Cronaca di una giornata di rivolta (parte 1)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi
Pubblichiamo oggi la prima parte dell’articolo di Alessandro Grassi alla sua prima collaborazione con la blogzine. L’articolo è accompagnato dalle foto scattate da Alessandro in Val Susa.[/stextbox]

Hanno proprio ragione i valligiani di Susa a scrivere sulle proprie magliette “la paura qui non è di casa”.

Poche cose riescono a suscitare un consenso bipartisan così vasto come la linea TAV Torino-Lione, tanto da indurre lo Stato a schierare 2000 agenti (duemila! Quanti sono i carabinieri in Afghanistan?). Loro, il popolo della valle, hanno contro tutti i poteri che contano, ma paura non ne hanno. Così come non ne hanno avuta i manifestanti, autoctoni e non, che hanno assediato quella che un tempo era la Libera Repubblica della Maddalena e ora è zona militare occupata dalle forze dell’ordine. Domenica hanno legittimamente provato a liberarla, ma sapevano che sarebbe stato impossibile. L’obiettivo dichiarato – “dare un segnale forte” e “assediare” le recinzioni – però, è stato raggiunto.

Poiché i giornali mainstream faticano a riportare le dinamiche della protesta, questo è il mio racconto della giornata di rivolta che ha animato una valle intera nel nord-ovest italiano.

Sono arrivato a Susa sabato mattina e da subito mi son accorto che l’aria che si respirava era diversa, ma non era solo l’assenza dello smog romano e il bel paesaggio naturale che mi circondava. La solidarietà degli abitanti della valle ai manifestanti forestieri la sperimento in prima persona. Appena arrivato sono tutti felici di dare informazioni e una signora spontaneamente si offre di dare un passaggio a me e ad altri ragazzi fino al presidio NO TAV di Venaus. In macchina ci racconta dello sgombero della Maddalena, della violenza dei poliziotti e della propria decisione a non lasciare costruire la TAV. Tutti sapevano che l’indomani sarebbe successo “qualcosa di grosso”, che ci sarebbe stata l’ennesima battaglia in una lunga serie che ha visto questo territorio come teatro.

Domenica mattina mi sveglio presto al presidio. Faccio colazione e rimedio un passaggio da due emiliani fino a Exilles, uno dei tre concentramenti da dove partirà un corteo. Dovrebbe essere lo spezzone più numeroso e quello più istituzionale e pacifico. Da Exilles ci si dirige verso Chiomonte (da dove parte un altro corteo che confluisce). È in questo corteo che l’incontro surreale con una anziana signora, che potrebbe essere una predicatrice eretica di secoli remoti, preannuncia che sarà dura. Regge un bastone con in cima un crocifisso e nell’altra mano una statua della Madonna e mi  dice che protestare contro la TAV “è giusto”, perchè la Madonna vuole pace e amore e giustizia divina, che ci sono dei diritti da rispettare e la TAV non li rispetta. Poi precisa: “anche l’apocalisse è pace e amore”. Non so in che senso lo intendesse ma ora è difficile pensare che non fosse un presagio di quanto poi è successo.

Durante il corteo incontro altri Valsusini di tutte le età, in testa ci sono sindaci e bambini. È bello parlare con loro, ci tengono alla loro valle e alla loro lotta. Sono cinque chilometri nel punto in cui la valle è più larga: due statali, un fiume, una linea ferroviaria sottoutilizzata e un’autostrada già poco desiderata, un’altra ferrovia ad alta velocità per portare le merci da Lisbona a Kiev, costosa e inutile, non la vogliono. Per non parlare dei costi sostenuti da tutto lo Stato e dalla mancanza di evidenti benefici che dovrebbero costituire l’interesse nazionale.

Il corteo prevede la discesa fino a Chiomonte per sfilare davanti alla centrale elettrica (dove c’era la barricata che proteggeva la Libera Repubblica della Maddalena), io però mi sfilo prima e al bivio per Ramats salgo i monti deciso a imboccare uno dei sentieri che porta giù alle recinzioni che circondano il cantiere dei lavori. Dal corteo si staccano in molti. Arrivo in cima a Ramats, alla frazione Sant’Antonio, dove ci sono già tanti manifestanti che si preparano per scendere. Indossano caschi e tengono maschere antigas intorno al collo. “Violenti organizzati”, diranno le malelingue, giornalisti che forse nemmeno erano presenti, ma come biasimare quelli attrezzati dopo lo sgombero della settimana prima? Tutti sapevano che le forze dell’ordine ci avrebbero sommerso di gas lacrimogeni; non quelli normali: il CS, vietato in guerra, che ti toglie il respiro, brucia la pelle e ti entra in gola fino a farti vomitare. Di lì a poco anche io avrei pregato in ginocchio per avere una maschera.

I sentieri per scendere al cantiere sono due, uno più lungo e leggermente più largo e uno più esposto e più stretto. Decido di prendere il secondo, perché da lì si riesce a vedere il cantiere e l’autostrada (chiusa al traffico dalla mattina). Mentre scendo l’elicottero svolazza intorno alle montagne con il suo incessante rumore che proseguirà per tutto il giorno. Scendere il sentiero è emozionante, non mi era mai capitato un corteo “di montagna” e non si può certo rinunciare a questa esperienza. All’inizio non ci sono alberi intorno e infatti riesco a vedere l’imponenza dello schieramento dei carabinieri più in basso. C’è anche la forestale, la finanza e i cacciatori della Sardegna, corpo speciale capace di muoversi tra i monti, chiamato apposta per la situazione. Mano a mano che si scende però si capisce che non si tratta di una piacevole scampagnata tra i boschi.  Il sentiero è tortuoso e si addentra nel bosco, inizio a sentire puzza di lacrimogeno e i botti si ripetono costantemente. Gli scontri, giù al cantiere, sono iniziati dalla mattina. Altri due concentramenti, da Giaglione e da Ramats, si sono diretti attraverso la vegetazione all’assalto delle recinzioni. La polizia è sotto assedio già da diverse ore quando arrivo. Siamo incolonnati e ci avviciniamo a un bivio da dove si può scendere per la recinzione. Da lì salgono manifestanti con gli occhi gonfi e le facce impaurite; tutti che dicono “non scendete se non avete le maschere, ci sono i poliziotti che appena vedono qualcuno avvicinarsi sparano lacrimogeni”. Tutti ripetono questa cosa e si decide allora di proseguire e scendere alle recinzioni più avanti. Cammino ancora un po’ dietro gli altri in fila indiana, si sale e poi si prosegue per un bel pezzo alla medesima altezza, infine si scende. Di nuovo lo stesso scenario, ma questa volta sono in tanti a risalire, tanti quanti quelli che scendono. Di nuovo lo stesso mantra: “non scendete”. Mi sembra di andare incontro all’orrore del colonnello Kurtz discendendo un sentiero tortuoso invece che risalendo un fiume. Si respira aria di lacrimogeni invece che di napalm.

