Licenziamenti facili, ecco la soluzione

In questi giorni concitati, il Governo si trova a far fronte ai problemi finanziari di un Paese sempre più senza una guida solida e forte. Tra le varie idee brillanti che sono saltate fuori, spiccano gli emendamenti approvati in Commissione Bilancio che prevedono deroghe alla legislazione lavorativa vigente e ai contratti collettivi nazionali.

Nella pratica i contratti lavorativi potranno essere trattati e discussi anche in deroga alle attuali leggi vigenti, compreso il discorso sui licenziamenti. Questo in cosa si traduce? Le aziende avranno la possibilità di “licenziare” più facilmente i propri dipendenti (restano fuori dalle deroghe solo le donne vicine a matrimonio e gravidanza) attraverso accordi con i sindacati interni. Secondo Susanna Camusso di CGIL, questa è legge è “anticostituzionale”, e mira a distruggere l’autonomia dei sindacati nazionali. In concreto è un modo per aggirare completamente il contratto nazionale collettivo. Se l’azienda riesce ad accordarsi internamente con le rappresentanze sindacali, potrà arbitrariamente e senza alcun referendum interno modificare i vigenti contratti nazionali. Sarà, quindi, anche più facile licenziare.

L’articolo 18 diventa così sempre più labile, ed è inevitabile sottolineare come questa maggioranza continui a penalizzare i lavoratori, inseguendo la chimera della ripresa economica. Rimane un mistero per noi (che non ne capiamo molto di economia, ma qualcosa lo intuiamo), ma anche per gli addetti ai lavori, come una “maggiore mobilità” (chiamiamola così) possa risollevare le sorti della nostra economia. Dare più potere alle aziende significherà inevitabilmente togliere sempre più libertà ai lavoratori, libertà conquistate negli anni con dure lotte faticose. E chi ci assicura che le aziende non si accorderanno internamente per modificare i contratti con i loro stessi sindacati-rappresentanti “di comodo”? Chi impedisce ad un’azienda di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri dicendo “o ne licenziamo tot, o si chiude”? Insomma, sembra l’ennesimo enorme pastrocchio, poco incisivo dal punto di vista del rilancio economico e assolutamente mutilante nei confronti dei diritti dei lavoratori.

Nel frattempo leggiamo che le misure anti-evasione e in generale le sanzioni per chi si fa beffe del Fisco diventano addirittura più “morbide”. Spariscono le dichiarazioni dei redditi online in nome della privacy, non c’è più l’obbligo di allegare alla dichiarazione dei redditi gli estremi dei conti correnti bancari e dei rapporti con gli operatori finanziari, rimane soltanto il carcere per i grandi evasori, ma in maniera non retroattiva. Insomma, si poteva pescare nell’immenso mare dell’evasione fiscale, dei milionari che non pagano le tasse e vanno a farsi le vacanze in Costa Smeralda, magari gli stessi milionari che sono a capo di aziende che un domani potranno decidere la vita dei singoli lavoratori in base a come gira il mercato.

E invece si è preferito ancora una volta limitare i diritti della gente comune, di chi deve portare il pane a casa e rischia ogni giorno di più di rimanere senza lavoro. Tra contratti a progetto, cocopro, licenziamenti facili e chi più ne ha più ne metta, il lavoro in Italia diventa sempre più una chimera irraggiungibile.

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Riassunto delle puntate precedenti

Cosa è accaduto in questo mese vacanziero appena trascorso? Prima di cominciare la nuova stagione, è bene fare un breve riassunto delle puntate precedenti, con due momenti salienti di quest’ultimo mese di agosto.

