Listening 04: The Wall

Si riparte con Listening, la rubrica-guida all’ascolto che ci guida nella scoperta (o ri-scoperta) di artisti e band!

Questa volta parleremo però di un album, uno di quei dischi che hanno cambiato la storia della musica rock e hanno impresso le loro note marchiate a fuoco nelle menti e nelle orecchie di cinquant’anni di ascoltatori e fan.

Mettete su The Wall, volume a palla, e buona lettura!

Tutto nacque da uno sputo.

urlNel 1977 i Pink Floyd erano in tour per promuovere il loro album Animals, uscito proprio quell’anno. Durante una delle date in Canada, allo stadio Olimpico di Montreal, accadde l’episodio che probabilmente diede la spinta creativa a quello che poi sarebbe diventato l’ultimo disco (ci ritorneremo dopo) della band. Roger Waters aveva cominciato già da tempo a mal sopportare il rapporto con i propri fan, soprattutto durante i concerti, quando iniziò a rendersi conto della separazione che si stava creando tra la band e il suo pubblico. Orde di ragazzi impazziti che urlavano, ballavano, si dimenavano, quasi non ascoltavano più i brani. La band stava diventando una “merce”, un parco dei divertimenti. In quella esibizione, un gruppo particolarmente facinoroso di fan (Nick Mason – batterista – nella sua biografia Inside Out li descrive come “un gruppetto relativamente piccolo ma sovraeccitato di fan, probabilmente imbottiti di sostanze chimiche e sicuramente poco inclini a seguire con attenzione lo spettacolo”) stava in qualche modo influenzando l’esibizione dei Pink Floyd. In una delle pause uno dei ragazzi urlò a Roger “suona Careful with that Axe Eugene !”, e Waters, stizzito, gli sputò. Era una cosa mai accaduta prima, sintomo di una situazione che stava cominciando a diventare insopportabile. I Floyd si trovavano a fare i conti con l’estremo successo e la totale sregolatezza del proprio pubblico (come tutte le grandi band), e questo avvenimento aveva generato quello strappo che mise in moto la creatività di Waters, che rimase molto colpito (in negativo) dall’episodio che l’aveva visto protagonista.Continua a leggere…

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Crisi, la fine è ancora lontana

In piena campagna elettorale, la parola che ricorre maggiormente tra i politici italiani è “crisi”. C’è chi sostiene che la parte più dura della crisi sia terminata e chi afferma che, invece, nel 2013 la situazione economica sarà ancora più difficile di quella del 2012. Insomma, ognuno cerca di spiegare al popolo italiano come vivrà nel 2013.

Secondo un rapporto della Cgia (l’associazione artigiani delle piccole imprese) di Mestre, la crisi è tutt’altro che terminata. Il 2013 sarà un anno record: si pagheranno 14,7 miliardi in più,  che  si tradurranno in un nuovo salasso di 585 euro per ciascuna famiglia. Il carico fiscale si attesterà al 45,1% del prodotto lordo, lo 0,2% in meno rispetto alle previsioni elaborate dal governo nel Documento di Economia e Finanza nel settembre scorso.Continua a leggere…

Il passato remoto di Gobekli Tepe

Intercorre più tempo fra Gobekli Tepe e le tavolette d’argilla sumere di quanto non ve ne ne sia fra la civiltà sumera e noi”.

Gary Rollefson, archeologo.

 

Oggi voglio portarvi in un luogo sorprendente.

Il luogo si chiama Gobekli Tepe, nell’attuale Turchia, ed è situato a circa diciotto chilometri dalla città di Şanlıurfa, presso il confine con la Siria. L’aspetto è quello di una collina alta circa quindici metri, con un diametro di trecento.

Qui, nel 1963 un gruppo di ricerca archeologico notò nella zona cumuli di frammenti di selce, segno della presenza, nel passato, di un’attività umana.

123Solo trent’anni dopo, però, se ne riconobbe il potenziale: un pastore notò che dal terreno spuntavano alcune pietre di strana forma. Avvisò il responsabile del museo della città di Şanlıurfa, e di bocca in bocca la notizia arrivò all’Istituto Archeologico Germanico. Nel 1995 cominciarono gli scavi, guidati dall’archeologo Klaus Schmidt, e in seguito il tutto passò sotto la supervisione di due università tedesche.