La quantità di gente che cammina per i sentieri è impressionante. Migliaia, tra quelli che salgono e quelli che scendono a dare il cambio agli assedianti stremati. Le raccomandazioni di coloro che salgono, che già hanno visto e respirato la potenza delle forze armate, valgono a poco. Alcuni si fermano ed esitano ma molti continuano. Una colonna infinita muove decisa e quando i cori fanno tremare la foresta al grido “giù le mani dalla val Susa!” il cuore si ferma nel petto.

I lacrimogeni iniziano a fare effetto e penso di essere ormai prossimo al cantiere ma in realtà solo più tardi mi accorgo di essere ancora molto in alto e che i lacrimogeni riescono ad arrivare in quel punto perchè sparati direttamente dall’elicottero che continua a volare sopra le nostre teste.

Ci si addentra sempre di più. A volte ci si ferma per aspettare che l’aria si pulisca dai gas e poi si procede. Si scende e alla fine si arriva a uno spiazzo dove avvengono gli scontri.

Qui, mi dicono, la mattina c’era la polizia, ma è stata respinta. Le recinzioni sono state tagliate e parte del cantiere è stato anche riconquistato. Poi la polizia ha ripreso terreno ma non è in grado di dissolvere la forza dei manifestanti. Si limitano a sparare lacrimogeni a raffica, senza sosta per tutta la mattinata, anche se nel pomeriggio, probabilmente mossi dal timore di rimanere senza, ne riducono l’uso. Non so se è a causa dell’abitudine o meno, ma anche l’effetto dei lacrimogeni sembra diminuire, tanto da farmi pensare che forse gli ultimi non erano del medesimo tipo dei primi che erano veramente intollerabili.

Scendendo dal sentiero, superando gente intossicata o che si riposa mangiando un panino negli spiazzi prima di tornare a manifestare, il fondo del sentiero è ancora parte del bosco e delimitato da alte rocce. Tra queste una strettoia è il punto per accedere al cantiere e fronteggiare la polizia. Lì si concentrano i manifestanti e da lì arrivano i lacrimogeni sparati ad altezza uomo direttamente addosso alle persone, oppure lanciati alle spalle in modo che a volte ci si ritrova con la polizia davanti e il gas dietro. Si tratta di proiettili a grappolo che una volta toccato terra si dividono in diverse cartucce che saltano tutto intorno. Per fortuna molti manifestanti sono attrezzati con guanti spessi abbastanza da poter prendere in mano le cartucce e lanciarle indietro oppure abbastanza svelti da coprirle con terra e foglie.

Dai manifestanti in risposta vengono lanciati sassi alla polizia, non si fatica a ritrovare materiale nel sottobosco. Le forze dell’ordine non si tirano certo indietro dal rispondere allo stesso modo: lanciano pietre dall’alto dell’autostrada. Forse proprio a questo si riferisce Maroni quando parla di “tentato omicidio”.

A un certo punto mentre questo caos mi circonda, le urla della gente e i botti degli esplosivi rimbombano, e una scena quasi surreale mi si presenta davanti agli occhi. Dal monte scende una banda mentre la rivolta imperversa. Sono vestiti di rosa acceso, con paillette luccicanti, la cosa più fuoriluogo che potesse comparire. A quel punto anche i carabinieri che cantano la canzone di Topolino o Mary Poppins che scende dal cielo con un ombrello sarebbero stati normali. I musici attaccano a suonare i loro tamburi, ma dura poco. Ci sono i feriti e il loro suono copre anche le urla di chi chiede un medico, quindi vengono fatti smettere. I manifestanti sono tutti pronti a soccorrersi a vicenda, i feriti vengono medicati e portati via dal campo di battaglia.

Si continua così, si alternano avanzate dei manifestanti con scariche più dense di lacrimogeni che costringono tutti ad allontanarsi. Avanti e indietro in continuazione. La polizia fatica evidentemente a tenere a bada i manifestanti. A un certo punto, forse pensando a una azione risolutiva, decide persino di avanzare con una ruspa. Poi segue una violenta carica, ma mentre osservo da una posizione laterale, si capisce subito che è una brutta idea. La polizia mette in fuga i manifestanti nello spiazzo e si trova così al centro di una sassaiola proveniente dalle posizioni sopraelevate in cui costringe i NO-TAV. L’unica soluzione che rimane loro è quella della fuga, disordinata e per questo pericolosa, tanto pericolosa che uno “sbirro” viene catturato. Subito viene circondato e spogliato delle armi. Poi viene lasciato andare. Si accende un dibattito, molti avrebbero voluto tenerlo per trattare il rilascio dei fermi.

Il fatto che i manifestanti siano in possesso di una pistola delle forze armate non lascia tranquilli i rappresentanti dello Stato e quindi si aprono persino delle trattative per riavere indietro l’arma. Trattative che scemano nel nulla. Scopro solo il giorno dopo che la pistola sarà restituita, senza caricatore, la sera stessa. Nel frattempo i manifestanti sono stanchi e la pausa dai lacrimogeni della polizia permette loro di riflettere sul da farsi. Nel mentre arriva la notizia che cinque camionette sarebbero arrivate e avrebbero caricato le persone su alla frazione di Sant’Antonio. La decisione presa è quella di risalire per dare una mano, forse anche mossi dal desiderio di cambiare un po’ teatro per uscire dalla evidente situazione di stallo che si è creata. Inizia così la risalita. Una faticosissima risalita su per i sentieri, accompagnati dal rumore dell’elicottero. La stanchezza è molta. Quando arriviamo in cima la polizia se n’è andata, ancora non so se la carica ci sia effettivamente stata. Ma a quel punto per me la giornata finisce e decido che è ora di trovare il modo di tornare a casa. Altri si spostano, cercando di evitare i blocchi stradali che, si vocifera, siano sparsi per tutta la valle. Nel mentre gli scontri continuano alla centrale elettrica, dove un gruppo di manifestanti distaccatosi dal corteo principale si è scagliato contro le recinzioni.

Il tempo di trovare un passaggio su un camper di generosi anarchici e di raggiungere una stazione qualsiasi da dove prendere un treno per Torino.

…continua…

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Napule è 'na carta sporca, ma nisciuno se ne importa

Il 30 giugno, come è noto, c’è stato il tanto atteso via libera al decreto sui rifiuti per la città di Napoli. Dopo il lungo, acceso e – consentitemelo – ridicolo battibecco tra la Lega e il PdL, il Consiglio dei ministri ha dato il nulla osta al provvedimento, nonostante il voto sfavorevole del partito del Carroccio. A posteriori, molte sono state le critiche mosse sia dal neo sindaco De Magistris, che ha tacciato il decreto di essere deluente, sia del Presidente della Repubblica Napolitano, che lo ha definito “non risolutivo”. In realtà il decreto, a mio parere, è in parte utile, ma non sufficiente. In cosa consiste tale criticato decreto?

