Più ombre che luci sulla nuova “prescrizione breve”

In questi giorni ne abbiamo lette e sentite davvero di tutti i colori ma, nonostante questo, nessuno ci ha spiegato cosa significhi davvero questa ennesima proposta di riforma della giustizia penale. Non sto parlando dell’acclamatissima – da parte del Governo – intenzione di riformare la Carta Costituzionale, ma del disegno di legge sulla “prescrizione breve”. Mi riferisco, in particolare, all’emendamento proposto la scorsa settimana dall’onorevole del PdL Maurizio Paniz, e facente parte del più ampio disegno di legge relativo al “processo breve”.  La questione è proprio quella che è stata al centro del dibattito (e delle risse) che si sono susseguite in questi giorni dentro e fuori dal Parlamento e sulle quali sinceramente preferisco soprassedere. La norma in oggetto è da annoverare tra le tantissime che nell’ultimo ventennio hanno coinvolto l’istituto della prescrizione. In realtà l’emendamento in questione è l’unico rimasto in piedi delle tante disposizioni a suo tempo proposte dalla apposita commissione governativa. Credo sia utile fornire una breve spiegazione di una modifica normativa assai complicata da leggere per i non addetti ai lavori.

Lo scopo della norma è quello di modificare la disciplina dei tempi di prescrizione, attualmente regolati dall’art. 161 del codice penale. In particolare mira a ridurre i termini del giudizio nei confronti degli imputati incensurati, coloro, cioè, che non abbiano subito condanne in via definitiva.

Alcuni atti giuridici interrompono il corso della prescrizione. Tanto per citarne qualcuno a titolo esemplificativo indichiamo l’ordinanza che applica le misure cautelari personali, quella di convalida del fermo o dell’arresto, l’interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice, l’invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l’interrogatorio e, in caso di interruzione, il termine di prescrizione già decorso viene meno e comincia nuovamente a decorrere dal giorno dell’interruzione. L’articolo 161 del codice penale attualmente prevede regimi applicativi differenziati in funzione sia della tipologia dei reati che degli imputati.

Con riferimento al tipo di reati coinvolti, il testo vigente esclude dal suo ambito di applicazione i reati di grave allarme sociale, come ad esempio i reati associativi. Con riferimento al tipo di imputati coinvolti prevede, come regola generale, che in nessun caso l’interruzione della prescrizione possa comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere; della metà e, in alcuni casi, dei due terzi, in ipotesi speciali di recidiva. Recidivo è colui che dopo essere stato condannato per un reato non colposo, ne commette un altro parimenti non colposo.

Per quanto riguarda il primo punto, relativo al tipo di reati coinvolti, il testo approvato dalla Commissione conferma il limite oggettivo dei reati di grave allarme sociale (che restano esclusi dalla nuova disciplina) mentre, con riferimento invece alla condizione soggettiva dell’imputato, la nuova proposta riduce da un quarto a un sesto il limite del prolungamento del tempo necessario a prescrivere nel caso di imputati incensurati e mantiene il limite di un quarto nel caso di recidivi semplici.

All’articolo 161 del codice penale, il secondo comma è sostituito dal seguente:
«Salvo che si proceda per i reati di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale, in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un sesto del tempo necessario a prescrivere, di un quarto nel caso di cui all’articolo 99, primo comma, della metà nei casi di cui all’articolo 99, secondo comma, di due terzi nel caso di cui all’articolo 99, quarto comma, e del doppio nei casi di cui agli articoli 102, 103 e 105». Inoltre, le disposizioni di cui sopra non si applicano ai procedimenti nei quali alla data di entrata in vigore della presente legge è già stata pronunciata sentenza di primo grado, quindi si applicano a tutti i processi nei quali ancora non sia intervenuta la sentenza di primo grado.

La falla principale della disposizione sta nell’essere retroattiva, applicandosi ai procedimenti tuttora in corso.