L’Italia si è trovata a dover fronteggiare la crisi economica che a cascata sta investendo tutto il mondo. Il terreno di discussione della politica si è, per l’appunto, spostato su di una manovra economica (che dovrebbe essere di 45 miliardi circa) che è riuscita a mettere ancora una volta a nudo tutte le difficoltà dell’attuale Governo. Un Silvio Berlusconi sempre più “debole” politicamente, sempre più dipendente dalla Lega che tiene l’Italia in pugno con le sue decisioni. Tremonti, dopo il primo varo della manovra, si è trovato totalmente isolato dal suo stesso partito, che si è scagliato contro i tagli alle amministrazioni locali (la sparizione dei piccoli comuni, la cancellazione delle province) e il tentativo di andare a toccare le pensioni, baluardo inattaccabile per il Senatur e compagni. Bossi l’ha spuntata ancora una volta (minacciando l’ennesima nascita della Padania), e adesso si sta cercando di giungere ad un accordo per cercare di sollevare le sorti di un’Italia sempre più allo sbando, con una manovra-bis che sembra non accontentare nessuno ma che dovrebbe accontentare tutti, andando solamente a rattoppare quelle falle che inevitabilmente torneranno ad aprirsi al primo indebolimento dei mercati. E così oggi si decide, in un incontro tra il Primo Ministro e quello dell’Economia, il modo per uscire da questa situazione. L’incontro di oggi sarà presumibilmente risolutivo in una maniera o nell’altra, con un Tremonti che cerca sempre di più di far valere le proprie posizioni (ormai abbandonato dal suo stesso partito) minacciando dimissioni a destra e a manca. L’ultima modifica prevede l’innalzamento dell’IVA di un punto percentuale, l’accorpamento dei servizi dei comuni sotto i tremila abitanti, mentre pensioni e province non verranno toccate (queste ultime in attesa di una qualche riforma più in là). Insomma, una situazione molto confusa e difficile per il Governo, che ha sempre promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, e che invece di ritrova a farlo. E dire che con una decisa lotta all’evasione fiscale probabilmente avremmo molti meno problemi. Tutto questo mentre l’Italia si preoccupa di un ridicolo sciopero dei Calciatori di Serie A, tra notizie di esodi e controesodi, rimedi per il caldo e dove lasciare il cane per le vacanze, che hanno costellato inevitabilmente il mese di agosto.

La guerra in Libia nel frattempo è giunta alle sue fasi finali. Qualche giorno fa i ribelli sono entrati nella capitale, e oggi sono diretti a Sirte, città natale del leader Gheddafi, al momento in fuga e con una taglia sulla testa. Mentre il ràis propone anacronistiche trattative per un governo di passaggio, i ribelli scoprono in una Tripoli distrutta un’emergenza umanitaria, con decine di cadaveri ritrovati tra le macerie. Cadaveri che si sono lasciati dietro i mercenari di Gheddafi prima della fuga: prigionieri, vittime civili, persino donne e bambini, in una città ormai allo stremo delle forze. E mentre proprio oggi a Sirte si parla di negoziati con il Cnt preme per una risoluzione veloce della conquista della città (altrimenti passerà ancora una volta per vie militari), sono gli stessi ribelli a denunciare l’emergenza umanitaria in Libia, mentre continuano i bombardamenti dell’alleanza atlantica nelle zone di guerra. Intorno a Gheddafi si fa sempre più terra bruciata, ormai seguito soltanto dai fedeli figli, con i suoi generali che man mano lo stanno abbandonando. Il leader è in fuga da qualche parte (si diceva che fosse prima a Tripoli, poi a Sirte, poi in Algeria), mentre l’intera Libia (e la Nato) lo cerca al fine di porlo agli arresti e processarlo per crimini contro l’umanità. Ci auguriamo che finisca presto questo scempio di guerra e che possa cominciare quanto prima una transizione democratica del governo del paese libico.

 

 

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Chiudiamo con un breve saluto da parte di tutta la Redazione di Camminando Scalzi per voi lettori. Una nuova stagione di informazione libera è cominciata, e noi saremo in prima linea per fornirvela come sempre, senza pubblicità, senza filtri, dando la voce a tutti quelli che hanno una storia da raccontarci o semplicemente un’opinione da condividere (i modi per collaborare li trovate in alto nel sito). Grazie a tutti e bentornati.

Liberi, come ci si sente camminando scalzi…

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Tutti in piedi – Tutto cambia

“Todo cambia, tutto cambia”, con questo slogan si è chiusa la serata organizzata dalla Fiom “Signori, entra il lavoro – Tutti in piedi”, manifestazione dedicata al lavoro, dedicata ai lavoratori, in giorni in cui il precario viene definito “la peggiore Italia”.

Ed è invece la migliore Italia quella che va in onda da Villa Angeletti, bypassando la televisione e i media tradizionali, ennesima manifestazione nata sul web per il web. Tantissime le presenze fisiche (venticinquemila persone secondo gli organizzatori), ancora di più quelle “virtuali”, ossia tutti gli utenti che hanno seguito l’evento in diretta sul web.

