La "biophilia" di Bjork fra tecnologia e natura

“Biophilia” è il titolo del più recente album di Bjӧrk, uscito qualche mese fa. Ha avuto dunque il tempo di decantare nella mente di chi scrive questa recensione. Cosa si può dire ora di questo album che, come un fulmine a ciel sereno, ha portato una ventata di futuro nell’industria discografica?

Perché Biophilia è più di un album: è un progetto musicale, scientifico, didattico e tecnologico. Può essere acquistato infatti sotto forma di cd o di “app album”, ossia un pacchetto di dieci applicazioni per ipad, una per ogni brano, tenute insieme da un’”applicazione madre”. Un lavoro davvero pioneristico che non mancherà di influenzare la storia della musica pop del domani.

Biophilia  è un tentativo di dimostrare come la tecnologia e la natura si stiano avvicinando sempre di più, e come in futuro esse possano divenire finalmente compatibili. Tale unione viene celebrata nel linguaggio universale per eccellenza: la musica.

Su youtube si trovano diverse presentazioni delle applicazioni. In queste si può vedere come ogni canzone richiami un elemento naturale, con la possibilità per l’utente di modificare la struttura ritmica o melodica di ogni brano ed esplorare al tempo stesso diversi aspetti della musicologia e della scienza.

Parliamo ora delle tracce.

Dal silenzio siderale e dal buio sorge la prima canzone, “Moon”. Un suono arpeggiato segue un ritmo circolare di 17/8, atto a imitare i diversi tempi di una fase lunare. Il testo sembra parlare di rinascita, come la luna che decresce e poi cresce nuovamente. Un brano che introduce al mondo sonoro straniante ma al tempo stesso pieno di fascino di Biophilia. Con il tempo si riesce ad abbracciare il ritmo circolare e ci si può rilassare in questa atmosfera. Ci attendono brani lontani dalla struttura regolare che siamo soliti ascoltare. La loro costruzione è organica, asimmetrica, simile a quella delle piante.

Una bobina di Tesla

Con il secondo brano entriamo nel regno di “Thunderbolt”, che ritengo uno dei brani migliori dell’album.  Ha un che di epico, sia nel testo che nella melodia. La forza naturale dell’elettricità è qui la fonte dell’ispirazione. Straordinaria l’idea di utilizzare come strumento una bobina di Tesla, ovvero un dispositivo creato dall’omonimo inventore, capace di creare fulmini del tutto simili a quelli atmosferici. I suoi impulsi elettrici creano un arpeggio che si ferma giusto per il tempo che solitamente intercorre fra il fulmine e il tuono. La potente voce di Bjӧrk si leva su di esso, domandandosi se sia possibile desiderare un miracolo, un fulmine che venga a sconvolgere e al tempo stesso purificare ogni cosa.

Si passa a “Cristalline”. Lo strumento che ci introduce al brano, con i suoi tocchi acuti in 17/8, è il gameleste, un incrocio fra un gamelan e una celesta creato per l’occasione e suonato a distanza grazie a un tablet. Non mi fa impazzire la scelta di utilizzare, ancora una volta dai tempi di Vespertine, suoni acuti e martellanti, i quali alla lunga possono stancare. Ciò che amo di Cristalline è il testo: un inno gioioso che esplode in un finale in stile breakcore che davvero vale tutto il brano e che ha l’unico difetto di durare troppo poco.

Scivoliamo nella maestosa “Cosmogony”, l’“applicazione madre” da dove tutto si diparte. I solenni fiati ci riportano ai suoni caldi dell’album Volta. Ha un’aria teatrale questa canzone. Il testo racconta diversi miti cosmogonici ed esprime meraviglia di fronte ai corpi celesti. È un pausa melodica che ci riporta a casa e che si apprezza con il tempo.

Uno screenshot dell'applicazione per "Virus".

Con “Dark Matter” Bjӧrk si esprime nelle dissonanze.  Chiamerei Dark Matter una traccia da “cuffia”, ossia un brano che andrebbe ascoltato in completa solitudine, con le cuffie, cercando di entrare nel mondo che la musica descrive. All’apparenza cacofonica e senza senso (è glossolalia, il linguaggio che si ascolta), nasconde una sua architettura. È musica del futuro, o forse una melodia di migliaia di anni fa. Sfuggente, incoerente e misteriosa come solo la materia oscura sa essere.

Su questa scia continuiamo con “Hollow” e finiamo dritti dentro un lungo filamento di DNA, visto come una collana fatta di antenati di cui noi siamo una perla. Atmosfera inquietante e un po’ gotica. Da cuffia.

Passiamo a “Virus”. Canzone d’amore per voce e gameleste dalla melodia armoniosa e di ampio respiro. Nonostante l’indiscussa  godibilità, percepisco un che di troppo studiato, sia nel testo che nella metafora virus-amante. Non mi entusiasma.

Sacrifice” è l’ottava traccia, una toccante composizione accompagnata da un harpsichord, (un cilindro di metallo che girando fa vibrare alcuni tasti, una specie di enorme carillon). L’effetto è ancestrale e il testo vibra di sincero sentimento.

Eccoci a “Mutual Core”. Il lugubre organo descrive la relazione fra due persone come quella fra due zolle tettoniche adiacenti che si contrastano ma al tempo stesso cercano di adattare sé stesse ai movimenti tellurici. Improvvisamente, con una ritmica aggressiva, esplode il sisma, ponendo fine all’immobilità. Bellissima.

Con “Solstice” arriviamo all’ultima traccia, in 7/4 scanditi da pendoli a undici corde, i cui movimenti oscillatori prendono ispirazione dai movimenti dei pianeti e dalla rotazione terrestre. Semplice, dall’atmosfera vagamente nipponica e dal testo colmo di gratitudine, il brano chiude il viaggio con una nota di bellezza e meraviglia.

Insomma, un progetto interessante sia dal punto di vista musicale che tecnologico. Al di là del livello di gradimento dell’album, non si può non riconoscere a Bjӧrk il titolo di grande musicista, dotata di rara sincerità e amore per il proprio lavoro.

E infine: sarebbe bello se il mondo descritto da Biophilia fosse quello del futuro?

Sonata Organi

Da anni il maestro Christian Tarabbia è al vertice di un’associazione che vuole valorizzare la musica sacra ed in particolare quella “solenne” dedicata all’organo. I risultati sono al momento molto soddisfacenti e “Sonata Organi” si dimostra un importante festival a livello mondiale nella cornice di Arona, sulle sponde del Lago Maggiore. Diamo subito la parola al protagonista di questa intervista.
Siamo in compagnia del maestro Christian Tarabbia. Vuoi farci una tua breve biografia
artistica e parlarci della tua presidenza di “Sonata Organi”?    Mi chiamo Christian Tarabbia, ho 30 anni e praticamente da quando ero un bambino convivo con la mia passione per la musica. Mi sono diplomato in organo e composizione organistica presso il conservatorio di Novara e poi mi sono specializzato in musica antica a Milano. Da circa 10 anni sono l’organista titolare della collegiata di Santa Maria di Arona, dove è ospitato un bellissimo strumento costruito sui modelli degli organi barocchi tedeschi e dalla sua fondazione avvenuta nel 2005 sono presidente e direttore artistico dell’associazione culturale senza scopo di lucro Sonata Organi. Come musicista ho tenuto concerti in molti festival e rassegne in Italia e all’estero e molte volte ho collaborato con orchestre e cori sia come accompagnatore che come solista.

Christian Tarabbia

Vuoi parlarci di questa associazione?    La nostra associazione è nata grazie alla volontà di un gruppo di giovani appassionati di provare a riprendere l’organizzazione dopo qualche anno di interruzione del festival organistico internazionale di Arona. Quest’anno saremo già alla settima edizione, ma se mi guardo indietro sembra ieri quando ci ritrovavamo le prime volte completamente inesperti e a digiuno di ogni nozione su come ci si deve muovere per organizzare un evento internazionale. Il nostro entusiasmo e la nostra voglia di fare ci hanno permesso però grazie anche a un po’ di fortuna di riuscire nel nostro intento e anzi ci auguriamo di averlo migliorato e ingrandito sempre più nel corso degli anni. La nostra associazione pian piano è stata sempre conosciuta anche fuori dai confini aronesi e proprio grazie a questo da qualche anno abbiamo creato un altro festival con molti appuntamenti che si sposta su gran parte della provincia di Novara con l’intento di far conoscere e valorizzare gli organi storici che sono ospitati nelle nostre chiese. La nostra area è davvero molto ricca di strumenti belli e preziosi, tra i quali sicuramente un posto particolare è occupato dall’organo della parrocchiale di Sillavengo, che risale alla metà del ‘600 e che è l’organo completamente originale più antico di tutto il Piemonte. Anche dal punto di vista dei collaboratori stretti la nostra associazione si è allargata e questo è una fortuna considerando i sempre maggiori impegni e sforzi che organizzare la nostra proposta annuale richiede: mi fa piacere che comunque alla base di tutto proprio come ai tempi in cui muovevamo i primi passi sia rimasta l’amicizia che ci lega e la voglia di fare del nostro meglio per il bene della musica e della cultura.

