Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.Continua a leggere…

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Una sentenza, un requiem per la scienza

Il ricordo di quello che è successo a L’Aquila il 6 aprile 2009 fa rabbrividire. Esattamente come la sentenza che adesso condanna i componenti dell’allora Commissione Grandi Rischi per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. La colpa? Aver rassicurato la popolazione dicendo che non c’erano ragioni sufficienti per scappare, nonostante lo sciame sismico in corso da giorni. L’accusa aveva chiesto quattro anni di reclusione, ma evidentemente non bastavano. Vada per sei. E tanto per non sbagliarsi, interdizione perpetua dai pubblici uffici.

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Il concorso per la Procura dello Stato: sogno di una notte di metà ottobre

Stamattina mi sono svegliato con un gran mal di testa. Deve essere dovuto al fatto che questa notte ho fatto un sogno terribile, ve lo racconto. Ero uno dei ragazzi che hanno partecipato al concorso per Procuratore dello Stato, la cui prova selettiva si sarebbe dovuta svolgere lo scorso 12 giugno presso i locali dell’Ergife Palace Hotel di Roma. Il bando prevedeva l’assunzione di tre candidati per il ruolo di Procuratore dello Stato, le persone che si sono presentate erano novecentosettantacinque.

Ricordo che la procedura si è svolta con modalità assolutamente poco chiare, il che ha dato luogo al verificarsi di circostanze del tutto anomale per un concorso pubblico.Non sono stati effettuati i doverosi controlli volti alla verifica dell’eventuale possesso di dispositivi elettronici, cellulari, libri e appunti personali.

Non c’è stata neanche la consegna della consueta “doppia busta”. Mi spiego. Di solito vengono consegnate due buste a tutela della trasparenza e dell’anonimato dei compiti svolti, una più grande e anonima in cui inserire l’elaborato al termine della prova e una più piccola contenente un cartoncino da compilare con i propri dati anagrafici che, una volta chiusa, va inserita all’interno della busta più grande insieme all’elaborato stesso.
Nonostante poi all’atto della consegna dei codici non fosse stato consentito ai candidati di introdurre nella sede concorsuale alcun dizionario, in aula vi era una moltitudine di candidati che sfogliavano indisturbati romanzi, riviste e quotidiani.
Ma le anomalie più peculiari si sono verificate all’interno del padiglione.
Sono stati fatti alcuni annunci da parte della Commissione esaminatrice: ai candidati è stato richiesto in primo luogo di controllare sui propri banchi se fossero in possesso di codici altrui. Sono stati fatti i nomi di alcuni candidati che non avevano trovato i propri codici sui banchi, che sono stati invitati ad avvicinarsi.Continua a leggere…

Brucia troia

«Si fanno dei distinguo tra quelle che allargano le cosce per bisogno e quelle che le allargano per comprarsi la borsetta. Tra quelle che si prostituiscono per strada e quelle che invece lo fanno al caldo. Che di questi tempi averci il riscaldamento mentre la dai via è un lusso. Devi soffrire, devi farci vedere quanto sei dispiaciuta mentre ti vendi, altrimenti poi non possiamo redimerti, non possiamo chiamare il prete tal dei tali per fargli compiere il recupero della puttana e per darti l’opportunità di pentirti e diventare una santa donna.”

Femminismo al Sud

Correva l’anno 1982 quando Giuni Russo, in “Un’estate al mare”, cantava di una prostituta che sognava un’estate spensierata, e che bruciava le gomme di automobili per riscaldarsi un po’.

Attualmente forse le tendenze sono un po’ cambiate, e si bruciano direttamente le prostitute sui cigli delle strade.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, capace di accontentare ogni genere di pubblico: il lettore che si indigna davanti al giornale in attesa di un’altra notizia di cui parlare, i politici a cui viene servito su un piatto d’argento la possibilità di tornare a parlare delle leggi sulla prostituzione in Italia, i “crocerossini” della patria che si preoccupano infine di redimere e riabilitare al mondo queste povere ragazze.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, che noi forse dimenticheremo presto, ma che rimarrà per sempre marchiata sul corpo di Mihaela (alcuni giornali l’hanno chiamata Michela, altri Mikaela, meglio ancora “prostituta rumena”), la protagonista di questa drammatica vicenda.

Roma, 11 settembre 2012, via Rocco Cencia, una zona di campagna al limite tra la Prenestina e la Casilina, intorno alla mezzanotte.  Il Messaggero racconta di due uomini sbucati dal buio con i cappucci, i quali hanno aggredito Mihaela prima a calci e pugni, poi l’hanno cosparsa di benzina, infine le hanno dato fuoco scappando tra le campagne. In molti hanno testimoniato la scena di una ragazza in fiamme, che si disperava e contorceva in un dolore fisico che non ci è dato di conoscere, aiutata dalle colleghe che cercavano di strapparle i vestiti.