Il problema si ingigantisce se solo pensiamo alla quantità di reati coinvolti dalla normativa. Alcuni dei reati a cui si applicherebbe, nel caso di sentenza di primo grado non ancora emessa, sono: Abuso d’ufficio, Corruzione, Rivelazione di segreti d’ufficio,Truffa semplice o aggravata, Frodi comunitarie, Frodi fiscali, Falsi in bilancio, Bancarotta preferenziale, Intercettazioni illecite, Reati informatici, Ricettazione, Vendita di prodotti con marchi contraffatti, Traffico di rifiuti, Vendita di prodotti in violazione del diritto d’autore, Sfruttamento della prostituzione, Violenza privata, Falsificazione di documenti pubblici, Calunnia e falsa testimonianza, Lesioni personali, Omicidio colposo per colpa medica, Maltrattamenti in famiglia, Incendio, Aborto clandestino.

Quanto appena detto potrà sembrare insignificante, in realtà produce degli effetti devastanti dal momento che rischia di far saltare un incredibile numero di processi in corso, sulla base di meccanismi tecnici che indurranno i giudici a chiudere incontestabilmente il processo per “intervenuta prescrizione”.

Solo a mero titolo di cronaca occorre ricordare come gli effetti di tale riforma saranno rivolti anche a tre processi che vedono Silvio Berlusconi attualmente imputato, primo fra tutti la morte del processo Mills, che dovrebbe avvenire tra fine maggio e fine giugno; poi la prescrizione, nei primi mesi del 2012, del processo sui Diritti tv/1 e del Mediatrade. Motivo per cui l’opposizione, e non solo, ha tacciato questa modifica normativa di essere l’ennesima riforma “salva Premier”.

Tutto questo a discapito delle persone offese, cioè delle vittime dei reati, che si troveranno d’un tratto completamente prive di tutela.

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Giustizia, verità e bellezza: i più concreti tra i canoni astratti

Le parole “giustizia” e “verità” evocano valori, scopi, finalità astrattamente stimabili, lodevoli, ma soprattutto caratteri che devono essere propri di ogni uomo che ricopra la funzione del giudice. L’uomo giudice, per essere un buon magistrato, deve essere terzo e imparziale, deve essere distaccato da ogni legame umano, superiore a ogni simpatia e a ogni amicizia.

I concetti di verità e giustizia sono difficilmente rintracciabili nei nostri codici, ma sono generalmente considerati la vera e propria radice fondante dell’intera materia giuridica.

Del resto, come potremmo pensare a un giudice non giusto? Come immaginare una verità non vera?

Gli studiosi e le alte Corti del nostro Stato per decenni hanno tentato, e tuttora tentano affannandosi non poco, di dare una definizione di terzietà e imparzialità, di trovare loro una collocazione sistematica, di decifrarne i codici, all’apparenza esclusivamente astratti, creando istituti potenzialmente idonei a sanare quei vuoti che inevitabilmente si incontrano in un ordinamento giuridico in perenne mutamento.

Terzietà e imparzialità come due facce della stessa medaglia, ma allo stesso tempo due principi così imprescindibili,  irrinunciabili e così astratti da far sembrare addirittura improprio un loro imprigionamento in un codice di procedura o all’interno del più ampio ordinamento giuridico.

Entrambi i principi sono espressamente indicati come valori di rango costituzionale, che devono caratterizzare non solo il processo penale, ma l’intero esercizio della giurisdizione e della funzione giudiziaria in tutte le sue forme.

Semplificando, si potrebbe affermare che il concetto di terzietà attiene specificatamente alla posizione del giudice chiamato a esercitare la sua funzione nell’ambito del singolo processo affidatogli, posizione di “alterità” rispetto a quella delle parti in causa – attore e convenuto nel processo civile; pubblico ministero, parte civile e imputato in quello penale -.

La terzietà non esiste o non rileva al di fuori del processo.

Il concetto d’imparzialità è invece molto più ampio, e la sua realizzazione dipende non solo da come l’ordinamento disegna la figura del giudice e l’esercizio della giurisdizione, ma anche dal modo di porsi della persona giudice rispetto alla vicenda che deve decidere.

Si potrebbe affermare che l’imparzialità corrisponde al disinteresse” del giudice per la soluzione della vicenda, considerando che “disinteresse personale” è proprio l’espressione utilizzata dal codice deontologico, sia pure in un contesto non identico.

È possibile quindi affermare che l’ordinamento deve conformare l’esercizio della giurisdizione in modo da garantire terzietà e imparzialità.

Per garantire il principio dell’imparzialità occorre fare riferimento anche a situazioni o fatti esterni ed estranei alla vicenda processuale in quanto tale, ma suscettibili di influenzarne la soluzione – quali ad esempio i rapporti del magistrato di tipo affettivo, economico, personali o d’altro tipo – tali da far comunque pensare al rischio di un pre-giudizio, nel senso di giudizio preconcetto.

