I miei giochi (London 2012) – Parte II

Quale è stato il primo approccio con Londra?

Della serie fatti una domanda e datti una risposta. All’aeroporto, all’uscita dal gate, si trova un lungo corridoio al termine del quale circa una ventina di volontari, uomini e donne di mezza età, sostano seduti nell’area Accreditation; è una macchia rosa, che è il colore dei Giochi; tutto, dalle indicazioni in metro alle polo dei volontari, è rosa. Se non devi accreditarti, loro saranno felici di darti qualsiasi informazione, come per esempio la direzione da prendere per prendere i bagagli e per andare al centro della city. Non posso fare il paragone con “altre Londra”(la mia domanda è: qui è sempre così, oppure solo adesso che ci sono le gare a cinque cerchi?) perché per me è la prima volta, ma la sensazione è di organizzazione maniacale e gli inglesi, a differenza di quanto pensassi, sono rigidi ma estremamente cortesi e cordiali. Per esempio se l’autista del Bus alla fermata ha già chiuso le porte ma sta ancora attendendo di ripartire, per nessuna ragione al mondo riaprirà le porte per far salire i ritardatari. Nota particolare? A Heathrow si trovano dei manifesti che pubblicizzano i viaggi in Sicilia. Good! Arrivato il trenino non affrettatevi a salire, il responsabile della pulizia vi pregherà di ritornare sulla piattaforma, con un tono neanche troppo delicato, perché prima che voi saliate sarà necessario dare una pulita, anche se generalmente si tratta di un controllo, perché qui tutto è immacolato. Prova ne siano i giardini di Chelsea, un parco aperto alle famiglie che sembrava essere uscito da uno spot della Barilla; mancava solo il corso d’acqua e il mulino.

Il primo posto dove andare se arrivate di pomeriggio è senza dubbio Tower Bridge al tramonto, è distante dal centro ma ne vale la pena; adesso sotto il ponte che si apre e si chiude molte volte durante il giorno ci sono appesi i cinque cerchi, ma anche senza cerchi, il consiglio è di andare in un pub che si affaccia sul Tamigi, sorseggiare una pinta di London Beer e di sporgersi in direzione della Torre di Londra. Attenti però, nei pub inglesi non si può bere al di fuori del locale stesso, se per caso vi scordate, e superate la soglia con il bicchiere in mano, qualcuno vi pregherà di rientrare. Per questo motivo vi capiterà di vedere decine e decine di ragazzi e di ragazze assiepati in un fazzoletto; è buffo, ma è così. Da queste parti si beve molto, dalle cinque del pomeriggio in poi, la birra scorre a fiumi anche se c’è da dire che potrete notare subito delle differenze tra la birra comune e quella inglese. Qui è meno frizzante, e appesantisce meno, per questo motivo riescono a berne così tanta. Un altro posto da visitare a tutti i costi, preferibilmente di pomeriggio, è South Bank, la zona al di là del Tamigi, superato il ponte Westminster Bridge; per intenderci dove c’è il London Eye, e l’Aquarium, che dovete per forza visitare (19£). A South Bank potrete passeggiare sfiorando il Tamigi, e verso le 6pm è pieno di ragazzi che bevono, ovviamente, seduti nei posti più impensati. Vedere per credere.

I miei giochi (London 2012) – Parte I

26 – 7

Ho cercato fino all’ultimo istante qualcuno che fosse interessato al mio racconto, non trovando nessuno, scrivo qui la mia Londra olimpica.
Non scrivo che Londra è ad oggi ancora un cantiere (lo è), e neanche che i londinesi si sono divisi sull’argomento a cinque cerchi, alcuni ci stanno e altri come dire.. preferiscono andare a Creta, lontano da tutto questo fracasso; tutto questo lo troverete leggendo gli speciali di Londra 2012, sui siti del mondo.
Vi racconterò invece quello che mi accade intorno e che io raccolgo. Il mio viaggio è iniziato da Catania, dove una lenta e inaspettata pioggia mi ha introdotto all’UK; poi a Fiumicino il primo sorriso: ai controlli con Massimiliano Rosolino, il mio turno è subito dopo il suo. Il poliziotto mi controlla il documento e poi mi guarda e mi dice: “in bocca al lupo” e io, senza esitare, mordendo la mia pizza, “crepi!”. Non so se vincerò anch’io la medaglia d’oro, ma se dovesse succedere la dedicherò a quell’agente di polizia. Con il sorriso è iniziato il mio viaggio inglese: sul Roma – Londra viaggio con la spedizione azzurra del canottaggio, sei uomini e una donna; c’è Sartori, mica robetta, un oro olimpico a Sidney 2000, e tre presenze a cinque cerchi. 202 cm di gentilezza per un atleta dal fisico incredibile, e molto cortese nei confronti di una bambina preoccupata dall’atterraggio a Heatrow.

