Rapporto Istat, tanti numeri e poche speranze.

L’Italia è un paese penalizzato dalle turbolenze internazionali, ma paga anche il prezzo dei propri ritardi sociali e culturali. E’ quanto emerge dal rapporto annuale Istat, pubblicato lo scorso 23 maggio sul quotidiano “Il Mattino”. Al sud una famiglia su quattro è povera e la qualità dei servizi sociali è nettamente inferiore alla media nazionale. In termini pro capite il reddito delle famiglie è del 4% in meno rispetto al 1992 e del 7% in meno rispetto al 2007. È aumentata, invece, l’incidenza delle prestazioni sociali erogate dallo stato. Nel 2000 il livello dei prezzi in Italia era pari al 95% di quello della media dell’Unione Europea, mentre in Germania superava la media di dieci punti. Oggi, dopo un’inflazione cumulata, sia l’Italia che la Germania sono al di sopra di quattro punti. In pratica ciò vuol dire che gli italiani si sono allineati ai tedeschi soltanto per quanto riguarda il costo della vita, ma non per la produttività. Per quanto riguarda il lavoro, i tradizionali punti di forza resistono, anche se in alcuni settori siamo un po’ indietro. La specializzazione manifatturiera, ad esempio, rimane quella degli anni ’70, con il ruolo delle imprese che si riduce sempre di più. L’economia resta basata sull’export.

Anche il mercato del lavoro ha subito delle notevoli trasformazione negli ultimi venti anni. Il numero degli occupati è cresciuto di 1,3 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è passato dal 53,7% al 56,9%. Le retribuzioni contrattuali sono ferme dal 1993. All’interno di questa tendenza generale, però, qualcosa è cambiato. Il numero dei maschi occupati è sceso, mentre l’occupazione femminile è aumentata di 1,7 milioni di unità, quasi esclusivamente nel centro-nord. Tuttavia, il tasso di occupazione femminile resta il più basso rispetto alla media europea. Ciò anche perché le neomamme che mantengono il posto di lavoro sono soltanto il 77%. In pratica, il 23% delle donne che partoriscono preferisce lasciare il lavoro, oppure, come spesso accade, le aziende preferiscono non proseguire il rapporto di lavoro con le neomamme.

L’economia sommersa, più comunemente conosciuta come lavoro nero, è in leggero calo. Sono diminuiti anche gli occupati al sud: circa 200.000 inmeno rispetto al 1995.

La novità più rilevante è la diffusione delle nuove tipologie contrattuali più flessibili, in particolare tra i giovani. Il numero degli occupati a tempo determinato è cresciuto del 48% e si trovano in questa tipologia lavorativa oltre un terzo di coloro che hanno tra i 18 e i 29 anni. Gli investimenti per la ricerca sono dell’ 1,26% in meno rispetto alla media dell’Unione Europea.

Infine, ci sono delle novità anche riguardo al risparmio. Gli italiani hanno sempre avuto una forte propensione al risparmio, ma negli ultimi anni questa tendenza si è affievolita. Negli ultimi quattro anni la propensione al risparmio è scesa dal 12,6% all’8,8%.

La situazione generale è abbastanza drammatica e la gente comincia a perdere anche le speranze. Secondo alcuni sondaggi gli italiani non hanno alcuna fiducia nelle attuali forze politiche.

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L'incubo del passato, la paura per il futuro

Per tutta la giornata di sabato si è vissuto un incubo. Venti anni dopo l’orribile ’92, l’ipotesi di un ritorno dell’epoca delle stragi di mafia ha fatto tremare chi ancora non si è arreso all’idea di uno Stato in balia o peggio, complice, della criminalità organizzata.

Per fortuna, paradossalmente, pare che l’esplosione alla scuola di Brindisi sia un attentato terroristico. È assurdo, ma la cosa ha relativamente tranquillizzato tutti. Cinicamente, la graduatoria dell’orrore trova forse una sua logica. Senza intaccare il rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo, l’ultima cosa che ci si potrebbe augurare è una matrice mafiosa. La possibilità che dietro quella che poteva essere una tremenda carneficina ci siano le organizzazioni terroristiche “classiche” sembra per il momento accantonata, soprattutto per via dell’assenza di rivendicazioni.

Sembra tuttavia improbabile che una singola mente malata abbia concepito e realizzato il tutto. Si fanno sempre più numerose le voci che ipotizzano un coinvolgimento di più persone. Sarebbe imprudente e inutile lanciarsi alla rincorsa di questa o quella possibilità. Quando le indagini avranno fornito più dettagli, sarà il momento di cominciare a valutare le conseguenze. Ancora peggiore sarebbe adeguarsi ai modi del peggior giornalismo e rotolarsi nel fango del dolore della famiglia della studentessa uccisa.

Per il momento, si può solo riflettere sul clima sociale e politico che in Italia si fa sempre più cupo. La latitanza della politica – quella vera, seria – non determina il vuoto ma il caos. Non serve una particolare intelligenza politica per tracciare un triste parallelo fra l’Italia dell’inizio degli anni ’90 e quella attuale. Sperimentiamo una crisi economica asfissiante che rischia di precipitare verso abissi ancora peggiori; la fiducia del paese nei confronti della classe dirigente, annegata nella corruzione e nel malaffare, ha raggiunto livelli da lancio di monetine. Tuttavia, non si vive mai due volte la stessa epoca. Anche quando la ruota sembra compiere un giro completo, ci si trova comunque sempre su un nuovo piano. E quando in venti anni non si sono compiuti passi in avanti, si è inesorabilmente tornati indietro.