Tuttavia, per quanto siano concetti diversi, terzietà e imparzialità finiscono per intrecciarsi in un vincolo che non è facilmente risolvibile, tanto che non può parlarsi di vera terzietà se non in relazione o in collegamento con l’imparzialità. Non può parlarsi di giustizia se non in rapporto con la verità. Una decisione del giudice ingiusta è pur sempre una decisione non vera. Una decisione giusta spesso è una decisione vera, spesso e non sempre perché applicare la legge alla lettera è praticamente impossibile. Come può interpretarsi la formula “oltre ogni ragionevole dubbio”? Il dubbio è qualcosa di soggettivo, come fa a essere sindacabile?

La verità è oggettiva? La bellezza è oggettiva? Allo stesso modo la giustizia. È difficile rispondere, ma quando penso al binomio verità – giustizia, mi viene sempre in mente un passo del grandissimo giurista  Piero Calamandrei ( 1889 – 1956) che, con una metafora, ci illustra la difficoltà di percepire la verità, paragonando l’attività del giudice a quella del pittore.

mettete due pittori davanti allo stesso paesaggio, l’uno accanto all’altro, ognuno con il suo cavalletto:  tornate dopo un’ora a guardare quello che ciascuno ha tracciato sulla sua tela. Vedrete due paesaggi assolutamente diversi, tali da parer impossibile che il modello ne sia stato lo stesso. Direte dunque che uno dei due ha tradito la verità?

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Processo Mills… A due passi dalla prescrizione

In questi giorni l’attenzione mediatica relativa ai fatti giudiziari del premier Silvio Berlusconi è tutta concentrata sul “processo Mills”, che vede il Presidente del Consiglio imputato del reato di corruzione in atti giudiziari. E’ prevista per domani, infatti, la ripresa delle udienze nel procedimento a suo carico, del quale ripercorriamo, brevissimamente, la travagliata storia.

L’avvocato Mills era consulente della Fininvest per la finanza estera inglese, ed è stato condannato in primo e secondo grado per corruzione  in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi.

Il processo era nato proprio da una lettera dello stesso avvocato Mills, al suo commercialista, Bob Drennan, dove Mills  dichiarava che Berlusconi aveva versato in nero sul suo conto in Svizzera 600.000 dollari. Il versamento sarebbe stato dovuto alle testimonianze reticenti rese dinanzi al tribunale di Milano dove, nel processo per corruzione alla Guardia di Finanza e nel processo dei fondi neri di  All Iberian, Mills non disse tutto quello che sapeva, per tenere indenne Berlusconi. Mills disse testualmente al suo commercialista “Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”. A Londra, il commercialista, una volta  letta quella lettera, denunciò il suo cliente al fisco inglese per corruzione ed evasione fiscale.

Dalle motivazioni della sentenza della Cassazione dello scorso anno emerge come risultò provata la corruzione in atti giudiziari a seguito delle testimonianze, ritenute false e reticenti, rese nell’intento di favorire Silvio Berlusconi. Il prezzo? “600mila dollari e la promessa di tale compenso nell’autunno 1999”.

Un anno fa, come sappiamo,  la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per “intervenuta prescrizione del reato”, ma riconoscendo colpevole Mills di danno all’ immagine dello Stato. Nella stessa sentenza, la Corte riconosce che il reato è stato commesso e che Silvio Berlusconi ha corrotto David Mills.

D’altronde la “prescrizione” non significa che sia stata accertata l’innocenza dell’imputato, ma è un proscioglimento tecnico per motivi esclusivamente procedurali. La prescrizione, infatti, non è altro che l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. La sua finalità è quella di evitare di punire fatti dopo che sia passato molto tempo dalla loro verificazione, perché proprio il passare del tempo fa venir meno l’interesse dello Stato a punirne la relativa condotta.

La prescrizione, quindi, non ha nulla a che vedere con la assoluzione.

E proprio a seguito dell’applicazione della prescrizione l ‘avvocato inglese David Mills è sì colpevole di essersi fatto corrompere con 600 mila dollari per favorire l’imputato Berlusconi in due processi (tangenti alla Guardia di Finanza; fondi neri Fininvest – All Iberian), ma non può più essere punito, perché ha incassato la tangente più di dieci anni fa.