Poi, la valigia rotta, la carta di credito bloccata e l’adattatore elettrico guasto.

 

27-7

La spedizione azzurra indossa ai Giochi il completo EA7 (Armani), saprete già che le tute sono blu o bianche, e che negli interni è ricamato l’Inno di Mameli, ma quello che forse non sapete, è che i ragazzi azzurri hanno proprio tutto di EA7. Dalle scarpe da passeggio alle tute, dalle polo ai borselli, dalle valigie agli occhiali da sole, dall’orologio alle cuffie per l’iphone o ipad. Il loro accredito contiene inoltre una speciale Oyster Card Pink. La Oyster card è una tessera solitamente prepagata dall’utente che la utilizza nei mezzi pubblici (Bus, Metro), senza dover fare la fila per acquistare il biglietto, e soprattutto per risparmiare negli spostamenti; per fare un esempio una semplice corsa in metro costa 5£, con la card 2£, basta strisciarla in metro e bus e vi si apriranno le porte. Solitamente è blu o con dei disegni particolari. Per tutti gli atleti di tutte le discipline, in rappresentanza di tutti i paesi, la Oyster è speciale, per gli italiani (forse per tutti i paesi) è rosa come detto, ma soprattutto è Open. Possono quindi utilizzare tutti i mezzi, tutti i giorni, gratis; una buona opportunità, che però credo che gli atleti non utilizzeranno, se non al termine delle proprie gare.

A proposito di Oyster Card..

Il mio arrivo a Heathrow è stato traumatico perché la mia valigia era aperta e il lucchetto rotto, ma non credo mi abbiano sottratto qualcosa, forse nello scaricare i bagagli gli addetti non hanno utilizzato molta delicatezza. Dall’aeroporto di Londra si prende il trenino express per Paddington e poi la metro per il centro. Io ho preso per Victoria, e poi direzione casa, vicino Westminster Cathedral, però prima la Oyster Card. Si fa solitamente in metro con le apposite macchinette oppure in un punto assistenza. Non volevo fare la fila e perdere tempo, credevo fosse semplice, ma ho pagato con Carta di Credito e ho avuto dei problemi con il Code, e dopo tre volte mi si è bloccata la carta. Brutto inizio, ma adesso non digito più il codice, ma striscio e firmo . Ad Acireale avevo comprato l’adattatore elettrico, perché in Uk la spina elettrica ha un diverso design e anche un diverso voltaggio; ma una volta a casa mi sono reso conto che ho speso male i 7 euro, per una spina che dovrebbe agevolarmi in tutte le parti del mondo, ma che invece si è rivelata una truffa.

Per fortuna qui con 50p nei supermercati la si trova ed è seria;

Respirando lo stato d'assedio della Colombia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Vi presentiamo Cristina: una piccola rivoluzionaria nata in Sardegna 32 anni fa, da sempre convinta che “un altro mondo non solo sia possibile, ma necessario”… Da circa due mesi lavora come attivista per un’organizzazione che si occupa di diritti umani in Colombia, con un’esperienza che oggi ha deciso di condividere anche con noi lettori di Camminando Scalzi[/stextbox]

Bogotà… Grande, dispersiva e molto pericolosa, sicuramente. Ma allo stesso tempo ti strega e ti cattura con i suoi odori, colori.

Non hai subito l’impressione del pericolo, e quando te ne rendi conto capisci che è naturale che sia rischiosa, viste le disuguaglianze sociali così evidenti. In una strada che può essere considerata tranquilla, ti rendi conto che giusto girando l’angolo è tutta un’altra realtà. Si dorme in uno spartitraffico solo con quello che si ha addosso, e c’é un mito da sfatare: a Bogotà c’è freddo!

