Quella notte la morte aveva una divisa blu: storia di Federico Aldrovandi

“Chi non conosce la Verità è uno sciocco, ma chi conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.”

B. Brecht

Da quando sono incappata, per puro caso, nella vicenda di Federico Aldrovandi la mia vita non è stata più la stessa. Frase retorica, in quanto la mia vita ha continuato a scorrere con gli stessi ritmi di sempre, ma con pensieri e rivolgimenti alla sua storia che non mi hanno permesso di essere più la stessa. Ciò è attribuibile a più fattori individuabili, quali la sua morte, la vicenda giudiziaria infinita e costellata di buchi neri, il coinvolgimento delle forze di polizia, fatti oggettivi che lascerebbero perplesso chiunque dotato di un minimo di senno e di buon senso. Che vita avrebbe potuto condurre ora Federico, a venticinque anni, non ci è dato di saperlo, perché a lui non è stato concesso di vivere, ma a noi sì, ed è quindi un dovere conoscere la sua storia e quantomeno riflettere su di essa.

Questa la premessa necessaria, nel racconto di una vicenda che provoca in me una passione e un’intensità pari forse solo a quella per le vicende del G8 della scuola Diaz, e che mi portano a parlare di un ragazzo ammazzato, che risulta a me caro senza aver avuto mai il piacere di poterlo conoscere.

Riscostruiamo i fatti. Il 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, dopo una notte passata con amici, si trova in viale Ippodromo a Ferrara. Le ricostruzioni riportano l’arrivo della volante “Alfa 3” con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri, i quali descrivono Federico come “un invasato violento in evidente stato di agitazione”, come riportato durante il processo, a cui segue il rinforzo della volante “Alfa 2” con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il ragazzo risulta violentissimo, ne sono testimonianza due manganelli spezzati e le innumerevoli ecchimosi  che verranno individuate successivamente.

Alle ore 6.04 le pattuglie richiedono l’invio dell’ambulanza, a causa di un sopraggiunto malore. Federico infatti è stato ammanettato ed è immobile, sembra svenuto. Dopo numerosi tentativi di rianimazione, la morte verrà indicata per arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale.

La famiglia intanto? La tensione aumenta perché Federico non torna ancora a casa, le telefonate si succedono ma senza risposta. Pura casualità vuole che Nicola Solito, ispettore della DIGOS e amico della famiglia Aldrovandi, venga chiamato sul posto, e riconoscendo il figlio degli amici provveda ad avvisare la famiglia ancora ignara di tutto.

I sospetti della famiglia, sempre secondo la ricostruzione durante il processo, cominciano a sorgere dal riconoscimento del cadavere da parte dello zio di Federico, infermiere, che riscontra evidenti lesioni ed ecchimosi (sembra più di 54), evidentemente frutto di tutto fuorché di un malore accidentale.

A causa delle indagini lente e lacunose e della scarsa attenzione rivolta al caso, il 2 gennaio 2006 la famiglia di Federico apre un blog (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it), chiedendo che venga fatta finalmente luce su questo triste caso.

Il 20 febbraio 2006 viene depositata la perizia disposta dal Pubblico Ministero, secondo cui “la morte risiede in una insufficienza miocardica contrattile acuta […] conseguente all’assunzione di eroina, ketamina e alcol”. Altra voce quella del medico legale dei periti della famiglia, il quale dall’esame autoptico parla di “anossia posturale” causata dal caricamento sulla schiena di uno o più poliziotti.

In realtà, l’assunzione delle sostanze sovra citate non erano in grado di causare alcun tipo di arresto respiratorio, l’alcol era addirittura al di sotto dei limiti fissati dal codice della strada, la ketamina inferiore alla dose letale, l’eroina era presente in minima quantità.

Il 6 aprile 2006 giunge l’avviso di garanzia ai quattro agenti, iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Una svolta nelle indagini arriva grazie ad Annie Marie Tsagueu, camerunense e residente in via Ippodromo, l’unica a riferire di aver visto due agenti picchiare il ragazzo e manganellarlo, oltre che grida di aiuto e conati di vomito.

Molte le incoerenze all’interno del caso, quali l’assenza del PM per un sopralluogo sulla scena del decesso, il mancato sequestro dei manganelli, il ritardo della consegna del nastro con la comunicazione fra il 113 e la pattuglia, tutti elementi che porteranno all’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Ferrara per falso, omissione e mancata trasmissione di atti.

Molte le perizie, le testimonianze, i riscontri su cui si è dibattuto in aula, in una lotta senza esclusione di colpi. Il 6 luglio 2009 arriva la sentenza, nella quale il giudice Francesco Maria Caruso del tribunale di Ferrara condanna per omicidio colposo a tre anni e sei mesi di reclusione i quattro poliziotti indagati, riconoscendo l’eccesso colposo nell’uso legittimo di armi. Grazie alla legge dell’indulto, i quattro condannati non sconteranno mai la pena. Il 21 giugno 2012, la Corte di Cassazione conferma la condanna.

In seguito alla sentenza, come ciliegina sulla torta Paolo Forlani consegna alla bacheca di Facebook riflessioni auliche rispetto alla madre di Federico: “Che faccia da c… aveva sul tg, una falsa e ipocrita, spero che i soldi che ha avuto ingiustamente (2 milioni di euro, risarciti dal ministero degli interni alla famiglia Aldrovandi, ndA)  possa non goderseli come vorrebbe, adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie.”

La famiglia di Federico continua a lottare affinché gli agenti condannati vengano dismessi dai loro posti di lavoro (ci sembrerebbe un’ipotesi ovvia e invece purtroppo non lo è). Chi compie atti di tale violenza, ferocia, senza alcun senso della vergogna, del rispetto e meno che mai del senso di colpa, non può indossare una divisa. Il 25 settembre è capitato a Federico, domani potrebbe capitare a me, domani l’altro ai nostri figli, compagni e persone che amiamo; il controllore purtroppo non lo controlla quasi mai nessuno.

Questa comunque è una parte della storia di Federico Aldovrandi, la parte che racconta della sua morte e dell’iter giudiziario che la famiglia ha dovuto intraprendere per scoprire la verità e cercare la giustizia.