Lettera aperta a chi si trova nella "sala dei bottoni" e ancora può spingerne qualcuno…

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Oriana, alla sua prima collaborazione con la blogzine.
Innamorata della vita in tutte le sue forme , architetto , redattrice, web master, content manager. Il periodo creativo di cui va più fiera sono gli anni a capo dell’ ufficio stampa di una nota associazione umanitaria con missioni in tutto il mondo, periodo che l’ hanno portata a contatto di persone eccezionali e di realtà inimmaginabili. Oggi sostenitrice e attivista del M5S in una piccola città di provincia, la citazione che le calza a pennello è tratta da un vecchio film: “ …amava talmente la vita da amare anche quella degli altri…” Blade Runner  [/stextbox]

Sono una signora, movimentista 5 stelle di una piccola città di provincia; niente nomi… Niente pubblicità.
Dopo una vita vissuta in una grande e bellissima metropoli ho deciso di cercare una dimensione più “umana” per farci vivere le mie bambine. Il punto di svolta è stato guardare dormire la più piccola beatamente e accorgermi che mentre ero impegnata da anni a battermi per creare campagne a favore di bambini del terzo mondo, per portare l’ acqua nei deserti, per migliorare le condizioni di salute di chi aveva la vita appesa a un filo di ragnatela… Qualcuno stava divorando il paese dove lei sarebbe dovuta diventare grande. Il mio punto esclamativo , bussola della sua esistenza , improvvisamente aveva piegato la testa ed era diventato un punto interrogativo, e rimaneva lì, immobile, affacciato alla finestra della mia coscienza, in attesa una risposta che gli permettesse di rialzare la testa. Anche una madre si trova in una stanza dei bottoni e ogni volta che prende decisioni per i propri figli rischia in prima persona, perché sa che nel futuro della sua famiglia è implicito anche il proprio.

Ma esistono anche madri che uccidono i loro figli o che li abbandonano, segnando così per sempre anche la loro stessa vita. Abbiamo bisogno di persone, non di partiti, abbiamo bisogno di libertà, perché la libertà “è solo un’occasione per essere migliori” dice Camus.

C’è chi parla a sproposito di “crescita” senza rendersi conto che la formula capitalistica è stata fallimentare; Bob Kennedy ha pagato con la vita per averlo detto con quasi cinquant’anni di anticipo. Ma è deprimente anche pensare di regredire all’età della pietra; dobbiamo cercare un punto di equilibrio. Tutto ciò che è vita, esiste su un punto di equilibrio; quel punto che, se viene disatteso, provoca la degenerazione del sistema stesso del quale aveva rappresentato l’occasione di vita. Il futuro dell’umanità è legato al futuro del pianeta del quale è parte integrante .

Credo davvero che la degenerazione di valori alla quale siamo arrivati in Italia sia stato il frutto del nostro disinteresse a occuparci di quello che stava accadendo nel sistema di chi avevamo delegato ad amministrarlo… Sì, è vero, abbiamo consegnato una delega in bianco.

Ma in mezzo a tante voci che si alzano, puntando il dito contro chi ha dormito, contro chi non ha partecipato, contro chi ha lasciato fare, io vi dico che anche le mie figlie mi hanno consegnato una delega in bianco, e ogni mattina che mi sveglio cerco di onorare quella delega scegliendo quello che è più giusto per loro.

Non abbiamo bisogno di un partito, abbiamo bisogno di coscienze: coscienze per le quali la parola “onore” abbia ancora un senso compiuto, per le quali essere delegati significa sentirsi la responsabilità della vita di chi delega.

Dicono le Upanishad che alla fine dei tempi di un’epoca buia “gli uomini si aggireranno come ciechi guidati da un cieco” un’espressione che ben si adatta alla totale cecità di chi oggi si trova nella famosa sala dei bottoni.

Sto scrivendo in una di quelle ore che si trovano a cavallo di quella terra di nessuno che separa la notte dal giorno, una di quelle che appartengono al buio più scuro, ma che anticipano di pochissimo un’incredibile sorpresa: la luminosità rassicurante dell’aurora. Vorrei poter dire alle mie figlie e a tutti i giovani che hanno perso la fiducia di chi aveva in mano la loro delega in bianco di non preoccuparsi, che la vita è come questa strana ora tra il buio e la luce e che quando vedi tutto nero, ecco all’improvviso spuntare il primo raggio di sole.

Vorrei potergli dire che nella stagione della saggezza si accorgeranno che quello che avrà reso bella la loro vita non sarà la quantità di “cose” che si saranno potuti comperare, ma tutti i “voli” che avranno saputo osare. Vorrei potergli dire che la vita è un percorso e che bisogna goderselo con la testa alta senza mai barattare la mèta con il viaggio e vorrei poter dire a tutti coloro che hanno disonorato la nostra delega in bianco di smettere di raccontare la vita ai propri giovani e lasciare che siano loro a raccontarla a noi.

La vera e unica crescita che può essere davvero senza fine è quella dell’individuo come persona, della sua consapevolezza, della sua spiritualità, della sua intelligenza, della sua capacità di costruire rapporti e società rispettosi degli altri e dell’ambiente circostante.
Sappiamo che si può vivere, alimentarsi, risparmiare e produrre energia, costruire, lavorare, avere socialità e rapporti diversi da quelli che ci dice la pubblicità o ci vuole imporre la crescita, compresa quella colorata un po’ di green. Quella è la vera strada da intraprendere. Crescere come intendono i nostri governi significa schiantarsi contro un muro.