Della condanna di primo grado, che era stata confermata anche in appello, resta valido solo il risarcimento del danno morale (che non cade in prescrizione): Mills dovrà versare 250 mila euro allo Stato italiano, che per legge, paradossalmente, è rappresentato nel processo dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi Mills, il corrotto, deve risarcire la presidenza del Consiglio, presieduta da Berlusconi, il corruttore, che fantastico paradosso!. Il filosofo Zenone non sarebbe stato in grado di coltivarne uno migliore.

La cassazione, sostanzialmente, ha dovuto risolvere un problema di date: quando fu commessa quella corruzione? La Corte ha deciso che Mills si era impadronito di quei soldi già tre mesi prima, e cioè quando fornì le istruzioni per far entrare quella tangente in un precedente contenitore (il fondo Giano Capital), dove i soldi dell’avvocato inglese erano mescolati con quelli di altri suoi clienti. Da questa seconda data, a differenza che dalla prima, sono ormai passati più di dieci anni, per cui la corruzione è stata dichiarata prescritta.

Ovviamente se c’è stato un corrotto è evidente che ci sia stato anche un corruttore. Non è un’ eresia allora credere che, come Mills sia stato ritenuto colpevole per essere stato corrotto da Berlusconi, il premier dovrebbe essere ritenuto colpevole per aver corrotto l’avvocato inglese.

La domanda che ci poniamo, quindi, è la seguente: cosa si prevede che accadrà nei confronti di Berlusconi, la cui posizione nel processo ancora non è definita?

La risposta è estremamente semplice. I PM ritengono che, per il medesimo fatto per il quale è stata definita la prescrizione del reato nei confronti di Mills, trattandosi dello stesso fatto incriminato, il Tribunale dovrà dichiarare la prescrizione anche nei confronti del Premier. Questo dovrebbe accadere probabilmente (settimana più o settimana meno) nel novembre prossimo.

Pertanto il processo potrà continuare, ma sarà difficile arrivare a una sentenza di primo grado, e ancora più arduo sarà chiudere in tempo anche l’appello e la Cassazione. Berlusconi, in questo processo, originariamente era imputato insieme a Mills, ma la sua posizione venne separato per effetto del lodo Alfano, in seguito dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale per violazione del principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Si fa presto a far tornare i conti, se solo si considera che il rinvio alla data di domani nei confronti di Berlusconi (con circa un anno di ritardo rispetto alla conclusione del processo nei confronti di Mills) è dovuto proprio alla legge del Ministro Alfano che, per sospendere il processo, sospese tutti i termini pendenti nei suoi confronti.

La prescrizione, che non fa rima con assoluzione, per Berlusconi è davvero vicina, anzi, a due passi.

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Modificare la Costituzione… Come si può?

Alla domanda se sia possibile modificare la Costituzione dobbiamo rispondere immediatamente di sì. Proprio a questo scopo, infatti, è previsto lo strumento della Legge Costituzionale. Una Costituzione come la nostra si dice “rigida” perchè non può essere modificata dalle leggi ordinarie, ma soltanto tramite l’approvazione di leggi costituzionali seguendo l’iter che a breve spiegheremo. Al contrario, una Costituzione  “flessibile” occupa lo stesso grado delle leggi ordinarie nella gerarchia delle fonti. La costituzione flessibile può essere modificata a maggioranza parlamentare tramite l’approvazione di leggi ordinali. La modifica costituzionale non richiede leggi costituzionali né iter speciali di approvazione. La nostra prima forma di Costituzione, in vigore fino alla caduta del regime fascista, era una costituzione flessibile.

Nella storia del Novecento i regimi dittatoriali più noti – per esempio la Germania nazista di Hitler – nacquero da partiti che occupavano la sola maggioranza relativa dei voti dell’elettorato. Essendo difficilmente modificabile, la costituzione rigida tende però ad adattarsi con lentezza ai cambiamenti storico-sociali di un paese. La costituzione flessibile, che  può essere modificata dalle assemblee parlamentari a maggioranza semplice, comporta il fatto che si adatta più velocemente alle esigenze di un paese, ma lo espone più facilmente alle derive dittatoriali.