Il festival “Sonata organi” è arrivato alla settima edizione. Noi ci conosciamo dalla prima,
da quando tu ed altri appassionati avete raccolto l’eredità della manifestazione “In tempore
organi”. Quante soddisfazioni e quanti sforzi sono tra i più vivi in te?    Le varie edizioni del festival di Arona che finora abbiamo presentato racchiudono ognuna in sé particolari che le rendono uniche: dall’emozione e incertezza su come il pubblico ci avrebbe accolto della prima edizione ai primi concertisti internazionali che abbiamo ospitato, alle varie collaborazioni che ci hanno permesso di ospitare non solo organisti ma anche gruppi orchestrali e corali dall’Italia e dall’estero, al progetto in quattro anni di eseguire l’integrale dei concerti per organo e orchestra di Haendel. Forse però la soddisfazione più grande finora almeno per me è quella di essere riuscito ad allestire il Magnifficat di Bach nell’edizione del 2010. Questo brano, già di per sé bellissimo e monumentale, per me costituiva un sogno ed essere riuscito a presentarlo ad Arona mi ha riempito di gioia e anche un po’di orgoglio, mi ricordo che quella sera piangevo talmente ero felice.. Di sforzi anche questi l’elenco sarebbe molto lungo. Forse una persona che assiste ai nostri concerti non immagina quanto lavoro ci sia dietro per allestirli. Ormai diciamo che lavoriamo quasi con un anno di anticipo per trovare gli artisti, i finanziamenti e per cercare di offrire un festival sempre più curato e che gratifichi il nostro pubblico. Nel corso di questi anni ho incontrato molte persone e in alcuni casi ho ricevuto parole molto belle di elogio per quello che stiamo facendo. Non vorrei sembrare immodesto ma forse è proprio in questo la differenza tra noi e altre realtà. Noi vogliamo non solo presentare un concerto, ma vogliamo creare un dialogo con il nostro pubblico e farlo sentire “a casa” quando assiste ai nostri appuntamenti, cercando anche di guidarlo con la massima cura ad ascoltare i nostri programmi e puntando non solo sugli appassionati che già si recherebbero a un concerto, ma cercando di coinvolgere la gente comune che magari per la prima volta scopre che l’organo ha una bellissima letteratura concertistica e non è solo uno strumento liturgico.

foto di Emanuele Sandon

Vuoi parlarci della “location” e dell’organo della collegiata?    Quale sarà il programma di questa settima edizione e cosa ci consigli vivamente di seguire? Il settimo festival di Arona come nelle ultime edizioni sarà composto di quattro appuntamenti: venerdì 22 giugno il concerto di apertura sarà nella chiesa di San Graziano e come spesso è successo negli ultimi anni sarà un concerto speciale, che quest’anno vedrà coinvolti un gruppo di strumentisti barocchi e due cantanti già molto affermati sulla scena internazionale, il soprano Gemma Bertagnoli e il basso Federico Sacchi. Proporremo un viaggio nei capolavori vocali e strumentali nella Germania del Nord di fine ‘600 con autori quali Buxtehude, Bruhns e Tunder e poi ci sarà l’esecuzione di un Gloria di Haendel che è stato scoperto solo pochi anni fa e che quindi costituisce un ulteriore fiore all’occhiello per questa prima serata.
Il programma del festival proseguirà poi il 30 giugno con un concerto di Matteo Imbruno, organista titolare della Oude Kerk di Amsterdam. Questo concerto sarà particolare in quanto nel 2012 ricorre il 450° anniversario dalla nascita di Jan Pieterszoon Sweelinck, un autore importantissimo che ha dato il via a una vera e propria scuola organistica del nord: Sweelinck fu organista proprio nella Oude Kerk ad Amsterdam e avere l’attuale titolare dello stesso organo che fu di Sweelinck mi sembra un bel modo per festeggiare questo anniversario. Il festival proseguirà sabato 7 luglio con un concerto dell’organista olandese Peter Westerbrinck e si chiuderà il 14 luglio con l’organista Manuel Tomadin, un giovane italiano che lo scorso anno ha vinto un concorso internazionale che lo ha insignito di “Giovane organista europeo dell’anno”. Manuel oltre che essere un musicista eccezionale è un amico e sono veramente felice di essere riuscito ad invitarlo.
La vera novità per questa edizione del festival di Arona è che per la prima volta organizzeremo un corso di alta formazione dal 28 al 30 giugno rivolto ad organisti professionisti, amatoriali o semplici appassionati. Avremo ospiti numerosi studenti che per tre giorni suoneranno e studieranno ad Arona sull’organo della collegiata. L’organizzazione di questo corso rappresenta per noi un notevole sforzo in termini economici e di tempo, però siamo veramente felici di poter allargare la nostra attività non solo in senso concertistico ma anche didattico e speriamo che la nostra proposta venga accolta e di avere un buon numero di iscritti.

Accanto al festival di Arona la vostra associazione è coinvolta anche nella rassegna sulla provincia di Novara. Quale sarà il programma di quest’anno?    Ormai le due rassegne, quella itinerante sul territorio della Provincia di Novara e il festival internazionale di Arona, pur restando indipendenti tra loro sono divenute complementari e dal punto di vista del calendario si incastrano e vanno a formare un unico percorso da maggio a ottobre. Quest’anno i concerti hanno preso il via sabato 12 maggio con un concerto che ho tenuto personalmente per l’inaugurazione di un organo ottocentesco dopo gli interventi di restauro che lo hanno riportato nelle sue condizioni originali al santuario della madonna di Loreto (frazione di Oleggio). Ci sono stati poi appuntamenti il 19 maggio a Montrigiasco (concerto con organo e flauto di Pan) , il 1 giugno a Sillavengo e il 10 giugno a Invorio Superiore. La rassegna sul territorio comprenderà poi numerosi altri appuntamenti: il calendario completo così come tutte le informazioni sull’attività da noi promossa è visibile sul nostro sito www.sonataorgani.it

Non mi resta che ringraziare il Maestro Tarabbia, e porgere l’invito a visitare Arona e assaporare questa bellissima musica.

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Economia: la scienza intoccabile.

“L’inflazione che caccia nelle mani dell’individuo in un gesto solo miliardi di marchi lasciandolo più miserabile di prima dimostra punto per punto che il denaro è un’allucinazione collettiva”.

M. Sgalambro, dal brano “23 coppie di cromosomi” di F. Battiato.

 

Anche chi non si è mai occupato di economia si trova costretto, di questi tempi, a ragionare su questa scienza che, nonostante le apparenze, della scienza ormai sembra avere poco. L’economia – da “oikos”, casa e “nomos”, legge, ovvero “le regole della gestione dei beni di casa” – con il tempo sembra aver perso gradualmente il suo carattere pragmatico per assumere sempre maggiori qualità astratte. Nell’ancor più misterioso mondo della finanza, sua propaggine,  il denaro si assottiglia, diventa invisibile, si trasferisce in tempo reale, cambia il proprio valore di giorno in giorno seguendo logiche arcane e mappe illeggibili fatte di grafici e sinusoidi. I sensibili mercati tremano a ogni brezza esprimendosi in una lingua fatta di acronimi. Leggere i dati è complicato come interpretare  gli intricati schemi astrologici atti a determinare il fato di un individuo. L’analisi si assimila alla profezia.

Noi che non siamo economisti non possiamo comprenderne le dinamiche. Servono degli intermediari che ci spieghino come stanno le cose. Che ci dicano cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Che ribadiscano come, in un mondo globalizzato, la strada intrapresa sia l’unica possibile.

Il fatto è che, a quanto pare, esistono diverse teorie e sistemi economici. Non vi è un solo modo di amministrare i beni di un paese. Ma oramai viviamo in un’Europa dove l’unica voce ammessa è quella della UE. Scritti che dicono altro divengono apocrifi, chi produce un pensiero diverso è un eretico. Nei talk show le teorie avverse vengono descritte come rischiose, se non pericolose o utopiche. Dal punto di vista di chi crede nell’attuale modus operandi, si tratta di  teorie che hanno perso la loro battaglia per concorrere alla guida dei mercati e sono ormai relegate nell’ambito dei saperi strampalati, come tante cose a questo mondo. Da tempo la palma della vittoria è in mano al “neoliberismo”, un sistema che è alla base del nostro attuale assetto economico e che non ammette, a quanto pare, concorrenti.

Nessun riscontro reale sembra chiamare questi difensori del sogno europeo a considerare un aggiustamento di rotta, un adattamento o qualcosa che esca dai binari di ciò che loro credono, con o senza malizia, essere la via.

