Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.

E la scelta di farlo in questo periodo storico, è casuale oppure no?
È ovvio che tutto è legato al periodo. È ovvio che se la nostra classe politica non fosse in gran parte formata da malfattori, non ci sarebbe stato motivo di portare in teatro uno spettacolo come “Promemoria” (2009), dedicato alle malefatte della catastrofica classe dirigente della Seconda Repubblica. E se non ci fosse un’informazione da quarto mondo come quella che abbiamo oggi in Italia, non ci sarebbe il bisogno di fare uno spettacolo sulla mala informazione come “Anestesia totale”. Ovviamente tutto deriva da quello che succede attorno, altrimenti ai produttori non sarebbe mai venuto in mente di propormi uno spettacolo come questo e io non mi sarei mai sognato di dire di sì, se non mi fossi reso conto che ci sono delle persone che sono interessate a questi argomenti e lo sono perché forse c’è un vuoto da riempire.

SULLA DIFFAMAZIONE
(intervista fatta prima dell’approvazione del nuovo testo al riguardo)

Nella pagina Wikipedia a te dedicata si legge un lungo elenco di condanne in sede civile, soprattutto legate al reato di diffamazione. Come commenti questi dati?
In realtà non sono condanne in sede penale ma cause civili che ho perso, e non per il reato di diffamazione, perché questo reato si accerta solo in sede penale. E benché io scriva una media di 500 articoli all’anno, lavorando da 27 anni, senza contare i 30 libri e i 6 anni ininterrotti di trasmissioni televisive con Santoro, io non ho mai riportato una condanna per diffamazione in sede penale. Ho perso alcune cause civili e ho pagato i danni a chi si riteneva danneggiato. Peraltro non esiste una sola sentenza nel quale si affermi che io ho scritto il falso nei miei articoli. Non ho mai avuto e mai avrò una condanna per aver mentito sapendo di mentire. Al massimo ho commesso degli errori in buona fede, posso aver pubblicato notizie parziali, ma un pezzo come quello di Sallusti, in cui si legge che un giudice ha obbligato una bambina ad abortire contro la sua volontà, io non lo scriverò mai, semplicemente perché io non faccio campagne basate sul falso e per questo mi rifiuto di essere apparentato a presunti colleghi che scrivono programmaticamente il falso sapendo di scriverlo. Giornalisti che giustamente vengono condannati e che rifiutandosi di scrivere delle rettifiche dovrebbero giustamente finire in galera. L’importante è stabilire questa differenza: il dolo, per cui non esiste deterrente migliore del carcere. Non mi appassiona affatto questa campagna contro la galera ai giornalisti; a volte è sacrosanta, perché un giornalista può fare molto male alla gente quando si portano avanti delle campagne basate sul falso e per di più non si rettificano. Per questo ci tengo tanto a evidenziare la differenza tra un errore in buona fede, immediatamente riparato con una rettifica, e una menzogna in malafede, peraltro priva di smentita. Ci dovrebbe essere una distinzione fra queste due situazioni. Io, per esempio, adesso mi trovo a dover pagare un sacco di soldi per aver espresso un giudizio che un giudice, nella sua discrezionalità, ha ritenuto eccessivo. Ma per me non esistono giudizi eccessivi – o meglio – esistono, ma non dovrebbero essere puniti né con multe né col carcere. Noi abbiamo ancora una norma che non distingue tra l’opinione, l’errore in buonafede e la campagna dolosa basata sul falso, mentre bisognerebbe distinguere. A mio parere la terza andrebbe punita anche col carcere, mentre le altre due non andrebbero punite proprio.

