episodio di Stuck è un po’ diverso dagli altri, quindi ne vedrete di assestamenti! Io sono enormemente soddisfatto di Stuck, davvero non credo si potesse fare di meglio coi nostri mezzi, il lavoro di tutta la troupe è stato encomiabile e il cast è strepitoso.

CS: Hai una parola d’incoraggiamento o qualche consiglio da dare ai giovani creativi là fuori?
IS:
Non mettetevi maschere quando scrivete, tenete aperte le vostre ferite, ridetene se volete, fatevi a pezzi e dateli in pasto al prossimo.
Non abbiate paura, non scrivete cose che non potete realizzare da soli o con i vostri migliori amici, non abbiate paura di proporre un progetto a un attore che amate. Prendetevi tutto, che la vita è una sola probabilmente, e se non lo è la possibilità di reincarnarsi in un’epoca in cui si faranno ancora web series è davvero remota.

David Rea

Ringraziamo Ivan per la disponibilità e la cortesia (e, a titolo personale da revisore, la velocità di risposta e la qualità del testo 😀 Si vede che è un bravo scrittore, ndR), facciamo i migliori auguri a lui e a Stuck, e vi invitiamo a seguire la serie, oltre che sul suo canale Youtube, sul suo blog e sulla pagina Facebook.

L'incubo del passato, la paura per il futuro

Per tutta la giornata di sabato si è vissuto un incubo. Venti anni dopo l’orribile ’92, l’ipotesi di un ritorno dell’epoca delle stragi di mafia ha fatto tremare chi ancora non si è arreso all’idea di uno Stato in balia o peggio, complice, della criminalità organizzata.

Per fortuna, paradossalmente, pare che l’esplosione alla scuola di Brindisi sia un attentato terroristico. È assurdo, ma la cosa ha relativamente tranquillizzato tutti. Cinicamente, la graduatoria dell’orrore trova forse una sua logica. Senza intaccare il rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo, l’ultima cosa che ci si potrebbe augurare è una matrice mafiosa. La possibilità che dietro quella che poteva essere una tremenda carneficina ci siano le organizzazioni terroristiche “classiche” sembra per il momento accantonata, soprattutto per via dell’assenza di rivendicazioni.

Sembra tuttavia improbabile che una singola mente malata abbia concepito e realizzato il tutto. Si fanno sempre più numerose le voci che ipotizzano un coinvolgimento di più persone. Sarebbe imprudente e inutile lanciarsi alla rincorsa di questa o quella possibilità. Quando le indagini avranno fornito più dettagli, sarà il momento di cominciare a valutare le conseguenze. Ancora peggiore sarebbe adeguarsi ai modi del peggior giornalismo e rotolarsi nel fango del dolore della famiglia della studentessa uccisa.

Per il momento, si può solo riflettere sul clima sociale e politico che in Italia si fa sempre più cupo. La latitanza della politica – quella vera, seria – non determina il vuoto ma il caos. Non serve una particolare intelligenza politica per tracciare un triste parallelo fra l’Italia dell’inizio degli anni ’90 e quella attuale. Sperimentiamo una crisi economica asfissiante che rischia di precipitare verso abissi ancora peggiori; la fiducia del paese nei confronti della classe dirigente, annegata nella corruzione e nel malaffare, ha raggiunto livelli da lancio di monetine. Tuttavia, non si vive mai due volte la stessa epoca. Anche quando la ruota sembra compiere un giro completo, ci si trova comunque sempre su un nuovo piano. E quando in venti anni non si sono compiuti passi in avanti, si è inesorabilmente tornati indietro.

Lettera aperta a chi si trova nella "sala dei bottoni" e ancora può spingerne qualcuno…

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Oriana, alla sua prima collaborazione con la blogzine.
Innamorata della vita in tutte le sue forme , architetto , redattrice, web master, content manager. Il periodo creativo di cui va più fiera sono gli anni a capo dell’ ufficio stampa di una nota associazione umanitaria con missioni in tutto il mondo, periodo che l’ hanno portata a contatto di persone eccezionali e di realtà inimmaginabili. Oggi sostenitrice e attivista del M5S in una piccola città di provincia, la citazione che le calza a pennello è tratta da un vecchio film: “ …amava talmente la vita da amare anche quella degli altri…” Blade Runner  [/stextbox]