La storia ha dimostrato che un regime democratico può trasformarsi facilmente in un regime dittatoriale se le regole costituzionali sono troppo flessibili.  Non a caso uno dei principali obiettivi dei giuristi costituzionalisti dell’epoca contemporanea è proprio quello di plasmare una Carta Costituzionale in grado di unire i vantaggi della costituzione rigida con quelli della costituzione flessibile.

La legge Costituzionale è attribuita alla competenza del parlamento ed è adottata con un procedimento “aggravato“, ossia più complesso rispetto a quello previsto per le leggi ordinarie. Nella gerarchia delle fonti del diritto, la Costituzione e le leggi Costituzionali sono collocate in un grado superiore alla legge ordinaria, con la conseguenza che, ove la legge ordinaria contenesse disposizioni in contrasto con la costituzione o le leggi costituzionali, le stesse sarebbero invalidate in virtù del principio per cui la legge di rango superiore prevale su quella di rango inferiore.

Nel nostro ordinamento la costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge è valutata dalla Corte Costituzionale. La Costituzione italiana, all’art. 134, assegna alla Corte il compito di giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni“.

L’art. 135 invece, prevede che la Corte costituzionale sia composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune (Camera e Senato congiuntamente), per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa.

Questa struttura mista è finalizzata a conferire equilibrio alla Corte Costituzionale: per favorire tale equilibrio infatti sono previsti, in capo ai soggetti scelti per la composizione dell’organo, sia un’elevata preparazione tecnico-giuridica sia la necessaria sensibilità politica. Nel caso in cui la Corte dichiari l’atto incostituzionale, la sentenza retroagisce fino al momento della entrata in vigore dell’atto.

L’iter per la revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione.  Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi.Nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Quest’ultimo può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due camere, da cinque consiglieri regionali o da 500.000 elettori. Insomma, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso, raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte dell’opposizione.

Generalmente nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale, può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito“. Accesissimi dibattiti sono tutt’oggi aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”; tuttavia, per concludere queste righe senza addentrarsi troppo nei meandri delle più disparate interpretazioni che sono state assegnate a  tale inciso, è opportuno e sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti e riconosciuti.

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Dalla facoltà di giurisprudenza alla magistratura, una strada infinita

La Magistratura costituisce un ordine autonomoindipendente da ogni altro potere. È un organo costituzionale, secondo quanto sancito dall’art. 104 della Costituzione della Repubblica Italiana. In sostanza la magistratura è un complesso di organi con funzioni giurisdizionali in campo civile, penale, costituzionale e amministrativo, che si personificano nella figura del “Magistrato. I magistrati, quindi, sono titolari della funzione giurisdizionale, che amministrano in nome del popolo.

Tutto è iniziato all’incirca nove anni fa. Mi ero appena diplomato al liceo classico e senza la più pallida idea di cosa volessi fare nella vita. Anzi, a dire il vero un’idea ce l’avevo: volevo fare il giornalista e sognavo di diventare uno scrittore. Probabilmente sull’onda del fatto che al liceo una coraggiosa casa editrice pubblicò un mio libricino di poesie, oppure più semplicemente perché trovavo nello scrivere un gusto particolare, in fondo era l’unica cosa che, allo stesso tempo, mi faceva divertire e mi dava infinita soddisfazione. Arrivato il famigerato giorno della decisione in merito alla facoltà da scegliere ero totalmente nel pallone. Passai una settimana a gironzolare tra le facoltà dell’Università La Sapienza di Roma, da ingegneria a quella di scienze delle comunicazioni (sì, le mie idee non erano molto chiare) per poi approdare, ahimè, alla facoltà di giurisprudenza. Ovviamente senza pensare neanche lontanamente alle implicazioni della mia scelta. Tra me e me dicevo “giurisprudenza ti permette di fare qualunque cosa”, “è una laurea che ti apre più strade”, ma in fin dei conti in cuor mio già sapevo che una volta varcata quella soglia non avrei voluto fare altro che il magistrato. Senza ammorbare il lettore con la narrazione dei miei cinque (meravigliosi) anni di università, un bel giorno, in un’aula dove campeggiava la scritta “la legge è uguale per tutti” mi sono laureato (con la votazione di 110 SENZA lode), ed è stata proprio quell’indimenticabile ricorrenza che ha segnato l’inizio della fine.