L’altra parte, per fortuna, non ci apparterrà mai, ed è quella legata ai ricordi di un bambino bellissimo, divenuto un giovane uomo, dei natali passati in famiglia, delle feste, delle serate passate con gli amici, dei progetti di una vita, dei sogni e delle tante speranze coltivate, speranze di giustizia che la famiglia di Federico continua a portare avanti con forza instancabile, forse la forza di chi aveva ancora tanto, troppo amore da dare.

Una carezza, Federico, una carezza e un pensiero a ogni figlio, a ogni genitore, con la speranza che la vita riservi loro il meglio, ma soprattutto tanto amore, insieme.
Lino Aldrovandi

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Tutti pazzi per le offerte

Andare a fare la spesa, per molti consumatori, non è più un momento di tranquillità nel quale ognuno prende la decisione di far entrare in casa cibo salubre, sicuro e qualitativamente ottimo, ma è diventato il momento in cui, sfogliando i depliant delle offerte, più e più clienti seguono le corsie dei prodotti che costano meno per saziare i bisogni di acquistare prodotti scontati e per stipare i carrelli fino all’orlo di baggianate, molte delle quali subiranno un crudo destino: la pattumiera.
C’è chi vede le offerte come qualcosa di positivo, come un salvagente nel bel mezzo di una marea: chi non arriva a fine mese, chi non sa nemmeno se riuscirà ad arrivare alla metà del mese, vive giustamente di questi sconti periodici. Questa è la conseguenza di una povertà collettiva imminente, e se la realtà la osserviamo da qui capiamo che strappare dagli scaffali i prodotti in offerta è indubbiamente l’azione più giusta per chi, purtroppo, ha costantemente il portafoglio leggero. Ma, se la realtà la guardiamo da un punto più ambiguo e pessimista, troviamo nelle offerte qualcosa di inutile, perché è noto a tutti che il calo del prezzo è soltanto una metodologia utile ad attirare più attenzione, a incentivare l’acquisto – ovverosia ampliare il consumo e, purtroppo, lo spreco – e, infine, a convincere la gente che le offerte siano una convenienza eccezionale e imperdibile.

Fino a qualche settimana fa eravamo pazzi per la Levissima e per l’acqua Sant’Anna, ora cambiamo affannosamente corsia per abbracciare decine e decine di bottiglie Norda che, fino a un mese fa, quasi nessuno acquistava. E tra altre settimane lo sconto su quell’acqua poco nota cesserà di esistere per ridare il posto al prezzo base, quello che eravamo abituati a leggere insoddisfatti quando la Norda non era tra i prodotti scontati del depliant. E solo allora torneremo a riempire i carrelli di casse di Levissima e acqua Sant’Anna.

Questo ci dovrebbe fare capire che, forse, molti di noi hanno completamente frainteso l’utilità delle offerte: se troviamo un prodotto a km zero, qualitativamente ottimo, la cui filiera è pienamente certificata e sicura, molti di noi lo lasciano lì, immobile sullo scaffale, perché a fianco ce n’è uno dal sapore simile, magari rivestito da plastica colorata e luccicante, il cui noto marchio e il prezzo scontato lasciano esterrefatti; è nel momento in cui optiamo per un prodotto famoso e in offerta, piuttosto che per uno realmente sano e sicuro, che acquistiamo il marchio e non la mercanzia e che diamo libero sfogo alle esigenze prudenti di vivere di offerte e sconti. Ed è in quel momento che ci limitiamo all’offerta e non alla vera convenienza che, in questo caso, si attiene alla salute.

L’offerta ci plagia, ci sussurra in un canto celestiale il suo nome – che è il prezzo modico – ci incolla lo sguardo su quelle cifre così basse. La finta convinzione che l’offerta sia quel che conta realmente ci fa schiavi del depliant degli sconti imperdibili, dell’ansia, della prudenza, della necessità di acquistare molto ma pagare meno di quanto si dovrebbe pagare. E in pochi credono ci sia un inganno dietro l’offerta. C’è chi dice che gli sconti nascano da una scadenza imminente, c’è chi dice che vengano appioppati a prodotti di bassa qualità; e c’è chi, come me, è convinto che l’offerta non esista, perché nessuno è così benevolo ed eroico da decidere di abbassare il prezzo di un suo prodotto per far pagare meno i clienti. Sono certa che la verità celata sia che il vero prezzo sia l’offerta, mentre le cifre successive alla stagione degli sconti abbiano il compito di gonfiare il guadagno togliendoci furtivamente dalle tasche quanti più soldi riescano. E noi, da bravi polli, ci crediamo, poiché plagiati dal magico effetto seducente delle offerte. Ma questo non significa che le offerte siano sempre sbagliate; dovremmo vederle come un vantaggio nel momento del bisogno, bisognerebbe acquistare i prodotti scontati quando è necessario, non quando è evitabile: cosa importa se il balsamo costa meno, se le patatine e le merendine costano due centesimi in meno di ieri, e se il Dash costa molto meno quando a casa ne ho ancora? Se tutti acquistiamo tutto ininterrottamente nonostante la dispensa sia piena, ci troveremo le discariche piene di rifiuti e una parte del mondo che continua a morire di fame.

Tutti pazzi per le offerte, per i prodotti che, nonostante siano di scarsissima qualità, continuiamo ad abbracciare perché pur di pagare meno siamo disposti ad acquistare una mercanzia qualsiasi. Tutti pazzi per il consumo, per il largo spreco, per le stagioni delle offerte, prima per la Levissima e poi per la Norda. Tutti tristi quando la pizza surgelata non è più in offerta, tutti felici quando i Pavesini costano meno del solito. Nel frattempo nessuno si rende conto che siamo quasi tutti ammattiti a causa delle offerte, e che le discariche traboccano di avanzi.