È come se ormai la pratica non sia più la base per stabilire la bontà di una teoria, bensì l’inverso: la teoria viene per prima e la sua applicazione serve per confermarla. E se ciò produce contraddizioni e problemi, pazienza. Impossibile tornare indietro. Non si può gettare al vento ciò per cui si è tanto lavorato e studiato. E non vogliamo essere screditati né messi da parte. Dopotutto è divertente non essere l’oggetto delle reali conseguenze di scelte astratte.

A mio parere noi, comuni cittadini, stiamo tentando di spiegarci attraverso calcoli qualcosa che non ricade del tutto nella matematica. Trattare la questione attraverso la scienza dei numeri non è sufficiente. Forse sarebbe più soddisfacente guardare al tutto come a qualsiasi opera umana, prendendo in considerazione elementi meno “aritmetici” come l’avidità, il tornaconto personale, il cinismo, il bigottismo e secoli di storia.

Basti pensare che questi intermediari europei vengono chiamati a sedare una creatura di cui loro stessi, o i loro mentori, sono stati creatori. Sempre che sia loro interesse porre rimedio.  Mi chiedo se questa per cui stanno combattendo sia anche la mia visione del futuro. O la tua, la nostra. Beh, comunque sia non ha importanza, poiché né tu né io abbiamo voce in capitolo.

È sotto gli occhi di tutti infatti che se non siamo ricchi, laureati in una qualche prestigiosa università, magari statunitense, e non abbiamo le conoscenze giuste, non decidiamo nulla per quanto riguarda le politiche europee. Nessuno ci ha chiesto un parere sulla firma dei trattati. E se abbiamo risposto di no ci hanno posto la domanda una seconda volta, perché probabilmente eravamo distratti. In generale, comunque, non sono cose che ci riguardano. Che scocciatura, il popolo!

Chi non accetta questa situazione (perché c’è anche chi la accetta, bontà sua), non dovrebbe farsi prendere dallo scoramento. Servono idee, immaginazione e sistemi capaci di creare una maggiore equità e serenità. Come mille volte è stato detto, l’ideogramma cinese per “crisi” nasconde la parola “punto cruciale” (più che “opportunità”, come spesso viene detto). Significa che si aprono diverse strade. Può darsi che siano necessari grandi sforzi. Può darsi che il castello diventi pericolante e basti un nostro soffio. Il futuro ci darà il suo responso (credo molto presto, visto il ritmo precipitoso a cui cambiano oggi le cose). E chissà che questo nostro affanno non serva a produrre un domani migliore.

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"Non siamo il vostro genere di persone" – il nuovo dei Garbage

GarbageLa consapevolezza della vecchiaia comincia a farsi sentire se per parlare dei Garbage mi tocca usare il passato remoto e delle formule come “vi ricordate di quel gruppo rock/pop elettronico a metà degli anni ’90?”
Saltiamo quindi i convenevoli: ve lo ricordate? Ma sì, il gruppo messo insieme da Butch Vig, famosissimo produttore di “Nevermind” dei Nirvana (e di “qualche altro” disco di successo). Ma sì, il gruppo di “Vow”, “Only happy when it rains”, “Stupid Girl”, “Push it”, “I think I’m paranoid” e la colonna sonora di uno dei James Bond, “The world is not enough”… Ancora niente? Ok… Il gruppo di Shirley Manson, quella sensualissima gnocca dai capelli baciati dal fuoco. Ah, ecco, improvvisamente ricordate, eh?

Che fine avevano fatto i Garbage? Dopo quattro album e un best of, uscito nel 2007, sono spariti nel nulla. Gruppo sempre umile e ben conscio dello star system, i Garbage non hanno mai fatto grandi dichiarazioni megalomani anzi, sono sempre rimasti con i piedi per terra, concentrati sul loro lavoro. Non si sa bene cosa arrestò la carriera di Vig, Manson, Steve Marker e Duke Erikson… Oggi, alla vigilia del loro nuovo disco, parlano di un malcontento e un’intolleranza verso le case discografiche, che raramente sono interessate a supportare i propri artisti se non arrivano al numero uno della classifica vendite. Fu quindi forse la frustrazione e il calo creativo che solitamente si porta dietro a far chiudere i battenti a uno dei più innovativi gruppi alternative dell’epoca moderna.

In questi cinque anni Butch Vig ha continuato il suo lavoro di produttore (sfornando tra gli altri il bellissimo ultimo disco dei Foo Fighters, “Wasting Light”, che abbiamo recensito). Shirley Manson ha invece provato la carriera di attrice facendo la terminator in Sarah Connor’s Chronicle, ha mantenuto il rapporto con i fan attraverso il suo account twitter e la sua pagina facebook e ha sbattuto invano la testa sul suo album solista, che è definitivamente naufragato quando, a febbraio di due anni fa, ha annunciato di essere tornata in studio con il resto dei Garbage.

“Not your kind of people” è uscito il 14 maggio confermando la stroncatura con le major, dato che è autoprodotto dai Garbage con la loro nuova etichetta, “Stunvolume”.
Il primo ascolto probabilmente non convincerà molto i fan dei vecchi successi dei Garbage, così come il primo singolo, “Blood for poppies”, un po’ anonimo; tuttavia è il classico disco che “cresce dentro” per poi tiranneggiare sugli ascolti della giornata. Vediamo insieme tutte le tracce.

Automatic Systematic Habit apre il disco con un’orgia di elettroniche e ritmiche dance che fanno letteralmente impallidire l’ascoltatore rock e forse incuriosire quello pop. Personalmente, appena fatta partire la traccia, mi son detto “peccato. Un disco da buttare.” Per fortuna prima di strapparmi le vesti ho proseguito con l’ascolto. A parte queste sonorità particolari, la canzone ha un ritornello accattivante e alla fin fine non risulterà così fastidiosa. Parla della meccanicità con cui la gente fa e promette le cose senza pensare e senza ovviamente mantenere la parola data.

Big Bright World rinfresca la memoria sulle classiche sonorità Garbage, ma non è ancora la canzone di volta. Il testo contiene alcuni versi di una poesia di Dylan Thomas.

È poi la volta di Blood for poppies, primo singolo del disco. Troppo allegro e nonsense per dare il giusto omaggio a ciò che i Garbage sono stati.

Ma finalmente arriva Control, la prima vera bella canzone del disco. Armonie melanconiche e la sensuale voce di Shirley lasciano subito spazio a chitarre pompate e a un assolo di armonica semplice ma imponente. Finalmente si capisce che i Garbage sono tornati. Davvero.

Not your kind of people, title track, si sollazza un po’ con un arpeggio effettato identico alla hit “The world is not enough”, ma fa presto capire che è ben più di una smanceria. Questa canzone è un inno: l’inno per i disadattati di tutto il mondo. La calda voce suadente di Shirley ondeggia su questa bellissima ballata. “Noi non siamo il vostro genere di persone, tutto è una bugia”, “Correre in giro cercando di adattarsi, voler essere amati… Non serve molto alla gente per buttarti giù”. E il disco decolla.

Infatti Felt propone un ritmo incalzante semplicemente irresistibile, con un testo che gioca molto sull’assonanza sfruttando la costruzione sintattica dei versi.

Shirley ha voluto far passare I hate love un po’ come la canzone simbolo del disco, con frase stampata su magliette eccetera. Dice di esserci molto affezionata per via del suo sarcasmo, ma personalmente la ritengo forse la più mediocre dell’album. Sarà per l’innesto di elettroniche che trovo rovini gli arpeggi di chitarra, che invece erano molto garbage. Sarà per il testo, sinceramente un po’ banalotto e adolescenziale. Non so, non mi ha convinto.

Con Sugar possiamo finalmente dolcificare il “Milk” del primo album. Queste due ballate sono infatti molto simili, con arpeggi dolci e riverberati, un giro di basso avvolgente e la voce bassa di Shirley ad ammantare il tutto. Ipnotizzante.

Battle in me è probabilmente il pezzo migliore del disco (e sarà il secondo singolo). Un giro di basso esaltante che pompa energia nelle vene, una batteria incalzante, Shirley incazzata e un riff semplice di chitarra che tiene insieme il tutto. La variazione di ritmo nel ritornello e l’uso di tacet rendono la canzone ascoltabile all’infinito.

Man on a wire non lascia evaporare l’adrenalina fatta secernere da Battle in me, anzi aumenta ancora di più il ritmo con un riff aggressivissimo e Butch Vig dietro la batteria che ha l’unica intenzione di spaccare tutto. Parla con vigore delle proprie debolezze e paure e della volontà necessaria per affrontarle.

Beloved freak è una ballatona dolcissima (che Shirley ha eletto come sua preferita dell’album) che serve da chillout per le due tracce precedenti. Come “Not your kind of people” si torna al tema del disadattamento di nerd e geek. “Niente che sia buono è mai stato gratis. A volte ci sentiamo così stanchi e deboli che perdiamo il cielo da sotto i nostri piedi. Le persone mentono e rubano, male interpretano come ti senti. Così dubitiamo e ci nascondiamo. Non sei da solo.”