L’altra sera sono andata a ballare salsa con delle ragazze e ragazzi di una ONG amica in un locale che aveva appena inaugurato. A un certo punto arriva la polizia, con armi e tutto. Giusto per farsi vedere, e per ricordare al proprietario l’orario di chiusura, semmai l’avesse dimenticato. Ma soprattutto per chiedere un “contributo” per la benzina… Inutile dire che il tipo ha sganciato la bellezza di cinquanta mila pesos colombiani (lo stipendio medio di un operaio si aggira intorno ai 125.000 pesos, ndr). Alla faccia del rincaro della benzina…

La sera dopo c’era la quarta festa di “despedida” di una collega e siamo uscite a ballare. Arriviamo al Congo, la Candelaria. Un locale caldissimo, i cui muri sembravano traspirare alcool. Decido di fumare una sigaretta e prendere una boccata d’aria. Mi metto vicino a un carretto di venditori ambulanti. Arriva la polizia, un agente si avvicina e in modo poco gentile chiede una sigaretta. Qui si vendono sfuse… I proprietari fanno a gara per offrirgliene una. Ne prende quattro e ovviamente non pensa di pagare nemmeno per un secondo. Le prende e va.

La cosa che più mi ha scioccata é proprio la presenza di armi e persone armate. Non parlo solo della polizia, presente a ogni angolo della strada, ma anche della sicurezza privata, fissa all’esterno delle case “ricche”, di edifici pubblici o di professionisti. Tutti pagano una guardia armata che sta fuori giorno e notte. È incredibile vedere l’esercito tranquillamente a ogni angolo, e dico ogni angolo, soprattutto al centro. È assurdo trovarsi con armi dovunque, ma in particolare è inconcepibile vedere come la gente conviva e abbia interiorizzato questo stato di polizia. In effetti la Colombia è perennemente sotto “estado de sitio” (stato d’assedio).

È una città difficile, ma vale la pena viverla, almeno per un po’. Qui ci vivono dieci milioni di abitanti su un totale di quarantacinque, quasi un quarto della popolazione. Ci sono zone che avrei voluto visitare, ma che per questioni di sicurezza non ho potuto. E non esagero, visto che non ci vanno nemmeno i Bogotani, se non scortati. Anche questo è normale da vedere: camionette blindate con i vetri oscurati e l’autista. Soprattutto al nord, zona sfacciatamente ricca in opposizione al sud sfacciatamente povero. Anche chi si occupa di diritti umani: sono minacciati e devono vivere una vita da blindati per poter portare avanti la lotta.

Poi arriva l’ora di lasciare la capitale, per andare verso il Caribe. Apartadò, departamento de Antoquia. Zona di FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), ma anche la zona dove nascono i paramilitari, zona di stragi, di ingiustizie e di caldo estremo. Appena arrivata a Medellin si sente la differenza con Bogotà. Vado a cambiarmi all’aeroporto e mi vesto da agosto, ma il caldo è insopportabile anche sotto l’aria condizionata. Medellin, la città dell’eterna primavera e del cartello di Escobar. Città ricca, si vede. Città in cui sembra che un gruppo di paracos (paramilitari, ndr) stia cercando di metterci le mani. Ma questa è un’altra storia, magari ve la racconto la prossima volta…

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Questa non è una barzelletta

Non si sa se ridere o piangere. La candidatura di Silvio Berlusconi alle prossime elezioni politiche come leader del PdL è una notizia che non dovrebbe fare felici neppure i suoi più strenui sostenitori. Sia che lo si veda come un grande statista che come un cancro dell’Italia, la sua figura occupa la vita politica e sociale del paese da vent’anni. In qualunque democrazia che aspiri a definirsi degna di questo titolo, un tale prolungato predominio non è mai sintomo di buona salute. Non è “solo” il ricambio generazionale che manca, ma anche il naturale evolversi di idee e metodi. Il fossilizzarsi di una figura di potere per tanto tempo comporta un parallelo incancrenirsi del progresso di una nazione. Se poi la figura in questione, volendo essere clementi, non ha brillato per efficacia, lungimiranza e capacità politica se non quando occupato a risolvere questioni attinenti alla sua smisurata sfera di interessi privati (cioè la quasi totalità del tempo), la prospettiva di vedere prolungarsi la durata del suo governo assume i caratteri di un incubo.

