La vera crisi dell'avvocatura



Libero professionista
: colui che svolge un’attività economica, a favore di terzi, volta alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale. L’etimologia  deriva da “professare” cioè essere fedele a degli statuti ordinistici o regolamentanti una attività, mentre il termine freelance deriva dal termine medievale britannico usato per un mercenario (free-lance ovvero lancia-indipendente o lancia-libera), cioè, un soldato appunto professionista che non serviva un signore specifico, ma i suoi servigi potevano essere al servizio di chiunque lo pagasse.

Avvocato: dal latino advocatus, sostantivo derivante dal participio passato del verbo advoco = ad-vocatum = chiamato a me, vale a dire “chiamato per difendermi”, cioè “difensore”. Libero professionista che svolge attività di assistenza e consulenza giuridica e/o legale a favore di una parte.

Lavoro subordinato: informalmente detto lavoro dipendente, indica un rapporto nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale.

Galoppino:  cavallo usato in allenamento per sollecitare i trottatori, oppure: piccola puleggia che mantiene tesa la cinghia di trasmissione ma anche: chi tutto il giorno si affanna a correre per sbrigare commissioni per conto di altri: fare il galoppino di qualcuno.

Crisi:  dal greco κρίσις = decisione, è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure una situazione sociale instabile e pericolosa. Ma anche: deterioramento di una condizione oggettiva con conseguente instabilità socio-politica e decadenza delle istituzioni civili; turbamento della pacifica convivenza, della vita in comune e perché no: sconvolgimento dell’assetto interiore di un individuo, inquietudine o smarrimento.

L’avvocatura è in crisi, lo sanno anche i muri. Il fatto è che dal mio punto di vista la crisi che la colpisce è molto diversa da quella che viene definita “economica”. Secondo la mia modestissima opinione si tratta di una crisi culturale, un pizzico sociale e soprattutto morale.

L’avvocatura è davvero in crisi. A dirlo non sono (soltanto) i numeri, ma le facce dei giovani avvocati che, a dire il vero neanche più così giovani, attraversano sempre più malinconici i corridoi dei tribunali di tutta Italia. Giovani, e non più giovani, piccoli imprenditori di se stessi costretti a vivere nell’incertezza dell’eterna indecisione sul cosa fare della propria vita lavorativa.

A conti fatti, siamo giunti al punto per cui è abbastanza naturale chiedersi se sia davvero il caso di perseverare nella professione o cercare soddisfazione presso altri mestieri. D’altronde, passare gli anni della pratica e i primi anni da “titolati” a frequentare gli studi legali in qualità di “galoppino” – ruolo che comporta l’essere rinchiusi per dieci, dodici ore al giorno nei fortini legali, ricevere compensi ridicoli (quando e se il dominus lo concede), essere trattati e considerati l’ultimissima ruota del carro, e soprattutto vedere ogni giorno diminuire la propria autostima e contestualmente aumentare lo sconforto – di certo non aiuta nella scelta. Sicuramente non aiuta a innamorarsi della professione per cui si è studiato e di certo non è un tirocinio che ti riempie, salvo rare eccezioni, di soddisfazioni economiche, professionali e umane.

Pertanto, ai testardi giovani avvocati che vogliono a tutti i costi investire nella professione, oggi non resta che scegliere tra due strade. Rischiare tutto catapultandosi nel libero mercato (libera professione a tutti gli effetti), o essere assorbito nel mondo delle false partite IVA. Andiamo con ordine.

La prima opzione è quella di mettersi da soli e provare a vedere come vanno le cose da libero professionista. Realisticamente parlando, questa strada è percorribile se si ha la fortuna di avere già uno studio avviato, oppure se si ha la buona sorte di avere dei clienti fissi, aziende, amici o conoscenti che garantiscano delle entrate più o meno certe. Altrimenti, si corre il rischio di sopravvivere alla meno peggio, passando le giornate a fissare il muro e aspettando che dal cielo cada chissà quale miracoloso cliente. Questa strada è difficilissima, quasi impraticabile se pensiamo che tuffarsi in questo oceano significa competere con pesci giganti che possiedono, per via di non si sa bene quale convenzione non scritta, il monopolio del mercimonio della clientela (parlo della clientela facoltosa, non delle difese d’ufficio e dei gratuiti patrocini). La presenza ingombrante di squali sempre più rugosi e affamati e di razze sempre più anziane e inviperite aleggia nei meandri dei tribunali, rendendo l’impresa del giovane avvocato pressoché impossibile. Chi vuole fare la libera professione deve inserirsi in un mercato saturo e la cui clientela è in mano sempre agli stessi studi.