Pensare come le montagne di Paolo Ermani e Valerio Pignatta, edizioni Terra Nuova 2011

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Comodamente omertosi

Se ne sente parlare di rado. Anche a scuola stanno zitti, nessuno osa raccontare quel che hanno fatto Pasquale Zagaria – detto “Bin Laden” – e suo fratello Michele – capoclan dei Casalesi – quando la loro libertà era ancora viva; non vogliono nemmeno ricordare l’omicidio di Aldo MoroPaolo Borsellino e Ilaria Alpi. Nessuno si attenta a parlare di queste crude realtà perché – ne sono certa – quasi tutti trovano comodo vivere nel silenzio dell’omertà. Poi capita di sentire che il vicino è stato minacciato, che il cantiere edile dietro a casa è stato incendiato da un racket che era in conflitto con il clan proprietario della costruzione, che i propri rifiuti hanno una destinazione così misteriosa da indurci a chiedere dove diavolo finiscono. E quando sporadicamente senti questi eventi sconcertanti, ti accorgi che tacere e lasciare scorrere questo luridume sono le opposizioni più sbagliate che i cittadini immacolati possono fare contro l’abominevole problema nazionale: la mafia. Non ti senti colpevole sapendo che l’omertà è la tua reazione primaria davanti a questo remoto dilemma che ha colpito il nostro Stato?

Il cemento avanza, devasta parchi, foreste, campi agricoli. In Italia il terzo millennio funziona così: le mafie vivono di ininterrotte lotte all’ultimo pezzo di terreno per scopi lucrativi e chi più imbratta il suolo di calcestruzzo e mattoni diventa il più potente: attributo che nelle organizzazioni criminali significa molto. Infatti, dai primi anni duemila fino a ora, al nord si è registrato un esponenziale aumento di espansione edilizia: è il decennio in cui il verde vira gradualmente al grigio, in cui gli interessi mafiosi roteano attorno all’appropriazione di terreno edificabile per riciclare il danaro sporco e per scopi speculativi.

Case, capannoni, palazzi: tutti vuoti. Sull’altra sponda parchi, campi agricoli e zone verdi diminuiscono a vista d’occhio, sottolineando il rischio di una totale estinzione di aree naturali e agrarie. È evidente a chiunque che si sta fagocitando terreno a dismisura e si sa che tutto questo aggraverà le condizioni ambientali già sfavorevoli a causa dell’inquinamento atmosferico. Ma le giunte comunali, diversi sindaci e i politici in sé non sembrano nutrire molto interesse per questa questione ambientale che, spesso e volentieri, viene resa una tematica poco rilevante. Il nodo cruciale si trova soprattutto in quest’avida classe dirigente infettata dalle organizzazioni criminali che l’hanno silenziosamente rovinata attraverso la corruzione. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se abbiamo una politica sleale, manipolata da un potente volere criminale, e un sistema ingiusto che il nostro Stato sembra accettare amichevolmente.

La mafia sotterra i rifiuti nei campi agricoli, dai quali poi germogliano cereali e vegetali che finiscono sulle nostre tavole; li esporta e li vende all’estero, in Africa, nell’Europa orientale e in Cina, li usa come cemento per costruire case e come asfalto per stendere nuove strade, li nasconde nei mari. La gestione dei rifiuti invece di essere nelle mani di persone competenti, si trova nelle grinfie di questi criminali che fanno illecitamente tutto quello che vogliono. E noi, donne e uomini immacolati, continuiamo a vivere nel silenzio delittuoso della comoda omertà, lasciando che la gestione dei rifiuti, come tante altre iniziative, rimanga sotto lo stretto controllo delle organizzazioni criminali.

Forza, ammettiamo di essere persone schifosamente omertose! Ammettetelo voi che vendete i vostri scarti industriali alle criminalità organizzate solo perché vi offrono il servizio a un prezzo bassissimo: preferite spendere dieci centesimi (per chilo) per smaltire i vostri rifiuti illegalmente, piuttosto che spenderne sessanta per sbrogliarveli da dosso in modo del tutto legale. Ci sono parecchi politici che desiderano falsamente un’Italia migliore dove non esiste alcuna briciola di illegalità, quando in realtà sono gli ultimi a volersi rimboccare le maniche, a compiere azioni legalmente accettabili, a evitare collaborazioni mafiose. Vogliono una politica sobria, efficiente, sincera, ma non sanno che per fare questo dovrebbero destituirsi, perché sono loro stessi parte integrante della mafia. Dobbiamo cercare di smetterla di cedere alle varie tentazioni che vengono proposte e provare a reagire in modo civile alla lugubre questione sociale protagonista nel nostro Stato. Essere omertosi, comportarsi come tali, è solo una scusaun atto negligente col quale abbiamo deciso di lasciare sporco il sistema italiano che riguarda tutti quanti, perché la paura non è niente se ci si unisce e si lotta tutti assieme!

Sindaci, politici, imprenditori, professori, gente comune, uscite da questo comportamento stereotipato! Il silenzio è lo scudo del vigliacco e dell’impotente, non del risoluto e del prode. Davanti a tale problema molti di noi sono vigliacchi e impotenti, sono comodamente omertosi, ma è arrivata l’ora di uscire da questo conformismo, da quest’assurda complicità silenziosa che troviamo confortevole, dalla paura. Professori, parlate di tutto questo ai ragazzi! Sindaci, ammettete il vero! Imprenditori, siate forti e non cedete alle tentazioni criminali!
Il sistema è sporco e ingiusto; io non lo voglio, né per me né per i miei figli. E come me, moltissimi altri non lo tollerano. Il futuro è certo e a noi non resta altro che combattere fino all’ultimo per dare al Paese un’immagine migliore e restituirgli un po’ di dignità. Questa non è l’Italia di Zagaria, Provenzano e Riina, è l’Italia di Falcone e Borsellino. Quindi, facciamoci coraggio e usiamo la purezza e la giustizia che ci sono rimaste in tavola per vincere questa temibile battaglia!