Una serata all’insegna del lavoro dicevamo, con la partecipazione di tutto lo staff di Annozero, presentata da Serena Dandini, ricca di ospiti speciali. Sebbene ci sia stata la presenza di big come Corrado Guzzanti, Maurizio Crozza, l’arrivo a sorpresa di un sempre gigante Benigni, i veri protagonisti sono stati tutti quei lavoratori a cui è stata data voce, a partire dalla precaria Maurizia Russo Spena, la precaria che si era azzardata a fare una domanda al ministro Brunetta, da cui poi è arrivata l’offesa che tantissimi lavoratori precari si sono, giustamente, legati al dito. E poi i lavoratori della Fincantieri, gli studenti che vedono ogni giorno di più il Paese senza alcun futuro, i pastori sardi, gli immigrati, i giornalisti. Tutti hanno avuto voce, e tutti sono stati ascoltati. Ancora una volta, dove non arriva la televisione schierata, che racconta frottole e ci riempie la testa di cose inutili, ci pensa la gente. Sembra che ormai il popolo italiano abbia imparato la lezione, dalle elezioni ai Referendum: se i politici non ci aiutano, se pensano solo ai fatti loro, il vero cambiamento lo dobbiamo fare noi cittadini.

Grande successo dicevamo, nell’ennesima trasmissione-evento che non trova spazio sulle reti pubbliche, una trasmissione che fa il vero servizio pubblico. Mentre dalla Rai continuano le difficoltà per tutti i giornalisti e presentatori “scomodi” a qualcuno, mentre i contratti vengono risolti, sospesi, discussi in trattative che sembrano non avere alcuna via d’uscita, da qualche altra parte la gente urla il suo interesse per la questione sociale, la voglia di sentire le storie che vengono raccontate in questa maniera, la voglia dell’Italia vera, non di quella del Grande Fratello. Riempie d’ottimismo vedere manifestazioni del genere, soprattutto vedere la partecipazione delle persone, la loro commozione di fronte alle parole di Edda l’immigrata che urla la sua rabbia sul palco, di Oscar che racconta l’inferno della periferia milanese abbandonata a sé stessa, persone come tante, come quelle che alzano le mani, che applaudono che si commuovono.

Lo spettacolo si è concluso con un lungo monologo di Michele Santoro, per l’occasione vestito in tuta da operaio, che rivolge la sua lettera-proposta aperta al nostro Presidente Operaio. Parole che stringono il cuore, che fanno arrivare le lacrime agli occhi. “Riprendiamoci quello che ci hanno tolto” dice il presentatore appena esiliato dalla Rai, e la gente applaude, urla, incita, mentre Giuliana De Sio conclude lo spettacolo cantando la canzone che è poi diventata lo slogan. Todo cambia, tutto cambia.

E sta cambiando adesso.

In questa pagina de Il Fatto Quotidiano potrete rivedere tutto lo show di ieri sera, nel caso ve lo foste persi.

L'Italia peggiore che non fa un cazzo tutto il giorno

“La sinistra vince sul web perché il suo popolo non fa un cazzo tutto il giorno.” Parte da questo assunto la profonda riflessione dell’onorevole Stracquadanio sui motivi della vittoria della sinistra. Insomma, noi siamo tutti a casa a non fare un cazzo tutto il giorno, anche lui -come afferma- riuscirebbe a mettere su un movimento se non avesse tutti gli impegni che ha.

httpv://www.youtube.com/watch?v=n3wgWlQzidQ&feature=player_embedded

A parte le sempre delicate espressioni che utilizzano molti esponenti di centrodestra in maniera costante e metodica, è evidente ancora una volta come l’insulto e la delegittimazione dell’avversario rimangano lo status quo delle strategie politiche di Pdl e compari. Ci hanno detto tante volte che sono il partito dell’amore, ma quando si tratta di rispetto per l’avversario o semplice accettazione di una sconfitta, fanno orecchie da mercante. Mai viene ammessa una sconfitta (che pure è palese), mai una volta che si faccia un minimo di autocritica. La colpa -o il merito, a seconda dei punti di vista- è di quel popolo di fancazzisti di sinistra, che stanno lì con le mani in mano a organizzare eventi e campagne di sensibilizzazione. Va’ a capire poi cosa ci sia di male a organizzare una campagna “dal basso”. Rimane un mistero. Inoltre c’è l’errore di fondo di voler mettere per forza una bandiera ad una mobilitazione popolare che è assolutamente eterogenea, che riunisce tante persone (e chissà, forse c’è anche qualche fancazzista di destra) dei più diversi ideali. La politica di palazzo si scontra con la politica della gente, e tutto quello che riesce a fare è insultare. Quando non si capisce qualcosa, quando non la si comprende, si insulta.