Avevo ventitre anni, e mi accorsi per la prima volta dell’utilità di aver fatto la primina. Quando andavo alle elementari questa storia della primina proprio non mi andava giù, anzi era davvero insopportabile e frustrante l’idea di essere sempre il più piccolo di tutti. Oggi se vuoi diventare magistrato devi affrontare una lunga sfida, piena di difficoltà, ostacoli e soprattutto devi essere disposto a mettere in gioco il fisico e i nervi. Due sono le parole d’ordine: pazienza e costanzaPazienza, perché appena esci con la tua laurea “linda e pinta” dalla facoltà di giurisprudenza devi essere conscio che per almeno altri quattro anni non potrai nemmeno sederti tra i concorrenti dell’ambìto e agognato concorso. Ascoltate bene. Innanzitutto il laureato vive una immensa illusione, infatti la legge, beffarda e satirica, ti consente di partecipare al concorso in magistratura seguendo due diversi iter. Questa possibilità di scelta ti illude di essere  padrone del tuo destino, ma in realtà è lo strumento per farti desistere e per trasformarti in un numero. Solo i veri duri non mollano e persistono nella volontà di raggiungere la propria vocazione!

La prima strada percorribile è quella di ottenere il titolo di “Avvocato”, la seconda quella di conseguire il diploma della scuola di specializzazione per le professioni legali. Entrambe le scelte implicano un tragitto che, se percorso senza intoppi, dura non meno di tre anni.

Per iscriversi alla scuola di specializzazione, innanzitutto, devi laurearti entro un determinato mese dell’anno – nel mio caso era il mese di ottobre -. Ciò significa che se il bando scade il 10 ottobre e  per discrezionali decisioni della facoltà, sconosciute a te provetto laureando, ti laurei il giorno dopo, allora hai già perso un anno. Io, e non nascondo un pizzico di sarcasmo nelle mie parole, ovviamente mi sono laureato una settimana dopo la chiusura delle iscrizioni, vanificando il mio percorso di studi durato quattro anni e mezzo. Se ti laurei entro quella specifica data potrai attendere “soltanto” tre anni per sostenere il concorso in magistratura, altrimenti gli anni sono almeno quattro.

Nell’attesa dell’uscita del bando per l’iscrizione dell’anno successivo, allora, mi sono iscritto alla pratica forense. E qui veniamo alla seconda delle due strade percorribili. Ti iscrivi per due anni alla pratica forense e, dopo code interminabili, giornate perse dietro ad avvocati che ti sfruttano e spremono come un limone, dopo settimane, mesi e stagioni non pagate né rimborsate del lavoro svolto all’interno dello studio legale, arrivi a sostenere l’esame di avvocato. L’esame è cinico. Tre prove in tre giorni, i risultati non prima di sette mesi. Se sei promosso allo scritto dovrai sostenere la prova orale dopo un periodo variabile dai tre ai dodici mesi dall’uscita dei risultati. Ricapitolando, seguendo la strada del titolo di avvocato, se passi l’esame al primo tentativo (il 15% dei laureati ci riesce), avrai impiegato dai tre ai quattro anni dalla laurea, a seconda della velocità nello svolgimento delle correzioni dei compiti, e finalmente potrai iscriverti al famigerato concorso.

Il concorso in magistratura impone anche un’infinita “costanza”, che non è il nome della mia splendida fidanzata (assorta come me dall’obiettivo della magistratura, motivo di infinito ausilio nel raggiungimento dell’obiettivo e conosciuta proprio a un corso di preparazione al concorso in magistratura), ma una virtù che significa regolarità, concentrazione, determinazione, perseveranza e tenacia nello studio e nel voler raggiungere la meta.

Ma, ahimè,  costanza vuol dire anche continuità nel devolvere migliaia di euro in libri, codici e manuali che, il più delle volte, un mese dopo il loro acquisto sono già vecchi, per non parlare degli altrettanti soldi da spendere in corsi specifici che ti preparino adeguatamente alla prova.

Per il prossimo concorso in magistratura risultano iscritte circa ventimila persone, probabilmente se ne presenteranno meno di cinquemila. Le prove riguarderanno tutto lo scibile in materia di diritto Civile, Penale e Amministrativo e si svilupperanno sulla base di tre temi. I risultati usciranno dopo circa dieci mesi e gli ammessi all’orale dovranno sostenere una prova che praticamente include tutte le possibili materie dell’ordinamento giuridico, venti, materia più, materia meno. I probi concorsisti idonei non saranno più di 360, essendo questo il numero di posti messi a bando dal Ministero della Giustizia ma, come del resto accade ogni anno, ne verrà ammesso un numero sicuramente inferiore. Su ventimila domande passeranno il concorso circa 300 persone.