Alex Zanardi, l'uomo che sconfisse il destino

A volte nella vita succedono delle cose che non riesci assolutamente a decifrare, cose che sul momento ti lasciano un senso di vuoto e di sconforto. Questo è accaduto ad Alex Zanardi il 15 settembre del 2001, giusto quattro giorni dopo un altro evento che ebbe una ripercussione sul mondo come poche altre volte era successo nella storia dell’era moderna. All’Eurospeed Lauswitz, in Germania, dove già aveva perso la vita Michele Alboreto, Zanardi dopo un rifornimento ai box in una gara che stava dominando perse inaspettatamente il controllo della sua vettura rendendosi protagonista di un incidente spaventoso. La sua auto si spaccò in due e la vettura di un altro concorrente gli tranciò di netto le gambe, portandolo ad un passo dalla morte. Incredibilmente, dopo due settimane di coma farmacologico, Alex ce la fece, pur sapendo che non avrebbe mai più camminato sui suoi arti inferiori.

C’è un modo di dire che indica la perdita di ogni speranza, ovvero “questa cosa mi ha proprio tagliato le gambe”. Evidentemente Zanardi non ha fatto suo questo modo di dire, perché è ripartito proprio da quel momento iniziando una carriera che l’avrebbe portato a conquistare quella che è la cosa più ambita per uno sportivo: un oro olimpico. La sua carriera da normodotato del resto non era certo stata indimenticabile. Dopo l’inizio nei kart e la lunga trafila che è propria alla maggioranza dei ragazzi che magari ha il sogno nel cassetto di guidare un giorno “la rossa di Maranello”, approda finalmente in Formula 1 nel 1991, all’età di venticinque anni, quando Eddie Jordan gli chiede di sostituire Michael Schumacher (non proprio uno sconosciuto). Al debutto un ottimo nono posto e la conferma come terza guida, poi il passaggio alla Lotus e un brutto incidente a Spa (si, a volte la sorte sembra veramente prenderti per i fondelli). Una serie di risultati deludenti lo costrinse ad abbandonare la Formula 1 per passare alla Cart (quella per cui vanno pazzi gli statunitensi).

Dopo un fugace “come-back” nel mondo dei Gran Premi ci fu la seconda “fuga” verso il Cart, che però gli sarebbe costato tanto per il suddetto incidente. Addio motori? Non per lui. Grazie a delle protesi (fortunatamente siamo nel nuovo millennio e la tecnologia può fare miracoli) torna a guidare e non solo, perché ottiene alcune incredibili vittorie dimostrando che evidentemente l’abilità nella guida risiede nell’animo e non nel fisico. La svolta decisiva però arriva quando decide di partecipare a manifestazioni per disabili una volta terminata la carriera di pilota. Sceglie l’handbike (bicicletta dove pedali appunto con le mani) e si scopre un vero talento. Esordisce col botto con un quarto posto alla Maratona di New York del 2007 ed è un crescendo fino alla vittoria nel campionato italiano nel 2010, l’argento nella crono mondiale del 2011 e il successo con record del percorso alla Maratona di Roma. Fino all’evento più recente. Si presenta alle Paralimpiadi di Londra 2012 per la prova su strada e per quella a cronometro, con esito uguale: ORO. Più un argento nella staffetta a squadre. D’obbligo renderlo portabandiera della cerimonia di chiusura.

Ora, sembra assurdo pensare che una disgrazia come quella capitata a Zanardi possa trasformare un pilota dalla carriera quasi anonima in un supercampionissimo olimpico e una vera e propria icona dello sport, ma soprattutto un vero e proprio orgoglio del nostro paese. Sembra assurdo ma è così. Anche un accadimento tremendo da sopportare può essere visto come un punto di partenza piuttosto che come uno d’arrivo a condizione di avere un’infinita voglia di vivere e un’infinita voglia di dimostrare al destino che se ti volta le spalle puoi fregartene e fare a modo tuo, diventando una leggenda in barba alla cattiva (ma agli occhi degli altri) sorte.

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Il paese dei dinosauri

L’ultimo rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati è stato presentato a marzo. Sebbene l’anno accademico sia ormai agli sgoccioli, è bene tenere a mente qualche risultato dell’indagine, riguardante principalmente il profilo dei laureati del 2010 e la loro occupazione nel 2011.

Con la crisi, i laureati occupati nelle professioni più qualificate sono diminuiti, contrariamente non solo a quanto avvenuto negli altri paesi occidentali ma soprattutto alla logica. In parole povere: meno posti di lavoro sono disponibili e – paradossalmente – meno contano il titolo di studio e il merito. Di fronte a certi dati il buon senso e la razionalità cedono il passo. Pura miopia da parte di chi dovrebbe assumere o precisa scelta imprenditoriale dettata da una contrazione della spesa a scapito della qualità e dell’efficienza della produzione? Verrebbe da rispondere “entrambe” ma, riflettendo, la seconda è una diretta espressione della prima.

Una seconda conclusione rilevante del rapporto riguarda il numero di laureati, nettamente inferiore rispetto agli altri paesi OCSE (20 laureati su 100 di età compresa tra 25 e 34, contro una media di 37). Questo dato delude ma non stupisce: d’altronde, se la laurea non conta più, perché fare sacrifici per anni, sempre a patto di poterseli permettere?

Cosa fa il nostro paese per valorizzare la laurea e l’istruzione? Sceglie di non finanziare università, cultura, ricerca e sviluppo. Siamo agli ultimi posti nelle graduatorie europee per percentuale di PIL investita in questi settori. Si parla di paese, non di Stato, perché solamente poco più della metà di questi finanziamenti proviene dalle imprese. Questo è un ulteriore indice della miopia con cui il settore privato guarda al futuro e alla sua stessa sopravvivenza.

Aumenta la percentuale di laureati disoccupati a un anno dal conseguimento del titolo, fra gli specialistici ancora più che fra i triennali. Al contempo diminuisce la retribuzione media dei laureati, pari a 1105 euro per i triennali e 1080 euro per gli specialistici. Ennesimo paradosso: chi ha studiato di più ha meno possibilità di trovare un lavoro e per di più guadagna di meno!

La meritocrazia? Un miraggio. Quello che dovrebbe essere il faro di ogni paese, soprattutto di quelli che si autodefiniscono avanzati, si è ridotto a un lumicino di tanto in tanto esibito per attirare le farfalle. Come si fa a parlare di meritocrazia quando, ultimo in ordine di tempo fra i troppi esempi adducibili, si è riusciti a scongiurare un taglio di 200 milioni di euro di finanziamenti all’università, ma non un altro, di 210, a numerosi enti di ricerca? E questi ultimi dovrebbero anche ringraziare, visto che inizialmente si era serenamente pensato di sopprimerli.