MALA INFORMAZIONE

Durante il tuo spettacolo parli del “virus della cattiva informazione” che dilaga in Italia. Esiste un vaccino o un modo per difendersi da questo virus? Il Fatto Quotidiano è un vaccino?
Il Fatto Quotidiano è solo uno scudo. Il vaccino sarebbe cambiare il sistema con delle leggi che vietino il conflitto d’interessi. Come può un’azienda automobilistica editare un giornale che si occupa di automobili? Come può una banca avere la proprietà di un giornale che si occupa di investimenti finanziari? Come fa un’assicurazione a editare un giornale che poi offre consigli ai consumatori su qual è la migliore assicurazione? Come fa un politico a editare un giornale che poi parla di politica? Sono tutte cose che all’estero sono assolutamente vietate, e infatti all’estero ci sono gli editori puri, che magari sono dei fior di figli di puttana come Murdoch, però almeno fanno soltanto gli editori. Non fanno i politici, i banchieri, gli assicuratori, etc etc. Altrimenti poi è normale che la maggioranza delle pagine di questi giornali siano marchette. Perché oltre alle pressioni pubbliche date dai finanziamenti pubblici e alle pressioni pubblicitarie di cui abbiamo parlato prima, ci sono quelle dell’editore e poi degli amici dell’editore e così via dicendo. E poi è normale che tv e giornali siano infestati da questa robaccia.

ORDINE DEI GIORNALISTI

Cosa pensi dell’Ordine dei giornalisti e secondo te perché l’Italia è uno dei pochi Paesi europei ad averne uno? E per quale motivo, pur possedendo un Ordine che dovrebbe garantire la libera espressione dei giornalisti e la qualità dell’informazione, l’Italia non primeggia mai nelle statistiche sulla libertà di stampa?
Sinceramente non credo che la presenza di un Ordine dei giornalisti abbia qualche effetto sulla maggiore o minore libertà d’informazione. Per quanto mi riguarda, è un ente inutile che andrebbe abolito, e io infatti sono tra i firmatari del referendum di Grillo per l’abolizione della Gasparri, dell’Ordine e dei finanziamenti pubblici ai giornali. Ciò non significa che all’interno dell’Ordine non vi siano giornalisti validi, che cercano di fare il loro possibile, ma non serve a nulla. È semplicemente un residuato degli anni trenta. Una corporazione. Non che si debba buttare via tutto. La legge che protegge il contratto, lo status di diritto del giornalista e che tutela le fonti andrebbe mantenuto, ma il resto mi pare proprio inutile, come del resto mi sembrano inutili tutti gli albi professionali, che a mio parere andrebbero smantellati.

PER GLI ASPIRANTI GIORNALISTI

Cosa consiglieresti a un giovane che oggi vorrebbe intraprendere la professione giornalistica, in un periodo in cui i giornali sembrano proporre solo stage o collaborazioni semi-gratuite?
Beh, di certo deve informarsi bene e sapere che è molto dura, molto più dura di una volta. Però deve anche sapere che in fondo da qualche parte l’informazione ci sarà sempre e ci sarà sempre bisogno di qualcuno che racconti e spieghi quello che non si può venire a sapere standosene a casa propria. Quindi, se qualcuno ha la vocazione o il trip per il giornalismo, è giusto che lo faccia. È un lavoro molto faticoso e difficile, molto rischioso anche, se lo fai in un certo modo, ma divertente anche, e molto appassionante. E dato che io mi ci diverto e mi ci trovo molto bene, non vedo perché dovrei dissuadere dal farlo. Anzi, io incoraggio chi lo vuole fare con questo spirito. Chi invece pensa che sia un modo per andare al cinema gratis o pensa che si guadagni bene, se lo scordi, perché si guadagna malissimo. Chi lo vuole fare per la fama, se lo scordi ugualmente perché non c’è nessuna fama. È più probabile la fame della fama. Detto ciò, è davvero un lavoro molto divertente e anche molto utile.

Il Fatto Quotidiano ricorre a molti giornalisti e collaboratori o siete perlopiù redattori fissi?
Noi abbiamo una redazione di persone regolarmente assunte. La grande maggioranza con contratto a tempo indeterminato. Poi abbiamo un giro di stagisti che vengono a fare le sostituzioni e che ci mandano le scuole di giornalismo e che vengono a fare un po’ di apprendistato e farsi anche conoscere. Poi quando qualcuno è particolarmente bravo lo teniamo presente nel caso in cui ci serva allargare l’organico. Però non facciamo nessuno sfruttamento di nessun genere.

Quindi niente collaboratori pagati venti centesimi a modulo?
No no, per fortuna no. Abbiamo molti corrispondenti che vengono pagati con cifre non astronomiche ma comunque dignitose.

Leggi qui la seconda parte dell’intervista!

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