The one è la prima delle quattro tracce bonus dell’edizione deluxe, che costa qualche euro in più. Torniamo ai ritmi aggressivi di “Battle in me” e “Man on a wire” per smaltire un po’ dello zucchero accumulato con “Beloved freak”.

What girls are made of è un pezzo un po’ deboluccio, in cui l’unica cosa che lo rende memorabile è la dissonanza testo/musica. Sembra quasi che le parole vadano per fatti loro, creando una vaga sensazione di disagio, che scompare con l’apertura ritmica del ritornello.

Bright tonight, perfetta canzone di “chiusura”, in senso lato, nonostante non sia l’ultima traccia dell’edizione deluxe. La chitarrina acustica cosparge un velo di stelle su cui poi la chitarra solista effettata e la voce bassa di Shirley compongono quella che sembra quasi una delicata ninna nanna.

È invece Show me a chiudere il disco, un pezzo davvero molto interessante. Il vibrato allungato della chitarra e la batteria bassa che sembra quasi un tamburo danno una sensazione come di vecchio west. Sembra quasi di vedere Shirley cantare in una vecchia locanda dalle porte di legno cigolanti. Sensazione che dura il tempo dell’intro, perché poi entra la chitarra elettrica e la batteria torna a battere i buoni vecchi 4/4. “Non è facile come sembra. Il mondo è grande, il mare è profondo. Non c’è spazio, non c’è tempo, ci siamo solo noi e ciò che ci lasciamo dietro. Mostrami chi sei, mostramelo adesso”.

GarbageI Garbage ci mostrano chi sono: una gran bella band. Intelligente, professionale, piena di curiosità e voglia di innovarsi. Tutte cose che mal si sposano con la moderna ottica delle major di fare più soldi possibile nel minor tempo possibile a scapito di tutto il resto.
“Not your kind of people” è un classico disco Garbage. Non un capolavoro che fa urlare di esaltazione, ma un bel disco solido, piacevole e riascoltabile, con delle ottime sonorità e delle buone idee, a metà strada tra “Version 2.0” e “Bleed like me”. Farà contenti i vecchi fan dei Garbage e sono sicuro che attirerà anche i giovani che non si fermano alla superficialità della musica che viene loro scodellata quotidianamente da case discografiche corrotte e impomatati marketing manager sorridenti.
Consiglio assolutamente l’acquisto della versione deluxe, che ha la copertina rossa.

I Garbage saranno i Italia l’11 luglio a Vigevano per il “10 giorni suonati Festival” e il 12 luglio a Roma per il “Fiesta Capannelle Roma Rock”.
Vi rimando al loro sito ufficiale e alla pagina facebook. Inoltre sul loro canale Youtube è possibile ascoltare alcuni brani di “Not your kind of people” e vedere i “mini-film” cioè brevi documentari con interviste e commenti sui pezzi del nuovo disco.

Italia: amarla o lasciarla?

“Italy: love it or leave it”. Un dilemma frequente. Un dubbio che tanti italiani hanno cercato risolvere e su cui Gustav Hofer e Luca Ragazzi hanno realizzato un documentario che oggi sta facendo il giro del mondo.

Una storia che comincia con una lettera di sfratto dall’appartamento romano in cui Luca e Gustav convivono da sei anni. Un trasloco che apre un conflitto nella coppia, combattuta fra radicamenti inconsci e possibilità alternative. Da una parte Luca e il suo desiderio di continuare ad abitare nella città in cui è nato e cresciuto; dall’altra Gustav e il suo progetto di emigrare a Berlino, “dove gli affitti costano un terzo che a Roma”, eguagliando la scelta dei tanti amici che già hanno lasciato quel Paese in cui non riuscivano più a riconoscersi.

Un bivio che decidono di superare a bordo di una 500 che cambia colore, percorrendo la penisola da nord a sud, fra oscenità e luoghi comuni, fra cliché e paesaggi da cartolina, alla ricerca dell’agognata risposta richiamata dal titolo del film. Sei mesi di viaggio in 75 minuti, peregrinando fra le meraviglie e le vergogne del nostro Bel Paese, per mettere in luce le sue eterne contraddizioni e quell’infinità di motivi per cui vale la pena di andare o restare.

Partendo dai grandi marchi, Gustav e Luca cominciano con l’intervista a un’operaia della Fiat di Torino e proseguono con una visita all’ultima fabbrica italiana della moka Bialetti, che nell’aprile 2010 ha messo in mobilità i centoventi dipendenti dello stabilimento di Omegna (Piemonte) per chiudere e spostare l’intera produzione in un Paese dell’est europeo.

Parlando della rinomata cucina italiana l’inquadratura si sposta verso il fondatore di “Slow Food” Carlo Petrini e prosegue il cammino verso la Calabria di Rosarno, per registrare le drammatiche condizioni dei braccianti agricoli che per venticinque euro al giorno lavorano fino a dodici ore, raccogliendo le arance e i pomodori che poi finiscono sulle nostre tavole…

Fra scandali e “Ruby-gate” Luca e Gustav si ritrovano alla manifestazione “In mutande ma vivi”, tenutasi il 12 febbraio 2011 al Teatro Dal Verme di Milano e organizzata dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara per ribattere agli attacchi contro l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Poi l’intervista a Lorella Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne”, e una piccola visita a Predappio, cittadina emiliana che ha dato ai natali Benito Mussolini e che oggi rappresenta la meta preferita dai vacanzieri fascisti.

La spedizione continua a Napoli, fra spazzatura e panorami da sogno, e poco dopo in Sicilia, tra la mafia descritta dalle commoventi parole di Ignazio Cutrò (imprenditore sotto protezione) e la cultura argomentata dalle forti sentenze di Andrea Camilleri, secondo cui “lasciare il proprio Paese per scelta equivale a disertare”.

Si procede con i dodici ecomostri di Giarre e l’ingegnoso progetto dell’Incompiuto Siciliano, per poi riattraversare il mare verso la Puglia di Vendola e di Padre Fedele, che delinea i pregi e i difetti dell’Italia attraverso la metafora: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”…

Una traversata attraverso i vizi e le virtù degli Italiani, con statistiche e immagini da sconforto, ma sempre accompagnate da straordinarie parole ed esperienze in grado di far tornare il sorriso anche sulla bocca dei più scettici pessimisti.

Si può guardare il documentario cliccando qui: http://tv.wired.it/entertainment/2012/05/09/emigrare-o-resistere-scoprilo-nel-documentario-italy-love-it-or-leave-it.html

 

Musica Concentrazionaria

Da anni il Maestro Lotoro impiega tempo, lavoro, dedizione e denaro per una causa nobile e ambiziosa: dare vita a tutta quella musica che è stata scritta, cantata, suonata e persa durante i cruenti e importanti anni della seconda guerra mondiale. Finalmente si vede un primo e importante traguardo, ovvero la pubblicazione dell’Enciclopedia concentrazionaria.
Abbiamo fatto qualche domanda al Maestro e vi voglio proporre le sue interessanti risposte.

Siamo in compagnia del Maestro Lotoro. Vuole farci una sua breve biografia artistica?
Pianista, sono nato a Barletta nel 1964 e ho studiato a Budapest con Kornel Zempleni, Viktor Merzhanov, Tamas Vasary e a Parigi con Aldo Ciccolini. Ho ricostruito e registrato ben 2 volte il Weihnachtsoratorium di Friedrich Nietzsche mentre, a 30 anni dall’occupazione della Cecoslovacchia (1968–1998) ho eseguito e registrato tutte le opere pianistiche scritte da Alois Pinos, Petr Pokorny, Petr Eben e altri a seguito dei fatti che posero fine alla Primavera di Praga. Nel 1998 ho intrapreso le ricerche sulla musica scritta nei Lager (o musica concentrazionaria). Ho scritto l’opera in 2 atti Misha e i Lupi, la Suite ebraica Golà per cantore e orchestra e ho trascritto per 2 pianoforti la Musikalisches Opfer, la Deutsche Messe e i 14 Canoni BWV1087 di J.S. Bach. Insegno pianoforte presso il Conservatorio Umberto Giordano di Foggia.