La ragazza è stata quindi soccorsa e ricoverata all’ospedale Sant’Eugenio, dove si trova in prognosi riservata e a cui sono state diagnosticate ustioni di terzo grado su più della metà del corpo. I due soggetti non sono stati ancora individuati e i moventi si accavallano uno sull’altro, per la serie “se non è zuppa sarà pan bagnato”.

Le indagini, condotte dai carabinieri dell’unità di Frascati, guidati dal comandante Rosario Castello, si stanno orientando su diversi fronti: dallo scontro fra bande di sfruttatori dell’est europa alla banda di romeni che sfrutta le proprie connazionali. Si sono fatte avanti anche le ipotesi di clienti insoddisfatti o di una vendetta trasversale, che però non sembrano aver avuto rilevanti riscontri. Una delle tesi invece che si sta portando avanti con più insistenza riguarda il raid contro quattro prostitute che avevano rifiutato la “gestione” dei protettori lavorando in maniera indipendente.

Quale che siano le motivazioni, c’è da dire che il nostro bel Paese comunque non è nuovo a questo tipo di episodi; ricordiamo, solo per citarne qualcuno, la scoperta a Tivoli, lo scorso anno, di una prostituta marchiata a fuoco dai protettori, l’operaio di Guastalla condannato a quattro anni per il sequestro e la riduzione a schiavitù di una prostituta rumena, fino ad arrivare ai delitti, ormai entrati nella storia, di Donato Bilancia e Ramon Berloso.

A seguito dell’episodio non sono mancate le reazioni politiche rispetto alla vicenda. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha richiesto “che il Parlamento approvi una legge nazionale sulla prostituzione utile proprio per tutelare le prostitute dalla violenza cui, spesso, sono sottoposte” (La Stampa). Altro comunicato quello del segretario del Pd di Roma, Marco Miccoli, secondo cui “Occorre prendere atto che la piaga della prostituzione è molto spesso legata alla criminalità organizzata e al racket. È necessario ora dare impulso alla lotta, che non è solo di ordine pubblico, contro questo fenomeno sempre più diffuso sulle strade di Roma. Intanto auspichiamo che le Forze dell’Ordine facciano luce sull’accaduto per risalire agli autori del barbaro gesto” ( Roma Today).

Infine, questo però lo ritroviamo solo o quasi sulle pagine di “Femminismo al Sud”, ecco un comunicato stampa congiunto del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Associazione Radicale Certi Diritti e Associazione Radicali Roma, che vorrei riportare integralmente e che spero possano aiutarci ad assumere un punto di vista altro su questa problematica.

La vicenda della prostituta romena massacrata di botte e data alle fiamme in una strada di Roma è l’emblema di una drammatica situazione sociale che dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, di come le politiche proibizioniste sul tema della prostituzione siano miseramente fallite. La ragazza romena, ricoverata in gravissime condizioni all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, è uno dei tanti casi di persone vittime della tratta che sempre più si  alimenta grazie al proibizionismo e alle ipocrite azioni di demagogia politica repressiva e del tutto inutili.

Gli stessi finanziamenti destinati alla lotta alla tratta della prostituzione sono stati tagliati e così l’ aiuto e la protezione a quelle persone vittime dello sfruttamento e della schiavitù sono sempre più difficili se non addirittura inesistenti.

Negli scorsi mesi abbiamo documentato come nella città di Roma le continue ordinanze emergenziali anti-prostituzione, l’ultima, per la quinta volta, è stata reiterata lo scorso febbraio, siano del tutto inefficaci. Perseguitare le prostitute con sanzioni non fa altro che alimentare la clandestinizzazione del fenomeno rendendo impossibile la fotografia di tutti quei casi di furti e violenze che non vengono nemmeno più denunciati e che sono di sicuro in aumento. Basti ricordare quanto denunciato dal Sindacato di Polizia (FP Cgil) lo scorso gennaio secondo cui a fronte di quasi 14.000 sanzioni fatte in due anni a prostitute, solo quattro di queste sono state pagate.

Il Sindaco di Roma nonostante l’ordinanza antiprostituzione sia in vigore chiede ora una legge nazionale proibizionista che di fatto estenderebbe in tutta Italia la drammatica situazione in cui si trova la Capitale. Il Sindaco continua a tenere nascosti i dati sui costi delle operazioni (personale, mezzi, ore di straordinario, propaganda, ecc) antiprostituzione facendo finta di niente e continuando a blaterare sul nulla.