Ciò che venne scoperto avrebbe lasciato non pochi a bocca aperta.

Vennero infatti alla luce, dopo un tempo incommensurabile, alcuni recinti circolari, delimitati da megaliti a forma di “T” di oltre quindici tonnellate ciascuno e di circa tre metri di altezza.

Risalgono al 9500 a.C.

Un’epoca in cui, fino a questo momento, gli studiosi non credevano fosse possibile per gli essere umani erigere una struttura del genere.Continua a leggere…

Il ritorno del Cavaliere (?)

Pensavamo di essercene liberati, pensavamo che sarebbe finita lì, quel giorno di poco più di un anno fa. Bottiglie di champagne stappate a Roma, gente che applaudiva felice l’uscita di scena del più criticato e longevo Presidente del Consiglio della terza Repubblica, scene di giubilo che manco l’Italia ai mondiali ’82. Ma in fondo, diciamocelo chiaramente, ognuno dentro di sé sapeva che sarebbe tornato, che non avrebbe messo un punto lì ), in quel momento storico (da qualche parte leggevo “un tempo si andava ad Hammamet nella vergogna”). Un anno di “governo dei tecnocrati”, un anno in cui le forze politiche si sono trovate disorientate, delegittimate e hanno visto la fiducia del popolo elettore nei loro confronti scendere sempre più in basso, con la crescita dei vari “grillini” (dedicheremo un approfondimento a proposito sulla situazione attuale M5S) e compagnia; un anno di tentativi per tenere su un governo che doveva salvarci dalla crisi mettendo le pezze dove ce n’era bisogno. Continua a leggere…

Intervistando Marco Travaglio – II parte

– NOTA: Qui il link alla prima parte dell’intervista.


LINEE EDITORIALI

Come si legge nel tuo libro “La scomparsa dei fatti” (Saggiatore Editori, 2006), nel giornalismo “c’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale”. Un concetto a cui dedichi ampio spazio anche all’interno dello spettacolo teatrale. Ti riferisci solo alla tua esperienza ne Il Giornale, che hai abbandonato assieme a Montanelli a seguito delle pressioni dell’ex editore Silvio Berlusconi, oppure ti senti di includere anche la Repubblica e l’Unità, nei quali hai lavorato per diverso tempo?
Parlo di tutti i giornali che fanno parte, chi più chi meno, di un sistema malato. Io per ritrovare la libertà che avevo a Il Giornale di Montanelli e a La Voce, ho dovuto fondare insieme ad alcuni amici un giornale indipendente, dal punto di vista politico ed economico, nel senso che si autofinanzia insieme ai suoi abbonati e lettori. Ho anche avuto delle bellissime esperienze, come all’Espresso, con cui continuo a collaborare e dove nessuno si è mai permesso di toccarmi una riga, dai tempi di Claudio Rinaldi, poi Daniela Hamaui e adesso con la direzione di Manfellotto. Ma a la Repubblica è stato molto diverso, perché è proprio un giornale-partito, dove mi sono spesso trovato in difficoltà e a disagio, e infatti me ne sono andato. A l’Unità sono sempre stato molto libero grazie a Padellaro e Colombo, che poi quando c’erano loro non era più un giornale di partito, perché il partito lo aveva chiuso e loro lo avevano riaperto. Però c’era sempre questo ricatto che il partito faceva, visto che devolveva il finanziamento per la stampa di partito a l’Unità e quindi la mia presenza metteva in difficoltà i direttori, che probabilmente sono stati cacciati anche a causa mia. Probabilmente se avessero accettato di tagliare i miei pezzi non sarebbero stati mandati via, o almeno non con quella brutalità. Così a un certo punto, come aveva fatto Montanelli nel 1994 lasciando Il Giornale e fondando La Voce, anche io mi sono reso conto che l’unico luogo in cui uno come me poteva lavorare era un giornale veramente nostro: dei giornalisti e dei lettori, senza alcun partito o editore che potesse imporre il proprio volere.Continua a leggere…

Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.Continua a leggere…

Il concorso per la Procura dello Stato: sogno di una notte di metà ottobre

Stamattina mi sono svegliato con un gran mal di testa. Deve essere dovuto al fatto che questa notte ho fatto un sogno terribile, ve lo racconto. Ero uno dei ragazzi che hanno partecipato al concorso per Procuratore dello Stato, la cui prova selettiva si sarebbe dovuta svolgere lo scorso 12 giugno presso i locali dell’Ergife Palace Hotel di Roma. Il bando prevedeva l’assunzione di tre candidati per il ruolo di Procuratore dello Stato, le persone che si sono presentate erano novecentosettantacinque.

Ricordo che la procedura si è svolta con modalità assolutamente poco chiare, il che ha dato luogo al verificarsi di circostanze del tutto anomale per un concorso pubblico.Non sono stati effettuati i doverosi controlli volti alla verifica dell’eventuale possesso di dispositivi elettronici, cellulari, libri e appunti personali.

Non c’è stata neanche la consegna della consueta “doppia busta”. Mi spiego. Di solito vengono consegnate due buste a tutela della trasparenza e dell’anonimato dei compiti svolti, una più grande e anonima in cui inserire l’elaborato al termine della prova e una più piccola contenente un cartoncino da compilare con i propri dati anagrafici che, una volta chiusa, va inserita all’interno della busta più grande insieme all’elaborato stesso.
Nonostante poi all’atto della consegna dei codici non fosse stato consentito ai candidati di introdurre nella sede concorsuale alcun dizionario, in aula vi era una moltitudine di candidati che sfogliavano indisturbati romanzi, riviste e quotidiani.
Ma le anomalie più peculiari si sono verificate all’interno del padiglione.
Sono stati fatti alcuni annunci da parte della Commissione esaminatrice: ai candidati è stato richiesto in primo luogo di controllare sui propri banchi se fossero in possesso di codici altrui. Sono stati fatti i nomi di alcuni candidati che non avevano trovato i propri codici sui banchi, che sono stati invitati ad avvicinarsi.Continua a leggere…

Un altro mattone d'Europa che cade: addio all'Erasmus

Non è difficile prevedere che la Crisi (tanto vale ormai scriverla con la maiuscola) rappresenterà negli anni a venire una triste pietra miliare per un’intera generazione, che si è vista scippata di numerosi diritti e agevolazioni ormai considerati acquisiti e che, al contrario, saltano a uno a uno come birilli. È di pochi giorni fa l’annuncio della prossima probabile dipartita di uno di questi.

Sicuramente la prospettiva della scomparsa del progetto Erasmus non fa vacillare la visione del proprio futuro come la mancanza del lavoro, il progressivo sgretolamento dei diritti sociali o il sempre più pallido miraggio della pensione, tuttavia allibisce la trascuratezza con cui si decide di non rifinanziare uno dei fiori all’occhiello del sistema educativo europeo, pur con tutti i suoi difetti. Venticinque anni di Erasmus corrispondono a più di un’intera generazione di persone che hanno sperimentato la sensazione di appartenere a un’entità più grande del loro paese di origine. Per questa marea di persone l’Europa significa qualcosa di più che una suddivisione geografica. Sarebbe interessante portare alla luce il loro punto di vista sul rischio di assistere alla frantumazione di questa idea di Europa che le politiche messe in atto in nome della Crisi stanno causando.

Non si tratta “soltanto” di rinunciare al principale strumento di costruzione del tanto decantato spirito europeo: l’Erasmus rappresenta (ci sia almeno permesso di parlarne ancora al presente) l’opportunità di togliersi per la prima volta le mani dalle tasche e mettersi alla prova. Di rendersi conto che non bastano l’interrail o il villaggio vacanze per dire di aver viaggiato. Di imparare che non di sola pasta vive l’uomo. Di sperimentare sulla propria pelle cosa vuol dire mettersi in fila per conquistare la tessera sanitaria. Di pensarci due volte prima di trattare qualcuno da “straniero”. Di ridere in faccia a chi ti ripete che “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Di capire, finalmente, cosa vuol dire essere italiano senza più quel fardello di provincialismo addosso. E magari, una volta tornati (o no?), di guardare con occhi diversi i luoghi e le abitudini di casa propria, consapevoli che l’orizzonte è più ampio di quanto sembri.