Sono una signora, movimentista 5 stelle di una piccola città di provincia; niente nomi… Niente pubblicità.
Dopo una vita vissuta in una grande e bellissima metropoli ho deciso di cercare una dimensione più “umana” per farci vivere le mie bambine. Il punto di svolta è stato guardare dormire la più piccola beatamente e accorgermi che mentre ero impegnata da anni a battermi per creare campagne a favore di bambini del terzo mondo, per portare l’ acqua nei deserti, per migliorare le condizioni di salute di chi aveva la vita appesa a un filo di ragnatela… Qualcuno stava divorando il paese dove lei sarebbe dovuta diventare grande. Il mio punto esclamativo , bussola della sua esistenza , improvvisamente aveva piegato la testa ed era diventato un punto interrogativo, e rimaneva lì, immobile, affacciato alla finestra della mia coscienza, in attesa una risposta che gli permettesse di rialzare la testa. Anche una madre si trova in una stanza dei bottoni e ogni volta che prende decisioni per i propri figli rischia in prima persona, perché sa che nel futuro della sua famiglia è implicito anche il proprio.

Ma esistono anche madri che uccidono i loro figli o che li abbandonano, segnando così per sempre anche la loro stessa vita. Abbiamo bisogno di persone, non di partiti, abbiamo bisogno di libertà, perché la libertà “è solo un’occasione per essere migliori” dice Camus.

C’è chi parla a sproposito di “crescita” senza rendersi conto che la formula capitalistica è stata fallimentare; Bob Kennedy ha pagato con la vita per averlo detto con quasi cinquant’anni di anticipo. Ma è deprimente anche pensare di regredire all’età della pietra; dobbiamo cercare un punto di equilibrio. Tutto ciò che è vita, esiste su un punto di equilibrio; quel punto che, se viene disatteso, provoca la degenerazione del sistema stesso del quale aveva rappresentato l’occasione di vita. Il futuro dell’umanità è legato al futuro del pianeta del quale è parte integrante .

Credo davvero che la degenerazione di valori alla quale siamo arrivati in Italia sia stato il frutto del nostro disinteresse a occuparci di quello che stava accadendo nel sistema di chi avevamo delegato ad amministrarlo… Sì, è vero, abbiamo consegnato una delega in bianco.

Ma in mezzo a tante voci che si alzano, puntando il dito contro chi ha dormito, contro chi non ha partecipato, contro chi ha lasciato fare, io vi dico che anche le mie figlie mi hanno consegnato una delega in bianco, e ogni mattina che mi sveglio cerco di onorare quella delega scegliendo quello che è più giusto per loro.

Non abbiamo bisogno di un partito, abbiamo bisogno di coscienze: coscienze per le quali la parola “onore” abbia ancora un senso compiuto, per le quali essere delegati significa sentirsi la responsabilità della vita di chi delega.

Dicono le Upanishad che alla fine dei tempi di un’epoca buia “gli uomini si aggireranno come ciechi guidati da un cieco” un’espressione che ben si adatta alla totale cecità di chi oggi si trova nella famosa sala dei bottoni.

Sto scrivendo in una di quelle ore che si trovano a cavallo di quella terra di nessuno che separa la notte dal giorno, una di quelle che appartengono al buio più scuro, ma che anticipano di pochissimo un’incredibile sorpresa: la luminosità rassicurante dell’aurora. Vorrei poter dire alle mie figlie e a tutti i giovani che hanno perso la fiducia di chi aveva in mano la loro delega in bianco di non preoccuparsi, che la vita è come questa strana ora tra il buio e la luce e che quando vedi tutto nero, ecco all’improvviso spuntare il primo raggio di sole.

Vorrei potergli dire che nella stagione della saggezza si accorgeranno che quello che avrà reso bella la loro vita non sarà la quantità di “cose” che si saranno potuti comperare, ma tutti i “voli” che avranno saputo osare. Vorrei potergli dire che la vita è un percorso e che bisogna goderselo con la testa alta senza mai barattare la mèta con il viaggio e vorrei poter dire a tutti coloro che hanno disonorato la nostra delega in bianco di smettere di raccontare la vita ai propri giovani e lasciare che siano loro a raccontarla a noi.

La vera e unica crescita che può essere davvero senza fine è quella dell’individuo come persona, della sua consapevolezza, della sua spiritualità, della sua intelligenza, della sua capacità di costruire rapporti e società rispettosi degli altri e dell’ambiente circostante.
Sappiamo che si può vivere, alimentarsi, risparmiare e produrre energia, costruire, lavorare, avere socialità e rapporti diversi da quelli che ci dice la pubblicità o ci vuole imporre la crescita, compresa quella colorata un po’ di green. Quella è la vera strada da intraprendere. Crescere come intendono i nostri governi significa schiantarsi contro un muro.