Lo scorso aprile abbiamo promosso un manifesto-appello per la legalizzazione della prostituzione e per dare dignità alle sex workers che è già stato sottoscritto da migliaia di cittadini.
L’appello si può firmare al seguente link:

http://www.certidiritti.it/campagne-certi-diritti/itemlist/category/85-legalizzazione-prostituzione

Tante, forse troppe, le riflessioni che si muovono su un piano ideale delle leggi, che poco hanno a che fare sulla tutela e soprattutto sulla punizione adeguata verso chi perpetra atti di violenza nei confronti delle donne, chiunque esse siano e qualsiasi siano le attività da esse svolte.

Non esistono donne che girano per strada con la gonna troppo corta, o che escono a un’ora troppo tarda, o che semplicemente sono delle puttane. Ci sono altresì uomini violenti, prepotenti, onnipotenti, che credono di poter agire sul corpo e sulla psiche delle donne una sopraffazione difficile da contenere. C’è Mihaela, e ci auguriamo per lei un futuro migliore, forte e debole dei segni che la sua drammatica storia le lascerà per sempre.

Fiat, Pomigliano verso un nuovo stop

Non c’è pace a Pomigliano: l’ennesimo tonfo del mercato dell’auto, probabilmente, farà scattare l’ennesimo blocco delle produzioni a novembre. Se questa decisione venisse confermata dai vertici della Fiat, significherebbe il quarto stop da agosto nella grande fabbrica di Pomigliano – produttrice della nuova Panda – la cui catena di montaggio è attualmente ferma fino alla ripresa prevista per il giorno 8 ottobre. C’è quindi ancora il rischio di una forte cassa integrazione e i sindacati, anche se ancora una volta in maniera non unitaria, daranno battaglia. Nei giorni scorsi c’è stata una manifestazione del comitato di lotta dei cassintegrati che sono scesi in piazza con cortei e blocchi stradali, sotto le sigle della Fiom, della Confederazione Cobas e dello Slai Cobas.

Nel 2010, dopo tante manifestazione e un’infinità di polemiche, i vertici dell’azienda e i sindacati trovarono l’accordo riguardante la produzione della nuova Panda. Furono tanti i contrasti anche tra gli operai all’interno dell’azienda. La situazione sembrava essere più tranquilla ma ora, con il rischio di una nuova lotta sindacale e una nuova Cassa Integrazione per gli operai, è tornato un clima di grande tensione. Nei giorni scorsi Fim, Uilm, e Fismic hanno convocato le assemblee di tutti i lavoratori, ma senza la Fiom. Non sarà dunque possibile organizzare un’assemblea unitaria per discutere della situazione in cui si trova il settore automobilistico.

Questa decisione di alcune organizzazioni sindacali ha suscitato la reazione della Fiom che aveva più volte invocato un’assemblea unitaria, ma le altre sigle sindacali hanno risposto che, visto che nel 2010 la Fiom rifiutò di sottoscrivere l’accordo per la nuova Panda, non ci sono le condizioni per dar vita a un percorso unitario.

Insomma, le polemiche relative al 2010, quando ci fu anche un referendum su cui dovettero esprimersi gli operai, non sono mai state veramente dimenticate. Dall’altro lato i vertici dell’azienda continuano a ripetere che gli operai non saranno dimenticati e che la priorità della Fiat è quella di salvaguardare il loro posto di lavoro: dichiarazioni, però, a cui non crede più nessuno.

Tutte queste polemiche non vanno certo nell’interesse degli operai, che alla fine saranno gli unici a pagare le conseguenze di questa drammatica situazione in cui lo stabilimento di Pomigliano si trova da anni. Soltanto la Fabbrica Italia Pomigliano conta 2150 dipendenti, mentre nella Fiat Group Automobiles i lavoratori, indotto compreso, sono circa 3000, la maggioranza dei quali è in cassa integrazione da molto tempo.

Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma di sicuro non mancheranno altre polemiche strumentali che, come sempre, andranno contro i veri interessi degli operai.

 

Il paese dei dinosauri

L’ultimo rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati è stato presentato a marzo. Sebbene l’anno accademico sia ormai agli sgoccioli, è bene tenere a mente qualche risultato dell’indagine, riguardante principalmente il profilo dei laureati del 2010 e la loro occupazione nel 2011.