È stata completata e pubblicata l’Enciclopedia concentrazionaria dopo ventidue anni di fatica e ricerca. Vuole parlarci del progetto?
Per musica concentrazionaria si intende l’intera produzione musicale creata dal 1933 al 1945 da ebrei, cristiani, Roma, Euskaldunak, sufi, quaccheri, geovisti, comunisti, omosessuali, prigionieri militari nei Campi civili o militari di prigionia, transito, lavori forzati, concentramento e sterminio aperti in Europa, Africa settentrionale e coloniale, Asia e Oceania da Terzo Reich, Italia, Giappone, Vichy e da Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica. L’Enciclopedia discografica della musica concentrazionaria KZ MUSIK in 24 CD–volumi e 1 libro è stata pubblicata lo scorso gennaio 2012 dalla Musikstrasse Roma e rappresenta un primo importante risultato di queste ricerche che hanno tenuto conto del lavoro musicologico compiuto sulla materia da Schmerke Kaczerginski, Joža Karas, Bret Werb, Guido Fackler, Elena Makarova, Aleksander Kulisiewicz (per citare i più importanti). Iniziai le registrazioni dell’Enciclopedia nel 2001 e le ho concluse nel 2011. Personalmente mi sono sobbarcato il compito di registrare la produzione pianistica e dirigere la mia Orchestra Musica Concentrazionaria nella produzione per medi organici orchestrali; la restante produzione è stata affidata a numerosi solisti, cantanti, al direttore d’orchestra Paolo Candido e al Consort Vocale Diapente di Roma.

Seguo da anni le sue “ricerche” e sono rimasto impressionato dalla quantità di materiale ritrovato e interpretato, vuole darci qualche numero?
Gli ultimi ventidue anni della mia vita li ho spesi tra memoriali, musei, archivi, biblioteche, antiquariati librari, fondi musicali, collezioni private, depositi di microfilms e audiotapes in Austria, Belgio, Croazia, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Francia, Italia, Israele, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Russia, Svizzera e Ungheria per un totale (parlo di dati aggiornati al 2010) di 3945 spartiti, partiture e parti staccate pubblicate o inedite (inclusi frammenti musicali) e circa 13.000 documenti in lingua originale concernenti la produzione musicale nei Campi contenenti microfilms, diari di prigionia e quaderni musicali, testi letterari privi di musica o basati su accompagnamento chitarristico, testi musicali dei Ghetti di Polonia, Lituania, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Bielorussia, materiale musicale della Resistenza partigiana in Europa, spartiti della produzione musicale post–concentrazionaria, Letteratura poetica (lirica e prosa scritta da scrittori, ragazzi, civili e militari nei Campi), visiva (disegni, acquarelli, carboncini, vignettistica), pubblicazioni universitarie e saggistica sulla musica concentrazionaria, registrazioni su audiocassetta e videocassette, venti DVD di interviste inedite a strumentisti e musicisti sopravvissuti.

Durante una nostra “chiacchierata” telefonica mi spiegò che musica concentrazionaria non è soltanto la musica dei deportati, ma anche dei militari e di chi ha vinto e di chi ha perso la seconda guerra mondiale. Mi parlava ad esempio di inni e canti di musicisti tedeschi, ecc… vuole ribadire il concetto?
Ritengo che debba chiamarsi musica concentrazionaria la produzione musicale creata in qualsiasi condizione di cattività o in condizioni estreme di privazione dei diritti fondamentali dell’essere umano; la produzione musicale di ogni Campo è spia della provenienza sociale dei deportati, delle loro capacità creative nonché della possibilità di utilizzare o meno gli strumenti musicali, eseguire le proprie opere. Concentrazionaria è la musica degli afroamericani durante il periodo storico del lavoro coatto nelle piantagioni (il blues, dal quale discendono filoni musicali come il jazz e il gospel dei “bianchi” d’America è a tutti gli effetti musica concentrazionaria) come pure rientrano in tale letteratura le canzoni napoletane dei soldati italiani prigionieri in Austria durante la Prima Guerra Mondiale fino ai Canti dei Gulag sovietici e al canto di Victor Jara scritto nello stadio di Santiago del Cile prima delle fucilazioni nei giorni del golpe di Pinochet. Alcuni anni fa, figli di ufficiali tedeschi della Wermacht che scrissero opere musicali in Campi militari degli Alleati mi contattarono per chiedermi se fosse stato possibile inserire nelle mie ricerche i lavori dei loro genitori. Ho riflettuto qualche attimo e ho deciso che avrei esteso le mie ricerche alla musica scritta sia dai militari tedeschi che da quelli italiani deportati nei Campi degli Alleati (avevo già inserito quella dei militari italiani nei Campi del Reich dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943). La loro musica ha grande valore artistico ed esige altrettanto rispetto intellettuale quanto la musica dei deportati nei Campi del Reich. Anche dinanzi a musica scritta da musicisti di altre culture e credo religiosi o persino dinanzi a musiche scritte da ufficiali tedeschi ritengo che questa musica debba essere recuperata, archiviata, suonata perché la musica è universale (probabilmente l’ultimo linguaggio universale che ci resta) e va eseguita a prescindere da biografia, pensiero e altri elementi correlati all’autore.

William Hilsley, Fantasia on a provencal Christmas carol (archive Renald Ruiter)

Passi importanti. Uno è stato sicuramente la presentazione alla Camera dei Deputati lo scorso 6 febbraio, poi è stata la volta di poi Phoenix e successivamente il primo master in letteratura concentrazionaria. Vuole approfondire?
Per quanto concerne Phoenix, è successo un fatto importante e insperato; a causa di seri problemi familiari, poche settimane fa ho dovuto mio malgrado rinunciare a recarmi a questa conferenza internazionale su Viktor Ullmann e Ervin Schulhoff (2 dei più grandi musicisti deceduti l’uno per gasazione ad Auschwitz e l’altro per tubercolosi a Wuelzburg) che si è tenuta il 4 e 5 marzo in Arizona. In tale occasione è stata non soltanto presentata l’Enciclopedia KZ MUSIK ma avrei tenuto una dissertazione sull’intera produzione musicale concentrazionaria. Ebbene, appreso del mio forfait, il carissimo amico Bret Werb dell’Holocaust Memorial Museum di Washington D.C. (nonché tra i pionieri della ricerca musicale nei Lager) mi ha in pochi giorni contattato e chiesto se avesse potuto leggere lui stesso la mia dissertazione e parlare delle mie ricerche in Arizona. È questo un gesto di stima e solidarietà alquanto raro tra colleghi e che allo stesso tempo mi ha fornito la cifra della forte considerazione che negli USA e altrove gode questa mia ricerca; dubito che ciò sarebbe successo in Italia. Confermo che a breve partirà il primo Master di musica concentrazionaria presso il Conservatorio Umberto Giordano di Foggia. L’anno scorso ho tenuto presso il medesimo Conservatorio un Seminario sulla materia e il successo ottenuto mi ha convinto che sia arrivato il momento di alzare il livello didattico della materia estendendolo a un intero Master di 24 ore (spalmate in lezioni di 2 – 3 ore cadauna). È un importante punto di arrivo perché raggiunge lo scopo di portare questa musica nei luoghi a essa deputati; i Conservatorii di musica. Questo è, deve essere il futuro di questa musica; essere insegnata, illustrata, suonata dalle giovani generazioni di musicisti.

Rudolf Karel nell'infermeria della Kleine Festung di Theresienstadt, disegno di Antonin Bares

Le sue ricerche ed i suoi studi continuano. Cosa vede nel suo futuro e come tutti possiamo dare una mano al suo ambizioso progetto?    I ventiquattro CD–volumi dell’Enciclopedia KZ MUSIK sono un grande passo in avanti verso la pubblicazione integrale della produzione musicale dei Lager; spero che essi siano i primi di un lungo processo di registrazione dell’intera produzione musicale concentrazionaria.
Va da sé che ciò non è realizzabile con le sole risorse del sottoscritto; acquistare o fotografare partiture, manoscritti, quaderni musicali e materiale fonografico, affrontare numerosi viaggi, recuperare migliaia di opere e produrre un’Enciclopedia ha creato gravi indebitamenti economici personali. Ad eccezione della Regione Puglia, del rabbino Shalom Bahbout, di mia moglie Grazia Tiritiello e del Dr. Franco Bixio (l’editore della Musikstrasse) e di pochissimi benefattori nessuno ha mai aiutato e sostenuto queste ricerche; confesso di non aver mai lavorato negli ultimi venti anni con serenità su quello che ritengo uno dei più grandi e improrogabili sforzi storiografici, editoriali, artistici e musicali. Il lavoro mio e dei musicisti che hanno collaborato è ben lungi dall’essere esaurito; penso che spetti a questa generazione il compito di completare queste ricerche. Spero di dare corpo nei prossimi anni al progetto più ambizioso ossia la pubblicazione del Thesaurus Musicae Concentrationariae (Enciclopedia cartacea contenente partitura e analisi critica di opere musicali delle quali ho ottenuta licenza di pubblicazione; quest’anno sarà pubblicato il primo volume) e il trasferimento presso una sede idonea dell’Istituto di Letteratura musicale concentrazionaria (attualmente ubicato a Barletta).