Pensare come le montagne di Paolo Ermani e Valerio Pignatta, edizioni Terra Nuova 2011

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Comodamente omertosi

Se ne sente parlare di rado. Anche a scuola stanno zitti, nessuno osa raccontare quel che hanno fatto Pasquale Zagaria – detto “Bin Laden” – e suo fratello Michele – capoclan dei Casalesi – quando la loro libertà era ancora viva; non vogliono nemmeno ricordare l’omicidio di Aldo MoroPaolo Borsellino e Ilaria Alpi. Nessuno si attenta a parlare di queste crude realtà perché – ne sono certa – quasi tutti trovano comodo vivere nel silenzio dell’omertà. Poi capita di sentire che il vicino è stato minacciato, che il cantiere edile dietro a casa è stato incendiato da un racket che era in conflitto con il clan proprietario della costruzione, che i propri rifiuti hanno una destinazione così misteriosa da indurci a chiedere dove diavolo finiscono. E quando sporadicamente senti questi eventi sconcertanti, ti accorgi che tacere e lasciare scorrere questo luridume sono le opposizioni più sbagliate che i cittadini immacolati possono fare contro l’abominevole problema nazionale: la mafia. Non ti senti colpevole sapendo che l’omertà è la tua reazione primaria davanti a questo remoto dilemma che ha colpito il nostro Stato?

Il cemento avanza, devasta parchi, foreste, campi agricoli. In Italia il terzo millennio funziona così: le mafie vivono di ininterrotte lotte all’ultimo pezzo di terreno per scopi lucrativi e chi più imbratta il suolo di calcestruzzo e mattoni diventa il più potente: attributo che nelle organizzazioni criminali significa molto. Infatti, dai primi anni duemila fino a ora, al nord si è registrato un esponenziale aumento di espansione edilizia: è il decennio in cui il verde vira gradualmente al grigio, in cui gli interessi mafiosi roteano attorno all’appropriazione di terreno edificabile per riciclare il danaro sporco e per scopi speculativi.

Case, capannoni, palazzi: tutti vuoti. Sull’altra sponda parchi, campi agricoli e zone verdi diminuiscono a vista d’occhio, sottolineando il rischio di una totale estinzione di aree naturali e agrarie. È evidente a chiunque che si sta fagocitando terreno a dismisura e si sa che tutto questo aggraverà le condizioni ambientali già sfavorevoli a causa dell’inquinamento atmosferico. Ma le giunte comunali, diversi sindaci e i politici in sé non sembrano nutrire molto interesse per questa questione ambientale che, spesso e volentieri, viene resa una tematica poco rilevante. Il nodo cruciale si trova soprattutto in quest’avida classe dirigente infettata dalle organizzazioni criminali che l’hanno silenziosamente rovinata attraverso la corruzione. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se abbiamo una politica sleale, manipolata da un potente volere criminale, e un sistema ingiusto che il nostro Stato sembra accettare amichevolmente.

La mafia sotterra i rifiuti nei campi agricoli, dai quali poi germogliano cereali e vegetali che finiscono sulle nostre tavole; li esporta e li vende all’estero, in Africa, nell’Europa orientale e in Cina, li usa come cemento per costruire case e come asfalto per stendere nuove strade, li nasconde nei mari. La gestione dei rifiuti invece di essere nelle mani di persone competenti, si trova nelle grinfie di questi criminali che fanno illecitamente tutto quello che vogliono. E noi, donne e uomini immacolati, continuiamo a vivere nel silenzio delittuoso della comoda omertà, lasciando che la gestione dei rifiuti, come tante altre iniziative, rimanga sotto lo stretto controllo delle organizzazioni criminali.

Forza, ammettiamo di essere persone schifosamente omertose! Ammettetelo voi che vendete i vostri scarti industriali alle criminalità organizzate solo perché vi offrono il servizio a un prezzo bassissimo: preferite spendere dieci centesimi (per chilo) per smaltire i vostri rifiuti illegalmente, piuttosto che spenderne sessanta per sbrogliarveli da dosso in modo del tutto legale. Ci sono parecchi politici che desiderano falsamente un’Italia migliore dove non esiste alcuna briciola di illegalità, quando in realtà sono gli ultimi a volersi rimboccare le maniche, a compiere azioni legalmente accettabili, a evitare collaborazioni mafiose. Vogliono una politica sobria, efficiente, sincera, ma non sanno che per fare questo dovrebbero destituirsi, perché sono loro stessi parte integrante della mafia. Dobbiamo cercare di smetterla di cedere alle varie tentazioni che vengono proposte e provare a reagire in modo civile alla lugubre questione sociale protagonista nel nostro Stato. Essere omertosi, comportarsi come tali, è solo una scusaun atto negligente col quale abbiamo deciso di lasciare sporco il sistema italiano che riguarda tutti quanti, perché la paura non è niente se ci si unisce e si lotta tutti assieme!