La seconda opzione è quella di continuare a lavorare nei grandi studi legali, insomma proseguire la carriera da galoppino, sperando di essere un giorno elevato di grado e passare a livello “pony” per arrivare un giorno alla categoria di “puledro”. In realtà, questa seconda scelta introduce il concetto di false partite IVA, cioè di liberi professionisti apparenti, che in realtà svolgono la propria attività in maniera continuativa per un determinato datore di lavoro in cambio di una remunerazione fissa, insomma un lavoratore subordinato a tutti gli effetti.

Ma un qualsivoglia contratto di lavoro subordinato non è stipulabile da parte di un avvocato iscritto all’Ordine, almeno secondo la attuale legislazione. D’altra parte, l’esistenza di un contratto implicherebbe un massimo di ore di lavoro, ferie e straordinari pagati e forse anche una tredicesima. E’ evidente che la contrattualizzazione della libera professione non converrebbe a nessuno, se non al galoppino (è chiaro), che invece oggi riesce a garantire, e lo fa con una tranquillità a tratti tantrica, una media tra le  dieci e le dodici ore al giorno di lavoro, senza alcun accesso a bonus percentuali sui fatturati (salvo rarissime eccezioni)  e se ad agosto va due o tre settimane in ferie il più delle volte non viene pagato. Insomma, se il galoppino venisse regolarizzato dovrebbe guadagnare in base alle ore effettivamente svolte (oltre gli straordinari, si capisce), e dovrebbe addirittura avere diritto alla partecipazione, seppure parziale, da parte del datore di lavoro delle prestazioni contributive, che oggi, trattandosi di una libera professione, sono ovviamente (e mi permetto di dire giustamente) a totale carico del galoppino.

E’ cambiata la società, sono cambiate tante cose,  tutti se ne rendono conto. Non credo, del resto, che i giovani avvocati abbiano la presunzione di voler fare la vita da signori che hanno fatto i loro colleghi fino a dieci, quindici anni fa, e che tanti tra questi anche oggi continuano a fare per via del monopolio di cui  tutt’oggi sono titolari. Ciò che non è cambiato è che il lavoro, e di conseguenza i soldi, quelli veri, finiscono sempre nelle stesse tasche e sui medesimi conti correnti, intestati a squali e razze che nuotano con maestria e dimestichezza tra i corridoi e le aule dei tribunali delle nostre città.

E allora qual è la vera crisi? Mi riferisco a quella nel senso più letterale del termine. Quella del galoppino e del giovane (o non più giovane) avvocato, oppure quella patita dallo squalo o dalla razza che non riescono quasi più -ma ho i miei dubbi- nell’intento di fatturare somme a cinque zeri? Non può definirsi crisi, una crisi che non incide neanche minimamente sullo stile di vita di una persona, e ancor più non lo è per coloro che – per fare un esempio – rispetto all’anno precedente hanno perso il 20% delle entrate e nonostante questo continuano a fatturare a cinque zeri. Non è crisi economica ma culturale quella che induce il dominus a ridurre i (già minimi) compensi dei collaboratori o addirittura a sostituire il vecchio e fidato galoppino con uno nuovo, fresco di scuderia e a costo pari a zero. Non è crisi economica ma sociale, quella che porta i clienti sempre negli stessi studi legali. Non è crisi economica ma morale, quella che induce il giovane avvocato a cercare un’altra strada, ad abbandonare la strada per cui ha studiato e in cui tanto ha investito.

Dal mio punto di vista, lo ripeto, la crisi dell’avvocatura non è economica, ma culturale, sociale e morale. È una crisi figlia dell’egoismo degli anni ottanta, dell’ostentazione degli anni novanta, dell’egocentrismo dei primi anni duemila e del persistente corporativismo dei giorni d’oggi e, soprattutto, diversamente da ciò che campeggia in tutte le aule di tribunale, è una crisi che “non è uguale per tutti”.

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