Il quadro si completa e si comprende meglio pensando all’età media della classe dirigente italiana, la quale non comprende solo politici (espressione di una società più che “causa dei mali”) ma professori universitari, manager, imprenditori, magistrati e via discorrendo. Famosa è la scena dell’esame universitario ne “La meglio gioventù”: le parole del professore non sono un invito né un auspicio, ovviamente, ma si delineano ogni giorno più chiaramente nella sfera di cristallo dell’Italia.

Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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I miei giochi (London 2012) – Partre V

Immancabile la visita ai magazzini di Harrods. Anche se la parola magazzini, accanto ad Harrods, secondo me non è molto appropriata. Tutto sembra, tranne che un magazzino. Cinque piani di balocchi, anche se un’annotazione particolare merita il piano dedicato al Food. Una sorta di gioielleria che vende caffè, cioccolato, biscotti, vino, caramelle, dolci di ogni genere, e poi la zona fast-food dove ci si può fermare a bere una coppa di champagne, o a degustare il tacchino arrosto. Chi vi accoglierà al di là del bancone per servirvi la merce sembrerà tutto, tranne che un semplice commesso; la divisa di Harrods, grembiule e cappello, rende infatti tutti coloro che lavorano in questo storico piano di questo incredibile palazzo dei personaggi da favola. Se le scatole in latta piene zeppe di biscotti non fanno per voi, salite e scendete tra i piani e sbizzarritevi tra Prada, Gucci, ecc. Non dimenticatevi la carta di credito, qui dicono che sia la tipica “thing you can’t live without” . Usciti da Harrods potrete noleggiare le bici come ho fatto io e perdervi dentro Hyde Park; attenzione però, a Londra si guida a sinistra e si sorpassa a destra, anche se siete in bici dentro un parco. Questa cosa mi ha confuso tantissimo, non so se una volta in Italia riuscirò a regolarmi al volo. Questa cosa del guidare a sinistra è strana e secondo me insensata; anche le porte di casa hanno la fermatura inglese. Per chiudere, bisogna girare la chiave come se in Italia chiudessimo, e per aprire in senso contrario. Sulle scale mobili della metro vi sarà però chiesto di mantenere la destra, cosicché chi dovrà sorpassarvi andrà a sinistra. Un apposito cartello vi indicherà la posizione da mantenere. Stand on the right. Questa dei cartelli è stata per me una sorpresa curiosa e inattesa. Se mi chiedessero di sintetizzare il pensiero e la cultura degli inglesi infatti utilizzerei sicuramente uno slogan che campeggia nelle underground. È una frase che vi ripeteranno fino alla nausea e che mi ha colpito. Mind the Gap. Se questo mio racconto diventasse un libro, certamente il titolo sarebbe Mind The Gap, e il catenaccio La mia Londra.

Mind the gap, letteralmente si traduce Attento al vuoto; la frase è poi completata da between train and platform. Insomma è un avvertimento a non dimenticare che quando si apriranno le porte del treno, ci saranno 10 cm di vuoto, e bisogna fare attenzione. Mi ha colpito, sia per la frequenza dell’avvertimento, dichiarato a voce, scritto all’interno del treno e a terra sulla piattaforma, ma soprattutto perché a mio parere in questa frase si sintetizza Londra e forse l’intero popolo inglese. Un consiglio per non farti male, un aiuto per te turista e per l’intera comunità. Gli ingredienti del perfetto inglese sono rigidità, precisione, organizzazione e educazione. Qui si dice Polite, e vuol dire educazione, compito da seguire, anche se letteralmente proviene dal greco Polites – Cittadino. I comportamenti che deve avere un bravo cittadino. Questo concetto si respira dappertutto, ma per la Cerimonia d’Apertura me ne sono reso conto definitivamente. Non avete idea di cosa è accaduto nel pub all’interno del quale stavo guardando la cerimonia, quando dalla porta d’ingresso si è presentato un anziano signore. Ma lo stesso sarebbe avvenuto se fosse entrato un disabile o una donna in cinta (priority seat). Si è scatenata la ola; tutti, e dico tutti, nessuno escluso si sono staccati dalla sedia per cedere il posto. Una sorta di devozione verso gli anziani e rispetto in generale verso gli altri. Ecco mind the gap (mind vuol dire anche testa, cervello; una sorta di usa il cervello, metti testa) cementifica il senso di comunità; aiutare gli altri a Londra, vuol dire aiutare se stessi a crescere e migliorare. Qui è ritenuto ingeneroso soffiarsi il naso in pubblico, o gettare qualsiasi cosa per terra e lo stesso vale per la tonalità da tenere nel parlare al telefono quando si è in un luogo pubblico, ma in generale per il senso civico da tenere. Rispetto, in una parola sola.

Questo è quanto ho scoperto a Londra, della Londra città, e dei londinesi; ero venuto per visitare la città, per studiare l’inglese e per i Giochi. Il bilancio è più che positivo; la città è incredibile, ho studiato bene e ringrazio il mio teacher Peter e tutti i ragazzi che con me hanno seguito le lezioni, e poi ho seguito i Giochi, un po’ in tv grazie alla BBC, e anche live (Waterpolo F, Semifinal ITALY vs CHINA e USA vs AUSTRALIA, Marathon F & M). Ho girato tanto e ho raccontato quello che mi è capitato, ho scoperto una città incantevole con centinaia di luoghi da scoprire, e un popolo che racchiude decine e decine di razze e culture, ma che non ha perso le proprie radici. Il viaggio più bello della mia vita è arrivato a 26 anni, al momento giusto credo, mi aspettavo 80, e ho ricevuto 110. Adesso ritorno in Italia, e spero di avervi raccontato abbastanza di questa City meravigliosa.