Nel frattempo il ministro Brunetta ha presenziato alla “Giornata nazionale dell’innovazione”. A fine conferenza, due donne del movimento dei precari hanno preso parola chiedendo di fare qualche domanda al ministro. Nel momento in cui è venuta fuori la parola “precari”, il ministro, spazientito, se n’è andato immediatamente definendo i ragazzi “la peggiore Italia”.

httpv://www.youtube.com/watch?v=UMLB_v65HGM&feature=player_embedded

Ne è seguita un’ovvia contestazione, sono volati insulti, spintoni, ma il ministro se n’è andato via senza rispondere alle domande. Un gesto offensivo, snobbare qualcuno che vuole fare una semplice domanda. I precari esistono, sono tantissimi, tantissime persone che vivono con difficoltà la loro vita fatta di progetti a tempo, di sogni a scadenza, di incertezza completa sul futuro. Esistono perché qualcuno ha permesso i contratti a tempo determinato, li ha incentivati, li ha fatti diventare la base di un qualsiasi rapporto di lavoro. E tutto quello che riesce a fare un ministro della nostra Repubblica è definirli l’Italia peggiore? La frase non è mica così sbagliata in fondo, i precari rappresentano in un certo senso l’Italia peggiore, ma non nel modo inteso dal simpatico ministro Brunetta. I precari sono il risultato dell’Italia peggiore, dell’Italia che non si concentra sul lavoro, della classe politica che dimentica i bisogni primari della gente, guadagnarsi il pezzo di pane. Ancora una volta non rimane che guardarsi intorno, osservare come il precariato diventi sempre di più una piaga, con un mercato del lavoro fermo, con persone che si vedono i contratti sospesi per qualche tempo, in modo da non far scattare l’assunzione a tempo indeterminato, ragazze e ragazzi che cercano a fatica di pagarsi il pane con il semplice lavoro, spesso sottopagato, quasi sempre senza certezze per il futuro. E tutto quello che un nostro ministro -che rimane un nostro dipendente, ricordiamolo- riesce a fare ad una lecita richiesta di risposte è andarsene spazientito con una battutina fuori luogo, nonché offensiva?

Ancora una volta la distanza tra politica e cittadino appare abissale, sempre più ampia, sempre più incolmabile. Lo capiranno prima o poi che questo atteggiamento non porta da nessuna parte? La gente è stufa, le due recenti tornate elettorali l’hanno già dimostrato. Il tempo delle offese, dell’atteggiamento di presunta superiorità è finito. Sarebbe ora che cominciassero a rendersene conto.

Referendum: ce l'abbiamo fatta

Ci hanno provato in tutti i modi: hanno sminuito la campagna, non li hanno accorpati con le elezioni amministrative, hanno invitato all’astensionismo, hanno fatto decreti per spostare in là di qualche anno il nucleare, l’informazione elettorale televisiva che rasenta lo zero assoluto, date sbagliate annunciate nei TG nazionali, esponenti politici che parlano ad urne ancora aperte, ormai non sapevano più cosa inventarsi.

Eppure il quorum è stato raggiunto, l’Italia ha risposto in maniera meravigliosa alla chiamata dei referendum, il momento più importante per i cittadini, il momento in cui possono decidere del proprio futuro. La vittoria è nostra, vostra, di tutte le persone che si sono rimboccate le maniche da mesi, dei comitati elettorali, dei social network e dei blog che ancora una volta hanno dimostrato tutta la loro potenza, la potenza che viene dal basso, la potenza del popolo, la vera democrazia. Il boicottaggio verso questi referendum è stato palese, selvaggio, in alcuni casi ai limiti della legalità, tutto all’italiana, come siamo abituati ormai da tempo. Ma la gente si è stancata, i cittadini si sono stancati di tutto questo. Lo avevano già dimostrato nella tornata elettorale delle amministrative. “Il vento sta cambiando” dicevamo. Oggi possiamo dire che il vento è cambiato. Il popolo italiano può ammirarsi e amarsi oggi, perché è riuscito in un’impresa storica, perché ha urlato a squarciagola che non vuole il nucleare, non vuole l’acqua privatizzata, non vuole il legittimo impedimento. E i politici dovranno darne conto adesso.