Sindaci, politici, imprenditori, professori, gente comune, uscite da questo comportamento stereotipato! Il silenzio è lo scudo del vigliacco e dell’impotente, non del risoluto e del prode. Davanti a tale problema molti di noi sono vigliacchi e impotenti, sono comodamente omertosi, ma è arrivata l’ora di uscire da questo conformismo, da quest’assurda complicità silenziosa che troviamo confortevole, dalla paura. Professori, parlate di tutto questo ai ragazzi! Sindaci, ammettete il vero! Imprenditori, siate forti e non cedete alle tentazioni criminali!
Il sistema è sporco e ingiusto; io non lo voglio, né per me né per i miei figli. E come me, moltissimi altri non lo tollerano. Il futuro è certo e a noi non resta altro che combattere fino all’ultimo per dare al Paese un’immagine migliore e restituirgli un po’ di dignità. Questa non è l’Italia di Zagaria, Provenzano e Riina, è l’Italia di Falcone e Borsellino. Quindi, facciamoci coraggio e usiamo la purezza e la giustizia che ci sono rimaste in tavola per vincere questa temibile battaglia!

Dov'è finito il nostro diritto alla vita?

Guardi il fiume che scorre, la montagna innevata, i campi che biondeggiano al vento, il cielo dalle fronde d’un albero profumato, i frutti che lentamente maturano nell’orto. Guardi tutto questo, te lo godi intensamente perché sai già che un senso di tristezza e colpevolezza ti indurranno a destarti, a sospirare e a dire che un giorno probabilmente tutta questa bellezza sparirà. Poi impulsivamente guardi la discarica che esala sbuffi nauseanti, l’inceneritore che emette particelle invisibili ma mortali, cantieri e ancora cantieri che rubano ciò che appartiene alla terra. Guardi tutto questo e, mentre il tuo battito cardiaco aumenta gradualmente e l’ira comincia a far bollire il tuo sangue, vorresti correre verso la discarica e l’inceneritore per protestare fino allo sfinimento, o andare a occupare i cantieri che mangiano insaziabilmente nuovo terreno. Ma sai che non puoi fare niente se non lasciarti invadere da un altro senso di tristezza e colpevolezza, che ti inducono a sospirare e a chiederti “dove diavolo è finito il mio diritto alla vita e alla salute?”.

L’articolo 32 della costituzione italiana dice che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”, ma dov’è l’effettiva attenzione alla salute e all’ambiente da parte dei governanti? Come possiamo pretendere di vivere una vita salubre e sicura se, come capita in molte città italiane, il sindaco vuole ostinatamente aprire le porte dell’inceneritore a pochi passi dal centro abitato, dal campo agricolo, o se si antepongono i fatti finanziari a quelli ambientali, salutari? Capita troppo spesso che i caparbi capi supremi rendano l’interesse per la reale vita dei cittadini e per le faccende ambientale delle questioni di poco conto e noiose. Ma questo è tollerabile? Possiamo lasciare che questo terribile disinteresse ed egoismo in campo politico e ambientale continuino a scorrere ininterrottamente? No, perché quel che dovremmo fare è tamponare quest’emorragia, arrecata da un profondo taglio che per anni è stato fintamente dimenticato, e smetterla di convivere con l’illusione che è sufficiente la pubblicazione di una stupida legge salvaguardante l’ambiente a salvarci dal triste futuro che ci attende. Se volessimo veramente evitare il futuro sfacelo che si prospetta davanti ai nostri piedi, ci converrebbe cominciare a uscire dagli schemi civili che ci sono stati implicitamente trasmessi, ed entrare in una logica ben diversa da quella attuale che, a quanto pare, non sembra andare d’accordo con quella del mondo biologico: trasgredire i limiti, le regole, superare la linea di demarcazione, sprecare in modo smisurato ogni giorno, schivare ogni sorta di rispetto per la nostra terra sono i verbi propri di questo dannato ventunesimo secolo, azioni e gesta che descrivono in modo accuratamente atroce la sporca logica della società civile attuale.