Andrea Cataldo

I miei giochi (London 2012) – Parte IV

VI
30-7
Ci sono un campano, un pugliese e un siciliano…
Se deciderete di andare a Londra e iscrivervi in un college, non abbiate paura di partire da soli. Nelle scuole farete amicizia con decine di ragazzi e naturalmente non mancheranno gli italiani. Per puro spirito da crew, nelle pause verrete attratti dai vostri simili. Io ho conosciuto russe, cinesi, giapponesi, spagnoli, coreani, equadoregne, e soprattutto italiani. La Campania spadroneggia, seguono Lazio, Veneto, Friuli, Puglia, Emilia, e..Sicilia. Farete subito comunella, come ho fatto io. Vi piacerà sentire qualcuno che parla la vostra lingua, senza dovervi sforzare troppo di cercare il past tense o il simple past tense di quel cazzo di verbo irregolare che si trasforma in una parola che non c’entra nulla. Allora scatteranno i programmi, si girerà insieme e si uscirà in gruppo. Io una sera, prima di andare in un noto club (qui ci sono i club’s non le disco), mi sono ritrovato in piena zona gay a Soho, con un campano e un pugliese. Si lo so, sembra l’inizio di una classica barzelletta del grande Gino Bramieri, ma non lo è. Avevamo sbagliato zona, tutto qui, ci hanno pensato le ragazze del gruppo tricolore a indicarci la strada da seguire.
Al Pacha sono arrivato alle 23, ma avevo un appuntamento con altre persone e, una volta entrato, credevo mi facessero il timbro cosicché potessi uscire. A Londra, invece, non funziona così. Se esci, per rientrare dovrai ripagare, a meno che tu sei un italiano e te la sai cavare. La sicurezza al primo tentativo mi rimbalza, ma gli spiego che sono italiano e che devo uscire necessariamente. Il caso vuole che la manager di questo importante club di Londra sia italiana, e quindi il consiglio dell’armadio che sta all’ingresso è quello di provare a parlare direttamente con lei. La raggiungo in ufficio, mi presento e spiego le mie ragioni. La prima risposta è negativa e sembra definitiva… se non fosse che proprio in quell’istante la lazial donna un’ape nera vide sul suo tavolo, e ad ansimare iniziò. Prendo la palla al volo, è un rigore a porta vuota, non posso sbagliare. Ammazzo l’ape con la manica del maglione, e mi si aprono le porte del Paradiso… ops del Pacha. Esco e dopo una mezz’oretta rientro. Question: Quante probabilità avete di incontrare un italiano a Londra? 100 % ! Quante probabilità avete di incontrare un vostro compaesano a Londra? 80-90 %! Io al Pacha ho incontrato un ragazzo della sicurezza catanese che in passato lavorava al Banacher, e al Museo di Storia la cameriera che ci ha aiutato a trovare il tavolo al ristorante era di Mascalucia. Noi siamo il Made in Italy.

VII
31-7
Londra è incredibile, ma c’è un percorso che mi ha fatto innamorare di questa città. Di notte tutto qui assume un mistero differente, ma c’è un luogo che visitato in una giornata grigia, secondo me, acquisisce bellezza. Può sembrare una stupidata, ma credo che Covent Garden di mattina, in una di quelle giornate classiche londinesi, nuvolo e venticello, e si dai, anche una leggera pioggerellina, sia uno dei posti più romantici e caratteristici di Londra. La fermata è Covent Garden, poi usciti dalla stazione si apre uno scenario da romanzo: il tempo sembra essersi fermato, fatta eccezione per i tanti negozi internazionali (Zara su tutti); una piazzetta semplice, una chiesa incantevole, e poi un mercato al coperto su due piani; giù è possibile imbattersi in un concerto improvvisato di violini e violoncelli e, a pochi metri, due energici cuochi mischiano la paella in pentoloni da un metro di diametro. Al primo piano i negozi caratteristici, e poi il vero e proprio mercatino che vende il tea (of course), giocattoli, t-shirts, ceramiche, pentole, bigiotteria, pelletteria, food, e tanto altro. Tutto intorno stradine minuscole, ma lunghe e piene di negozi alla moda. È stupendo perdersi tra le stradine e camminare senza meta. La sera poi tutto si trasforma: i pub si riempiono di persone e i ristoranti pullulano di gente di tutti i tipi. Da Covent Garden, in pochi minuti sarete a Leicester Square, e vi troverete in piena Piccadilly Circus. La zona di Piccadilly è elegantissima, una volta sorgevano i Gentlemen’s Club, e adesso ci sono tantissimi negozi per uomo: il negozio dei sigari, quello per la barba, quello delle pipe, quello delle cinture, delle scarpe, delle camice, delle cravatte, degli abiti, e poi i barbieri. Senza dimenticare il Ritz che è hotel and gioielleria. A Piccadilly non è difficile poter trovare un luogo dove mangiare, ma in generale in tutta Londra. Una cosa che mi ha impressionato di Londra è che qui si mangia a tutte le ore del giorno e della notte. Si inizia presto con le colazioni da Starbucks con caffè, cappuccino e biscotti, si continua con il break di mezza mattinata, magari un sandwiches da Pret-a-manger, poi una zuppa o del sushi a pranzo, e poi si ricomincia di pomeriggio con un cappuccino alle 16, magari bevuto per strada mentre si aspetta il bus, o il tea alle 17 in uno dei tantissimi ed elegantissimi place londinesi, birra alle 18 nei pub, fino alle 20 e poi cena alle 21. La zona di Westminster è da brividi, e in questi giorni a pochi metri da Westminster Abbey, si trova Casa Italia. Non è difficile trovarla perché la scritta bianca sul prato antistante la Queen Elizabeth II Conference Centre è visibilissima. È un’invenzione del Coni, che ha pensato di radunare il calore e l’affetto degli italiani in vacanza a Londra intorno agli atleti che ogni sera, dopo le gare, volessero trascorrere delle ore in relax; ogni sera nell’auditorium c’è un evento, condotto da Peppe Quintale. La serata con J-Ax è stata incredibile: lo sponsor di Casa Italia è infatti Radio Italia, ed ospite della serata è stato l’ex Articolo 31 con i suoi nuovi compagni di viaggio. Paoletta, v-jay di Radio Italia ha presentato il gruppo e fatto una breve intervista, poi il cantante italiano si è scatenato nelle sue canzoni più famose, e l’Auditorium è letteralmente esploso. Assedio è il termine esatto, decine e decine di ragazzi e meno giovani hanno saltato e cantato con il rapper, tra i fan anche il bronzo di judo Rosalba Forciniti. A Casa Italia si possono seguire i Giochi, dentro l’Auditorium, oppure partecipare ad uno dei numerosi appuntamenti con la musica e l’intrattenimento.