Ci siamo ripresi con la democrazia, con la forza delle parole, con l’impegno della gente comune quel pezzo di decisioni sul nostro futuro, un futuro che appartiene soltanto a noi e ai nostri figli. Ciò che colpisce di più non è tanto la valutazione politica dietro al voto (che pure andrà fatta), la vittoria non è stata “contro Berlusconi.” Anzi, colpisce quanto poco si sia parlato dell’Imperatore dimezzato in vacanza in Sardegna in questi giorni, a nessuno importava. Questa vittoria è prima di tutto una vittoria del cittadino libero, una vittoria di un popolo che vuole riprendere in mano le sorti di un Paese che sta andando allo sbando. È il ritorno alla politica dal basso, all’attivismo, ai movimenti che non si sono schierati dietro nessuna bandiera, movimenti lontani dai partiti. Semplici ragazzi e ragazze, nonni, maestre, operai, chiunque si è attivato per la campagna. Ed ancora una volta bisogna sottolineare l’immensa potenza della rete, di internet, dei social network. Le campagne sui referendum sono state un’infinità (anche noi abbiamo dedicato un ampio speciale, come sapete, se ci seguite sempre.) Sono partite dal semplice Facebook, da Twitter, e si sono sparse a macchia d’olio nella real life, con volantini, gente con i cartelli, il passaparola.

Ricorderemo questo Referendum come un’enorme festa della democrazia, il giorno in cui il popolo italiano ha dimostrato che non si è addormentato, che non si è rassegnato, che ci crede ancora. Sarà compito adesso della classe politica cogliere il segnale da questa stupenda vittoria. Il Governo è in ogni caso giunto al capolinea, questo ormai sembra chiaro, poco importa che trascini le sue stanche membra ancora per qualche anno o meno. L’epoca del berlusconismo è finita. Ne abbiamo avuto assaggio alle scorse elezioni, e oggi abbiamo la conferma scritta in calce che è proprio così. Il tappo è saltato, l’Italia vuole un cambiamento forte e deciso.

E se non ci aiuta la politica, abbiamo dimostrato che possiamo benissimo farcela da soli.

Ci siamo ripresi il nostro presente, così come ci siamo ripresi il nostro futuro.

 

Ballottaggi: il vento è cambiato

I risultati di questa seconda tornata elettorale, così importante e così sentita, sono ormai noti a tutti: Pisapia è il nuovo sindaco di Milano, De Magistris ha trionfato a Napoli.

Una sconfitta su tutti i fronti per il nostro Premier Silvio Berlusconi, che si aveva messo la sua faccia su queste elezioni, che si era giocato tutto, e che oggi si ritrova con una sconfitta totale. Primo fra tutti ovviamente Milano, il suo bastione, la sua fortezza. Il primo soffio di questo vento di cambiamento proviene dalla città che ha dato la fortuna a Berlusconi, la sua roccaforte. È da lì che due settimane fa si è innescato il meccanismo, che qualcosa nell’oliato e funzionale centrodestra ha cominciato ad incepparsi. A poco sono serviti gli attacchi diretti, l’alzare i toni, l’utilizzare un modo di fare politica che ha palesemente stancato gli italiani. Ed è da lì che parte quel vento che porta l’immenso cambiamento in tutto il Paese. Sta cominciando adesso, sta accadendo oggi, e noi siamo qui, tutti testimoni.

Napoli è una sorpresa ancora più grande da un certo punto di vista. Considerato il risultato alle regionali (dove il centrodestra vinse), pochi speravano veramente che ci potesse essere una vittoria del centrosinistra, soprattutto viste le immense difficoltà in cui versa la città da anni, probabilmente in parte anche per una cattiva gestione dei vari Bassolino – Iervolino. Ma il vento napoletano questa volta è armato da una voglia di libertà, di assoluto cambiamento e, soprattutto, di legalità. La speranza è immensa, ed è insita proprio in questo. Non sono servite a niente le promesse di condoni (vediamo se ora verranno comunque mantenute, io scommetterei il contrario) o di tasse sui rifiuti momentaneamente congelate. Di fronte ad una campagna che puntava su una legalità quantomeno latente, Napoli ha scelto un ex magistrato, un uomo dell’Italia dei Valori, e gli ha dato il 65% di preferenze. Una vittoria strabordante. Napoli ha voglia di cambiamento, i napoletani si sono stancati delle promesse mai mantenute, si sono stancati di essere considerati un problema dell’Italia.