Con la crisi, i laureati occupati nelle professioni più qualificate sono diminuiti, contrariamente non solo a quanto avvenuto negli altri paesi occidentali ma soprattutto alla logica. In parole povere: meno posti di lavoro sono disponibili e – paradossalmente – meno contano il titolo di studio e il merito. Di fronte a certi dati il buon senso e la razionalità cedono il passo. Pura miopia da parte di chi dovrebbe assumere o precisa scelta imprenditoriale dettata da una contrazione della spesa a scapito della qualità e dell’efficienza della produzione? Verrebbe da rispondere “entrambe” ma, riflettendo, la seconda è una diretta espressione della prima.

Una seconda conclusione rilevante del rapporto riguarda il numero di laureati, nettamente inferiore rispetto agli altri paesi OCSE (20 laureati su 100 di età compresa tra 25 e 34, contro una media di 37). Questo dato delude ma non stupisce: d’altronde, se la laurea non conta più, perché fare sacrifici per anni, sempre a patto di poterseli permettere?

Cosa fa il nostro paese per valorizzare la laurea e l’istruzione? Sceglie di non finanziare università, cultura, ricerca e sviluppo. Siamo agli ultimi posti nelle graduatorie europee per percentuale di PIL investita in questi settori. Si parla di paese, non di Stato, perché solamente poco più della metà di questi finanziamenti proviene dalle imprese. Questo è un ulteriore indice della miopia con cui il settore privato guarda al futuro e alla sua stessa sopravvivenza.

Aumenta la percentuale di laureati disoccupati a un anno dal conseguimento del titolo, fra gli specialistici ancora più che fra i triennali. Al contempo diminuisce la retribuzione media dei laureati, pari a 1105 euro per i triennali e 1080 euro per gli specialistici. Ennesimo paradosso: chi ha studiato di più ha meno possibilità di trovare un lavoro e per di più guadagna di meno!

La meritocrazia? Un miraggio. Quello che dovrebbe essere il faro di ogni paese, soprattutto di quelli che si autodefiniscono avanzati, si è ridotto a un lumicino di tanto in tanto esibito per attirare le farfalle. Come si fa a parlare di meritocrazia quando, ultimo in ordine di tempo fra i troppi esempi adducibili, si è riusciti a scongiurare un taglio di 200 milioni di euro di finanziamenti all’università, ma non un altro, di 210, a numerosi enti di ricerca? E questi ultimi dovrebbero anche ringraziare, visto che inizialmente si era serenamente pensato di sopprimerli.

Il quadro si completa e si comprende meglio pensando all’età media della classe dirigente italiana, la quale non comprende solo politici (espressione di una società più che “causa dei mali”) ma professori universitari, manager, imprenditori, magistrati e via discorrendo. Famosa è la scena dell’esame universitario ne “La meglio gioventù”: le parole del professore non sono un invito né un auspicio, ovviamente, ma si delineano ogni giorno più chiaramente nella sfera di cristallo dell’Italia.

Questa non è una barzelletta

Non si sa se ridere o piangere. La candidatura di Silvio Berlusconi alle prossime elezioni politiche come leader del PdL è una notizia che non dovrebbe fare felici neppure i suoi più strenui sostenitori. Sia che lo si veda come un grande statista che come un cancro dell’Italia, la sua figura occupa la vita politica e sociale del paese da vent’anni. In qualunque democrazia che aspiri a definirsi degna di questo titolo, un tale prolungato predominio non è mai sintomo di buona salute. Non è “solo” il ricambio generazionale che manca, ma anche il naturale evolversi di idee e metodi. Il fossilizzarsi di una figura di potere per tanto tempo comporta un parallelo incancrenirsi del progresso di una nazione. Se poi la figura in questione, volendo essere clementi, non ha brillato per efficacia, lungimiranza e capacità politica se non quando occupato a risolvere questioni attinenti alla sua smisurata sfera di interessi privati (cioè la quasi totalità del tempo), la prospettiva di vedere prolungarsi la durata del suo governo assume i caratteri di un incubo.

Soffermandosi sulle dichiarazioni rilasciate a corollario dell’annuncio, per una volta non si può che essere d’accordo con Berlusconi. Il motivo ufficiale della decisione è “salvare il PdL”, che altrimenti “sprofonda”. Ora, se questa non è un ammissione di ciò che i suoi oppositori sostengono da tempo, poco ci manca. Semplicemente, il PdL non è un partito ma un insieme di gente a cui il leader è allo stesso tempo creditore e debitore. La successiva frase è un boomerang affilato: “Se alle prossime dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto diciotto anni di impegno politico?”. Già. Se l’assenza di Berlusconi comporta un tale sgretolamento del consenso, in cosa consiste quanto fatto dal 1994 a ieri se non, come detto, curare i propri interessi e la propria incolumità giudiziaria? Al contempo, queste poche parole costituiscono una pietra tombale sulla stessa dignità politica dei numerosi soggetti che come cortigiani hanno popolato la corte del sultano e, malauguratamente, anche le istituzioni, primo fra tutti il delfino Alfano, a dire il vero mai credibile (e creduto) nel ruolo. Infatti, uno dei paladini di Berlusconi anche in tempi recenti, Giorgio Stracquadanio ha annunciato il suo abbandono del PdL perché “il partito non esiste” e “Berlusconi è al tramonto”.