VIII
05-8
Food.
Prima di partire tutti mi dicevano “attento, a Londra si mangia da schifo!”. Non voglio sfatare questo luogo comune, è solo che mi aspettavo di peggio. Voglio dire, è anche difficile mangiare qualcosa di londinese, qui le catene internazionali e mondiali comandano. Al punto che al giorno numero cinque mi domandavo se avessero abolito il fish and chips, tanto da voler proprio andare alla ricerca di un posto dove poterlo mangiare. Non sono tantissimi, come mi aspettavo, i posti dove poterlo mangiare. Alla fine l’ho preso in un posto stupendo che sfiora il Tamigi, a South Bank. Lo servono in un grosso piatto, con il contorno di patatine e in mezzo il pezzo grosso, il merluzzo fritto e poi una salsa di piselli. Come dicono qui, abusando di avverbi extreme adverb , estremamente buono. Altro piatto tipico è la Baked Potatoes, io l’ho preso in un camioncino a Hyde Park, ma così in fiducia, senza neanche sapere cosa fossero. Ho letto pollo e mi ha convinto. Si tratta di una patata aperta in due, sulla quale spalmano del burro e poi a scelta, pollo in salsa piccante o carne a scelta e poi salsine sconosciute. Quando ho visto il tipo che mi spalmava quel pollo in salsa rossa, ho pensato “mannaggia ho sbagliato tutto.” Invece, incredibilmente soddisfacente. Poi, per il resto, hot-dog, hamburger, panini, sandwiches, spaghetti, pizza, cinese, giapponese, paella, tapas, tacos, e tutto quello che desiderate.
London by night? Ci sono i club dove si paga per entrare, e bisogna avere il documento d’identità altrimenti vi rimbalzano, e non avrete scuse che tengano, e non avrete modo di convincerli. Di solito si pagano 20£ e avete a disposizione un tavolo e una bottiglia; attenti però, in alcuni club vi faranno entrare solo se: a) siete in lista b) siete esteticamente impeccabili. I più noti? Maddox, Piccadilly Institute, Pacha, Fabric, Favela, Ministry of Sound, Tiger Tiger, The Penthouse, Cirque du Soleil. Altrimenti ci sono i pub, e sono dappertutto. Si paga l’ingresso, generalmente 5£, e poi si beve birra a fiumi. Evitate la Guinness se non l’avete mai bevuta, accontentatevi della London Beer, oppure di una pinta bionda alla spina. Alternative: i teatri per vedere i musical, Billy Elliot, Wicked, We will Rock you, cinema, casino, e poi tutti gli spettacoli che troverete in giro per Londra by Night. Per fare un esempio potrà capitarvi di assistere ad un concerto di batteria, suonato da un rasta-man a Oxford Street; unica curiosità, al posto della batteria, pentole. Oppure un concerto di sax a Piccadilly, dove potrete ballare Wake me up before you go go, oppure farvi la foto con Batman a South Bank, o con i numerosissimi personaggi della tv e del cinema che troverete a Covent Garden.

I miei giochi (London 2012) – Parte III

Se volete vedere un pezzo di America a Londra dovete assolutamente andare in due posti: Oxford Street e Piccadilly Circus. Io ho scoperto Oxford Street perché lì c’è il College dove ogni mattina dalle 9 alle 12 vado a studiare l’inglese. Ah, mi perdonerete, ma non vi ho detto che sono qui anche per questo: I need to study English!! Il mio college è l’Oxford House College e, per raggiungerlo, ogni mattina da Victoria prendo i mezzi pubblici; con la Victoria Line (Light Blue Line) due fermate di Metro e scendete a Oxford Circus, oppure il bus 73 che vi porta a Tottenham Courd Rod.

Il mio primo impatto con la scuola è stato difficile, ma mi aiuterà per il futuro, maybe. Il primo giorno sono arrivato puntualissimo, ho svolto il test d’ingresso, ma mi hanno fatto perdere tempo e sono entrato in classe a lezione iniziata, non alle 9, ma alle 10.45. Immaginerete l’imbarazzo di entrare in una classe con quindici ragazzi provenienti da Cina, Giappone, Spagna, Ecuador, Russia, Korea, Belgio, e prendere posto senza troppo disturbare. Anche qui ho iniziato male, perché my teacher mi prega di accomodarmi, e io nel mio inglese buffo: “can i sit here?” indicando la sedia dell’insegnante proprio ad un passo dalla lavagna. Segue risata generale della classe; ecco è arrivato l’italiano! Anche qui mi sono fatto riconoscere, ma almeno ho spezzato il ghiaccio! Ad Oxford Street sembra di essere a New York, è un lungo stradone pieno zeppo di negozi, un buon posto per comprare i regali. Se vorrete uscire di notte e frequenterete i college, non avrete problemi nel pianificare le serate, perché nelle classi e nei bar troverete i voucher per i party più incredibili, tra questi la festa in barca sul Tamigi, Maddox Club e la madre di tutte le serate Pacha (in seguito scopriremo che la famosa disco londinese è gestita da una manager italiana con la fobia per le api).

Come scritto, un altro posto USA-London è Piccadilly; di notte si trasforma, è un area completamente piena di balocchi. Un paese dei divertimenti, dai cinema ai casino, dai teatri ai negozi esclusivi, e se vorrete ci sono pure gli strip-club. Non dovrete stancarvi troppo per trovarli, saranno infatti loro che verranno a cercarvi. Se Maometto non va alla montagna… la montagna va da Maometto. I pr vi verranno ad offrire serate esclusivissime. Io invece vi consiglio di visitare M&M’s World; tre piani di M&M’s, dove potrete comprare i famosi snack e farvi foto incredibili, andateci. Vicino a Piccadilly troverete Soho e China Town, due posti da visitare in base ai gusti culinari. Volendo potrete anche rischiare di entrare in un ristorante cinese, se avete con voi il Bimixin! Io anche no. Se invece siete dei nostalgici dell’italian restaurant, vi consiglio Princi a Soho, sono tutti italiani e c’è una buona pasta. A Soho ci sono molti locali gay, ma proprio tanti e poi diversissimi ristoranti che cucinano cibo from Indocina, Thailandia, Japan, Spain, China. Insomma food from around the world. Continuando il cammino arriverete a South Bank attraverso Millennium Bridge e vi troverete in un posto meraviglioso; dal Millennium Bridge potrete infatti ammirare London Eye, Big Ben, Westminster Abbey e Tamigi, tutto in un solo attimo.