Soffermandosi sulle dichiarazioni rilasciate a corollario dell’annuncio, per una volta non si può che essere d’accordo con Berlusconi. Il motivo ufficiale della decisione è “salvare il PdL”, che altrimenti “sprofonda”. Ora, se questa non è un ammissione di ciò che i suoi oppositori sostengono da tempo, poco ci manca. Semplicemente, il PdL non è un partito ma un insieme di gente a cui il leader è allo stesso tempo creditore e debitore. La successiva frase è un boomerang affilato: “Se alle prossime dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto diciotto anni di impegno politico?”. Già. Se l’assenza di Berlusconi comporta un tale sgretolamento del consenso, in cosa consiste quanto fatto dal 1994 a ieri se non, come detto, curare i propri interessi e la propria incolumità giudiziaria? Al contempo, queste poche parole costituiscono una pietra tombale sulla stessa dignità politica dei numerosi soggetti che come cortigiani hanno popolato la corte del sultano e, malauguratamente, anche le istituzioni, primo fra tutti il delfino Alfano, a dire il vero mai credibile (e creduto) nel ruolo. Infatti, uno dei paladini di Berlusconi anche in tempi recenti, Giorgio Stracquadanio ha annunciato il suo abbandono del PdL perché “il partito non esiste” e “Berlusconi è al tramonto”.

Un sondaggio Ipr per Repubblica.it ha mostrato come la candidatura di Berlusconi, a dire il vero, non offra vantaggi rispetto a quella, ormai decaduta, di Alfano. Che significa? Che anche gli stessi elettori ancora legati al centrodestra da lui “creato” non sono più sensibili come un tempo al fascino del loro idolo, a dire il vero profondamente minato dagli scandali sessuali e dalle oggettivamente terribili condizioni in cui i suoi numerosi mandati hanno lasciato l’Italia.

Soprassedendo alla mancanza di pudore (tradotto, con che faccia si candida?), possiamo permetterci altri anni di conflitto di interessi, barzellette, Tremonti, “sono stato frainteso”, legittimo impedimento, “rivoluzione liberale”, presidenti operai, olgettine, “un milione di posti di lavoro”, controllo dell’informazione, pericoli rossi, delegittimazione della magistratura, etc?

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“Tutto ciò che sono” (Anna Funder) – Recensione

“Tutto ciò che sono” – di Anna Funder

Germania, gennaio 1933: la Storia – l’ascesa al potere di Adolf Hitler – e le vite di quattro giovani, Ruth, Dora, Ernst, Hans, si intrecciano nel romanzo di Anna Funder, una giornalista australiana. Il romanzo è stato pubblicato in inglese nel 2011 e tradotto in italiano nel 2012.

I personaggi sono realmente esistiti: si tratta di quattro giovani attivisti politici che tentarono di mettere in guardia il loro Paese e l’Europa intera sui pericoli derivanti dall’ascesa al potere del dittatore di Braunau. Le loro vicende sono state studiate e attentamente ricostruite dalla Funder sulla base di documenti e testimonianze, prima fra tutte quella dell’amica Ruth Blatt, fotografa e attivista che, dopo la fuga dalla Germania, si stabilì in Australia; gli elementi romanzeschi fungono da collante delle varie vicende, conferendo al testo una certa fluidità e godibilità.

I quattro vivono in Germania negli anni della Repubblica di Weimar: la disoccupazione alle stelle, l’inflazione, lo scontento e l’orgoglio ferito per la sconfitta subita nella I Guerra mondiale sono i caratteri più evidenti del contesto in cui Hitler muove i primi passi verso la dittatura. Sin dal conferimento dell’incarico di Cancelliere a Hitler vengono stilate delle liste, in cui figurano tutti gli oppositori politici del nascente regime e anche i semplici sospettati di esserlo. Alcuni vengono eliminati immediatamente, uccisi frettolosamente o semplicemente lasciati morire chiusi nelle cantine.