Dov'è finito il nostro diritto alla vita?

Guardi il fiume che scorre, la montagna innevata, i campi che biondeggiano al vento, il cielo dalle fronde d’un albero profumato, i frutti che lentamente maturano nell’orto. Guardi tutto questo, te lo godi intensamente perché sai già che un senso di tristezza e colpevolezza ti indurranno a destarti, a sospirare e a dire che un giorno probabilmente tutta questa bellezza sparirà. Poi impulsivamente guardi la discarica che esala sbuffi nauseanti, l’inceneritore che emette particelle invisibili ma mortali, cantieri e ancora cantieri che rubano ciò che appartiene alla terra. Guardi tutto questo e, mentre il tuo battito cardiaco aumenta gradualmente e l’ira comincia a far bollire il tuo sangue, vorresti correre verso la discarica e l’inceneritore per protestare fino allo sfinimento, o andare a occupare i cantieri che mangiano insaziabilmente nuovo terreno. Ma sai che non puoi fare niente se non lasciarti invadere da un altro senso di tristezza e colpevolezza, che ti inducono a sospirare e a chiederti “dove diavolo è finito il mio diritto alla vita e alla salute?”.

L’articolo 32 della costituzione italiana dice che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”, ma dov’è l’effettiva attenzione alla salute e all’ambiente da parte dei governanti? Come possiamo pretendere di vivere una vita salubre e sicura se, come capita in molte città italiane, il sindaco vuole ostinatamente aprire le porte dell’inceneritore a pochi passi dal centro abitato, dal campo agricolo, o se si antepongono i fatti finanziari a quelli ambientali, salutari? Capita troppo spesso che i caparbi capi supremi rendano l’interesse per la reale vita dei cittadini e per le faccende ambientale delle questioni di poco conto e noiose. Ma questo è tollerabile? Possiamo lasciare che questo terribile disinteresse ed egoismo in campo politico e ambientale continuino a scorrere ininterrottamente? No, perché quel che dovremmo fare è tamponare quest’emorragia, arrecata da un profondo taglio che per anni è stato fintamente dimenticato, e smetterla di convivere con l’illusione che è sufficiente la pubblicazione di una stupida legge salvaguardante l’ambiente a salvarci dal triste futuro che ci attende. Se volessimo veramente evitare il futuro sfacelo che si prospetta davanti ai nostri piedi, ci converrebbe cominciare a uscire dagli schemi civili che ci sono stati implicitamente trasmessi, ed entrare in una logica ben diversa da quella attuale che, a quanto pare, non sembra andare d’accordo con quella del mondo biologico: trasgredire i limiti, le regole, superare la linea di demarcazione, sprecare in modo smisurato ogni giorno, schivare ogni sorta di rispetto per la nostra terra sono i verbi propri di questo dannato ventunesimo secolo, azioni e gesta che descrivono in modo accuratamente atroce la sporca logica della società civile attuale.

Spesso mi chiedo dove sia la necessità di comprare a tutti i costi qualcosa ogni giorno, di gettare in modo indifferenziato i rifiuti, di sperperare le proprie ricchezze in baggianate quando si potrebbero investire in cose utili, o di aprire per forza il termocancrovalorizzatore a pochi passi da un parco, da una scuola, da un campo dove pascolano le mucche, il cui latte, nonostante sia ricco più di diossina che calcio e lattosio, finisce comunque sulla nostra tavola. Ogni giorno quando passeggio, quando vado alla fermata del bus o quando osservo dalla finestra della mia camera l’orizzonte dal colore plumbeo, ho la sensazione che questo sistema, adottato da anni, non può continuare a funzionare, e vengo devastata da un triste sentimentalismo che, con gli occhi lucidi, mi spinge a urlare che la gente, soprattutto i bambini, non possono vedere la loro vita sbiadita da tumori causati dall’inquinamento antropologico.
In modo adolescenziale, mi chiedo vanamente se è veramente indispensabile bruciare i rifiuti per produrre un’irrilevante quantità di energia e al contempo esalare diossine, furani, cellule cancerogene che non fanno altro che portarci via la vita in modo lento ma progressivo; mi domando come mai al comando esistono quasi esclusivamente persone egoiste e avide che, nonostante le varie proteste, riescono a ottenere ciò che vogliono, cioè ciò che il popolo non vuole. Non pretendo dei santi al governo, basterebbe qualcuno con un po’ di sale in zucca.

Ci sono molti comuni come Pistoia – dove la dr.ssa Gentilini ha denunciato che la diossina oltre a trovarsi negli alimenti si trova pure nell’acqua -, Albano – dove il 28 aprile si è tenuta un’importante assemblea pubblica riguardante l’apertura del termocancrovalorizzatore -, Parma e Reggio Emilia – che mi riguardano più da vicino – e tantissimi altri, che sono in continua lotta contro quei tiranni che desiderano tenacemente bruciare la mondezza, quindi uccidere noi tutti. Stimo tutti coloro che protestano, che informano e mantengono viva la democrazia individuale obiettando in modo pacifico e civile; stimo quei pochi politici sani che, silenziosamente, lottano contro ciò che non vogliono per il loro comune, per il loro territorio, e per dimostrare che la politica italiana non è sempre fatta solo di corruzione ed egoismo.