Allora penserete di essere al centro del mondo, ed è lo stesso che ho pensato anch’io; e sarete pieni di adrenalina.

 

V
29-30

Mi sono fatto prendere dalla sindrome del viaggiatore e ho un tantino messo da parte il racconto delle Olimpiadi, mi scuso e riprendo il discorso interrotto.

Olympic Park è l’Olimpiade di Londra. Potrà sembrarvi banale, ma è così; in giro per il centro di Londra naturalmente si respira l’Olimpiade, ma è nell’est della città che si “giocano” le medaglie. Dal centro di Londra la zona est è molto distante. Non avevo idea di cosa fosse il parco olimpico fino a che non ci sono stato dentro. Credevo fosse solamente la sede delle gare, invece è i Giochi Olimpici. Si trova nell’East End, molto lontano dal centro di Londra, ed è stata una decisione saggia quella di crearlo lì, sia per evitare che i Giochi congestionassero il centro, sia per riqualificare e aiutare una zona quella dell’est di Londra un tantino abbandonata.
Si arriva con la linea rossa, fermata Stratford, e quando le porte del treno si aprono inizia il mondo a cinque cerchi. Organizzazione certosina, decine e decine di steward e hostess gridano le informazioni da seguire per raggiungere i posti che desiderate visitare (questa cosa dei gridolini ricorda vagamente le urla dei mercati italiani, però è utile, non perdi tempo, e decidi con anticipo il tragitto da compiere); se siete senza i Ticket delle gare non potete neanche entrare al parco olimpico, questo per ridurre il traffico che, credetemi, è incredibile. Potete però, anzi dovete perché non potete farne a meno, entrare dentro il centro commerciale più grande d’Europa, Westfield Stratford. C’è tutto.
Nei pressi del Parco Olimpico, se decidete di andare in una direzione, siate decisi perché a metà tragitto non potrete ritornare indietro; uno steward vi pregherà di completare il tragitto e solo dopo ritornare indietro. È tutto transennato e si scorre come in autostrada, insomma l’inversione a U è vietata.

Adesso vi racconto la mia Opening Ceremony. Naturalmente non avevo i biglietti, allora ci siamo organizzati con i mega schermi sparsi per Londra, a Trafalgar, a London Bridge, a Victoria Park, a Hyde Park. Sarei dovuto andare a Trafalgar, ma pioveva e allora ho optato per un tipico pub pieno di persone da tutto il mondo; una cosa l’ho capita: gli inglesi sono attaccatissimi alla bandiera, alla madre patria e alla regina Elisabetta. Ogni volta che la regia indugiava sulla Queen, il pub esplodeva. Il momento più bello è stato naturalmente quello della sfilata, il pub era infatti colmo di persone provenienti da tutto il mondo. E ognuno voleva salutare la propria bandiera; Belgium e Team GB meriterebbero un discorso a parte, ma io voglio concentrarmi sulla nostra Vezzali e sui ragazzi azzurri. Quando la regia ha inquadrato il tricolore, mi sono accorto che gli italiani nel pub erano più di quanto potessi pensare. Un atleta, tra gli azzurri, salutava e portava un foglio con scritto “Ciao Mamma sono qua”, questo ha provocato l’ilarità degli inglesi presenti, come a dire sempre “i soliti italiani!”
La birra al pub è d’obbligo e non potete che ordinarla grande!

I miei giochi (London 2012) – Parte I

26 – 7

Ho cercato fino all’ultimo istante qualcuno che fosse interessato al mio racconto, non trovando nessuno, scrivo qui la mia Londra olimpica.
Non scrivo che Londra è ad oggi ancora un cantiere (lo è), e neanche che i londinesi si sono divisi sull’argomento a cinque cerchi, alcuni ci stanno e altri come dire.. preferiscono andare a Creta, lontano da tutto questo fracasso; tutto questo lo troverete leggendo gli speciali di Londra 2012, sui siti del mondo.
Vi racconterò invece quello che mi accade intorno e che io raccolgo. Il mio viaggio è iniziato da Catania, dove una lenta e inaspettata pioggia mi ha introdotto all’UK; poi a Fiumicino il primo sorriso: ai controlli con Massimiliano Rosolino, il mio turno è subito dopo il suo. Il poliziotto mi controlla il documento e poi mi guarda e mi dice: “in bocca al lupo” e io, senza esitare, mordendo la mia pizza, “crepi!”. Non so se vincerò anch’io la medaglia d’oro, ma se dovesse succedere la dedicherò a quell’agente di polizia. Con il sorriso è iniziato il mio viaggio inglese: sul Roma – Londra viaggio con la spedizione azzurra del canottaggio, sei uomini e una donna; c’è Sartori, mica robetta, un oro olimpico a Sidney 2000, e tre presenze a cinque cerchi. 202 cm di gentilezza per un atleta dal fisico incredibile, e molto cortese nei confronti di una bambina preoccupata dall’atterraggio a Heatrow.

Poi, la valigia rotta, la carta di credito bloccata e l’adattatore elettrico guasto.