Lei ha dato un grosso contributo a scoprire musiche che sarebbero sparite nel nulla. Ha voluto dare luce a un periodo tra i più neri che la storia ricordi. Qual è il messaggio “umano” che vuole dare attraverso questa enciclopedia?
La musica concentrazionaria è una delle più importanti eredità della Storia, un immane testamento del cuore che segna uno dei vertici del pensiero umano; la storiografia musicale del Novecento dovrà necessariamente essere riscritta e riconsiderata alla luce di questa voragine aperta dal recupero della musica dei Lager. Mi auguro che un giorno non si debba più parlare di musica concentrazionaria o scritta nei Lager bensì musica e basta; mediocre, buona, eccezionale come la musica che si scrive da sempre, essa non dovrà abbisognare di ulteriori elementi storici o dell’enorme veicolo storico della Seconda Guerra Mondiale o delle deportazioni civili e militari o della Shoah. Questa non è musica diversa, il fatto che essa venga definita concentrazionaria è utile unicamente a fini di ricerca, allo scopo di significarne l’origine intellettuale e geografica; il compositore crea a prescindere dal contesto umano e logistico dove si trova. Al di là della catastrofe umanitaria di giovani generazioni distrutte nei Lager, la Guerra ha strappato al genere umano una intelligentia musicale che oggi è difficile specificare e quantificare. Si pensi ai musicisti dello Studio für Neue Musik di Theresienstadt, vera e propria Darmstadt ante litteram dove si sperimentavano i più avanzati linguaggi musicali. Ecco, il linguaggio musicale sarebbe stato profondamente diverso o avrebbe percorso inedite strade se musicisti del calibro di Viktor Ullmann, Gideon Klein, Pavel Haas, Leo Smit, Nico Richter e centinaia di compositori, direttori d’orchestra, pianisti, violinisti fossero sopravvissuti. Archiviare, registrare, eseguire, promuovere la musica scritta nei Lager è uno dei più importanti traguardi della civiltà ma esso costituisce soltanto il primo traguardo; occorre che questa musica entri nei cartelloni concertistici e teatrali, adoperarsi affinché la musica concentrazionaria passi dalla eccezionalità della produzione musicale scritta in cattività alla normalità dell’esecuzione concertistica delle loro opere. Perché è ciò che gli Autori di questa musica avrebbero voluto; chi ha scritto queste opere non avrebbe desiderato altro che un giorno venissero eseguite accanto a quelle di Mozart, Beethoven, Mahler o in normali sessioni jazz o su un palcoscenico di varietà o in sinagoga o in chiesa. Per alcuni musicisti sopravvissuti come Marius Flothuis, Frantisek Domazlicki, Marcel Dautremer e altri, ciò è stato più agevole avendo essi ripreso brillantemente la propria carriera musicale. Per molti musicisti di Theresienstadt, è ormai una realtà la presenza di loro opere nei cartelloni concertistici e teatrali; per tanti altri Autori ciò resta un obiettivo lontano e dobbiamo fare tutto il possibile per colmare questo gap, agire senza indugio perché questa musica si riprenda decenni di vita interdetta; il resto verrà da sé.

Un ringraziamento e un grande plauso al Maestro Lotoro. La musica è un grande patrimonio, di qualsiasi genere sia; nelle parole del maestro troviamo questo senso, che a volte perdiamo tre le offerte commerciali della discografia moderna.

Marilyn – non solo biografia

Michelle MonroeIncuriosito più che altro dalla performance di Michelle Williams – la dolce Jen di Dawson’s Creek e vedova del compianto Heath Ledger – sono andato a vedere Marilyn senza troppe aspettative… Simon Curtis è regista e produttore televisivo al suo esordio al cinema, così come lo sceneggiatore Adrian Hodges. Per una volta ho lasciato perdere i dubbi e mi sono affidato alla Williams e a Kenneth Branagh, che solitamente non scelgono i copioni a caso. Ho fatto bene.

Marilyn è prima di tutto un bel film inglese, per cui se non amate particolarmente i tratti caratteristici del cinema oltre manica pensateci bene prima di comprare il biglietto… Ma chiunque abbia apprezzato film come “Il discorso del re” o “The Queen” può entrare in sala fiducioso.
Il principe e la ballerina Dico che è prima di tutto un film inglese perché non si tratta di un classico biopic di Marilyn Monroe: non si rimane su di lei tutto il tempo e non si racconta la storia della sua vita. Il film è basato sui diari di Colin Clark, un assistente alla regia de “Il principe e la ballerina” di e con Laurence Olivier (1957). Tale Clark ha frequentato in maniera piuttosto ravvicinata la donna che all’epoca rappresentava il concetto di bellezza e sensualità in tutto il mondo. Il film racconta proprio questa relazione, quindi si concentra su un periodo piuttosto breve della vita di Marilyn… E questa scelta si rivela vincente.

Kenneth Branagh a confronto col vero Laurence OlivierMarilyn dà per scontate un sacco di cose, pertanto chi voleva approfondire la sua conoscenza della famosa diva platinata dovrà ricorrere ad altri sistemi, ma la sceneggiatura ha un ottimo ritmo, buoni dialoghi, personaggi psicologicamente ben disegnati e quindi riesce a raccontare nel migliore dei modi una buona storia, in cui Marilyn Monroe è solamente uno dei personaggi. Pensate che nella prima metà del film la Williams compare solo in cinque o sei scene, privilegiando uno spaccato sulla produzione cinematografica che diverterà ed esalterà chi conosce questo mondo un po’ più da vicino.

Il regista Simon Curtis con la WilliamsLa regia è corretta e trasparente, ben cosciente che non è lei il piatto forte del film, bensì la recitazione. Infatti troviamo un Branagh al massimo della forma (come lo non vedevamo da un bel pezzo, sinceramente) e soprattutto lei, Michelle Williams, che è semplicemente incredibile. Sono sempre un po’ restìo quando leggo i commenti esaltati dei critici di professione (che spesso sono pagati per parlare bene e basta), ma stavolta è tutto corretto: la Williams non è solo credibile, ma assolutamente convincente.
Emma Watson e Eddie RedmayneÈ la classica parte che spinge la giuria degli Oscar a strapparsi vesti, mutande e capelli, quindi aspettiamoci pure l’agognata statuetta per la già due volte candidata (“I segreti di Brokeback mountain”, 2005 e “Blue Valentine”, 2010).

Attorno alle due colonne attoriali portanti girano Eddie Redmayne, che abbiamo visto nella mini serie de “I pilastri della terra”, Judi Dench, Toby Jones, Julia Ormund e una parte più modesta per la bella Emily “Hermione” Watson.

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Nel loro nome chiedo sia fatta giustizia

Non c’è cosa più spaventosa che percepire, sotto di sé, il pavimento oscillare e sentire le persone al proprio fianco che, con gli occhi inumiditi, implorano Dio che tutto finisca bene, cioè che le pareti smettano di muoversi da una parte all’altra. Da sempre ci hanno insegnato, in modo austero e freddo, che l’unica cosa che non dobbiamo fare – soprattutto noi alunni, quando inaspettatamente il terremoto decide di spezzare la nostra terra – è abbandonarsi al panico. Ammetto però di non essere affatto capace di mantenere la calma, in particolar modo non l’ho saputo fare il 20 e il 29 maggio, quando potenti scosse hanno violentemente agitato l’Emilia, la mia terra; non è che mi paralizzo davanti a tale potenza naturale, anzi, ho dei buoni riflessi: alla prima vibrazione cerco subito riparo. Il problema è che il terrore, che viene partorito non appena sento il pavimento ballare, inibisce ogni mia briciola di coraggio e preclude la mia possibilità di vivere tranquillamente. È logico rispondere di avere paura davanti a questa situazione incontrollabile – per tal motivo trovo schifosamente deficienti quei giornalisti che domandano ai terremotati cosa hanno provato o come stanno dopo una scossa di terremoto – e se ora qualcuno mi chiedesse come sto, ammetterei disinvoltamente di avere ancora paura, un po’ perché ho la certezza che qui, come in molti angoli d’Italia, gli edifici sono costruiti senza criteri antisismici, e un po’ perché non so quale buon futuro mi si prospetta davanti, soprattutto in seguito alla dichiarazione rilasciata da Squinzi che, dinanzi alle macerie e ai capannoni semi-distrutti, ha detto che gli edifici sono costruiti a regola d’arte, e in seguito alla falsa solidarietà di Napolitano che ha spiegato che soltanto noi Emiliani saremo in grado di sistemare le cose: evidentemente voleva affermare in maniera chiara e definitiva che dallo Stato non arriverà nessun aiuto. Ma si sapeva senza che lo dichiarasse pubblicamente.