Il decreto consta di tre soli articoli, e consiste nel fatto che permetterà alla Campania di trattare direttamente con le singole regioni per risolvere il problema dei rifiuti. Si eviterà quindi di passare per la lunga e a volte troppo complessa conferenza unificata delle regioni. Prevede, inoltre, l’ampliamento dei poteri dei commissari nominati dal Presidente della regione Campania per i siti di conferimento locali e, nell’ultimo articolo, parla di “destinazioni prioritarie” dei rifiuti, individuate nelle regioni limitrofe alla regione Campania.

In virtù di tale provvedimento la regione Campania ha già fatto partire verso sette regioni italiane (Sicilia, Puglia, Marche, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Friuli Venezia Giulia) la richiesta di nulla osta per il trasferimento dei rifiuti. Questo, per ora, dimostra soltanto come il provvedimento non sia inutile, ma non dimostra ancora la sua risolutività. Per la serie “staremo a vedere”, la bontà del decreto appena approvato andrà del tutto verificata e avremo tempo per giudicarne pregi e difetti.

In tutto ciò la Lega non si è voluta schierare dalla parte di coloro che hanno proposto tale provvedimento. Qualora ci fossero state motivazioni e critiche costruttive non avrei voluto commentare l’atteggiamento del partito di Bossi. Il problema reale è che il voto contrario non è stato determinato da ragioni di merito; non è stata cioè criticata l’inutilità dello stesso o il fatto che questo non sia risolutivo. Il provvedimento non è stato votato perché la Lega ha reputato inutile intervenire in una città incapace di risolvere il problema della “monnezza”. In parole povere il problema dei rifiuti di Napoli sarebbe colpa dei napoletani.

Fondamentalmente con il voto contrario la Lega, ben sapendo di non ostacolare il varo del provvedimento, ha voluto semplicemente ribadire la sua posizione. Non si può non sottolineare la gravità delle dichiarazioni rese per l’occasione dal Senatùr, a parere di chi scrive sin troppo sottovalutate quanto anacronistiche e fuorvianti. «I napoletani non hanno imparato la lezione. Noi il problema dei rifiuti lo abbiamo già risolto una volta e ora i rifiuti sono ancora per strada, vuol dire che i napoletani non imparano la lezione».

Queste parole hanno offeso la mia persona e in particolare la mia morale di onesto cittadino. Non sono napoletano, ma non serve essere napoletani per sentirsi feriti dall’ennesima dimostrazione di come i governi, di destra o di sinistra che siano, e più in generale il potere, tendano a scaricare sui più deboli il proprio degrado morale (e la propria insensibilità), figlio di condotte che da anni hanno contribuito a infangare la nostra Italia e in particolare Napoli. Qualunque persona, qualunque cittadino onesto è in grado di capire che la colpa non può essere dei napoletani; i napoletani sono le vittime di tutta questa ennesima vergogna italiana. Consentire dichiarazioni di questo genere significa compiere un altro passo verso la rovina e la decadenza dello Stato e di chi lo rappresenta. Se è vero che oggi più che mai “Napul’è na carta sporca”, dato che è ancora sommersa dai rifiuti, è ancora più vero che “nisciuno se ne importa”, perché nessuno ha interesse a prendersela a cuore, e la cosa più triste è che c’è ancora chi racconta che la colpa è dei napoletani, quando tutti sappiamo che i napoletani sono le sole vittime di questa “monnezza morale”.

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L'annientamento di Napoli.

Dopo 150 anni dall’unitá d’italia, si sta attuando per mezzo della Lega nord una strategia politica volta alla sua divisione. Non si tratta della separazione  della “Padania” dall’ “Africa” , cioè il meridione, ma di tracciare una croce nera su una città – simbolo.

Napoli, la terza città d’Italia, capitale storica del Sud, porto commerciale e lido di cultura, oggi non vive più il sentimento soporifero di morte, dovuto dapprima al secolare problema della camorra e della disoccupazione: il napoletano oggi vive la propria eutanasia. La forma mentis tipica e pessimista del “non c’è più niente da fare”  si instilla sin da piccoli a causa del bombardamento visivo dei rifiuti, di cui i media si limitano alla mera e puntuale testimonianza e nulla più, documentandone la normalità. Purtroppo la drammatica notizia a cui non si è dato per nulla risalto è che nell’anno delle sue celebrazioni per l’unità, l’Italia non muove un dito per Napoli, nonostante la volontà attuale del napoletano  di risolvere radicalmente la questione rifiuti esplicitata nell’elezione di De Magistris. Partenope oggi è reietta. Sedotta dagli ideali di libertà dei Savoia ma da loro trafugata di ricchezze e risorse umane; costretta per decenni ad ingoiare rifiuti (tossici) padani, Napoli ora vede sbarrarsi con ogni pretesto qualsiasi richiesta d’aiuto in una situazione ad alto rischio sanitario.

La mancata solidarietà, con l’abbandono di Napoli al suo destino, manifesta un sentimento di indifferenza/compiacenza (o peggio ancora un reale desiderio) di buona parte dell’Italia nell’ annientamento dei napoletani, un processo diviso in annichilimento morale, con l’umiliazione  in mondovisione  della “monnezza”, e fisico, con i danni alla salute dovuti alla diossina dei roghi di rifiuti. Dopo 17 anni di agonia emergenziale, dopo 150 anni dall’unità d’Italia, la città partenopea vive la sua morte:  nell’arco di una generazione lo stereotipo “pizza e mandolino”, accettabile con un sorriso, è sommerso da un infinito oceano di “monnezza”, un marchio che sarà indelebile per i futuri nati: la terra li umilierà prima ancora di venir alla luce.

 

Dietro le quinte, il disegno di secessione del Nord si sta attuando proprio partendo dal Sud: non è un caso che quest’anno si è assistito a numerosi vilipendi alla bandiera. Se dietro le rivolte c’è sempre lo zampino della camorra, che si sta scatenando con roghi e sommosse nel napoletano,  nei casi dei vilipendi non si può parlare di malavita, ma più plausibilmente di persone esasperate. A Napoli e provincia si respira aria appestata e quindi la volontà di “rifiutare” l’Italia è comprensibile e palpabile.

 

 

Eppure Napoli non merita una pietra tombale. É la sede della prima università laica in Europa, la Federico II nel 1224*, e dei primi conservatori musicali nella storia nel 1500; ha un patrimonio storico – architettonico di valore inestimabile; ha il cibo più imitato nel mondo, la pizza. L’unità d’Italia avrebbe dovuto rendere la prosperosa Partenope libera e felice, invece ancor oggi è dilaniata dallo strapotere del nord e dagli interessi camorristici. Il sogno di libertà dei nostri padri fondatori per i più deboli è soffocato dagli interessi dei più forti. L’azzurro mare e l’azzurro cielo, simboli di Napoli e d’Italia, svaniscono nella grigiastra nebbia dei roghi.

 

*si ringrazia Daniela Scarpa per l’integrazione.