Oggi i napoletani e i milanesi (in questo curioso connubio sancitosi dietro il vento del cambiamento) hanno detto all’Italia che si può cambiare, che la speranza non deve andare mai perduta, che le cose vanno male, e i cittadini hanno bisogno di altro. Oggi finisce un’epoca, il famoso “tappo” più volte citato da Paolo Mieli è saltato definitivamente, adesso è soltanto una questione di tempo.

Tante responsabilità nelle mani di Pisapia, forse ancora di più in quelle di De Magistris. Adesso tocca a loro, i cittadini il loro dovere lo hanno fatto, hanno urlato a piena voce che un’altra Italia è possibile, auspicata, desiderata. Oggi ricomincia tutto.

Chiudiamo questo breve editoriale riportando una dichiarazione di Marco Travaglio che ci è piaciuta molto: ‎“Nel momento della prova suprema, il nostro pensiero va a Silvio. A furia di evocare il cadavere del comunismo, ha finalmente portato un comunista a sindaco della sua città. A furia di chiedere un voto contro i magistrati, è riuscito a far eleggere un magistrato a sindaco di Napoli. Grazie Silvio, avanti così.”

Forse gli italiani non sono tutti deficienti, forse chi vota a sinistra non è così tanto un coglione o un pazzo, come più spesso detto nei giorni scorsi. Forse la gente ha la voglia concreta di un cambiamento. Pensaci Silvio.

Il vento del cambiamento ha cominciato a soffiare anche in Italia. E questo, a prescindere dalle libere idee di ognuno, è sempre un bene.

Quanta moderazione!

httpv://www.youtube.com/watch?v=gjpvj1AmfjY

Nonostante le invocazioni ad una maggiore moderazione da parte del nostro Presidente Napolitano, arrivate proprio in questi giorni, la battaglia politica fatta di attacchi che esulano dal confronto programmatico continua inevitabile. Questa volta i protagonisti sono l’uscente sindaco di Milano Letizia Moratti e il candidato del centro-sinistra Pisapia. Tralasciando per un attimo le considerazioni prettamente giuridiche (Pisapia è stato assolto in Appello, tutte le accuse sono cadute, non certo per l’amnistia, a cui ha rinunciato), continuiamo a vedere un modo di fare politica del centro-destra tutto basato sull’attacco diretto all’avversario. Il grosso problema è che questo è un modo funzionale di fare campagna elettorale. Non è un caso che la “bomba” venga lanciata nell’ultimo intervento, impedendo una replica diretta dell’interessato. Le ragioni sono banali e semplici: le ultime cose dette sono quelle che rimangono di più impresse nella memoria dello spettatore. Naturalmente il cittadino critico, informato, documentato, si renderà immediatamente conto della falsità dell’accusa o quantomeno lo apprenderà successivamente dagli altri media e dagli altri giornali. L’obbiettivo di queste dichiarazioni invece, la famosa casalinga, l’anziano, la persona tendenzialmente disinformata, invece, ricorderà quest’ultima dichiarazione, gli rimarrà impressa nella memoria. Magari si guadagna solo qualche voticino in più, ma a pochissimi giorni dalle elezioni amministrative milanesi, in cui la situazione appare quantomeno incerta, ogni minimo voto accumulato potrebbe fare la differenza. È un modo di fare politica che è fuori dai tempi moderni, è fuori dalla “moderazione dei toni” tanto auspicata dal nostro Presidente della Repubblica. Evidentemente, quando una campagna elettorale arriva ai suoi rush finali, si rientra nella regola del “vale tutto”. Poco importa quante incertezze, falsità, bugie, vengano dette. L’importante è continuare ad attaccare l’avversario, delegittimarlo, metterlo in ridicolo, generare una situazione di distacco dalla realtà programmatica, che è quella che poi dovrebbe interessare il cittadino votante.