Se davvero il progetto Erasmus sta esalando i suoi ultimi respiri, la perdita sarà forse quasi indolore, una puntura fra tante coltellate, ma affatto innocua. Non resterà che confidare nella lungimiranza di chi, potendo farlo, preferirà rinunciare alla macchina o alle vacanze per “autofinanziarsi” l’Erasmus e partire per un anno. Purtroppo, come sempre, a rimetterci saranno quelli che non potranno e resteranno a casa a sognare. Alla faccia della meritocrazia e dell’uguaglianza.

P.S.: chi scrive ci tiene a precisare che non ha, purtroppo, “fatto l’Erasmus” ma vive all’estero (in luoghi diversi) da più o meno cinque anni.

Brucia troia

«Si fanno dei distinguo tra quelle che allargano le cosce per bisogno e quelle che le allargano per comprarsi la borsetta. Tra quelle che si prostituiscono per strada e quelle che invece lo fanno al caldo. Che di questi tempi averci il riscaldamento mentre la dai via è un lusso. Devi soffrire, devi farci vedere quanto sei dispiaciuta mentre ti vendi, altrimenti poi non possiamo redimerti, non possiamo chiamare il prete tal dei tali per fargli compiere il recupero della puttana e per darti l’opportunità di pentirti e diventare una santa donna.”

Femminismo al Sud

Correva l’anno 1982 quando Giuni Russo, in “Un’estate al mare”, cantava di una prostituta che sognava un’estate spensierata, e che bruciava le gomme di automobili per riscaldarsi un po’.

Attualmente forse le tendenze sono un po’ cambiate, e si bruciano direttamente le prostitute sui cigli delle strade.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, capace di accontentare ogni genere di pubblico: il lettore che si indigna davanti al giornale in attesa di un’altra notizia di cui parlare, i politici a cui viene servito su un piatto d’argento la possibilità di tornare a parlare delle leggi sulla prostituzione in Italia, i “crocerossini” della patria che si preoccupano infine di redimere e riabilitare al mondo queste povere ragazze.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, che noi forse dimenticheremo presto, ma che rimarrà per sempre marchiata sul corpo di Mihaela (alcuni giornali l’hanno chiamata Michela, altri Mikaela, meglio ancora “prostituta rumena”), la protagonista di questa drammatica vicenda.

Roma, 11 settembre 2012, via Rocco Cencia, una zona di campagna al limite tra la Prenestina e la Casilina, intorno alla mezzanotte.  Il Messaggero racconta di due uomini sbucati dal buio con i cappucci, i quali hanno aggredito Mihaela prima a calci e pugni, poi l’hanno cosparsa di benzina, infine le hanno dato fuoco scappando tra le campagne. In molti hanno testimoniato la scena di una ragazza in fiamme, che si disperava e contorceva in un dolore fisico che non ci è dato di conoscere, aiutata dalle colleghe che cercavano di strapparle i vestiti.

La ragazza è stata quindi soccorsa e ricoverata all’ospedale Sant’Eugenio, dove si trova in prognosi riservata e a cui sono state diagnosticate ustioni di terzo grado su più della metà del corpo. I due soggetti non sono stati ancora individuati e i moventi si accavallano uno sull’altro, per la serie “se non è zuppa sarà pan bagnato”.

Le indagini, condotte dai carabinieri dell’unità di Frascati, guidati dal comandante Rosario Castello, si stanno orientando su diversi fronti: dallo scontro fra bande di sfruttatori dell’est europa alla banda di romeni che sfrutta le proprie connazionali. Si sono fatte avanti anche le ipotesi di clienti insoddisfatti o di una vendetta trasversale, che però non sembrano aver avuto rilevanti riscontri. Una delle tesi invece che si sta portando avanti con più insistenza riguarda il raid contro quattro prostitute che avevano rifiutato la “gestione” dei protettori lavorando in maniera indipendente.