Mi rivolgo a Graziano Del Rio, sindaco della mia città – Reggio Emilia – che sostiene da anni che l’inceneritore non comporti rischi salutari, poiché il nostro termocancrovalorizzatore di Cavazzoli, essendo moderno, è sempre stato sicuro. Caro Del Rio, ha studiato chimica? Lo sa che, come diceva Lavoisier, “nulla si crea e nulla si distrugge”? Come mai lei non è sicuro che incenerendo i rifiuti si disperdono nell’aria sostanze cancerogene, quindi molto pericolose? Scommetto che se lei vivesse a pochi passi dall’inceneritore, forse cambierebbe idea.
Il termocancrovalorizzatore reggiano chiuderà i battenti a breve – si spera – anche se devo ammettere che non mi accontento, perché il suo sostituto bastardo è in arrivo a Parma, una delle città più inquinate d’Italia. Difatti, l’inquinamento industriale e automobilistico sembrano essere faccende poco importanti per i governanti parmensi; non è una mia invenzione, ma un dato di fatto, visto che il signor Bernazzoli, candidato sindaco di Parma, vuole a tutti i costi bruciare la spazzatura. Quell’uomo è troppo cocciuto,  perché sa che la sua città potrebbe essere un angolo di paradiso, invece continua a essere una schifosissima palude, il cui puzzo di smog fa rivoltare lo stomaco a tutti. Sono certa che, se tutto continua ad andare così, i parmigiani saranno costretti ad andare a vivere nelle botole: probabilmente moltissime altre città italiane, soprattutto nordiche, arriveranno a seguire il loro esempio. Bernazzoli è così testardo che lascerà che la sua città si nasconda dalla coltre puzzolente e piena di diossina andando a vivere sottoterra: solo allora sia lui che Del Rio, vedendo l’aumento dei casi di tumore, si renderanno conto che avrebbero dovuto studiare meglio Lavoisier.

In nome di chi muore a causa dell’inquinamento, di chi protesta, di chi disperatamente vede il mondo andare a rotoli, io chiedo: dov’è finito il nostro diritto alla vita e alla salute?

Nella piccola politica (a volte) c’è il vino buono

La cronaca giudiziaria delle ultime settimane è costellata di scandali e inchieste i cui protagonisti diretti sono proprio i politici, la cosiddetta classe dirigente italiana. Diventa veramente difficile ignorare il sentiero del qualunquismo, della retorica del “sono tutti uguali” e “meglio non votare” quando a distanza di pochi mesi ben due tesorieri sono stati accusati di gestione criminosa dei fondi destinati ai rispettivi partiti.

Che siano cene a base di pesce, soggiorni in hotel lussuosi o qualifiche in diplomifici privati di area inglese il problema rimane. La politica, forse, non è mai stata così torbida. Come se non bastasse ciò a sminuire le istituzioni italiane, diversi programmi televisivi continuano a esaminare deputati e senatori, interrogandoli su temi di strettissima attualità o cultura generale. Il quadro che emerge è allucinante. Dalle inchieste della “iena” Sabrina Nobile, per esempio, si evince che non solo alcuni politici non riescono a menzionare almeno un’opera di Shakespeare (es.: Romeo e Giulietta), ma utilizzano spesso termini del lessico politico ed economico di cui ignorano completamente il significato, come rating, spread, deficit e inflazione. Persino la TAV, di cui tanto si è dibattuto, diventa un elemento alieno.

Qual è allora la soluzione a questo distacco tra ceto di governo e società civile? Di sicuro, a dispetto di quanto molti prescrivono, non questo governo tecnico che si segnala più per le scelte inique in nome del divino Spread, che per la compostezza e sobrietà dei suoi rappresentanti. Il partito-non partito di Beppe Grillo, allora? Lo scopriremo solo nel 2013. È certo, però, che se esiste una grande politica con tutte le sue delusioni, vi sono anche piccole realtà locali, teatri di storie in cui è la buona politica a trionfare.

Sì, perché se a candidarsi a sindaco ultimamente sono anche pornostar e scrittori di romanzi per adolescenti, c’è ancora chi sceglie il percorso dell’amministrazione pubblica per senso di civiltà e voglia di cambiare.

È il caso di Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monstarace, eletta in una coalizione di centrosinistra in un paese in provincia di Reggio Calabria. Un racconto già sentito il suo: quello di centinaia di amministratori che si ritrovano a fronteggiare la minaccia incombente della criminalità organizzata. La donna aveva rinunciato alla propria carica in seguito allo stillicidio di intimidazioni ricevute. Nel giugno del 2011 la sua farmacia era stata incendiata e la famiglia era riuscita a salvarsi appena in tempo dalle fiamme. Ma il colpo di grazia era stato inferto il 29 marzo, quando la donna aveva trovato la propria macchina crivellata di colpi di pistola. Era stato troppo, persino per lei. Aveva rassegnato le dimissioni: ”mollo perché non sono nelle condizioni di svolgere la mia funzione di primo cittadino”, aveva dichiarato, ”non solo e non tanto per le minacce e le intimidazioni, ma perché non ho gli strumenti per realizzare ciò che avevo in mente”.
A nulla era valsa la fiaccolata dei concittadini, affamati di legalità almeno quanto lei.

Come provare a combattere il senso di impotenza che attanaglia chi si trova ad affrontare un simile cancro della società a mani nude? Dovrebbe essere la grande politica a soccorrere la piccola, fornendole gli strumenti per districarsi nella melma della corruzione e delinquenza italiana. La soluzione non è “non votare” come molti sostengono ma “votare consapevolmente”. Informarsi, documentarsi, conoscere i programmi e valorizzare la possibilità di decidere. Abbiamo perso tanti diritti ma non quello di scegliere i nostri rappresentanti. È importante arrivare alle elezioni del 2013 con la consapevolezza che la democrazia non si scambia, non si vende. Che un governo tecnico, imposto dai mercati, può costituire solo una fase provvisoria e che un organismo sovranazionale non può arrogarsi il diritto di anteporre le proprie necessità a quelle dei diversi stati. La politica pulita esiste. Forse la crisi ci renderà poveri ma non disumani.