Non è la prima volta che succede e ormai in Italia, come per tante altre cose, cominciamo ad abituarci anche a questo. Anzi, ci siamo ormai già abituati. Più volte negli scorsi articoli abbiamo rimarcato di come tutte queste vicende finiscano poi nel dimenticatoio. Ed è proprio questa la vittoria principale di chi agisce in questi modi “poco moderati”: intanto si fa l’attacco, poco importa che sia di tipo giudiziario, diretto al privato, uno sfottò, una presa in giro. È la macchina del fango che opera a vele spiegate, quella macchina del fango più volte citata da Roberto Saviano. La delegittimazione, la rappresentazione dell’avversario come “nemico”, come qualcuno che non solo non ha un programma valido -anzi, quasi non importa- ma addirittura ha fatto delle cose terribili e innominabili. Il più delle volte sono accuse infondate, basate su vicende private veramente inutili, eppure ogni volta qualcosa rimane nella massa votante non-critica e non-informata. E poco importa che poi si venga puntualmente smentiti da fatti e da sentenze. Non è quello il punto, il risultato da raggiungere. L’obbiettivo e accalappiare l’elettore in più, quello che penserà “ah, che criminale, ah, che persona vergognosa.”

Il nostro benamato Premier ne ha fatto una scuola di pensiero, e tutta la politica dei suoi seguaci, dei seguaci del berlusconismo, è basata su questo tipo di attacchi. Concludiamo con il video del Maestro Assoluto di questa pratica. E non sappiamo se preoccuparci di più per l’Imperatore Maximo che afferma queste cose con una deprecabile e fuori luogo ironia, o della gente che sorride, applaude, e approva l’affermazione che all’opposizione “si lavano poco.” Argomento politico interessante questo, c’è da dirlo. Quanta moderazione.

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=NsFyYVtuqho

Pm Cancro della democrazia

Ormai non c’è più limite al peggio. Non passa giorno che l’asticella della normalità non venga spostata qualche centimetro più avanti. All’udienza del processo Mills, il premier Silvio Berlusconi ha definito i pm “cancro della democrazia” (fonte | Repubblica.it). Mentre il presidente Napolitano invitava ad abbassare i toni, a chiudere le polemiche e i continui attacchi ai giudici nel giorno della memoria delle vittime del terrorismo, a Milano va avanti lo show propagandistico di Berlusconi fuori dalle aule del processo. Il Premier addirittura auspica la creazione di una commissione d’inchiesta “per verificare se ci sia un’associazione con fine a delinquere” (fonte | Repubblica.it).

Attacchi continui alla magistratura malvagia, unica indiziata dei mali di questo Paese. Attacchi che salgono gradualmente di tono, che equiparano un organo dello Stato istituito per far rispettare il diritto ad una malattia terribile e terminale. Il messaggio è chiaro, curare questo cancro, questa metastasi. La scelta dei termini utilizzati in queste dichiarazioni serve a colpire la massa, serve a dare un’immagine fortemente negativa del lavoro dei PM che, per l’appunto, non fanno altro che svolgere il proprio lavoro. Eppure vengono attaccati quotidianamente, insultati, delegittimati. Cosa si fa con il cancro? Lo si cura, lo si elimina, si cerca di estirparlo, prima che sia troppo tardi. Prima che porti alla morte del malato. Il solo pensiero fa accapponare la pelle, eppure in Italia la cosa passa quasi in sordina, non c’è indignazione, sembra quasi che le forze ormai siano finite, terminate. Chi si azzarda a contestare, a parlare, a dire la sua in maniera forse irruenta, viene trascinato di peso dalle forze dell’ordine, con un’aggressività onestamente ingiustificata (video qui). “Non si può più neanche parlare in questo paese.” Una frase che colpisce. Non è vero, caro il mio contestatore. Si può parlare, ma non tutti possono farlo. Tu non puoi urlare “fatti processare”, ma qualcun’altro può dire “i PM sono il cancro.” Paradossi tutti italiani che riempiono il cuore di amarezza.

Sono cadute le braccia a tutti, la voglia di combattere sta finendo, e continuiamo a sorbirci comizi pseudo-politici e propaganda elettorale spicciola dove tutto è permesso, dove lo Stato attacca sé stesso, rigetta i suoi organi principali. Un Premier che trasforma il suo essere imputato in un punto di forza o di debolezza degli avversari. Non si riesce a sconfiggerlo democraticamente, e allora i PM eversivi fanno di tutto per danneggiarlo. È questa l’immagine che passa, la realtà delle cose lontana dalla realtà dei fatti. Non fa più scandalo un Premier che è imputato in diversi processi ancora in carica al suo posto al Governo, lo scandalo diventano i PM che vogliono sovvertire il voto popolare (quella famosa maggioranza assoluta, che poi tanto assoluta non è), il voto democratico.

Ma sono davvero i PM il vero pericolo della nostra democrazia? O forse di quest’ultima non è rimasto più niente, è stata ormai fatta a brandelli? Chi è il vero cancro del nostro Paese?