Spesso mi chiedo dove sia la necessità di comprare a tutti i costi qualcosa ogni giorno, di gettare in modo indifferenziato i rifiuti, di sperperare le proprie ricchezze in baggianate quando si potrebbero investire in cose utili, o di aprire per forza il termocancrovalorizzatore a pochi passi da un parco, da una scuola, da un campo dove pascolano le mucche, il cui latte, nonostante sia ricco più di diossina che calcio e lattosio, finisce comunque sulla nostra tavola. Ogni giorno quando passeggio, quando vado alla fermata del bus o quando osservo dalla finestra della mia camera l’orizzonte dal colore plumbeo, ho la sensazione che questo sistema, adottato da anni, non può continuare a funzionare, e vengo devastata da un triste sentimentalismo che, con gli occhi lucidi, mi spinge a urlare che la gente, soprattutto i bambini, non possono vedere la loro vita sbiadita da tumori causati dall’inquinamento antropologico.
In modo adolescenziale, mi chiedo vanamente se è veramente indispensabile bruciare i rifiuti per produrre un’irrilevante quantità di energia e al contempo esalare diossine, furani, cellule cancerogene che non fanno altro che portarci via la vita in modo lento ma progressivo; mi domando come mai al comando esistono quasi esclusivamente persone egoiste e avide che, nonostante le varie proteste, riescono a ottenere ciò che vogliono, cioè ciò che il popolo non vuole. Non pretendo dei santi al governo, basterebbe qualcuno con un po’ di sale in zucca.

Ci sono molti comuni come Pistoia – dove la dr.ssa Gentilini ha denunciato che la diossina oltre a trovarsi negli alimenti si trova pure nell’acqua -, Albano – dove il 28 aprile si è tenuta un’importante assemblea pubblica riguardante l’apertura del termocancrovalorizzatore -, Parma e Reggio Emilia – che mi riguardano più da vicino – e tantissimi altri, che sono in continua lotta contro quei tiranni che desiderano tenacemente bruciare la mondezza, quindi uccidere noi tutti. Stimo tutti coloro che protestano, che informano e mantengono viva la democrazia individuale obiettando in modo pacifico e civile; stimo quei pochi politici sani che, silenziosamente, lottano contro ciò che non vogliono per il loro comune, per il loro territorio, e per dimostrare che la politica italiana non è sempre fatta solo di corruzione ed egoismo.

Mi rivolgo a Graziano Del Rio, sindaco della mia città – Reggio Emilia – che sostiene da anni che l’inceneritore non comporti rischi salutari, poiché il nostro termocancrovalorizzatore di Cavazzoli, essendo moderno, è sempre stato sicuro. Caro Del Rio, ha studiato chimica? Lo sa che, come diceva Lavoisier, “nulla si crea e nulla si distrugge”? Come mai lei non è sicuro che incenerendo i rifiuti si disperdono nell’aria sostanze cancerogene, quindi molto pericolose? Scommetto che se lei vivesse a pochi passi dall’inceneritore, forse cambierebbe idea.
Il termocancrovalorizzatore reggiano chiuderà i battenti a breve – si spera – anche se devo ammettere che non mi accontento, perché il suo sostituto bastardo è in arrivo a Parma, una delle città più inquinate d’Italia. Difatti, l’inquinamento industriale e automobilistico sembrano essere faccende poco importanti per i governanti parmensi; non è una mia invenzione, ma un dato di fatto, visto che il signor Bernazzoli, candidato sindaco di Parma, vuole a tutti i costi bruciare la spazzatura. Quell’uomo è troppo cocciuto,  perché sa che la sua città potrebbe essere un angolo di paradiso, invece continua a essere una schifosissima palude, il cui puzzo di smog fa rivoltare lo stomaco a tutti. Sono certa che, se tutto continua ad andare così, i parmigiani saranno costretti ad andare a vivere nelle botole: probabilmente moltissime altre città italiane, soprattutto nordiche, arriveranno a seguire il loro esempio. Bernazzoli è così testardo che lascerà che la sua città si nasconda dalla coltre puzzolente e piena di diossina andando a vivere sottoterra: solo allora sia lui che Del Rio, vedendo l’aumento dei casi di tumore, si renderanno conto che avrebbero dovuto studiare meglio Lavoisier.

In nome di chi muore a causa dell’inquinamento, di chi protesta, di chi disperatamente vede il mondo andare a rotoli, io chiedo: dov’è finito il nostro diritto alla vita e alla salute?