Pochi giorni fa la Lanzetta ha ritirato le proprie dimissioni, con riserva. Ed è bello. È bello sapere che per ogni dura e pura Rosi Mauro, (ex) Lega Nord, c’è una Maria Carmela Lanzetta. A Monstarace in provincia di Reggio Calabria.

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Campagna di obbedienza civile per il referendum sull'acqua

È passato quasi un anno da quando, il 12 e 13 giugno del 2011, ben 26.130.656 cittadini italiani hanno barrato “sì” sul secondo quesito referendario che faceva riferimento alla “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato”.

Il 20 luglio 2011 la pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n°116 sanciva ufficialmente l’abrogazione della norma che consentiva ai gestori di caricare sulle nostre bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”: una cifra pari a circa il 7% della sommatoria degli investimenti effettuati nel periodo di affidamento al netto degli ammortamenti. Una voce che incide fra il dieci e il venticinque percento del valore complessivo delle bollette e che nessun gestore si è ancora degnato di cancellare, con tanti cari saluti a quel 95,8% di votanti che ha espresso parere favorevole riguardo alla soppressione di tale contributo.

È per questo motivo che dal gennaio 2012 il Forum dei Movimenti per l’Acqua ha lanciato la “Campagna di Obbedienza Civile”, invitando i cittadini a pagare le bollette relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011 applicando una riduzione pari alla componente di costo della “remunerazione del capitale investito”. Una campagna in cui non si “disobbedisce” a una legge ingiusta, ma semplicemente si applica una legge esistente con l’obiettivo di ottenerne l’applicazione da parte dei gestori del servizio idrico.

Un’azione collettiva sostenuta dagli svariati comitati per l’acqua disseminati sul territorio nazionale, che si occupano di guidare i cittadini in questa mobilitazione per l’affermazione di un diritto sancito legalmente. Un’attività che prevede un preciso iter burocratico, come l’invio della diffida all’AATO (Autorità Ambito Territoriale Ottimale) e di un reclamo all’ente gestore, con procedure che dovrebbero garantire ai cittadini di non incappare in azioni giudiziarie o sanzioni di alcun genere.

Una campagna a cui tutti possiamo prendere parte, consultando il sito www.acquabenecomune.org e scoprendo il proprio sportello informativo di riferimento in base al comune di residenza. Perché il referendum è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che ci è rimasto e perché, come afferma lo slogan dei Movimenti per l’acqua: il nostro voto va rispettato!

 

 

Per rompere il silenzio dell’omertà

Esiste una leggenda – quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso – che collega questi cavalieri spagnoli alla realtà criminale di oggi. Un’epopea cavalleresca in cui si racconta che questi personaggi, durante il quinto secolo, fuggirono dalla Spagna per finire a Favignana, Sicilia, dove fondarono i codici delle loro società: Osso diede vita a Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso alla ‘ndrangheta in Calabria e l’ultimo, Carcagnosso, alla camorra in Campania. I loro verbi e comportamenti sono gli stessi delle mafie di oggi: vendette sanguinose, disciplina, gerarchie, riti. Particolarità rimaste identiche nel tempo, che ci fanno intuire che questa non sia una leggenda mitologica, ma una realtà sulla quale le criminalità organizzate si basano tuttora.

Molta gente paragona la mafia a una questione estranea, che concerne storie provenienti da posti caldi e lontani o da un’Italia parallela, alternativa, e che quindi la si deve lasciare in mano a quei terroni che sono abituati a viverci insieme. Bisognerebbe invece entrare nella consapevolezza che le criminalità organizzate commettono azioni che ricadono su tutti i cittadini, non solo su alcuni, poiché – nord o sud – la loro potenza permette di infiltrarsi dappertutto. Di fatto, sono capillarmente diffuse su tutto il territorio italiano. Soprattutto dove la terra è fertile.

L’idea che nell’Italia settentrionale non ci sia lo stesso tipo di criminalità organizzata del meridione, o che ce ne sia meno, è erronea: pensate un po’, oggi la sede degli affari della ‘ndrangheta si trova in Lombardia, a Milano. Da anni le organizzazioni criminali si sono infiltrate nel tessuto economico di tutto il territorio nordico, dove ora come ora si registra un elevato tasso di investimenti criminali: nel settore della politica, della sanità, dell’edilizia… ovunque ci sia possibilità di lucrare. Io vivo al nord e più passano i giorni più mi sembra che quassù le organizzazioni criminali abbiano trovato un vero tesoro. Case, case e ancora case, vuote. Quasi tutte in mano a imprese edili calabresi, molte delle quali (non tutte, per fortuna) guidate da clan ‘ndranghetisti. Al nord cementificano, innalzano case e palazzi che rimangono vuoti ma che permettono di riciclare il denaro sporco. Speculano, si intromettono negli affari politici. Intimidiscono. Corrompono. E la politica, nonostante tutto, lascia che questo lurido torrente continui a fluire.