Quale che siano le motivazioni, c’è da dire che il nostro bel Paese comunque non è nuovo a questo tipo di episodi; ricordiamo, solo per citarne qualcuno, la scoperta a Tivoli, lo scorso anno, di una prostituta marchiata a fuoco dai protettori, l’operaio di Guastalla condannato a quattro anni per il sequestro e la riduzione a schiavitù di una prostituta rumena, fino ad arrivare ai delitti, ormai entrati nella storia, di Donato Bilancia e Ramon Berloso.

A seguito dell’episodio non sono mancate le reazioni politiche rispetto alla vicenda. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha richiesto “che il Parlamento approvi una legge nazionale sulla prostituzione utile proprio per tutelare le prostitute dalla violenza cui, spesso, sono sottoposte” (La Stampa). Altro comunicato quello del segretario del Pd di Roma, Marco Miccoli, secondo cui “Occorre prendere atto che la piaga della prostituzione è molto spesso legata alla criminalità organizzata e al racket. È necessario ora dare impulso alla lotta, che non è solo di ordine pubblico, contro questo fenomeno sempre più diffuso sulle strade di Roma. Intanto auspichiamo che le Forze dell’Ordine facciano luce sull’accaduto per risalire agli autori del barbaro gesto” ( Roma Today).

Infine, questo però lo ritroviamo solo o quasi sulle pagine di “Femminismo al Sud”, ecco un comunicato stampa congiunto del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Associazione Radicale Certi Diritti e Associazione Radicali Roma, che vorrei riportare integralmente e che spero possano aiutarci ad assumere un punto di vista altro su questa problematica.

La vicenda della prostituta romena massacrata di botte e data alle fiamme in una strada di Roma è l’emblema di una drammatica situazione sociale che dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, di come le politiche proibizioniste sul tema della prostituzione siano miseramente fallite. La ragazza romena, ricoverata in gravissime condizioni all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, è uno dei tanti casi di persone vittime della tratta che sempre più si  alimenta grazie al proibizionismo e alle ipocrite azioni di demagogia politica repressiva e del tutto inutili.

Gli stessi finanziamenti destinati alla lotta alla tratta della prostituzione sono stati tagliati e così l’ aiuto e la protezione a quelle persone vittime dello sfruttamento e della schiavitù sono sempre più difficili se non addirittura inesistenti.

Negli scorsi mesi abbiamo documentato come nella città di Roma le continue ordinanze emergenziali anti-prostituzione, l’ultima, per la quinta volta, è stata reiterata lo scorso febbraio, siano del tutto inefficaci. Perseguitare le prostitute con sanzioni non fa altro che alimentare la clandestinizzazione del fenomeno rendendo impossibile la fotografia di tutti quei casi di furti e violenze che non vengono nemmeno più denunciati e che sono di sicuro in aumento. Basti ricordare quanto denunciato dal Sindacato di Polizia (FP Cgil) lo scorso gennaio secondo cui a fronte di quasi 14.000 sanzioni fatte in due anni a prostitute, solo quattro di queste sono state pagate.

Il Sindaco di Roma nonostante l’ordinanza antiprostituzione sia in vigore chiede ora una legge nazionale proibizionista che di fatto estenderebbe in tutta Italia la drammatica situazione in cui si trova la Capitale. Il Sindaco continua a tenere nascosti i dati sui costi delle operazioni (personale, mezzi, ore di straordinario, propaganda, ecc) antiprostituzione facendo finta di niente e continuando a blaterare sul nulla.

Lo scorso aprile abbiamo promosso un manifesto-appello per la legalizzazione della prostituzione e per dare dignità alle sex workers che è già stato sottoscritto da migliaia di cittadini.
L’appello si può firmare al seguente link:

http://www.certidiritti.it/campagne-certi-diritti/itemlist/category/85-legalizzazione-prostituzione

Tante, forse troppe, le riflessioni che si muovono su un piano ideale delle leggi, che poco hanno a che fare sulla tutela e soprattutto sulla punizione adeguata verso chi perpetra atti di violenza nei confronti delle donne, chiunque esse siano e qualsiasi siano le attività da esse svolte.