Concorso in magistratura: poche consegne per tanti supereroi

Mercoledì 15 giugno, esattamente le ore 06:44 del mattino. Ho aperto gli occhi e mi sono accorto che la sveglia sarebbe suonata esattamente un minuto dopo il mio risveglio. Una doccia, una colazione veloce, giusto il tempo di un caffè, un bicchiere d’acqua e poi via di corsa verso la Nuova Fiera di Roma. Lunedì 13 e martedì 14 giugno erano stati i giorni della consegna dei codici e fino a quel momento, in fin dei conti, le emozioni ancora erano latitanti. In realtà il mio umore saltellava su e giù come un grillo e l’ansia saliva precipitosamente da giorni. Ma quella mattina mi sono accorto subito che era diverso, quella mattina era il giorno della prima prova del concorso in magistratura.

Si sono presentate circa 4.200 persone delle ventimila che si erano iscritte. Arrivo all’immenso parcheggio che giganteggia dinanzi l’ingresso nord della Nuova Fiera e mi trovo davanti un mare umano. Ciascuno dotato di una propria busta (tutte buste della spesa trasparenti) dove venivano custoditi gelosamente viveri, penne, documenti e poco altro, insomma il necessario per passare il tempo dalle otto del mattino sino alle sette della sera. Dopo circa un’ora e qualcosa di fila finalmente ognuno arriva al proprio padiglione. Eravamo divisi in quattro immenso blocchi, solitamente atti ad accogliere eventi fieristici, ma questa volta adibiti a enormi sale dove vi erano infinite file di banchi, ognuno con un nome, una data e una matricola.

Arrivo al mio posto, con non poca adrenalina nel sangue e, agitatissimo, mi siedo. Mi guardo intorno e vedo gente di ogni età. Gente alla sua prima volta, ma anche veterani alle terza, altri anche alla quarta. La legge consente tre consegne nell’arco di una vita; la quarta consegna è consentita in via eccezionale per coloro i quali si siano iscritti al bando di concorso prima dell’uscita dei risultati del concorso precedente. Sostanzialmente tutti hanno diritto a quattro consegne, tranne casi estremamente rari. È molto difficile, infatti, che escano i risultati del concorso precedente prima dell’uscita del bando del concorso successivo, dato che per le correzioni occorrono spesso molti mesi.

La commissione, seduta in cima alla sala su un’immensa cattedra, il primo dei tre giorni ha optato per il tema in materia di diritto amministrativo. Non vi nascondo che si è trattata di una vera e propria strage. In circa cinquecento si sono alzati allo scadere della quarta ora, limite minimo per potersi alzare e abbandonare la gara. I 3.700 candidati rimasti seduti hanno dovuto confrontarsi con una traccia estremamente complessa su un argomento tanto inaspettato quanto angusto. Alla fine della prima giornata non hanno consegnato più di 3.300 persone. Del resto, il giorno dopo è stato estratto il tema di diritto civile e la carneficina è proseguita incalzante. L’ultimo giorno, infine, la traccia di penale ha dato il colpo di grazia a un concorso che, a dire dei più, non era così difficile da anni. Le consegne effettive dovrebbero aggirarsi intorno alle duemila persone. Ricordo che il concorso era stato bandito per un numero pari a 360 posti, che verosimilmente non verranno integralmente coperti, come al solito. Tracce strane, imprevedibili, ma soprattutto dai titoli fuorvianti, a dire di molti finalizzate a testare la lucidità, più che la preparazione, dei candidati.

Facendo un calcolo approssimativo, e tenendo conto del fatto che delle ventimila iscrizioni siamo rimasti in meno di duemila, la percentuale di possibilità di essere promossi alle prove scritte si aggira attorno al 18%, più o meno uno su cinque verosimilmente ce la farà. Una percentuale altissima considerando che ci si attendeva quasi il doppio delle consegne, e quindi la metà della percentuale. Tirando le somme di questa tre giorni posso dire che, prima di tutto, è stata una grande esperienza di vita, nonché una dura prova di nervi, lucidità e ragionamento. È stata davvero dura soprattutto per chi, come me, era seduto lì per la prima volta.

D’altra parte è stata anche una prova di enorme crescita personale. Niente a che vedere con l’esame di abilitazione alla professione di avvocato, tutta un’altra musica, tutta un’altra aria e soprattutto tutta un’altra tensione. I risultati, a questo punto e dato il numero esiguo di consegne, sono previsti non più tardi dell’inizio del prossimo inverno; diciamo che, se tutto dovesse filare liscio, entro la fine di gennaio saranno esaurite le correzioni. Nell’articolo che scrissi prima del concorso avevo parlato di supereroi. Oggi più che mai mi sembra ampiamente azzeccata questa definizione; adatta non soltanto a chi avrà avuto la bravura e la fortuna di passare, ma anche a chi pur non risultando idoneo avrà avuto il coraggio di consegnare tutte e tre le prove, e a coloro che non se la sono sentita nemmeno di consegnare, e giorno dopo giorno hanno abbandonato il campo. Concludo questo articolo come conclusi il precedente: in bocca al lupo a tutti, supereroi e non.

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Saras: ci risiamo


Ci risiamo. Si, è proprio il caso di dirlo, anzi di gridarlo a gran voce. Per la quarta volta, un altro cuore ha cessato di battere, e per la quarta volta c’è di mezzo la Saras. La Saras Raffinerie Sarde è una Spa costituita costituita nel 1962. La società si occupa di raffinazione petrolifera e l’impianto di Sarroch lavora circa 300.000 barili al giorno, cioè il 15% dell’intera raffinazione in Italia.

Lunedì 11 aprile il venticinquenne operaio della Star Service, Pierpaolo Pulvirenti, è morto perché ha respirato l’idrogeno solforato uscito da una delle colonne dell’impianto “Dea2”, dove stava prestando la sua ordinaria opera lavorativa. La sua morte ripropone il dramma, in realtà mai sopito, della sicurezza, o meglio della poca sicurezza che si vive nei luoghi di lavoro. Il che risulta ancora più grave se si pensa che l’azienda coinvolta, ed ancora una volta sul banco degli imputati, è sempre la stessa cioè la Saras,.

La dinamica dell’incidente sembra essere abbastanza chiara ed evidente. Le testimonianze degli astanti e dei colleghi dei tre operai coinvolti hanno subito confermato l’anomalia accaduta nella circostanza dell’incidente. Gli operai della Star Service, azienda con base ad Augusta e cuore nella raffineria di Priolo, hanno aperto uno dei tre “passi d’uomo” collocati ad altezza diversa nella colonna per avviare le procedure di manutenzione. Il loro intervento è iniziato dopo il via libera, cartaceo, avuto dalla Saras ed in particolare dal settore che si occupa del rilascio dei permessi di lavoro. Il nulla osta è stato rilasciato, in quanto obbligo di legge, dopo aver effettuato prove ambientali, si presume certificate, dei tecnici Saras che dovevano certificare, ed infatti hanno certificato, l’assenza di pericoli.