Un sondaggio Ipr per Repubblica.it ha mostrato come la candidatura di Berlusconi, a dire il vero, non offra vantaggi rispetto a quella, ormai decaduta, di Alfano. Che significa? Che anche gli stessi elettori ancora legati al centrodestra da lui “creato” non sono più sensibili come un tempo al fascino del loro idolo, a dire il vero profondamente minato dagli scandali sessuali e dalle oggettivamente terribili condizioni in cui i suoi numerosi mandati hanno lasciato l’Italia.

Soprassedendo alla mancanza di pudore (tradotto, con che faccia si candida?), possiamo permetterci altri anni di conflitto di interessi, barzellette, Tremonti, “sono stato frainteso”, legittimo impedimento, “rivoluzione liberale”, presidenti operai, olgettine, “un milione di posti di lavoro”, controllo dell’informazione, pericoli rossi, delegittimazione della magistratura, etc?

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Il mondo tace

Negli anni trenta esistevano i lager, i campi di concentramento tedeschi che tutti conosciamo e che una volta all’anno rammentiamo con tanta malinconia. La storia ci ha insegnato che è stato il volere abominevole e illogico del nazismo germanico a partorire l’idea di realizzare i campi di lavoro e sterminio. Spesso immaginiamo tale realtà come un’immagine annebbiata, remota, immergendoci nella convinzione che quegli avvenimenti inumani siano indiscutibilmente conclusi e irripetibili. Troppo spesso crediamo che soltanto un regime nazista potrebbe essere in grado di compiere azioni disumane come quelle attuate dai seguaci di Hitler durante la seconda guerra mondiale, perché siamo saldamente convinti e persuasi che gli altri regimi, più o meno democratici, non riuscirebbero nemmeno a pensare di realizzare orribili follie come i campi di concentramento. Non sto mettendo in discussione la validità di un regime democratico, bensì dubito di quanto siano veritiere le democrazie attuali. Ricordo nitidamente che un mio professore, durante una lezione, mi spiegò che il nazismo è una bestia e che non è sola, perché “nazismo e comunismo sono due facce della stessa medaglia”. Difatti, se ci spostiamo in oriente, più precisamente in Cina, possiamo renderci conto che ciò che un tempo si chiamava lager in Germania e gulag in Russia, oggi, in Cina, si chiama laogai.
I laogai vennero istituiti da Mao un anno dopo la rivoluzione comunista. Egli aveva seguito le impronte di Lenin che aveva aperto i gulag nel 1948 nell’URSS. I laogai, tuttora presenti, vengono spacciati come luoghi dove ci si riforma attraverso il lavoro, così dall’esterno tutto appare come soluzione giusta ed equa ai problemi sociali. Ma in realtà laogai ha tutt’altro significato: significa lavoro forzato; diciotto ore di lavoro al giorno e centoventisei a settimana; significa patire la fame, diventare scheletri viventi, abbandonare la propria famiglia e la vita normale; significa assentire al comunismo totalitario e dissentire alle esigenze democratiche. In parole povere, i laogai sono l’emblema di un paese socialmente arretrato, barbarico e schifosamente inumano. I campi di lavoro cinesi sono la condanna di chi ha osato alzarsi in piedi quando l’ordine impartito dalle autorità era quello di rimanere in ginocchio, di chi ha detto no quando tutti dicevano roboticamente sì, di chi si è opposto alla legge perché voleva tenere il secondo figlio, di chi è stanco e deluso dall’ingiusto regime comunista.
Il tuo portapenne, i tuoi vestiti, il tuo mouse, tutto ciò che ti circonda potrebbe provenire da un laogai poiché commerciare i prodotti fabbricati in questi campi di lavoro è legale. Numerose multinazionali cinesi trovano conveniente vendere le mercanzie dei laogai: dato che la manodopera è gratuita e i profitti sono alti, riescono eccellentemente a esportare tali prodotti nascondendo la reale provenienza – che sarebbe teoricamente illecita – usando il secondo nome del laogai, che è sempre quello di un’impresa commerciale.
I laogai esistono per intimidire e incutere terrore tra il popolo; le loro leggi sono austere e animalesche: fanno il lavaggio del cervello ai detenuti, li obbligano con la tortura e la violenta persuasione a chinare il capo al volere comunista; inoltre, il cibo è scarso e c’è chi mangia i topi trovati qua e là per calmare la fame. Nei laogai il sogno dei detenuti è scappare, ma la fame, le forze esaurite, i dolori che inibiscono i propri voleri lo rendono un’impossibilità. Pensate, l’economia cinese si trova tra queste disumanità! In Cina, quindi, essa non significa affari né commercializzazione, bensì tortura e fame. Ma la cosa più triste è che i prodotti cinesi, inclusi quelli fabbricati nei campi di lavoro, sono sempre più richiesti in tutto il mondo, perciò i laogai e i detenuti sono tristemente destinati ad aumentare, perché per le imprese cinesi il termine laogai significa profitto.
Purtroppo sono certa che non saremo noi a chiudere i battenti dei laogai e quindi dare la possibilità al popolo cinese di
esprimere la loro democratica esigenza di capovolgere il sistema. Ma mi è sufficiente pensare che oggi si parla di questa cruda realtà, quando ieri la disinformazione la celava. Il sogno di Harry Wu – che è stato prigioniero nei laogai per diciannove anni – è quello di riuscire a inserire il termine laogai nei dizionari di tutte le lingue. Io mi auguro, invece, che quel termine possa andare oltre ed entrare nella vita di ognuno di noi, di modo che il mondo smetta di parlare di baggianate e di tacere sulle cose importanti.
Liu Xiaobo, che ha ricevuto un premio Nobel per la pace, scrisse: “l’uomo ha l’intelletto, per questo si crede superiore agli animali e ritiene di poter dominare su tutte le cose del mondo. […] le infinite regole, leggi, norme, dogmi e teoremi stabilite dalla ragione costringono in maniera evidente l’esistenza a un appiattimento dottrinale, facendo sì che l’uomo sia così limitato dalle sue stesse creazioni da non riuscire nemmeno a muovere un passo”. Dopo anni di tortura e prigionia, Liu Xiaobo è ancora in uno dei tanti laogai in Cina.