Non esistono donne che girano per strada con la gonna troppo corta, o che escono a un’ora troppo tarda, o che semplicemente sono delle puttane. Ci sono altresì uomini violenti, prepotenti, onnipotenti, che credono di poter agire sul corpo e sulla psiche delle donne una sopraffazione difficile da contenere. C’è Mihaela, e ci auguriamo per lei un futuro migliore, forte e debole dei segni che la sua drammatica storia le lascerà per sempre.

Alla scoperta della "Brunori Sas"

Conosciuti durante un mini-tour fra Francia e Belgio per le prime due date europee della loro carriera musicale, ancora non ho smesso di ascoltarli… Sono il cantautore-chitarrista Dario Brunori e la sua compagna di vita, corista e tamburellista Simona Marrazzo, che un paio di settimane fa hanno trasformato il Marcovaldo di Parigi e la Piola Libri di Bruxelles in un covo di Calabresi e Italiani sgomitanti e pretenziosi di dediche e canzoni.

Un progetto che prende il nome dall’impresa di famiglia, Brunori Sas, “in cui ho lavorato per un paio di anni dopo la scomparsa di mio padre”, spiega Dario in una chiacchierata dopo concerto. “Un’azienda di materiali edili che adesso gestiscono i miei fratelli, sicuramente più capaci di me”, prosegue il giovane cantautore, sorridendo sotto i noti baffi.

La musica è sempre stata la sua prima passione. Dalle prime schitarrate con gli amici a un’esperienza nell’indie-pop-elettronico dei Blume fino alla svolta verso la musica d’autore con l’album “Brunori Sas – Vol.1”, immediatamente vincitore del Premio Ciampi come “Miglior debutto discografico dell’anno”, nel 2009. Poi nel 2011 il secondo album: “Vol.2 – Poveri Cristi”, e il successo continua, anche con la realizzazione della colonna sonora del film “È nata una star” (2012), di Lucio Pellegrini.
“È praticamente da tre anni che siamo in tour, per sfruttare il momento propizio”, afferma Dario, “e le città più grosse le abbiamo fatte praticamente tutte”, precisa Simona.

Un progetto a sei quello della Brunori Sas, che solitamente vede la giovane coppia accompagnata da quattro amici musicisti con al seguito tastiere, batteria, sassofono e violoncello. Una squadra convertita a duetto per il viaggio oltre i confini nazionali, dove la band si propone con quella che Dario definisce una “versione unplugged”, che comunque non manca di impeto ed energia.

Trentacinque anni, una laurea in Economia e Commercio a Siena, un periodo da parcheggiatore post-laurea e poi il ritorno nella sua amata Calabria, la terra della sua infanzia e della sua adolescenza, meravigliosamente riassunte dai versi di una “Guardia ’82” capace di catapultarti nei tuoi quindici anni, tra falò sulla spiaggia e ritornelli urlati a squarciagola.

Perché le canzoni di Dario Brunori sono questo: esperienze di vita vissuta come “le giornate passate a giocare in un mondo inventato, le ginocchia sbucciate, il pallone bucato da un vicino incazzato” come canta sulle note di “Nanà”. Troviamo “Il pugile”, “L’imprenditore” e “Il giovane Mario” giocatore d’azzardo incapace di smettere, anche di vivere. C’è l’emigrato calabrese che parte alla volta di Milano per fare fortuna e metter sù famiglia con l’amata “Rosa”, che nel frattempo opta per un decisivo cambio di programma…

L’ironica malinconia di vite comuni in cui, a sprazzi, ciascuno di noi riesce a riconoscersi. Storie vere o forse inventate, ma sicuramente vicine. Storie da tutti i giorni, senza troppe pretese, senza ambizioni ultraterrene. Uno stile che fa tornare alla mente il genio di Rino Gaetano e le sue trame leggere ma dense di significati. Un umorismo pungente capace di farti sorridere di fronte alle inquietudini della quotidianità e di esaltare quelle piccolezze che a volte riescono a renderla così meravigliosa.