I quattro giovani, che con le loro pubblicazioni cercano in ogni modo di allertare il popolo tedesco sulla deriva antidemocratica a cui sta andando incontro il Paese, fuggono all’estero, in Inghilterra. Qui, da rifugiati, continuano le loro attività, consentendo di mettere in piedi un processo “alternativo” per l’incendio del Reichstag, per il quale riescono a far emergere le responsabilità dell’apparato nazista, in un’Europa che sembra ancora scettica rispetto ai reali pericoli derivanti dall’avanzata del partito nazionalsocialista in Germania. La morsa della paura si stringe attorno a loro, giungono notizie di altri rifugiati uccisi dai servizi segreti, sinistri segnali annunciano una catastrofe che sembra inevitabile. L’amicizia, l’amore, il coraggio: sono questi gli elementi fondamentali del racconto, affidato alle voci di Ruth e del drammaturgo Ernst Toller, aderente al partito socialdemocratico tedesco, il quale si rifugiò dapprima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove si suicidò nel maggio del 1939.

Anna Funder

La scelta di affidare il racconto a queste due voci mi è sembrata molto efficace: i due narratori riescono a tracciare i caratteri dei personaggi e del contesto storico dall’interno, sulla base del loro coinvolgimento diretto nella vicenda. Ruth è il personaggio meno “esposto”, funge soprattutto da osservatrice e ci restituisce un ritratto d’insieme che definirei appassionante: vivere per testimoniare, per denunciare, per gridare al mondo che qualcosa di terribile sta accadendo, mentre tutti marciano in senso opposto, affascinati dalla figura del Führer e già succubi della propaganda nazista. Le storie di questi giovani rifugiati, immerse nel grande flusso della Storia, sembrano diventare “necessarie” oggi, a distanza di ottant’anni, nell’era di Internet e del flusso costante di informazioni, quasi a ricordarci che la coscienza critica e la libertà intellettuale sono elementi da custodire e da coltivare sempre, in ogni situazione.

Tra i quattro protagonisti spicca senza dubbio la figura di Dora Fabian, finora poco conosciuta, ma che grazie a questo romanzo emerge finalmente dall’oblio. La sua vicenda mi ha colpito molto, e credo anche che ogni lettore rimarrà affascinato dalla vitalità, dal coraggio, dalla fermezza, dalla libertà intellettuale di Dora.

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"Dietro le spalle", un libro raccontato dall'autrice

Si chiama “Dietro le spalle” ed è un libro, non esattamente un giallo, che porta il lettore nel centro di un intreccio che ne assume le connotazioni. L’autrice, Francesca Sifola, racconta la trama del suo libro, incontrando giornalisti e lettori nei bar del centro di Napoli, la città in cui è nata.

Le immagini dell’intrigo – spiega la scrittrice – non vengono esposte a narrazione dettagliata, ma a una veloce esposizione, come se fossero dei fotogrammi, e l’elaborazione descrittiva cede il passo all’incisività, dove i paesaggi sono esposti a trame di vita di cui l’uomo del nostro secolo è spesso inconsapevole. Un percorso di idee e azioni che –  costruite dietro le spalle di tutti – possono operare per il Bene e per il Male”.

Il primo libro che Francesca Sifola ha scritto s’intitola “La scatola bucata”, ma delle sue opere letterarie si ricorda soprattutto “Luna Park”, una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 2002. Ha scritto anche alcuni romanzi, come “Sogno”, “Scene di scrittura”, “Tempo senza maschera” e il racconto giallo “Don Carmine Paterno”. Tra i vari premi ricevuti si ricorda in particolare Il Premio Internazionale Calabria nel 2009.

“La passione per la scrittura – afferma la Sifola– è nata da ragazzina, quando guardavo la realtà come se volessi fotografarla”. Per “Dietro le spalle”, l’autrice utilizza tre aggettivi: “Altruista perché è un testo la cui incisività va verso gli altri. La scrittura è una missione che cerca di far conoscere il proprio testo agli altri, cercando di fare in modo che tutti possano leggerlo; ironico, da non confondere con sarcastico; nostro, perché può essere letto e interpretato da tutti”.

Francesca Sifola

Se dovesse definire il libro come uno dei cinque sensi, Francesca Sifola non ha dubbi: “Sceglierei la vista, perché il libro ha una vista molto ampia, direi a 360 gradi”.

