Respirando lo stato d'assedio della Colombia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Vi presentiamo Cristina: una piccola rivoluzionaria nata in Sardegna 32 anni fa, da sempre convinta che “un altro mondo non solo sia possibile, ma necessario”… Da circa due mesi lavora come attivista per un’organizzazione che si occupa di diritti umani in Colombia, con un’esperienza che oggi ha deciso di condividere anche con noi lettori di Camminando Scalzi[/stextbox]

Bogotà… Grande, dispersiva e molto pericolosa, sicuramente. Ma allo stesso tempo ti strega e ti cattura con i suoi odori, colori.

Non hai subito l’impressione del pericolo, e quando te ne rendi conto capisci che è naturale che sia rischiosa, viste le disuguaglianze sociali così evidenti. In una strada che può essere considerata tranquilla, ti rendi conto che giusto girando l’angolo è tutta un’altra realtà. Si dorme in uno spartitraffico solo con quello che si ha addosso, e c’é un mito da sfatare: a Bogotà c’è freddo!

L’altra sera sono andata a ballare salsa con delle ragazze e ragazzi di una ONG amica in un locale che aveva appena inaugurato. A un certo punto arriva la polizia, con armi e tutto. Giusto per farsi vedere, e per ricordare al proprietario l’orario di chiusura, semmai l’avesse dimenticato. Ma soprattutto per chiedere un “contributo” per la benzina… Inutile dire che il tipo ha sganciato la bellezza di cinquanta mila pesos colombiani (lo stipendio medio di un operaio si aggira intorno ai 125.000 pesos, ndr). Alla faccia del rincaro della benzina…

La sera dopo c’era la quarta festa di “despedida” di una collega e siamo uscite a ballare. Arriviamo al Congo, la Candelaria. Un locale caldissimo, i cui muri sembravano traspirare alcool. Decido di fumare una sigaretta e prendere una boccata d’aria. Mi metto vicino a un carretto di venditori ambulanti. Arriva la polizia, un agente si avvicina e in modo poco gentile chiede una sigaretta. Qui si vendono sfuse… I proprietari fanno a gara per offrirgliene una. Ne prende quattro e ovviamente non pensa di pagare nemmeno per un secondo. Le prende e va.

La cosa che più mi ha scioccata é proprio la presenza di armi e persone armate. Non parlo solo della polizia, presente a ogni angolo della strada, ma anche della sicurezza privata, fissa all’esterno delle case “ricche”, di edifici pubblici o di professionisti. Tutti pagano una guardia armata che sta fuori giorno e notte. È incredibile vedere l’esercito tranquillamente a ogni angolo, e dico ogni angolo, soprattutto al centro. È assurdo trovarsi con armi dovunque, ma in particolare è inconcepibile vedere come la gente conviva e abbia interiorizzato questo stato di polizia. In effetti la Colombia è perennemente sotto “estado de sitio” (stato d’assedio).

È una città difficile, ma vale la pena viverla, almeno per un po’. Qui ci vivono dieci milioni di abitanti su un totale di quarantacinque, quasi un quarto della popolazione. Ci sono zone che avrei voluto visitare, ma che per questioni di sicurezza non ho potuto. E non esagero, visto che non ci vanno nemmeno i Bogotani, se non scortati. Anche questo è normale da vedere: camionette blindate con i vetri oscurati e l’autista. Soprattutto al nord, zona sfacciatamente ricca in opposizione al sud sfacciatamente povero. Anche chi si occupa di diritti umani: sono minacciati e devono vivere una vita da blindati per poter portare avanti la lotta.

Poi arriva l’ora di lasciare la capitale, per andare verso il Caribe. Apartadò, departamento de Antoquia. Zona di FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), ma anche la zona dove nascono i paramilitari, zona di stragi, di ingiustizie e di caldo estremo. Appena arrivata a Medellin si sente la differenza con Bogotà. Vado a cambiarmi all’aeroporto e mi vesto da agosto, ma il caldo è insopportabile anche sotto l’aria condizionata. Medellin, la città dell’eterna primavera e del cartello di Escobar. Città ricca, si vede. Città in cui sembra che un gruppo di paracos (paramilitari, ndr) stia cercando di metterci le mani. Ma questa è un’altra storia, magari ve la racconto la prossima volta…

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