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Economia: la scienza intoccabile.

“L’inflazione che caccia nelle mani dell’individuo in un gesto solo miliardi di marchi lasciandolo più miserabile di prima dimostra punto per punto che il denaro è un’allucinazione collettiva”.

M. Sgalambro, dal brano “23 coppie di cromosomi” di F. Battiato.

 

Anche chi non si è mai occupato di economia si trova costretto, di questi tempi, a ragionare su questa scienza che, nonostante le apparenze, della scienza ormai sembra avere poco. L’economia – da “oikos”, casa e “nomos”, legge, ovvero “le regole della gestione dei beni di casa” – con il tempo sembra aver perso gradualmente il suo carattere pragmatico per assumere sempre maggiori qualità astratte. Nell’ancor più misterioso mondo della finanza, sua propaggine,  il denaro si assottiglia, diventa invisibile, si trasferisce in tempo reale, cambia il proprio valore di giorno in giorno seguendo logiche arcane e mappe illeggibili fatte di grafici e sinusoidi. I sensibili mercati tremano a ogni brezza esprimendosi in una lingua fatta di acronimi. Leggere i dati è complicato come interpretare  gli intricati schemi astrologici atti a determinare il fato di un individuo. L’analisi si assimila alla profezia.

Noi che non siamo economisti non possiamo comprenderne le dinamiche. Servono degli intermediari che ci spieghino come stanno le cose. Che ci dicano cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Che ribadiscano come, in un mondo globalizzato, la strada intrapresa sia l’unica possibile.

Il fatto è che, a quanto pare, esistono diverse teorie e sistemi economici. Non vi è un solo modo di amministrare i beni di un paese. Ma oramai viviamo in un’Europa dove l’unica voce ammessa è quella della UE. Scritti che dicono altro divengono apocrifi, chi produce un pensiero diverso è un eretico. Nei talk show le teorie avverse vengono descritte come rischiose, se non pericolose o utopiche. Dal punto di vista di chi crede nell’attuale modus operandi, si tratta di  teorie che hanno perso la loro battaglia per concorrere alla guida dei mercati e sono ormai relegate nell’ambito dei saperi strampalati, come tante cose a questo mondo. Da tempo la palma della vittoria è in mano al “neoliberismo”, un sistema che è alla base del nostro attuale assetto economico e che non ammette, a quanto pare, concorrenti.