 

27-7

La spedizione azzurra indossa ai Giochi il completo EA7 (Armani), saprete già che le tute sono blu o bianche, e che negli interni è ricamato l’Inno di Mameli, ma quello che forse non sapete, è che i ragazzi azzurri hanno proprio tutto di EA7. Dalle scarpe da passeggio alle tute, dalle polo ai borselli, dalle valigie agli occhiali da sole, dall’orologio alle cuffie per l’iphone o ipad. Il loro accredito contiene inoltre una speciale Oyster Card Pink. La Oyster card è una tessera solitamente prepagata dall’utente che la utilizza nei mezzi pubblici (Bus, Metro), senza dover fare la fila per acquistare il biglietto, e soprattutto per risparmiare negli spostamenti; per fare un esempio una semplice corsa in metro costa 5£, con la card 2£, basta strisciarla in metro e bus e vi si apriranno le porte. Solitamente è blu o con dei disegni particolari. Per tutti gli atleti di tutte le discipline, in rappresentanza di tutti i paesi, la Oyster è speciale, per gli italiani (forse per tutti i paesi) è rosa come detto, ma soprattutto è Open. Possono quindi utilizzare tutti i mezzi, tutti i giorni, gratis; una buona opportunità, che però credo che gli atleti non utilizzeranno, se non al termine delle proprie gare.

A proposito di Oyster Card..

Il mio arrivo a Heathrow è stato traumatico perché la mia valigia era aperta e il lucchetto rotto, ma non credo mi abbiano sottratto qualcosa, forse nello scaricare i bagagli gli addetti non hanno utilizzato molta delicatezza. Dall’aeroporto di Londra si prende il trenino express per Paddington e poi la metro per il centro. Io ho preso per Victoria, e poi direzione casa, vicino Westminster Cathedral, però prima la Oyster Card. Si fa solitamente in metro con le apposite macchinette oppure in un punto assistenza. Non volevo fare la fila e perdere tempo, credevo fosse semplice, ma ho pagato con Carta di Credito e ho avuto dei problemi con il Code, e dopo tre volte mi si è bloccata la carta. Brutto inizio, ma adesso non digito più il codice, ma striscio e firmo . Ad Acireale avevo comprato l’adattatore elettrico, perché in Uk la spina elettrica ha un diverso design e anche un diverso voltaggio; ma una volta a casa mi sono reso conto che ho speso male i 7 euro, per una spina che dovrebbe agevolarmi in tutte le parti del mondo, ma che invece si è rivelata una truffa.

Per fortuna qui con 50p nei supermercati la si trova ed è seria;

Respirando lo stato d'assedio della Colombia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Vi presentiamo Cristina: una piccola rivoluzionaria nata in Sardegna 32 anni fa, da sempre convinta che “un altro mondo non solo sia possibile, ma necessario”… Da circa due mesi lavora come attivista per un’organizzazione che si occupa di diritti umani in Colombia, con un’esperienza che oggi ha deciso di condividere anche con noi lettori di Camminando Scalzi[/stextbox]

Bogotà… Grande, dispersiva e molto pericolosa, sicuramente. Ma allo stesso tempo ti strega e ti cattura con i suoi odori, colori.

Non hai subito l’impressione del pericolo, e quando te ne rendi conto capisci che è naturale che sia rischiosa, viste le disuguaglianze sociali così evidenti. In una strada che può essere considerata tranquilla, ti rendi conto che giusto girando l’angolo è tutta un’altra realtà. Si dorme in uno spartitraffico solo con quello che si ha addosso, e c’é un mito da sfatare: a Bogotà c’è freddo!

L’altra sera sono andata a ballare salsa con delle ragazze e ragazzi di una ONG amica in un locale che aveva appena inaugurato. A un certo punto arriva la polizia, con armi e tutto. Giusto per farsi vedere, e per ricordare al proprietario l’orario di chiusura, semmai l’avesse dimenticato. Ma soprattutto per chiedere un “contributo” per la benzina… Inutile dire che il tipo ha sganciato la bellezza di cinquanta mila pesos colombiani (lo stipendio medio di un operaio si aggira intorno ai 125.000 pesos, ndr). Alla faccia del rincaro della benzina…

La sera dopo c’era la quarta festa di “despedida” di una collega e siamo uscite a ballare. Arriviamo al Congo, la Candelaria. Un locale caldissimo, i cui muri sembravano traspirare alcool. Decido di fumare una sigaretta e prendere una boccata d’aria. Mi metto vicino a un carretto di venditori ambulanti. Arriva la polizia, un agente si avvicina e in modo poco gentile chiede una sigaretta. Qui si vendono sfuse… I proprietari fanno a gara per offrirgliene una. Ne prende quattro e ovviamente non pensa di pagare nemmeno per un secondo. Le prende e va.

La cosa che più mi ha scioccata é proprio la presenza di armi e persone armate. Non parlo solo della polizia, presente a ogni angolo della strada, ma anche della sicurezza privata, fissa all’esterno delle case “ricche”, di edifici pubblici o di professionisti. Tutti pagano una guardia armata che sta fuori giorno e notte. È incredibile vedere l’esercito tranquillamente a ogni angolo, e dico ogni angolo, soprattutto al centro. È assurdo trovarsi con armi dovunque, ma in particolare è inconcepibile vedere come la gente conviva e abbia interiorizzato questo stato di polizia. In effetti la Colombia è perennemente sotto “estado de sitio” (stato d’assedio).

È una città difficile, ma vale la pena viverla, almeno per un po’. Qui ci vivono dieci milioni di abitanti su un totale di quarantacinque, quasi un quarto della popolazione. Ci sono zone che avrei voluto visitare, ma che per questioni di sicurezza non ho potuto. E non esagero, visto che non ci vanno nemmeno i Bogotani, se non scortati. Anche questo è normale da vedere: camionette blindate con i vetri oscurati e l’autista. Soprattutto al nord, zona sfacciatamente ricca in opposizione al sud sfacciatamente povero. Anche chi si occupa di diritti umani: sono minacciati e devono vivere una vita da blindati per poter portare avanti la lotta.

Poi arriva l’ora di lasciare la capitale, per andare verso il Caribe. Apartadò, departamento de Antoquia. Zona di FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), ma anche la zona dove nascono i paramilitari, zona di stragi, di ingiustizie e di caldo estremo. Appena arrivata a Medellin si sente la differenza con Bogotà. Vado a cambiarmi all’aeroporto e mi vesto da agosto, ma il caldo è insopportabile anche sotto l’aria condizionata. Medellin, la città dell’eterna primavera e del cartello di Escobar. Città ricca, si vede. Città in cui sembra che un gruppo di paracos (paramilitari, ndr) stia cercando di metterci le mani. Ma questa è un’altra storia, magari ve la racconto la prossima volta…

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