Pasquale Zagaria e Aldo Bazzini

Nord o sud, alle organizzazioni criminali non interessa sapere dove si trovano, quando il terreno è fertile. Per capire questo è sufficiente pensare alla potente egemonia sul territorio emiliano di Pasquale Zagaria – l’introvabile, il temibile “Bin Laden” casertano, la mente economica del clan dei casalesi – che venne arrestato nel dicembre 2011. Prima d’allora trascorse gli anni d’oro in Emilia, soprattutto a Parma, dove in collaborazione con Aldo Bazzini – uomo del cemento – riuscì a porre le prime pietre del suo impero. Ma non è per forza necessario entrare nelle indagini per notare l’infiltrazione della mafia al nord; basta pensare semplicemente all’esponenziale crescita edilizia che ha afflitto la maggior parte dei territori nordici, e chi ci vive lo sa: si rovesciano colate di cemento ovunque e ininterrottamente, si costruisce, quindi le zone residenziali aumentano, ma la popolazione rimane stabile. In altre parole, si fagocita il territorio verde per digerire il danaro sporco, per speculare, per ottenere maggior potere. L’Emilia però, che a vista d’occhio sta perdendo il suo colore smeraldino, non è sola. È prevedibile che le mafie a Milano – il paradiso della ‘ndrangheta – fatturino tantissimi soldi illegali all’anno; come risulta da un’inchiesta, citata anche da Roberto Saviano, nella città della moda e della mafia esistono molti appalti infiltrati dalla criminalità calabrese: la stazione Porta Garibaldi, l’agenzia dogane, la tav Milano-Bergamo, l’autostrada Milano-Bergamo, sono solo quattro delle tante attività infettate dalle organizzazioni criminali. Il nord è industrialmente più sviluppato, quindi sia legalmente che illegalmente la possibilità di guadagnare è più elevata. La differenza che c’è tra nord e sud non sta nell’economia o nella politica che apparentemente sono diverse, ma nel fatto che mentre il meridione ammette che le criminalità organizzate ci sono e fanno del male, il settentrione spiega che a casa sua non ci sono e che se ci fossero sarebbero così deboli da risultare facili da vincere. Ebbene, questa falsa convinzione che vige nella parte più fredda d’Italia indebolisce l’economia e la politica interna. E così facendo, si fa un dono alle mafie che vivono per l’appunto di debolezze economiche, politiche e sociali. Vale a dire che più il sistema immunitario del nostro paese è basso, più le organizzazioni criminali riusciranno ad avere la meglio. Più si sta zitti, più riusciranno a passare per inosservate. Più c’è crisi, più fanno soldi.

Spesso ci si chiede cosa si può fare. Penso che la prima cosa da non fare sia chiedere aiuto alla politica, dato che più si va avanti più ci si rende conto che collabora abilmente con la mafia. C’è una significativa frase di R. Hopkins che potrebbe dare risposta a chi non sa cosa fare per risanare questa tragica questione nazionale: “se aspettiamo i governi, sarà troppo poco e troppo tardi. Se agiamo da soli, sarà troppo poco. Ma se lavoriamo alla scala di comunità, può essere abbastanza e appena in tempo. Credo fortemente che combattere la mafia non debba essere l’ambizione di una, due o tre persone, ma di un’intera comunità che, oltre a farlo per il bene proprio, lo faccia per il bene futuro. Non si pretende di scendere in piazza a far del chiasso o di aderire ad associazioni antimafiose. Basterebbe che se ne parlasse maggiormente a scuola, invitando i ragazzi a informarsi, che se ne parlasse nei bar, in chiesa, in stazione, in biblioteca, a casa con la famiglia. Ma questo non lo devono fare due o tre persone, la decisione dev’essere presa da tutti, da tutte quelle persone sobrie che come me sono stanche di vedere questo paese andare a rotoli, di continuare a vivere tra le mura dell’omertà, di nascere e morire nel terrore. Se vogliamo dire basta, facciamolo insieme, perché in questo modo se dovrà morire qualcuno lo farà un paese intero. Il dispetto più forte che possiamo fare alla mafia è parlare, mentre il dono più grande che possiamo farle è stare zitti… Purtroppo questo lo stiamo già facendo da così tanto tempo che sembriamo non aver voglia di smettere.

La parola è l’arma invincibile di colui che decide di versare il suo sangue sul mondo. Meglio di una pistola, è capace di creare una tempesta in un luogo apparentemente tranquillo, di far trasalire dalle torbide acque dei mari le realtà intenzionalmente mai annunciate, di rendere il problema di una sola persona, di una sola comunità, di un solo stato, un problema di tutti. E addirittura di mettere in crisi le persone, persino le organizzazioni criminali. Prendendo per fede ciò che dice Tolstoj – che sostiene che non si può combattere il male con il male – io e voi, persone oneste, combatteremo questa grande ingiustizia nazionale – chiamata Mafia – con qualcosa che porta solo il bene: la parola.

Siete con me?

Stalking: termine nuovo, storia vecchia.

La violenza sulle donne purtroppo è sempre esistita, ma la percezione è che da qualche anno sia in aumento. Da un po’ di tempo sentiamo un termine nuovo – stalking – che indica una serie di comportamenti molesti, assillanti e continui di una persona nei confronti di un’altra persona, perseguitandola e facendole generare ansia e paura. Appostamenti nei pressi del domicilio o degli ambienti comunemente frequentati dalla vittima, invio invadente di lettere, biglietti, SMS, scritte sui muri oppure atti vandalici con il danneggiamento di beni… cose del genere sono considerate atti provocatori e chi li attua è un persecutore. Lo stalking si differenzia dalla semplice molestia per l’intensità, la frequenza e la durata dei comportamenti. Non si può parlare di stalking, invece, quando i messaggi sono indesi derati, ma di tipo affettuoso. In questo caso, per parlare di stalking, i messaggi devono essere molto frequenti e non occasionali. Spetterà poi al giudice, in sede penale, decidere se sia possibile o meno parlare di stalking.

La maggior parte delle volte lo “stalker” è un conoscente della vittima: un collega, un ex collega, un ex compagno. Di solito si tratta di persone con problemi di interazione sociale, che agiscono in questo modo con l’intento di stabilire una relazione sentimentale. Ci sono anche degli stalker affetti da disturbi mentali, ma questo è il caso meno frequente.