Era stata accertata la assenza di  qualsivoglia gas in pressione, tantomeno nocivo come è l’idrogeno solforato. Dopo tali accertamenti, verifiche e assicurazioni, passati al vaglio dal capo cantiere della Star Service, i tecnici avrebbero potuto effettuare le prime attività. «Di solito in queste colonne si opera prima dall’apertura superiore, e poi si passa a quella inferiore, per consentire “l’effetto camino” in caso di presenza di fumi o vapori pericolosi a maggior ragione in pressione. E invece – ha detto William Schirru, delegato della Filctem – Cgil – mi risulta che l’ordine di intervento non sia stato quello abituale. Ma in ogni caso è evidente che dentro quella colonna non ci dovevano essere quei fumi, e chi ha consegnato l’impianto bonificato e verificato solo a parole ha commesso un errore non perdonabile».

La famiglia Moratti, proprietaria della Saras, è arrivata ieri mattina con una delegazione composta da Angelo, vicepresidente, e dai consiglieri Angelo Mario e Gabriele. Una “nota stampa” della famiglia Moratti recita «profondo dolore» per l’incidente definito «tragico evento» sul quale «sono in corso accertamenti sulla dinamica e le cause, sia da parte della società che da parte delle autorità competenti». Al di là della ovvia tragicità dell’evento la situazione risulta essere particolarmente drammatica, dato che siamo di fronte al ripetersi di una strage già avvenuta due anni fa, sempre alla Saras.

Per quel che concerne le responsabilità, la dinamica dei fatti e le testimonianze hanno fornito immediatamente una prima risposta che consente di puntare il dito sul committente. «È come se chiamassimo un elettricista a casa e gli chiedessimo di intervenire sulle prese a muro, garantendogli di aver staccato la corrente. E invece non lo facciamo». Il segretario della Camera del Lavoro della Cgil, Nicola Marongiu, ha utilizzato questa metafora per spiegare cosa sia successo lunedì sera. La corrente, cioè nel nostro caso il gas velenoso, era ancora sotto pressione nella colonna. I dirigenti della Saras, oltretutto, hanno ammesso di aver sbagliato.

La catena della sicurezza, quell’insieme complesso di procedure che obbliga a mettere insieme in una sequenza precisa tutte le autorizzazioni di diversi uffici prima di mettere mani all’impianto, è palesemente saltata. Sarà la magistratura ad accertare se esistono responsabilità gestionali o, cosa molto utopistica, solo personali. Sicuramente il modello Saras, messo in crisi dopo i tre morti del 2009, subisce nuovamente un ridimensionamento ed è auspicabile una nuova ricostruzione strutturale e gestionale. Non possono rimanere impunite certe condotte che hanno mietuto vittme e che nulla fa pensare che non possano mieterle nuovamente.

Vale la pena ricordare come il 26 maggio 2009, allo stabilimento di Sarroch, tre operai di un’azienda esterna rimasero uccisi mentre effettuavano un lavoro di manutenzione in un accumulatore dell’impianto MHC 2 (MildHydroCracking). A causare la morte fu la presenza di Azoto nell’apparecchiatura. I sindacati anche allora avevano indetto uno sciopero e parlato di “morte annunciata”, denunciando come la pericolosità del sito fosse ampiamente nota.

Voglio riproporvi (riportandole dal Corriere della sera del 27 maggio 2009) le parole a suo tempo spese dallo stesso Nicola Marongiu, segretario della Camera del lavoro di Cagliari e dal segretario generale della Cgil sarda, Enzo Costa. Il primo disse: “Non sappiamo se l’accumulatore dove i tre operai sono morti fosse stato bonificato. Certo, il gas che li ha uccisi non doveva essere presente al momento del loro ingresso della zona di accumulo, dove si svolge un particolare tipo di lavorazione sul gasolio”. Il secondo affermò: “La raffineria è un luogo ad alto rischio, non è la prima volta che succedono incidenti mortali, ma mai erano stati di questa gravità. È un incidente gravissimo ma nessuno parli di fatalità, la pericolosità del sito era ampiamente nota”.

Appunto. Nessuno parli di fatalità, la pericolosità del sito era ampiamente nota e, purtroppo, abbiamo le prove che lo è tuttora. Ecco allora spiegato il motivo per cui “ci risiamo”, perché da quel 26 maggio non è cambiato proprio niente. Quanti altri morti serviranno per iniziare a fare qualcosa?

 

 

Più ombre che luci sulla nuova “prescrizione breve”

In questi giorni ne abbiamo lette e sentite davvero di tutti i colori ma, nonostante questo, nessuno ci ha spiegato cosa significhi davvero questa ennesima proposta di riforma della giustizia penale. Non sto parlando dell’acclamatissima – da parte del Governo – intenzione di riformare la Carta Costituzionale, ma del disegno di legge sulla “prescrizione breve”. Mi riferisco, in particolare, all’emendamento proposto la scorsa settimana dall’onorevole del PdL Maurizio Paniz, e facente parte del più ampio disegno di legge relativo al “processo breve”.  La questione è proprio quella che è stata al centro del dibattito (e delle risse) che si sono susseguite in questi giorni dentro e fuori dal Parlamento e sulle quali sinceramente preferisco soprassedere. La norma in oggetto è da annoverare tra le tantissime che nell’ultimo ventennio hanno coinvolto l’istituto della prescrizione. In realtà l’emendamento in questione è l’unico rimasto in piedi delle tante disposizioni a suo tempo proposte dalla apposita commissione governativa. Credo sia utile fornire una breve spiegazione di una modifica normativa assai complicata da leggere per i non addetti ai lavori.

Lo scopo della norma è quello di modificare la disciplina dei tempi di prescrizione, attualmente regolati dall’art. 161 del codice penale. In particolare mira a ridurre i termini del giudizio nei confronti degli imputati incensurati, coloro, cioè, che non abbiano subito condanne in via definitiva.

Alcuni atti giuridici interrompono il corso della prescrizione. Tanto per citarne qualcuno a titolo esemplificativo indichiamo l’ordinanza che applica le misure cautelari personali, quella di convalida del fermo o dell’arresto, l’interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice, l’invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l’interrogatorio e, in caso di interruzione, il termine di prescrizione già decorso viene meno e comincia nuovamente a decorrere dal giorno dell’interruzione. L’articolo 161 del codice penale attualmente prevede regimi applicativi differenziati in funzione sia della tipologia dei reati che degli imputati.

Con riferimento al tipo di reati coinvolti, il testo vigente esclude dal suo ambito di applicazione i reati di grave allarme sociale, come ad esempio i reati associativi. Con riferimento al tipo di imputati coinvolti prevede, come regola generale, che in nessun caso l’interruzione della prescrizione possa comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere; della metà e, in alcuni casi, dei due terzi, in ipotesi speciali di recidiva. Recidivo è colui che dopo essere stato condannato per un reato non colposo, ne commette un altro parimenti non colposo.

