La "biophilia" di Bjork fra tecnologia e natura

“Biophilia” è il titolo del più recente album di Bjӧrk, uscito qualche mese fa. Ha avuto dunque il tempo di decantare nella mente di chi scrive questa recensione. Cosa si può dire ora di questo album che, come un fulmine a ciel sereno, ha portato una ventata di futuro nell’industria discografica?

Perché Biophilia è più di un album: è un progetto musicale, scientifico, didattico e tecnologico. Può essere acquistato infatti sotto forma di cd o di “app album”, ossia un pacchetto di dieci applicazioni per ipad, una per ogni brano, tenute insieme da un’”applicazione madre”. Un lavoro davvero pioneristico che non mancherà di influenzare la storia della musica pop del domani.

Biophilia  è un tentativo di dimostrare come la tecnologia e la natura si stiano avvicinando sempre di più, e come in futuro esse possano divenire finalmente compatibili. Tale unione viene celebrata nel linguaggio universale per eccellenza: la musica.

Su youtube si trovano diverse presentazioni delle applicazioni. In queste si può vedere come ogni canzone richiami un elemento naturale, con la possibilità per l’utente di modificare la struttura ritmica o melodica di ogni brano ed esplorare al tempo stesso diversi aspetti della musicologia e della scienza.

Parliamo ora delle tracce.

Dal silenzio siderale e dal buio sorge la prima canzone, “Moon”. Un suono arpeggiato segue un ritmo circolare di 17/8, atto a imitare i diversi tempi di una fase lunare. Il testo sembra parlare di rinascita, come la luna che decresce e poi cresce nuovamente. Un brano che introduce al mondo sonoro straniante ma al tempo stesso pieno di fascino di Biophilia. Con il tempo si riesce ad abbracciare il ritmo circolare e ci si può rilassare in questa atmosfera. Ci attendono brani lontani dalla struttura regolare che siamo soliti ascoltare. La loro costruzione è organica, asimmetrica, simile a quella delle piante.

Una bobina di Tesla

Con il secondo brano entriamo nel regno di “Thunderbolt”, che ritengo uno dei brani migliori dell’album.  Ha un che di epico, sia nel testo che nella melodia. La forza naturale dell’elettricità è qui la fonte dell’ispirazione. Straordinaria l’idea di utilizzare come strumento una bobina di Tesla, ovvero un dispositivo creato dall’omonimo inventore, capace di creare fulmini del tutto simili a quelli atmosferici. I suoi impulsi elettrici creano un arpeggio che si ferma giusto per il tempo che solitamente intercorre fra il fulmine e il tuono. La potente voce di Bjӧrk si leva su di esso, domandandosi se sia possibile desiderare un miracolo, un fulmine che venga a sconvolgere e al tempo stesso purificare ogni cosa.

Si passa a “Cristalline”. Lo strumento che ci introduce al brano, con i suoi tocchi acuti in 17/8, è il gameleste, un incrocio fra un gamelan e una celesta creato per l’occasione e suonato a distanza grazie a un tablet. Non mi fa impazzire la scelta di utilizzare, ancora una volta dai tempi di Vespertine, suoni acuti e martellanti, i quali alla lunga possono stancare. Ciò che amo di Cristalline è il testo: un inno gioioso che esplode in un finale in stile breakcore che davvero vale tutto il brano e che ha l’unico difetto di durare troppo poco.

Scivoliamo nella maestosa “Cosmogony”, l’“applicazione madre” da dove tutto si diparte. I solenni fiati ci riportano ai suoni caldi dell’album Volta. Ha un’aria teatrale questa canzone. Il testo racconta diversi miti cosmogonici ed esprime meraviglia di fronte ai corpi celesti. È un pausa melodica che ci riporta a casa e che si apprezza con il tempo.

Uno screenshot dell'applicazione per "Virus".

Con “Dark Matter” Bjӧrk si esprime nelle dissonanze.  Chiamerei Dark Matter una traccia da “cuffia”, ossia un brano che andrebbe ascoltato in completa solitudine, con le cuffie, cercando di entrare nel mondo che la musica descrive. All’apparenza cacofonica e senza senso (è glossolalia, il linguaggio che si ascolta), nasconde una sua architettura. È musica del futuro, o forse una melodia di migliaia di anni fa. Sfuggente, incoerente e misteriosa come solo la materia oscura sa essere.

Su questa scia continuiamo con “Hollow” e finiamo dritti dentro un lungo filamento di DNA, visto come una collana fatta di antenati di cui noi siamo una perla. Atmosfera inquietante e un po’ gotica. Da cuffia.

Passiamo a “Virus”. Canzone d’amore per voce e gameleste dalla melodia armoniosa e di ampio respiro. Nonostante l’indiscussa  godibilità, percepisco un che di troppo studiato, sia nel testo che nella metafora virus-amante. Non mi entusiasma.

Sacrifice” è l’ottava traccia, una toccante composizione accompagnata da un harpsichord, (un cilindro di metallo che girando fa vibrare alcuni tasti, una specie di enorme carillon). L’effetto è ancestrale e il testo vibra di sincero sentimento.

Eccoci a “Mutual Core”. Il lugubre organo descrive la relazione fra due persone come quella fra due zolle tettoniche adiacenti che si contrastano ma al tempo stesso cercano di adattare sé stesse ai movimenti tellurici. Improvvisamente, con una ritmica aggressiva, esplode il sisma, ponendo fine all’immobilità. Bellissima.

Con “Solstice” arriviamo all’ultima traccia, in 7/4 scanditi da pendoli a undici corde, i cui movimenti oscillatori prendono ispirazione dai movimenti dei pianeti e dalla rotazione terrestre. Semplice, dall’atmosfera vagamente nipponica e dal testo colmo di gratitudine, il brano chiude il viaggio con una nota di bellezza e meraviglia.

Insomma, un progetto interessante sia dal punto di vista musicale che tecnologico. Al di là del livello di gradimento dell’album, non si può non riconoscere a Bjӧrk il titolo di grande musicista, dotata di rara sincerità e amore per il proprio lavoro.

E infine: sarebbe bello se il mondo descritto da Biophilia fosse quello del futuro?

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