Nessun riscontro reale sembra chiamare questi difensori del sogno europeo a considerare un aggiustamento di rotta, un adattamento o qualcosa che esca dai binari di ciò che loro credono, con o senza malizia, essere la via.

È come se ormai la pratica non sia più la base per stabilire la bontà di una teoria, bensì l’inverso: la teoria viene per prima e la sua applicazione serve per confermarla. E se ciò produce contraddizioni e problemi, pazienza. Impossibile tornare indietro. Non si può gettare al vento ciò per cui si è tanto lavorato e studiato. E non vogliamo essere screditati né messi da parte. Dopotutto è divertente non essere l’oggetto delle reali conseguenze di scelte astratte.

A mio parere noi, comuni cittadini, stiamo tentando di spiegarci attraverso calcoli qualcosa che non ricade del tutto nella matematica. Trattare la questione attraverso la scienza dei numeri non è sufficiente. Forse sarebbe più soddisfacente guardare al tutto come a qualsiasi opera umana, prendendo in considerazione elementi meno “aritmetici” come l’avidità, il tornaconto personale, il cinismo, il bigottismo e secoli di storia.

Basti pensare che questi intermediari europei vengono chiamati a sedare una creatura di cui loro stessi, o i loro mentori, sono stati creatori. Sempre che sia loro interesse porre rimedio.  Mi chiedo se questa per cui stanno combattendo sia anche la mia visione del futuro. O la tua, la nostra. Beh, comunque sia non ha importanza, poiché né tu né io abbiamo voce in capitolo.

È sotto gli occhi di tutti infatti che se non siamo ricchi, laureati in una qualche prestigiosa università, magari statunitense, e non abbiamo le conoscenze giuste, non decidiamo nulla per quanto riguarda le politiche europee. Nessuno ci ha chiesto un parere sulla firma dei trattati. E se abbiamo risposto di no ci hanno posto la domanda una seconda volta, perché probabilmente eravamo distratti. In generale, comunque, non sono cose che ci riguardano. Che scocciatura, il popolo!

Chi non accetta questa situazione (perché c’è anche chi la accetta, bontà sua), non dovrebbe farsi prendere dallo scoramento. Servono idee, immaginazione e sistemi capaci di creare una maggiore equità e serenità. Come mille volte è stato detto, l’ideogramma cinese per “crisi” nasconde la parola “punto cruciale” (più che “opportunità”, come spesso viene detto). Significa che si aprono diverse strade. Può darsi che siano necessari grandi sforzi. Può darsi che il castello diventi pericolante e basti un nostro soffio. Il futuro ci darà il suo responso (credo molto presto, visto il ritmo precipitoso a cui cambiano oggi le cose). E chissà che questo nostro affanno non serva a produrre un domani migliore.

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Nel loro nome chiedo sia fatta giustizia

Non c’è cosa più spaventosa che percepire, sotto di sé, il pavimento oscillare e sentire le persone al proprio fianco che, con gli occhi inumiditi, implorano Dio che tutto finisca bene, cioè che le pareti smettano di muoversi da una parte all’altra. Da sempre ci hanno insegnato, in modo austero e freddo, che l’unica cosa che non dobbiamo fare – soprattutto noi alunni, quando inaspettatamente il terremoto decide di spezzare la nostra terra – è abbandonarsi al panico. Ammetto però di non essere affatto capace di mantenere la calma, in particolar modo non l’ho saputo fare il 20 e il 29 maggio, quando potenti scosse hanno violentemente agitato l’Emilia, la mia terra; non è che mi paralizzo davanti a tale potenza naturale, anzi, ho dei buoni riflessi: alla prima vibrazione cerco subito riparo. Il problema è che il terrore, che viene partorito non appena sento il pavimento ballare, inibisce ogni mia briciola di coraggio e preclude la mia possibilità di vivere tranquillamente. È logico rispondere di avere paura davanti a questa situazione incontrollabile – per tal motivo trovo schifosamente deficienti quei giornalisti che domandano ai terremotati cosa hanno provato o come stanno dopo una scossa di terremoto – e se ora qualcuno mi chiedesse come sto, ammetterei disinvoltamente di avere ancora paura, un po’ perché ho la certezza che qui, come in molti angoli d’Italia, gli edifici sono costruiti senza criteri antisismici, e un po’ perché non so quale buon futuro mi si prospetta davanti, soprattutto in seguito alla dichiarazione rilasciata da Squinzi che, dinanzi alle macerie e ai capannoni semi-distrutti, ha detto che gli edifici sono costruiti a regola d’arte, e in seguito alla falsa solidarietà di Napolitano che ha spiegato che soltanto noi Emiliani saremo in grado di sistemare le cose: evidentemente voleva affermare in maniera chiara e definitiva che dallo Stato non arriverà nessun aiuto. Ma si sapeva senza che lo dichiarasse pubblicamente.