Per quanto riguarda il primo punto, relativo al tipo di reati coinvolti, il testo approvato dalla Commissione conferma il limite oggettivo dei reati di grave allarme sociale (che restano esclusi dalla nuova disciplina) mentre, con riferimento invece alla condizione soggettiva dell’imputato, la nuova proposta riduce da un quarto a un sesto il limite del prolungamento del tempo necessario a prescrivere nel caso di imputati incensurati e mantiene il limite di un quarto nel caso di recidivi semplici.

All’articolo 161 del codice penale, il secondo comma è sostituito dal seguente:
«Salvo che si proceda per i reati di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale, in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un sesto del tempo necessario a prescrivere, di un quarto nel caso di cui all’articolo 99, primo comma, della metà nei casi di cui all’articolo 99, secondo comma, di due terzi nel caso di cui all’articolo 99, quarto comma, e del doppio nei casi di cui agli articoli 102, 103 e 105». Inoltre, le disposizioni di cui sopra non si applicano ai procedimenti nei quali alla data di entrata in vigore della presente legge è già stata pronunciata sentenza di primo grado, quindi si applicano a tutti i processi nei quali ancora non sia intervenuta la sentenza di primo grado.

La falla principale della disposizione sta nell’essere retroattiva, applicandosi ai procedimenti tuttora in corso.

Il problema si ingigantisce se solo pensiamo alla quantità di reati coinvolti dalla normativa. Alcuni dei reati a cui si applicherebbe, nel caso di sentenza di primo grado non ancora emessa, sono: Abuso d’ufficio, Corruzione, Rivelazione di segreti d’ufficio,Truffa semplice o aggravata, Frodi comunitarie, Frodi fiscali, Falsi in bilancio, Bancarotta preferenziale, Intercettazioni illecite, Reati informatici, Ricettazione, Vendita di prodotti con marchi contraffatti, Traffico di rifiuti, Vendita di prodotti in violazione del diritto d’autore, Sfruttamento della prostituzione, Violenza privata, Falsificazione di documenti pubblici, Calunnia e falsa testimonianza, Lesioni personali, Omicidio colposo per colpa medica, Maltrattamenti in famiglia, Incendio, Aborto clandestino.

Quanto appena detto potrà sembrare insignificante, in realtà produce degli effetti devastanti dal momento che rischia di far saltare un incredibile numero di processi in corso, sulla base di meccanismi tecnici che indurranno i giudici a chiudere incontestabilmente il processo per “intervenuta prescrizione”.

Solo a mero titolo di cronaca occorre ricordare come gli effetti di tale riforma saranno rivolti anche a tre processi che vedono Silvio Berlusconi attualmente imputato, primo fra tutti la morte del processo Mills, che dovrebbe avvenire tra fine maggio e fine giugno; poi la prescrizione, nei primi mesi del 2012, del processo sui Diritti tv/1 e del Mediatrade. Motivo per cui l’opposizione, e non solo, ha tacciato questa modifica normativa di essere l’ennesima riforma “salva Premier”.

Tutto questo a discapito delle persone offese, cioè delle vittime dei reati, che si troveranno d’un tratto completamente prive di tutela.

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Nubi sul Sol Levante

In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, la tragedia giapponese di questi giorni rischia di avere gravissime ripercussioni, non solo nel paese del sol levante ma sull’intero pianeta.

Probabilmente non siamo in grado di prevedere quello che accadrà nel breve, medio e lungo periodo… La situazione è ancora troppo fluida e in evoluzione. Possiamo però fare delle ipotesi, partendo dalla situazione economica mondiale prima di quel maledetto 11 marzo 2011.

Dopo anni di crisi l’economia mondiale dava finalmente lenti segnali di ripresa. Si trattava di una ripresa a due velocità, che vedeva paesi iniziare a correre verso il benessere, per esempio il Brasile e paesi in totale stagnazione, con l’Italia e lo stesso Giappone.

Borsa TokyoDall’inizio degli anni Novanta il paese del Sol Levante, infatti, ha avuto un ritmo di crescita vicino allo 0% e una conseguente stagnazione economica. La Banca Centrale Giapponese, per rilanciare l’economia ha iniettato valuta fresca nel sistema e ha abbassato, nel corso degli anni, il costo del denaro fino a portarlo quasi allo 0%, ma senza risultati degni di nota. Inoltre la crisi economica mondiale ha colpito duramente l’industria manifatturiera nipponica, specialmente il settore dell’auto. Negli ultimi anni, alla perenne crisi economica si è aggiunto un periodo di instabilità politica, di governi deboli e poco incisivi e di scandali che hanno coinvolto esponenti dei due principali partiti.
Il Terremoto del Sendai si è limitato a dare il colpo di grazia a un paese allo sbando.

Cosa accadrà ora?
Le conseguenze stiamo già iniziando a vederle, ma molto probabilmente inizieremo a subirle nei prossimi mesi e per molti anni a venire. Analizziamo punto per punto alcuni possibili scenari.

Il Giappone è uno dei paesi con il più alto debito pubblico (circa il 200% del PIL); la ricostruzione, i danni all’industria e le imprevedibili conseguenze della crisi nucleare di Fukushima, potrebbero mettere a repentaglio sia le quotazioni dello Yen, sia la stessa solvibilità dei titoli di stato giapponesi. L’indebolimento di una piazza finanziaria importante come Tokyo provocherebbe – e in parte sta già provocando – un effetto domino su tutte le altre borse mondiali con effetti solo ipotizzabili.

FukushimaIl disastro di Fukushima sta obbligando il governo giapponese a un repentino ripensamento della politica energetica nazionale. In questi giorni molte centrali nucleari sono state spente o hanno lavorato a basso regime; le più vecchie e insicure rischiano la chiusura definitiva. Tutto questo, in una nazione che ha consumi elettrici elevatissimi e che ha investito tantissimo sull’energia nucleare, rischia di avere conseguenze disastrose. Rimpiazzare il nucleare richiederebbe investimenti enormi e tempi lunghissimi. Limitare la produzione di energia nucleare porterebbe enormi disagi per la popolazione ma soprattutto costringerebbe l’industria manifatturiera a ridurre la produzione. Questo porterebbe disoccupazione e un brusco aumento dei prezzi di prodotti tecnologici, automobili e di tutti i prodotti giapponesi d’esportazione.

Le future scelte del governo nipponico, il modo in cui affronterà questa emergenza nazionale e i progetti futuri riguardanti le politiche energetiche, la ricostruzione e il rilancio delle zone disastrate saranno fattori decisivi per l’intera economia globale.
Allo stato attuale la situazione non lascia ben sperare, troppe incognite rischiano di cambiare o addirittura sconvolgere la situazione, su tutti l’incubo nucleare di Fukushima.

MeijiIl Giappone, nel corso della sua storia, ha sempre affrontato momenti bui e crisi che sembravano senza sbocco.
Nel 1867 l’Imperatpre Meiji, per salvare il suo regno dalla colonizzazione occidentale, riuscì a modernizzarlo e a trasformarlo in una nazione moderna nel giro di pochi anni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e sempre in pochissimo tempo, l’Impero del Sol Levante, da nazione distrutta materialmente e moralmente, divenne la terza potenza industriale al mondo.