La scrittrice si sofferma anche a parlare del termine “valore”, il cui significato oggi è stato mistificato: “Oggi certi valori non esistono più. In compenso esistono parole nuove, come la globalizzazione, la multiculturalità. Anche questi sono valori, ma molte volte vengono utilizzati come forme di mercato”.

Il libro “Dietro le spalle” può essere acquistato nella libreria Feltrinelli a Napoli. L’autrice, però, preferisce incontrare i suoi lettori per la strada per raccontare la trama della sua opera e cercare di suscitare l’interesse della gente.

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Un viaggio verso il mondo.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Serena, alla sua prima collaborazione con la blogzine, ecco come si presenta ai lettori di Camminando Scalzi.

Ho 20 anni, studio Scienze Umanistiche per la Comunicazione a Firenze; sono una ragazza semplice, solare, socievole..in poche parole acqua e sapone. Mi definisco anche testarda, cercando così di raggiungere sempre gli obiettivi che mi sono prefissata. Mi piace viaggiare e ho una passione sfrenata per gli animali. Amo stare in compagnia degli amici di sempre e fare lunghe passeggiate con mia sorella in riva al mare. La frase che mi rappresenta è: “Vivi e lascia vivere”  [/stextbox]

Viaggiare è bello, entusiasmante, sa rendere una persona autonoma. Viaggiare significa imparare a conoscere posti, culture e persone di tutto il mondo. Ogni paese ha qualcosa da proporci e non c’è cosa più frizzante che prenotare un biglietto aereo e visitare quei luoghi che tanto ci incuriosiscono.

Chi ha avuto la possibilità di visitare terre diverse tra loro, ognuna con la propria cultura, con modi di fare e di essere diversi dal nostro, sarà rimasto in qualche modo affascinato; ma una cosa che notiamo spesso è quella di accorgersi  che nessuno mai riuscirà a farci innamorare di una terra lontana da casa nostra, perché è cosa naturale sentire il richiamo e il bisogno della nostra patria.

Tutti da piccoli sogniamo di visitare quel luogo che tanto ci ispira. Sogniamo a occhi aperti e guardiamo e riguardiamo quel mappamondo che sempre più ci invoglia a comprare quel biglietto aereo. Ci innamoriamo del viaggio e vorremo subito partire all’avventura con quella voglia di scoprire quei posti fatti di storia e abitati da altre persone, cittadini del mondo.

New York, Parigi, Sharm El Sheik, paesi diversi tra loro, visitati da milioni di persone all’anno. America, Europa e Africa, i loro continenti, così distanti ma così vicini quando parliamo di uomini, bambini e anziani. Gente ricca e gente povera, una statua della libertà e un deserto da scoprire. Palazzi alti, grigi e tanti negozi con tanta gente dentro pronta a spendere per portare a casa tanti piccoli souvenir come ricordo. Dall’altra parte, bambini che giocano con pezzetti di legno davanti alle loro capanne in mezzo al deserto.

Sono anche queste le cose che fanno crescere una persona. Viaggiando ci possiamo rendere conto di come il mondo cambi a seconda di dove ci troviamo, ma è anche vero che non importa il luogo in cui ti trovi, ma la persona che ti è accanto.

Il turista vuole capire fino in fondo se quel posto che ha visto magari in televisione o su qualsiasi giornale esiste realmente e vederlo con i propri occhi per poi poterlo raccontare. Siamo frettolosi, vogliamo vedere tutto e subito, scattare qualche fotografia e incollarla lì, nell’ album fotografico, insieme alle altre fotografie di altri viaggi, facendo così di esso uno dei ricordi più piacevoli della nostra vita.

Il turista invece dovrebbe soffermarsi molto di più su un posto e cercare di capire il perché esiste quel monumento così tanto visitato e famoso, conoscere la storia e dopodiché sentirsi soddisfatto, non solo dei bei giorni passati in quell’albergo così lussuoso con piscina e centro benessere, ma bensì di essersi sentito parte di quel posto tanto lontano dalle loro case.

Viaggiare è anche partire senza meta e capitare in qualsiasi posto del mondo e provare a entrare in sintonia con i popoli, tenendo conto che tutti hanno la capacità di coinvolgersi nella vita altrui, perché effettivamente, se vogliamo, possiamo.