Da buona emiliana, spero soltanto che lo sciame sismico si sia definitivamente placato e che, con coraggio e fortuna, riusciremo a sistemare ciò che il terremoto ha annientato. Come molti altri emiliani sono molto delusa, arrabbiata e infelice. Sono delusa dallo Stato perché, come sempre, è assente dinanzi a tali calamità naturali, e perché trova ogni pretesto per salvarsi il culo ogniqualvolta che è necessario. Sono arrabbiata perché c’è chi, come Napolitano, ha lasciato che la situazione rimanesse solo nelle mani nostre, poiché falsamente convinto che noi possiamo fare tutto, anche ricominciare daccapo. Sono infelice perché per colpa dell’italianità – ossia del prendere tutto alla leggera, non eseguire controlli e non ammodernarsi in modo consapevole e giusto – sono morte ventisette persone, molte delle quali erano operai. Nel loro nome io scrivo questo articolo, per affermare quel che disse Lennon – “lavoro è vita” – e per denunciare che nel duemiladodici non possono crollare case, palazzine, capannoni, industrie poiché costruite in tutti i modi fuorché a regola d’arte. In nome di Paolo Siclari, Mauro Mantovani, Enea Grilli, Eddy Borghi, Vincenzo Iacono, Hou Hongli, Iva Contini, Daniela Salvioli, Enzo Borghi, Sergio Cobellini, il parroco don Ivan Martini, Gianni Bignardi, Mohamad Azarg, Kumar Pawan, delle altre vittime, degli sfollati, dei ferraresi, dei modenesi, dei reggiani e dei mantovani, io accuso il Papa di essere un avido individualista che ha speso oltre 13.000.000 di euro per la sua visita a Milano durante i primi di giugno, quando era pienamente consapevole che una parte di quel denaro poteva essere risparmiata e consegnata alle terre colpite dal sisma; accuso inoltre Napolitano di essere il peggior esempio di rappresentanza statale che io abbia finora incontrato lungo i miei diciotto anni di vita, e che oltre a essere avaro, è pure disgustosamente indifferente: cosa ha fatto di effettivo per l’Emilia, oltre a esprimere la sua più sentita vicinanza alla mia terra? E infine, accuso i media che invece di mettere in chiaro i reali motivi per cui l’Emilia è stata colpita da infiniti sismi e di narrare la reale gravità della situazione che lega la mia terra a un incontrollabile panico sociale, sposta l’attenzione sui centri storici che vanno a pezzi, sui sismologi che boriosamente sparano al vento le loro assurde teorie (c’è chi dice che s’è aperta una nuova faglia, chi rammenta che la mia terra è sempre stata sismica, eccetera), creando una situazione di terrore e distogliendo l’attenzione degli italiani dai nodosi problemi di natura politico-economica. Nel nome di chi è morto perché il soffitto gli è cascato in testa, io voglio che venga fatta giustizia, e cioè che, partendo da questa lugubre ma non irrimediabile realtà, venga abbandonato l’assurdo modo italiano che utilizziamo nel fare le cose; che quindi vengano effettuati più controlli, che nascano grandi innovazioni, che si acquisiscano idee moderne, più efficaci in campo architettonico e lavorativo. Voglio che l’Italia esca dal medioevo e dalle barbarie sociali per tuffarsi in una realtà più panoramica e sicura per tutti noi. Ciò che frena queste mie utopie sono l’incoerenza e la fragilità proprie del nostro Paese che lo limitano a bloccarsi a ogni ostacolo, a ogni cataclisma, a ogni imbattibile apparenza: tali debolezze rendono invincibile tutto ciò che, con un po’ di consapevolezza e coraggio, si può combattere.

“Pardunànd uń lèder as cundàna chi è unest” (“perdonando troppo chi sbaglia, si fa ingiustizia all’onesto”): noi emiliani non abbiamo bisogno di sentirci dire dai governanti che ci sono vicini col pensiero, che in futuro ci manderanno aiuti, o che ci sarebbe potuto capitare qualcosa di peggiore. Abbiamo bisogno che l’Italia cambi faccia per sempre. Abbiamo bisogno che venga fatta giustizia in nome di chi, andando al lavoro, ora non c’è più.

Euro 2012: riparla il campo, riparliamo anche noi

Ad inizio della scorsa stagione tentammo una ipotetica griglia di partenza in puro stile Formula 1 per analizzare quello che sarebbe stato il campionato vinto meritatamente dalla Juventus di Antonio Conte. Alcune previsioni si sono rivelate azzeccatissime, altre meno, a dimostrazione del fatto che i pronostici lasciano il tempo che trovano. Ma siccome il bello del mondo pallonaro è proprio questo ce ne possiamo fregare e ritentare lo stesso anche in ottica Euro 2012. Dopo un periodo nerissimo del nostro movimento calcistico, conciso con l’ennesimo scandalo legato alle scommesse, si può tornare a parlare di calcio giocato, lasciando che i tribunali facciano (speriamo, sarebbe veramente un’occasione da non perdere) piazza pulita di chi inquina questo sport già di per sé non proprio lindo come i pavimenti di un hotel a cinque stelle. Fare paragoni con quanto accaduto nel 2006 è simpatico e sicuramente non privo di fondamento, ma meglio lasciar perdere la cabala e concentrarsi sui dati oggettivi. Andiamo quindi ad azzardare la griglia delle sedici magnifiche, premettendo che il livello di un europeo è per certi versi anche più difficile di un mondiale, perchè non ci sono Arabia Saudita e Corea del Nord a fare da materasso, ma tutte squadre che hanno sudato sette camice per arrivare in Polonia ed Ucraina.

Prima fila: la finale dello scorso mondiale era assolutamente quella più giusta ed i valori in cima non sono poi così diversi. La Spagna parte in pole position nonostante qualche pecca in più rispetto al passato: mancherà un fuoriclasse come Puyol ed il bomber di sempre David Villa (entrambi infortunati) ma Del Bosque ha a disposizione un bacino importante in difesa e soprattutto sembra aver recuperato “El niño” Torres, che fu proprio il protagonista dell’Europeo del 2008. Otto vittorie su otto nelle qualificazioni, ventisei gol fatti e solo sei subiti. Aggiungiamoci anche che l’ossatura è composta da giocatori di Real Madrid e Barcellona, ovvero le squadre più forti del pianeta. Può bastare direi. Al suo fianco ancora l’Olanda, che ha giocatori importanti come Robben, Sneijder e soprattutto Van Persie (che potrebbe scatenarsi in questa competizione), ma paga il fatto di essere una delle squadre più “sfigate” della storia. Altro neo è la totale incapacità di vincere ai calci di rigore (quel che accadde a Euro 2000 per loro non è una eccezione, ma la regola), ma a parte questo la rosa è completa (oddio, un portiere forte magari) ed esprimono il miglior gioco del continente.

Seconda fila: Germana senza dubbio, e molto molto vicina alle prime due. Tanti giovani che non sono più promesse bensì certezze. Gente dai piedi buoni e tanti “naturalizzati” indovinati. Molto dipenderà da Gomez, che può far sfracelli e deve dimostrare di saper fare come Klose, ovvero segnare a raffica con la maglia della nazionale. Punto debole sembra essere la difesa, a volte troppo perforabile e poco sicura, ma ci sono sia i nomi sia il fatto di essere appunto “tedeschi”, ovvero freddi come non mai, capaci di arrivare fino in fondo quasi sempre e…sempre vincenti dal dischetto. Accanto a loro, ma con un secondo e mezzo automobilistico di distacco ci siamo noi. Già, noi. Le scelte fatte da Prandelli hanno convinto quasi tutti. Forse una vera prima punta sarebbe servita ma il nostro commissario tecnico ha deciso di puntare su attaccanti rapidi e che soprattutto giocano con la squadra. Siamo la miglior difesa delle qualificazioni ed è un punto basilare nel calcio moderno. Per l’attacco…dipenderà molto da Cassano e Balotelli, che se si sono ricordati di mettere il cervello in valigia (nel caso di SuperMario quel che ne rimane) possono veramente, ma veramente fare grandi cose. Ave Cesare, lavora bene.

Terza fila: Francia e Inghilterra. Le separa la manica, le unisce il gruppo D. I transalpini si sono finalmente liberati di Domenech (e non è poco) ma Blanc dovrà dimostrare ancora tanto. Certo, Benzema, Ribery ed altri sono fuoriclasse e quindi si può fare bene, ma è troppo tempo che toppano di brutto agli appuntamenti importanti e c’è ancora un clima di sfiducia verso di loro. Sono comunque in grado di vincere il girone e di giocarsela bene ai quarti. Gli inglesi invece arrivano all’appuntamento con qualche acciaccato di troppo, ma soprattutto senza Capello. Che vuol dire? Vuol dire che solo giocando all’italiana i sudditi di Sua Maestà sono in grado di vincere qualcosa (Di Matteo docet) e che se continuano a preferire il tipico gioco britannico…peggio per loro e meglio per noi. La squadra però è solida e può sicuramente dire la sua, anche se avrà un accoppiamento difficile nei quarti (se ci arriva).