Possiamo sperare che il popolo giapponese ci stupisca ancora una volta e che da questa immane tragedia trovi nuovamente la forza  per rinascere dalle sue macerie.

 

Quel fumo nero sopra le Torri Gemelle

Domenica 6 marzo il sito web Cryptome ha pubblicato delle immagini inedite dell’11 settembre. Il video è stato girato dagli elicotteri della polizia di New York, nel preciso istante in cui gli aerei hanno colpito le torri gemelle.

Le immagini sono state fornite dal National Institute Of Standards And Technology (NIST), che ha approfittato della legge federale sul diritto all’informazione. Infatti, in base a questa legge il governo Usa è obbligato a permettere l’accesso parziale o totale ai documenti nazionali definiti “classificati”.

Sembra che queste immagini, assolutamente nuove, siano state custodite per tutti questi anni proprio presso il National Institute of Standards and Technology, prima che qualcuno, in forma anonima, le rendesse pubbliche inviandole al sito Cryptome.

L’attacco contro le torri gemelle in queste nuove immagini viene ripreso dall’alto, con in primo piano il fumo nero che esce dalla sommità degli edifici e copre totalmente l’orizzonte. Si percepiscono le voci di paura, terrore e disperazione al momento del crollo al suolo e i primi commenti increduli per cosa stava accadendo. Il video è della durata di circa 17 minuti, e se sinora era rimasto inedito, adesso è stato immediatamente  postato su Youtube ed è visibile su tutti i maggiori siti d’informazione americani. Dopo il sorvolo dell’elicottero sulle Torri, il video mostra l’atterraggio in un parco vicino alla zona del World Trade Center e le migliaia di persone che scappano per strada in preda totale del panico. Poco dopo la disperazione è ancora più dilagante per il crollo della seconda torre, la Torre Sud.

httpv://www.youtube.com/watch?v=36fP3cmNh3c

 

È chiaro che non si tratta delle consuete immagini impresse ormai nella memoria collettiva e divenute simbolo, nel corso di questo decennio, del conflitto tra la cultura occidentale e quella orientale. Il materiale che sinora avevamo a disposizione era basato sul video registrato da coloro che si trovavano in edifici vicini o per strada al momento dell’ impatto aereo, mentre il nuovo filmato mostra le terribili sequenze dell’evento inquadrate da davvero pochi metri di distanza.

Il cedimento strutturale dell’edificio avviene quando il velivolo è già atterrato. Si tratta di immagini le cui riprese sono state notevolmente compromesse dalla presenza del fumo, che offuscava l’intera area. Ed è proprio in merito all’immensa mole di fumo che si sono rivolte le maggiori attenzioni inerenti al filmato, ridando vita a un dibattito – quello tra complottisti ed anti-complottisti – che in realtà non si è mai sopito nel corso degli anni.

Secondo gli esperti sarebbe impossibile creare una così vasta quantità di fumo se non attraverso esplosioni “controllate”. In questi anni  c’è stato, infatti, chi ha sostenuto che il crollo delle twin towers sia avvenuto in tempi troppo rapidi, tanto da far sospettare che i pilastri dei grattacieli fossero stati in precedenza imbottiti di esplosivo, in modo da amplificare le conseguenze dell’incendio e giustificare meglio la successiva invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Alla luce del filmato inedito, qualcuno già torna a chiedersi come mai quel fumo possa esser stato generato da fiamme alla temperatura di circa 650 gradi. Una tale temperatura sarebbe infatti incompatibile con lo scioglimento delle travi di acciaio rivestite d’amianto, in grado di sopportare una temperature che si aggira intorno ai 3000 gradi.  Dal video si percepisce veramente tanto fumo, anche più di quanto non appaia dalle riprese viste sinora e con la visuale da terra. E, a dire degli esperti, il fumo così ingente ha un solo significato, cioè  una combustione “incompleta”, a temperature relativamente basse. Il dubbio è il seguente: come hanno fatto delle fiamme a una temperatura che la termografia valuta in 650 gradi al massimo a sciogliere delle travi di acciaio, che resiste fino a 1500 gradi, avvolto nell’amianto (che resiste fino a 3000 gradi)?

La “teoria ufficiale” aveva sempre affermato che il fenomeno in questione, già in precedenza oggetto di vivaci dibattiti, può essere avvenuto solo per un indebolimento delle travi talmente forte da farle cedere sotto il peso dei piani superiori.

Inoltre bisogna fare i conti con il fatto che non c’è il benché minimo resto di alcun pilastro d’acciaio crollato; non si vede altro che fumo, soltanto fumo. È difficile schierarsi con l’una o l’altra teoria, ma i dubbi sono tanti e questo video invece di ridurli li ha enormemente amplificati.

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La caduta dell'amico Gheddafi

In Libia siamo ormai di fronte alla guerra civile. Una terribile guerra civile. Soltanto ieri si parlava di 250 morti, con i cacciabombardieri che hanno lasciato il loro carico di morte sulla folla che manifestava. Gheddafi è un dittatore, diciamolo subito, ed anche uno dei peggiori. Come si fa altrimenti a spiegare un leader che bombarda e uccide il suo stesso popolo?

Salito al potere nel 1969, dopo un colpo di stato che ha rovesciato il governo monarchico di re Idris, giudicato troppo servile nei confronti di francesi e americani, è il leader incontrastato e gode di poteri assoluti in Libia. Possiamo sommariamente dividere la sua politica estera in due fasi, una precedente al 1990, molto più nazionalista e distaccata rispetto alle politiche europee e americane, e una successiva, in cui si è lentamente aperto e riavvicinato all’Europa, e soprattutto all’Italia, con cui ha siglato accordi economici in cambio di un controllo delle coste libiche sulla fuga dei clandestini.

Contemporaneamente è sempre stato presentato, soprattutto nella storia recentissima, come amico fidato di Berlusconi, fino ad arrivare alla sua ultima visita in Italia, di cui abbiamo parlato in questo articolo su Camminando Scalzi. Baciamani, le hostess, i cavalli, e tutto il circo patetico organizzato in onore di questo dittatore del Mediterraneo che gode di un incredibile rispetto da parte del nostro Premier. Si narra addirittura che l’ormai famosissimo Bunga Bunga sia proprio un “rituale” (chiamiamolo così) copiato dalla corte di Gheddafi. Insomma, culo e camicia con Berlusconi.