Da buona emiliana, spero soltanto che lo sciame sismico si sia definitivamente placato e che, con coraggio e fortuna, riusciremo a sistemare ciò che il terremoto ha annientato. Come molti altri emiliani sono molto delusa, arrabbiata e infelice. Sono delusa dallo Stato perché, come sempre, è assente dinanzi a tali calamità naturali, e perché trova ogni pretesto per salvarsi il culo ogniqualvolta che è necessario. Sono arrabbiata perché c’è chi, come Napolitano, ha lasciato che la situazione rimanesse solo nelle mani nostre, poiché falsamente convinto che noi possiamo fare tutto, anche ricominciare daccapo. Sono infelice perché per colpa dell’italianità – ossia del prendere tutto alla leggera, non eseguire controlli e non ammodernarsi in modo consapevole e giusto – sono morte ventisette persone, molte delle quali erano operai. Nel loro nome io scrivo questo articolo, per affermare quel che disse Lennon – “lavoro è vita” – e per denunciare che nel duemiladodici non possono crollare case, palazzine, capannoni, industrie poiché costruite in tutti i modi fuorché a regola d’arte. In nome di Paolo Siclari, Mauro Mantovani, Enea Grilli, Eddy Borghi, Vincenzo Iacono, Hou Hongli, Iva Contini, Daniela Salvioli, Enzo Borghi, Sergio Cobellini, il parroco don Ivan Martini, Gianni Bignardi, Mohamad Azarg, Kumar Pawan, delle altre vittime, degli sfollati, dei ferraresi, dei modenesi, dei reggiani e dei mantovani, io accuso il Papa di essere un avido individualista che ha speso oltre 13.000.000 di euro per la sua visita a Milano durante i primi di giugno, quando era pienamente consapevole che una parte di quel denaro poteva essere risparmiata e consegnata alle terre colpite dal sisma; accuso inoltre Napolitano di essere il peggior esempio di rappresentanza statale che io abbia finora incontrato lungo i miei diciotto anni di vita, e che oltre a essere avaro, è pure disgustosamente indifferente: cosa ha fatto di effettivo per l’Emilia, oltre a esprimere la sua più sentita vicinanza alla mia terra? E infine, accuso i media che invece di mettere in chiaro i reali motivi per cui l’Emilia è stata colpita da infiniti sismi e di narrare la reale gravità della situazione che lega la mia terra a un incontrollabile panico sociale, sposta l’attenzione sui centri storici che vanno a pezzi, sui sismologi che boriosamente sparano al vento le loro assurde teorie (c’è chi dice che s’è aperta una nuova faglia, chi rammenta che la mia terra è sempre stata sismica, eccetera), creando una situazione di terrore e distogliendo l’attenzione degli italiani dai nodosi problemi di natura politico-economica. Nel nome di chi è morto perché il soffitto gli è cascato in testa, io voglio che venga fatta giustizia, e cioè che, partendo da questa lugubre ma non irrimediabile realtà, venga abbandonato l’assurdo modo italiano che utilizziamo nel fare le cose; che quindi vengano effettuati più controlli, che nascano grandi innovazioni, che si acquisiscano idee moderne, più efficaci in campo architettonico e lavorativo. Voglio che l’Italia esca dal medioevo e dalle barbarie sociali per tuffarsi in una realtà più panoramica e sicura per tutti noi. Ciò che frena queste mie utopie sono l’incoerenza e la fragilità proprie del nostro Paese che lo limitano a bloccarsi a ogni ostacolo, a ogni cataclisma, a ogni imbattibile apparenza: tali debolezze rendono invincibile tutto ciò che, con un po’ di consapevolezza e coraggio, si può combattere.

“Pardunànd uń lèder as cundàna chi è unest” (“perdonando troppo chi sbaglia, si fa ingiustizia all’onesto”): noi emiliani non abbiamo bisogno di sentirci dire dai governanti che ci sono vicini col pensiero, che in futuro ci manderanno aiuti, o che ci sarebbe potuto capitare qualcosa di peggiore. Abbiamo bisogno che l’Italia cambi faccia per sempre. Abbiamo bisogno che venga fatta giustizia in nome di chi, andando al lavoro, ora non c’è più.