Secondo il CPA (Centro Presunti Autori), oltre il 50% dei persecutori ha vissuto almeno una volta nella vita l’abbandono, la separazione, un trauma psicologico dal quale non è riuscito a riprendersi, e può rientrare in una di queste categorie: il “risentito”, caratterizzato da rancori per traumi affettivi; il “bisognoso d’affetto”, desideroso di avere una relazione sentimentale, il “corteggiatore incompetente”, che opera stalking di breve durata; il “respinto”, rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler vendicarsi dopo un rifiuto; il “predatore”, che ha prevalentemente scopi sessuali.

Tuttavia non esistono soltanto stalker uomini. Nel 2009, secondo il Dipartimento di Giustizia inglese, in base ad alcune denunce, il 43% di stalker è costituito da donne; inoltre, lo stalking non avviene soltanto nella relazione di coppia (anche se questo è il caso più frequente), ma anche in famiglia e sul posto di lavoro. Queste statistiche furono anche pubblicate dal giornale inglese The Guardian nel 2010 e furono oggetto di diverse polemiche.

Esistono anche i falsi abusi. Questi, nel 2004, sempre secondo il CPA, riguardavano circa il 70% delle denunce e provenivano da persone che soffrivano di delusioni personali.

In Italia, il decreto Maroni emanato il 23 febbraio 2009, introduce nel Codice Penale il reato di “atti persecutori”, stabilendo la reclusione da sei mesi a quattro anni, ai quali si deve eventualmente aggiungere l’aumento di pena in caso di recidiva e se il soggetto perseguitato è un minore. Questa fattispecie di reato è procedibile con una denuncia della vittima, salvo casi in cui la stessa vittima è un minore, un disabile oppure quando lo stalker è già stato ammonito dal questore. In questi casi è prevista la procedibilità d’ufficio. In realtà, molte volte le donne non denunciano i loro persecutori per paura oppure perché legate a loro sentimentalmente. Questo però è un comportamento sbagliato delle vittime, perchè non denunciando danno la possibilità agli stalker di continuare nelle loro manie persecutorie. Spesso le minacce, gli appostamenti, le offese, sfociano in qualche caso perfino nell’omicidio.

L’unico modo per cercare di fermare questa spirale di violenza è quello di denunciare gli stalker e mettere fine a quest’incubo che, il più delle volte, condiziona psicologicamente la vittima per tutta la vita.

La società dello spreco

Quale sarà la fine di questa società consumistica? È per caso questa eterna e pressante crisi economica a simboleggiare il suo imminente termine? Si stima che attualmente nel mondo occidentale lo spreco alimentare si aggiri su più di un miliardo di tonnellate all’anno, così come racconta De Shutter. Gli occhi però non devono cascare esclusivamente sull’America – regina del consumo – ma anche sull’Europa: ad esempio sull’Italia, dove si getta via un terzo del cibo prodotto. Un terzo che equivale a trentasette miliardi di euro, ossia il 3% del PIL. Generalizzando, in Europa e in Nord America ogni persona getta via dai novantacinque ai centoquindici chili di cibo all’anno: non si tratta però solamente di rifiuti e cibo immangiabile, ma di alimenti ancora imballati e commestibili. Anche in Gran Bretagna gli sprechi alimentari toccano le stelle; difatti i “figli della regina”, tra alimenti e bevande, producono più di otto milioni di tonnellate di rifiuti all’anno: spreco altamente evitabile, dal momento che gli alimenti gettati via sono più che commestibili!

Non vi disgusta sapere che su questo pianeta, ormai mutato in un enorme bidone della spazzatura, vengano sprecate milioni e milioni di tonnellate di cibo? E non vi fa rabbrividire la consapevolezza che tra quelle mostruose cifre ci sono anche i vostri scarti e i vostri capricci? Come emerge da un articolo de “il fatto quotidiano”, con i trentasette miliardi di euro derivanti dagli sprechi alimentari italiani si potrebbe sfamare un’intera nazione di milioni di persone. Invece finiscono nella spazzatura.

Mentre un’enorme fetta del globo vive su montagne di scarti e cibi commestibili ancora imballati, l’altra invoca qualche spirito divino affinché dal cielo caschi qualcosa da mangiare. Dal 2009 la FAO riporta che oltre un miliardo di persone soffre la fame. L’Africa è l’epicentro, poi l’epidemia si spinge a est toccando l’India e alcune zone dell’estremo oriente. Conoscendo questa triste e squallida verità, dovremmo imparare a rispondere contrariamente alla pubblicità, che ci persuade a comprare sempre più di quanto necessitiamo; dovremmo entrare nella logica che non è una vita prevalentemente consumistica a renderci persone più importanti. Davanti ai cartelli “offerta del giorno: compra tre, paghi due” dovremmo pensare a chi è costretto a comprare zero, e a pagare per la vita.

In gioco non ci sono solo questioni ambientali, ma anche la schifosa idea che la TV e le multinazionali ci hanno ficcato in testa: una sciocca moda che prevede il continuo acquisto di quello che ci viene fatto vedere, di cose che vanno al di là delle nostre necessità. Non siamo affatto costretti a vivere per il resto della nostra vita sotto le loro ipnosi, perché si sa che i capricci umani si possono controllare. Quindi, perché non limitarsi a comprare l’essenziale, a vivere con ciò che conta di più, a eliminare perciò ogni cosa che diluisce la nostra vita, a guardare il mondo con una vista più panoramica?

Com’è possibile vivere la vita in modo tranquillo quando si sa che oltre un miliardo di persone soffrono la fame?

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