Mafia interiore

Senti un boato, il rumore di uno sparo, le grida di qualcuno. Nell’aria percepisci una certa tensione, il macabro profumo della vendetta e della morte. Poi sfogli le pagine del giornale locale e apprendi che il vicino di casa è stato prima minacciato e poi ucciso per motivi economici, motivi ancora non del tutto chiari, motivi che tuttavia non ti giustificano nulla. Infine tornano a galla le storie ormai obsolete che i media tirano fuori dal cassetto quando è il momento giusto per creare maggior allarmismo, tornano sui giornali i nomi, i cognomi e i soprannomi di chi furtivamente fa del male a noi e allo Stato, tornano a singhiozzo le sensibilità collettive riguardo alla malavita, al degrado sociale, alle ingiustizie più nascoste, tornano le consapevolezze mai costanti e incrollabili. Scoppia uno scandalo e tutto il mondo ne parla, le voci dilagano fluidamente in cunicoli che portano l’opinione pubblica a essere una voce frenata e spezzata dalla prepotenza mediatica, che riesce a calmare il panico sociale e al contempo lo riesce ad aizzare.

Di rado sentiamo raccontare e ripetere alla radio o alla TV qualcosa che i media volontariamente vogliono sbiadire o ridimensionare, o qualcosa di cui tutti insieme ci vergogniamo perché all’estero ci fa fare brutta figura. Sarebbe scandaloso per il pubblico sapere che un tempo si usava gettare i bambini nell’acido, eppure lo si faceva, e forse lo si fa tuttora. Bimbi innocenti e immacolati, annientati perché il padre non aveva pagato il pizzo o perché aveva deciso di rompere l’omertà per fare giustizia. Questo è un racconto osceno, ma penso sia più osceno sapere che un’intera nazione preferisce le baggianate della TV piuttosto che ascoltare queste aspre storie che, in un qualche modo, dovrebbero aiutarci a capire i meccanismi della realtà, quindi a migliorare ciò che è sfocato, sbagliato e guasto.

Giuseppe Di Matteo

Giuseppe Di Matteo è il titolo di una delle tante storie scandalose e il nome di un ragazzino che a quattordici anni fu vittima innocente della mafia. Il suo corpo non esiste, di lui non rimane niente se non il ricordo annebbiato di un bambino felice, innocuo, il cui destino gli ha serbato una fine troppo precoce. La verità ci spiega che i nemici lo gettarono nell’acido nitrico per farlo sparire, ma prima lo sottoposero a settecentosettantanove giorni di prigionia, lasciando che la fame gli mangiasse i muscoli e gli carpisse le energie, poi lo strozzarono. Nemmeno gli ideatori di racconti horror riescono a immaginarsi scene come queste, così orride, crude, diaboliche. Eppure Giovanni BruscaLeoluca Bagarella e Gaspare Spatuzza ci sono riusciti alla grande e l’impresa fu, per loro, un grande successo. Chi se lo immagina un bambino accasciato a terra, in una stanza chiusa e buia, più simile a uno scheletro vivente che a un candido fanciullo, che chiama la mamma e il papà, che dentro di sé si domanda “perché?”, che piange e che, tra la vita e la morte, capisce quanto triste e cattivo possa essere l’essere umano?

La mafia funziona così. E quando ti prende di mira, anche se non c’entri, come il piccolo Giuseppe, non ti rimane che contare i giorni che ti sono rimasti. Non esiste pietà, perdono, né un minimo di benevolenza, perché mafia significa tutt’altro che questo. La mafia è il volto oscuro dell’umanità, è l’emblema del male, è una setta capillare, è un unico partito politico disumano che, per tal motivo, odora di sangue innocente. Non esistono formule matematiche e strategie ineccepibili in grado di rompere la sua potenza imperiosa e impellente; ma, purtroppo, proprio per questa finta impossibilità di controllare il male penetrato nella società, ci precludiamo la possibilità di combattere quella piaga profonda che arriva ad accarezzare le viscere della terra. L’illusione che un problema ampiamente diffuso in tutto il territorio nazionale non si possa vincere o minimamente placare, ci rende probabilmente prigionieri del silenzio, dell’astensione al dire la verità, della rinuncia alla speranza. E noi, cittadini civili e mortali, da troppo tempo abbiamo lasciato schizzare fuori il sangue dalla ferita, non abbiamo mai avuto la costanza di tenere tamponata l’emorragia, e tanto meno di tentare di curare la lesione avvallata, poiché ci siamo lasciati contagiare, come un’influenza, dall’insensibile e perpetuo rinvio di un cambiamento di noi stessi che avesse il compito di moralizzarci e di spronarci a far combaciare il coraggio con la verità.

Mi domando spesso se vale la pena scrivere tutto questo quando persone ben più importanti e dotte di me seguono la mia stessa lotta e non riescono a ottenere ciò che vorrebbero avere. E mi chiedo anche se vale la pena scrivere e piangere, sperare e indignarsi dinanzi a qualcosa che odi e che vorresti vedere morire, quando il resto del mondo ti dà le spalle. Mi sembra quasi impossibile l’idea di poter vedere un giorno i miei desideri prendere forma e camminare lungo la strada; tuttavia continuo a invocare tragicamente l’attenzione e l’aiuto morale dei professori, dei sindaci, degli imprenditori ancora immacolati, della gente sensibile, che sono in grado di dare una svolta a questo sistema corrotto e ipocrita, a trovare una cura a questo cancro mafioso che uccide il nostro Paese. Chiedo, dunque, a tutti coloro che nutrono un minimo di speranza e dispiacere, di alzarsi da dove sono comodamente seduti per combattere verbalmente l’ignoranza che afferra il futuro e lo macina finché non diventa polvere.

Rita Atria

Rita Atria diceva: “la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi“; parafrasando ciò che sosteneva, dobbiamo assolutamente annientare quella corruzione interiore, quel deperimento morale e quella mancanza di spiritualità e buonsenso in noi, per capire che non è annunciando al mondo che l’Italia è un paese di merda che si risolvono i suoi problemi, ma riuscendo ad ammirare ancora la poca sincerità rimasta, la forza nascosta dello Stato, i nomi di quei grandi italiani che hanno cercato di risolvere il problema senza limitarsi a urlare che l’Italia è un paese di merda. Non citiamo più Maurizio Corona, Mario Balotelli, Costantino, la farfallina di Belen e tutta la gente della spazzatura televisiva ma, una volta ogni tanto, sventoliamo al vento le bandiere di chi, morendo, ha fatto venire a galla la verità! Voglio credere che un giorno tutto ciò sarà una realtà possibile, e che non mi sentirò più sola nel scrivere tutto questo.

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3 pensieri su “Mafia interiore

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  2. Ne vale la pena. Di scrivere e piangere, sperare e indignarsi. Perchè scrivendo non lo fai da sola. Siamo già in due, almeno. E si comincia da questo

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