Dovremmo imparare a mettersi nei così detti “panni” degli altri, magari di quei bambini africani che ogni giorno, per un po’ di acqua, fanno chilometri su chilometri per raggiungere un pozzo; ma ai ragazzi di oggi farebbe fatica, perché siamo abituati ad avere tutto e subito senza un minimo di riconoscenza. Forse un viaggio non basterebbe.

Viaggiamo, perché dobbiamo imparare ciò che la vita ci offre, dobbiamo conoscere popoli, culture, religioni e lingue diverse, visitando sia l’Oriente che l’Occidente perché entrambi ci sapranno offrire quel qualcosa in più che oggi non abbiamo.

Non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta e credendo fosse per sempre”.

Questa frase va tenuta in considerazione perché chi nella vita ha viaggiato si sarà reso conto che tornare a casa è sempre bello, e sa che nessun paese, anche se più ricco del suo, gli offrirebbe più serenità e felicità.

Viaggiate ragazzi, e imparate dagli altri, ma amate anche la vostra Italia, terra così bella e così ricca di storia.

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Il mondo tace

Negli anni trenta esistevano i lager, i campi di concentramento tedeschi che tutti conosciamo e che una volta all’anno rammentiamo con tanta malinconia. La storia ci ha insegnato che è stato il volere abominevole e illogico del nazismo germanico a partorire l’idea di realizzare i campi di lavoro e sterminio. Spesso immaginiamo tale realtà come un’immagine annebbiata, remota, immergendoci nella convinzione che quegli avvenimenti inumani siano indiscutibilmente conclusi e irripetibili. Troppo spesso crediamo che soltanto un regime nazista potrebbe essere in grado di compiere azioni disumane come quelle attuate dai seguaci di Hitler durante la seconda guerra mondiale, perché siamo saldamente convinti e persuasi che gli altri regimi, più o meno democratici, non riuscirebbero nemmeno a pensare di realizzare orribili follie come i campi di concentramento. Non sto mettendo in discussione la validità di un regime democratico, bensì dubito di quanto siano veritiere le democrazie attuali. Ricordo nitidamente che un mio professore, durante una lezione, mi spiegò che il nazismo è una bestia e che non è sola, perché “nazismo e comunismo sono due facce della stessa medaglia”. Difatti, se ci spostiamo in oriente, più precisamente in Cina, possiamo renderci conto che ciò che un tempo si chiamava lager in Germania e gulag in Russia, oggi, in Cina, si chiama laogai.
I laogai vennero istituiti da Mao un anno dopo la rivoluzione comunista. Egli aveva seguito le impronte di Lenin che aveva aperto i gulag nel 1948 nell’URSS. I laogai, tuttora presenti, vengono spacciati come luoghi dove ci si riforma attraverso il lavoro, così dall’esterno tutto appare come soluzione giusta ed equa ai problemi sociali. Ma in realtà laogai ha tutt’altro significato: significa lavoro forzato; diciotto ore di lavoro al giorno e centoventisei a settimana; significa patire la fame, diventare scheletri viventi, abbandonare la propria famiglia e la vita normale; significa assentire al comunismo totalitario e dissentire alle esigenze democratiche. In parole povere, i laogai sono l’emblema di un paese socialmente arretrato, barbarico e schifosamente inumano. I campi di lavoro cinesi sono la condanna di chi ha osato alzarsi in piedi quando l’ordine impartito dalle autorità era quello di rimanere in ginocchio, di chi ha detto no quando tutti dicevano roboticamente sì, di chi si è opposto alla legge perché voleva tenere il secondo figlio, di chi è stanco e deluso dall’ingiusto regime comunista.
Il tuo portapenne, i tuoi vestiti, il tuo mouse, tutto ciò che ti circonda potrebbe provenire da un laogai poiché commerciare i prodotti fabbricati in questi campi di lavoro è legale. Numerose multinazionali cinesi trovano conveniente vendere le mercanzie dei laogai: dato che la manodopera è gratuita e i profitti sono alti, riescono eccellentemente a esportare tali prodotti nascondendo la reale provenienza – che sarebbe teoricamente illecita – usando il secondo nome del laogai, che è sempre quello di un’impresa commerciale.
I laogai esistono per intimidire e incutere terrore tra il popolo; le loro leggi sono austere e animalesche: fanno il lavaggio del cervello ai detenuti, li obbligano con la tortura e la violenta persuasione a chinare il capo al volere comunista; inoltre, il cibo è scarso e c’è chi mangia i topi trovati qua e là per calmare la fame. Nei laogai il sogno dei detenuti è scappare, ma la fame, le forze esaurite, i dolori che inibiscono i propri voleri lo rendono un’impossibilità. Pensate, l’economia cinese si trova tra queste disumanità! In Cina, quindi, essa non significa affari né commercializzazione, bensì tortura e fame. Ma la cosa più triste è che i prodotti cinesi, inclusi quelli fabbricati nei campi di lavoro, sono sempre più richiesti in tutto il mondo, perciò i laogai e i detenuti sono tristemente destinati ad aumentare, perché per le imprese cinesi il termine laogai significa profitto.
Purtroppo sono certa che non saremo noi a chiudere i battenti dei laogai e quindi dare la possibilità al popolo cinese di
esprimere la loro democratica esigenza di capovolgere il sistema. Ma mi è sufficiente pensare che oggi si parla di questa cruda realtà, quando ieri la disinformazione la celava. Il sogno di Harry Wu – che è stato prigioniero nei laogai per diciannove anni – è quello di riuscire a inserire il termine laogai nei dizionari di tutte le lingue. Io mi auguro, invece, che quel termine possa andare oltre ed entrare nella vita di ognuno di noi, di modo che il mondo smetta di parlare di baggianate e di tacere sulle cose importanti.
Liu Xiaobo, che ha ricevuto un premio Nobel per la pace, scrisse: “l’uomo ha l’intelletto, per questo si crede superiore agli animali e ritiene di poter dominare su tutte le cose del mondo. […] le infinite regole, leggi, norme, dogmi e teoremi stabilite dalla ragione costringono in maniera evidente l’esistenza a un appiattimento dottrinale, facendo sì che l’uomo sia così limitato dalle sue stesse creazioni da non riuscire nemmeno a muovere un passo”. Dopo anni di tortura e prigionia, Liu Xiaobo è ancora in uno dei tanti laogai in Cina.