Lukashenko: chi è questo?

In questi giorni si è parlato molto della gaffe televisiva del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, che chiedeva e si chiedeva “Chi è Lukashenko?” in una puntata di Ballarò, andata in onda martedì scorso. Ecco il video.

httpv://www.youtube.com/watch?v=CWa9HUTM578

Ma chi è Lukashenko? È l’attuale presidente della Bielorussia. Pensate che il suo mandato è cominciato nel 1994 e, ancora oggi, quasi vent’anni dopo, è ancora là al suo posto.

Sin dalla sua prima elezione Lukashenko ha fatto di tutto per rimanere al suo posto, tanto che le democrazie occidentali non hanno esistato a definirlo “L’ultimo dittatore d’Europa” (fonte). Dopo essere stato eletto nel ’94, promettendo di mandare tutti i suoi avversari sull’Himalaya, il governo Bielorusso fece la sua prima grande mossa quando fu abbattuto, nell’estate del 1996, un pallone aerostatico con a bordo due cittadini americani, colpevoli di aver sconfinato in Bielorussia senza permesso. Settanta parlamentari dell’opposizione firmarono una petizione contro il leader, colpevole secondo loro di aver violato la costituzione bielorussa. Lukashenko, grazie a mediatori russi, riuscì a fare approvare un referendum popolare che estese il suo mandato da quattro a sette anni. Inutile dire che sia gli Stati Uniti che l’Europa espressero forti dubbi per quel 70% e passa di voti favorevoli ottenuti, e addirittura non accettarono la legittimazione del voto. Risultato di questo referendum fu quello di dare ancora più potere all’astro nascente Lukashenko, che per tutta risposta mandò a casa ben 89 dei 110 deputati al governo, ritenuti colpevoli di slealtà.

Il nuovo governo era composto completamente da suoi sostenitori (che libertà!), e siccome questa cosa non andava troppo bene all’Europa, decise di mandare a casa gli ambasciatori di Francia, Usa, Gran Bretagna, Italia, Giappone e Grecia che, a suo dire, cospiravano contro di lui. Per tutta risposta, viste le palesi violazioni dei diritti umani, la Bielorussia venne espulsa prima dal Fondo Monetario Internazionale, successivamente esclusa dai giochi olimpici invernali di Nagano.

Nel 2001, alla scadenza del suo primo mandato (già allungato con quel dubbio referendum popolare), alla rielezione arrivata puntuale, Lukashenko aggiunse un nuovo referendum popolare che prevedeva la totale scomparsa dei limiti dei mandati presidenziali. E così quasi l’80% degli elettori votò a suo favore, e l’ultimo dittatore d’Europa ottenne il benestare per rimanere in carica praticamente per sempre. Inutile dire che anche questa volta l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) denunciò la violazione del diritto internazionale, e ancora una volta le nazioni democratiche non riconobbero la legittimità del voto. Ma Lukashenko rimaneva ancora in carica, accusando piuttosto gli altri stati di voler escludere la Bielorussia.

Nel 2006 venne eletto per la terza volta, ancora con più dell’80% dei voti a favore, e ancora una volta l’OSCE non riconobbe la legittimità delle elezioni, in quanto avvenute in un paese non democratico e senza la libertà di voto. Soltanto Putin considerava le elezioni Bielorusse come “oneste e pulite”. Secondo gli Usa Lukashenko, come dicevamo, è l’ultimo dittatore d’Europa, è presidente in un paese in cui la libertà di stampa e di informazione è limitatissima (vi ricorda qualcosa?), continua a essere eletto con percentuali di voto quantomeno dubbie, e le stesse campagne elettorali vengono svolte in maniera poco democratica e libera. La Bielorussia è stata anche cacciata dal Consiglio d’Europa. Insomma, tutto il mondo occidentale ha ben capito con chi si ha a che fare quando si parla di Lukashenko. Un leader che rimane al potere per quasi vent’anni, che mette alla porta l’opposizione, che governa con tutti a suo favore, in un paese dove non è garantita la libertà di informazione, di stampa e di voto, non è altro che un dittatore. L’ultimo rimasto in Europa.

Però, oltre a Putin, il buon Lukashenko ha anche un altro amico, l’unico dei governi democratici occidentali che ne ha tessuto le lodi e che gli ha fatto visita. Indovinate un po’ chi è?

httpv://www.youtube.com/watch?v=VS-xYPiHCJY

 

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