Quarta fila: Portogallo e Russia. Perchè i lusitani così indietro? Eh semplice, perchè nel loro girone hanno Olanda e Germania, quindi il loro percorso è immensamente più difficile rispetto a tutte le altre squadre che sognano la finale. Cristiano Ronaldo è il miglior giocatore del nostro continente ma purtroppo non ha compagni alla sua altezza, anche se giocatori di livello importante ce ne sono. Se passano il girone possono anche arrivare in fondo però, visto l’accoppiamento possibile nei quarti. Per quanto riguarda la Russia invece c’è da dire che ha una buonissima difesa (seconda per reti subite, dopo l’Italia) ma manca un vero bomber. Talenti come Arshavin sono in declino ma potrebbero stupire come hanno già fatto quattro anni fa.

Quinta fila: Polonia e Svezia. I polacchi giocano in casa ed il sorteggio gli ha regalato il girone più abbordabile possibile (si, anche io penso sia tutto preparato a tavolino, ma tant’è), ma soprattutto non sono scarsi come austriaci e svizzeri che nonostante lo stesso trattamento quattro anni fa fecero quattro punti in due finendo fuori subito. La loro possibilità è arrivare ai quarti, ma difficilmente andare oltre. Gli svedesi sono guidati da uno dei calciatori più chiacchierati del nostro paese, ovvero il re dei bomber Zlatan Ibrahimovic, che ha attorno una squadra che gioca per lui ma anche con lui. In nazionale ha sempre fatto meno capricci (vai a capire perchè) e quindi potrebbero essere la vera e propria mina vagante, non soltanto del loro gruppo, ma in generale.

Sesta fila: Ucraina e Irlanda. Gli ucraini come i polacchi giocano in casa ma l’urna li ha aiutati molto molto meno. Sono poco conosciuti, non sono niente male ma hanno un gruppo sulla carta troppo tosto per far bastare la regola della squadra locale aiutata da tutto e tutti. Soprattutto non avendo fatto le qualificazioni si ritroveranno in una realtà a loro sconosciuta, senza dimenticare che non sarà come per le squadre di club, imbottite di brasiliani ed altri stranieri a noleggio. L’Irlanda del Trap invece…piace. Non ha grossi campioni da un bel pezzo, ma quella vecchia volte di Giovanni una sorpresa può sempre regalarla. Il girone è duro perchè c’è la superfavorita Spagna ed anche una Italia tutta da decifrare, ma si può cercare il miracolo.

Settima fila: Croazia e Danimarca: i croati hanno perso il giocatore più importante, ovvero il bomber Olic, vedendo così crollare le loro quotazioni. Squadra tosta, ma il talento è quello che è e se non si registrano praticamente da subito rischiano una imbarcata colossale. I danesi invece…poverini. Se qualcuno di loro è anticlericale credo che non si saranno contate le bestemmie dopo il sorteggio. Sono un buonissimo team e sarebbero stati sicuramente qualche fila avanti, ma onestamente passare il gruppo B è una impresa che davvero rasenta l’impossibile.

Ottava fila: Repubblica Ceca e Grecia. Bentornati ai cechi che finalmente si riaffacciano nel calcio che conta, ma i tempi d’oro sono sicuramente andati. Cammino troppo altalenante nelle qualificazioni e troppa discontinuità di risultati. Nonostante questo però per assurdo hanno chance di andare ai quarti, semplicemente perchè sono nel girone nettamente più scarso. Stesso discorso si può fare per gli ellenici, ma per loro basta dire questo: i miracoli nel calcio ti succedono una volta sola e non ci sarà un altro Charisteas.

Cammariere e Concato

La primavera ci ha regalato due importanti uscite discografiche. Infatti possiamo ascoltare i nuovi brani di Sergio Cammariere e di Fabio Concato. Andiamo in ordine di uscita discografica ed ecco a voi l’omonimo album: “Sergio Cammariere”. Dopo le “evasioni arabeggianti” dell’album “Carovane” che poco avevano convinto pubblico e critica, Cammariere torna sui suoi passi e soprattutto ridiventa padrone del suo stile a metà tra il cantautorale, lo swing ed il jazz. Si presenta ai suoi fans con un album carico di energia e con la formazione che lo spalleggia al completo da anni in dischi e tour. Album piacevole anche se, devo ammetterlo, non va troppo al di là delle aspettative. Ottime le parti musicali ma le idee ricalcano spesso temi e melodie già ascoltate negli album passati, quelli che lo portarono alla ribalta delle scene musicali da “Tutto quello che un uomo” in poi. Ecco la track list:
1.Ogni cosa di me. E’ il brano che apre l’album nonché il primo singolo ufficiale che ha anticipato il disco.
2.Inevitabilmente bossa. La tromba di Fabrizio Bosso introduce questo brano appunto “bossa” con il secondo testo di Roberto Kunstler.
3.La mia felicità. Un bel ensamble di fiati prelude a questo brano scorrevole che ha però un “qualcosa” di già sentito.
4.Il principe Amleto. Il violino di Olen Cesari fa partire questa “ballata” che Cammariere scrive sulle parole di Sergio Secondiano Sacchi (Liberamente tratto da Vladimir Vysotskij) raccontandoci in musica le angosce del principe Amleto.
5.Transamericana. Latin ed il Cammariere che conosciamo con le parole di Giulio Casale.
6.Come è che ti va? Testo rielaborato da Bardotti e Giacomelli di “Onde anda voce”.
7.Controluce. Brano più “intimista” e ancora il testo di Casale.
8.Thomas. Anche in questo album non mancano i brani strumentali
9.Notturno swing. Un bello swing dall’aria romantica e folle.
10.C’era un favola. Ecco un’altra ballata “alla De Andrè”.
11.Buonanotte per te. Brano soft che annuncia la chiusura dell’album.
12.Essaouira. L’album si chiude con un altro brano strumentale.
Il tour di Sergio Cammariere e già cominciato e proseguirà nell’estate. Seguitelo su http://www.sergiocammariere.com

Album “5 stelle con lode” invece per Fabio Concato e il suo “Tutto qua”. Testi, musiche e arrangiamenti di qualità come non se ne sentivano da un pezzo negli album di musica italiana. Un ritorno sulle scene dopo ben undici anni dall’ultimo album di inediti. Concato entra con “umiltà” anche nella presentazione di questo album, chiedendo scusa ai suoi fan e a se stesso per aver fatto passare così tanto tempo per un nuovo lavoro. Ma ora è arrivato il nuovo Concato e va assaporato con molto piacere. Ecco la track-list:
1.L’altro di me. E’ un po’ l’emblema di questo album e del ritorno: ti apetterò, l’altro di me è finalmente tornato
2.Stazione nord. Si sentono gli odori, si vedono le immagini si percepiscono gli stati d’animo di questa storia d’amore che sta finendo in mezzo alle persone della stazione nord.
3.Tutto qua. Brano sull’immigrazione e sulla dignità di chi non si è ancora integrato nel nostro Paese. Niente luoghi comuni o ideali da super-uomo, ma la semplice e profonda riflessione di un uomo di fronte a questa “gente da difendere” e “che è meglio non guardare sennò sarà un rogna”.
4.Papier mais. Un raffinato viaggio di pensieri su una strada Bretone.
5.Carlo che sorride. Brano dedicato a Carlo Gargioni, musicista morto per una leucemia fulminante e amico di Concato. Una musica non eccessivamente malinconica e che sorride alla vita passata tra i due musicisti. C’è affetto, la vera cosa che si sente.
6.Se non fosse per la musica. Voce e il piano di Stefano Bollani, è vero jazz. Concato si lascia andare con le sue doti e Bollani che “fa reparto” da solo. Bello!
7.Non smetto di aspettarti. Ecco un altro brano da brividi, nella vera tradizione pop. Quando un amore manca con tutti e 5 i sensi.
8.Breve racconto di moto. Concato gioca con le parole e con i doppi sensi. Torna ragazzo con la moto e la voglia di fare l’amore e un bel arrangiamento.
9.Il filo. E’ la richiesta di una mano e di uno stimolo per tornare se stessi al meglio. Altro tema importante ma affrontato con disinvoltura con arrangiamenti sognanti fino al ritonello quasi “swedish blues”.
10.Sant’Anna (di Stazzema). Brano che racconta l’eccidio dagli occhi di un bambino. Strage che personalmente credo sconosciuta ai più, in realtà una strage con 560 morti.
11.Un trenino nel petto. Quando ho sentito per la prima volta questa canzone sono rimasto estasiato. Bellissimo anche il video ufficiale che raccomando a tutti. Semplicità e profondità, brano che merita una grande nota di merito.
Per ci ha comprato il cd è stata data la possibilità di scaricare gratuitamente 5 brani live acustici, un’altra belle iniziativa!
Anche per Concato ci sarà una importante stagione di concerti e spesso in bellissime location. Non perdetevi gli appuntamenti: http://www.fabioconcato.net