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Un'Italiana a Bruxelles: la Nazionale agli Europei

Non sono mai stata una grande tifosa. Non seguo il calcio, non ho una squadra del cuore e mi disgusta ricordare che in Italia ventidue società e cinquantadue giocatori sono in attesa di essere processati per un giro di scommesse da milioni di euro.

Ciononostante, è difficile non rimanere affascinati da quell’aura di socialità e senso di appartenenza che rapisce la ragione di chiunque osi mettersi a parteggiare di fronte a un match calcistico. Quando vivi all’estero, la Nazionale si trasforma in una calamita capace di riempire locali con oltre duecento persone che esultano e si abbattono sotto la stessa bandiera, fra italiani per nascita e italiani per scelta…

Dopo la vittoria degli azzurri allo scontro Italia-Germania, Bruxelles si è trasformata nella città del tricolore “verde, bianco e rosso”, sventolato da rumorose macchine di clacson e urla di trionfo. Il centro è presto divenuto il punto nevralgico di festeggiamenti che andavano oltre il risultato della semifinale: un tripudio di incontri inaspettati, abbracci sconosciuti e brindisi senza tregua.

L’occasione per una staffetta al bar marocchino sotto casa, per ritrovarsi di fronte al proprietario con la pelle scura e lo sguardo mediorientale con la maglia azzurra e un sorriso d’intesa. Una nottata a parlare francese e ricambiare giri di birra col ristoratore portoghese, il cuoco algerino e altri volti amichevoli accomunati dal pretesto di una vittoria calcistica da festeggiare. Andare a dormire alle tre e mezza della notte con la testa leggera e un bagaglio di esperienze che senza quegli Europei non avresti mai potuto sperimentare. Una serata che si sarebbe potuta ripetere con la finale di domenica, ma che alla fine ha deciso di concedersi ai tifosi spagnoli.

E adesso che i giochi son finiti, si tornerà giustamente a parlare di tutti gli scandali e la melma in cui sta affondando il mondo del calcio, oscurando quel meraviglioso potere di aggregazione e condivisione che, nonostante tutto, mi ha fatto divertire e mi piace ricordare!

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