Si arriva così al giorno d’oggi, con un paese come la Libia (dopo l’Egitto e la Tunisia) che si ritrova a rivoltarsi contro il suo stesso leader, alla ricerca di una modernità e di una democrazia, ma soprattutto di una libertà del popolo finora non garantita. E come ogni dittatore che si rispetti, Gheddafi invece di prendere armi e bagagli e levarsi di mezzo, è arrivato a bombardare il suo stesso popolo. Si parla di una vera e propria strage, sebbene le notizie ufficiali rimangano comunque vaghe a causa del silenzio mediatico imposto. Insomma, tutto in pieno stile dittatoriale, nessuno può protestare, se lo si fa si muore, e nessuno lo deve venire a sapere (la TV di Stato oggi parlava di “menzogne”).

Ma perché questa vicenda ci tocca da vicino? Oltre alla scontatissima violazione dei diritti umani, alla violenza gratuita e inaccettabile contro un popolo che è sceso in piazza a protestare contro un regime, bisogna ricordare che Libia e Italia sono legate da vari trattati a doppio filo. Senza scendere troppo nei dettagli, c’è un “patto d’amicizia” (e già qui si rabbrividisce) che prevede un controllo della Libia sui flussi migranti (che pare siano scesi del 90%) in cambio di agevolazioni economiche da parte del nostro paese. Senza contare le nostre multinazionali che hanno base in Libia (ad esempio l’Eni), e il gasdotto che arriva dalla Libia in Italia e porta gas in tutta Europa.

Eppure l’Italia è stato l’ultimo Paese ad aprire bocca sul terribile conflitto e sulla terribile violazione dei diritti umani che si sta consumando in Libia; dapprima con il Premier che ha dichiarato di non voler disturbare Gheddafi, successivamente con una presa di posizione che è sembrata quasi obbligata, quando ormai tutta Europa stava facendo pressioni sull’insopportabile silenzio italiano. Ancora una volta il nostro Paese è risultato debole diplomaticamente agli occhi dell’Europa intera, e questa volta non è stata colpa di intercettazioni, festini, bunga bunga o quant’altro. C’è stata una lacuna diplomatica, una mancanza di presa di posizione decisa e immediata che condannasse il terribile genocidio che si sta consumando in queste ore in Libia, un silenzio figlio di una mai nascosta amicizia tra il nostro premier e il dittatore libico.

Ci sarebbe piaciuto sentire immediatamente una condanna senza se e senza ma, vedere un Italia pronta a dire di no agli abusi, ai bombardamenti sulla folla, e invece abbiamo assistito ad un teatrino di dichiarazioni smorte e poco incisive nei primi giorni, fino alla tardiva presa di posizione ormai obbligata.

Nel Mediterraneo sta accadendo qualcosa di importante, un passaggio storico dalle antiche politiche di regime al desiderio di democrazia e libertà dei popoli e nel nostro Paese, che è un punto strategico di questa zona, il governo è concentrato a bloccare le intercettazioni, fare i processi brevi, e qualsiasi cosa possa salvare l’ormai segnato decorso giudiziario a carico del nostro Premier.

Potevamo e dovevamo essere protagonisti di questo momento storico. E invece forse verremo ricordati come quelli che hanno accolto Gheddafi con i massimi onori, con i baciamano, le 200 hostess e la parata dei cavalli.

Good Job Silvio, ancora una volta, Good Job.

In morte di quattro bambini rom

Se c’è un aspetto che ci verrà risparmiato della morte di quattro bambini figliastri di un dio minore, è lo scempio mediatico di trasmissioni del dolore, occhi luccicanti a favore di telecamere, raccolte fondi purificatrici via sms. Diciamo la verità: il fatto che non si tratti di piccoli bianchi e autoctoni, figli di gente “per bene”, ha il vantaggio dell’oblio veloce.

Quella che invece non ci verrà risparmiata è la maledizione del Dinofelis. Gli studiosi hanno scoperto questo felino, vissuto nel Miocene, attraverso il ritrovamento di resti fossili in Sudafrica. La caratteristica dell’animale era quella di cibarsi di uomini che vivevano nelle caverne. Alcuni antropologi fanno risalire la nascita delle prime organizzazioni sociali umane alla lotta per la sopravvivenza ingaggiata contro questo terribile nemico. Si ritiene infatti che gli uomini, costretti dalla natura avversa a convivere nelle grotte con il loro carnefice, comprendessero, a un certo punto, che avrebbero avuto maggiori possibilità di sopravvivenza se, invece di fuggire pensando ognuno alla propria salvezza, si fossero organizzati individuando loro stessi coloro da destinare a cibo per la belva feroce. La scelta cadde su chi aveva caratteristiche che lo rendevano differente dalla maggioranza perché debole, senza specifiche funzioni produttive o riproduttive, strano, insomma: diverso. Il sacrificio di questi esseri umani consentiva la sopravvivenza dei più ma, cosa più importante, dava la sensazione di poter padroneggiare la morte, fino ad allora in mano al caso e all’oscuro capriccio dell’orribile felino. Padroneggiare la morte, organizzarla attraverso il sacrificio di qualcuno per la salvezza dei molti, fu la base su cui nacque la società e consentì, in un secondo momento, di prendere coscienza della possibilità di non essere più prede ma cacciatori, organizzando la sconfitta del proprio assassino.

Questa modalità sembra essere tutt’ora il tratto distintivo, sebbene in forme raffinate, dell’organizzazione sociale. I diversi, i deboli, sono necessari: servono a farci sentire normali e forti. Per questo, se i nomadi non ci fossero sarebbe minata alla base la convivenza nelle nostre “moderne” società. Essi rappresentano quello che non vogliamo essere: non hanno una casa stabile e sicura, non si preoccupano più di tanto del loro futuro, non hanno nel lavoro il centro della loro esistenza, si vestono come non ci vestiremmo mai, vivono dei soldi degli altri. Non importa se questi sono sempre più spesso stereotipi, non importa se molti di loro non sono così, non importa se come tutte le comunità umane hanno al loro interno diversità di idee, ambizioni, sogni. Non importa se corriamo il rischio di cadere nel ridicolo accusandoli di illegalità, di trattare male i bambini, di non voler lavorare; in un paese in buona parte privato della legge dello stato, in cui il lavoro nero e l’evasione sono a livelli sconosciuti nel resto del mondo sviluppato, in cui i più piccoli e le donne sono quotidianamente oggetto di violenze e abusi tra le mura delle villette a schiera delle nostre città pulite e progredite. Noi abbiamo bisogno di crederli così, loro devono essere così perché regga la nostra sempre più fragile costruzione sociale. Se non ci fossero loro a chi toccherebbe essere individuato come diverso? A chi toccherebbe entrare nella lista delle vittime da offrire al Dinofelis moderno, così da far sentire gli altri in grado di padroneggiare la propria vita avendo la sensazione di poter sconfiggere la morte sociale, l’oblio, l’abbandono, la solitudine? Potrebbe toccare a me che scrivo o a te che leggi.

Quattro bambini muoiono in un campo e ascolto alla radio – invece di un po’ di umana comprensione – i soliti insulti e la solita rabbia nei confronti di chi non vive come noi. “Che tornino da dove sono venuti!”. Non sapete quello che dite. Teneteveli cari i nomadi. Il Dinofelis ha sempre fame.