Io sono uno di quei ventimila perché finalmente oggi, a quattro anni dalla laurea, potrò sedermi in quei banchi provando  a raccogliere i frutti della pazienza e della costanza. Nell’eventualità in cui dovessi superare l’esame, e quindi diventare magistrato al primo tentativo, allora saranno passati cinque anni dalla laurea, dieci considerando i cinque anni di università. La cosa bella, e anche un po’ triste, è che qualora riuscissi nell’impresa, alla luce della descritta situazione legislativa, sarei tra i più giovani e solerti a passare il concorso.

Per chiudere queste poche righe mi viene in mente una frase che Borsellino disse dopo la morte di Falcone: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”.

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Rubygate: ai posteri l’ardua sentenza.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per noi richpoly, al secolo Riccardo Sarta, laureato in giurisprudenza e appassionato di diritto che aspira a diventare un magistrato (e noi glielo auguriamo!). Oggi ci racconta del “rito immediato”, e di tutta la faccenda giudiziaria che sta dietro al “Rubygate”[/stextbox]

Da qualche tempo a questa parte tiene banco, nei talk show, nei bar, nelle strade e nelle case degli italiani, la vicenda relativa alla richiesta di giudizio immediato annunciata dal Procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nei confronti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato per concussione e prostituzione minorile nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “Rubygate”. E allora, spieghiamo in poche righe di cosa si tratta.

Il giudizio immediato è uno dei cosiddetti riti alternativi a quello ordinario per la celebrazione di un processo, categoria di cui fanno parte anche il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento), il giudizio direttissimo e il procedimento per decreto. È previsto dagli articoli 453 e seguenti del Codice di procedura penale. Il giudizio immediato è caratterizzato dalla mancanza dell’udienza preliminare e può essere instaurato in seguito alla richiesta del pubblico ministero o dell’imputato, così da velocizzare i tempi della giustizia portando il procedimento direttamente alla fase del dibattimento. Il dibattimento, del resto, costituisce il fulcro del processo penale, il suo cuore pulsante, luogo deputato alla formazione della prova davanti a un giudice terzo e imparziale che emetterà la sentenza. Il pubblico ministero chiede il giudizio immediato quando sussiste l’evidenza della prova della colpevolezza dell’indagato. L’imputato, a sua volta, qualora ritenga di essere innocente, e abbia le relative prove per dimostrarlo, chiede il giudizio immediato in modo da definire al più presto la propria posizione.

Condizioni imprescindibili per la legittima richiesta del pubblico ministero sono che l’indagato sia stato sottoposto a interrogatorio sui fatti dai quali emerge l’evidenza della prova e che il pubblico ministero abbia trasmesso la richiesta alla cancelleria del giudice per le indagini preliminari entro novanta giorni dall’iscrizione della notizia di reato. D’altronde, il fatto che l’indagato (come nel caso del Premier), pur essendo stato regolarmente convocato dal pubblico ministero, non si sia presentato all’interrogatorio non pregiudica la richiesta di giudizio immediato che, quindi, potrà essere ugualmente presentata.

Sarà il Gip Cristina Di Censo a decidere entro cinque giorni se far processare Berlusconi per l’accusa di avere abusato dei suoi poteri, in qualità di Presidente del Consiglio, allo scopo di far rilasciare Ruby nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2009 dalla Questura di Milano e affidarla a Nicole Minetti (reato di concussione) e di avere avuto rapporti sessuali ad Arcore con la giovane marocchina quando lei era minorenne (reato di prostituzione minorile). Il giudice per le indagini preliminari dovrà valutare la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge ed eventualmente disporre con decreto il rito immediato, fissando la data dell’udienza dibattimentale dove, come detto, comincerà a pulsare il cuore del processo. I pubblici ministeri hanno “stralciato” la posizione del presidente del Consiglio, cioè l’hanno separata da quella degli altri indagati, tra i quali spiccano le figure di Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, creando un autonomo fascicolo.

Il giudizio immediato è stato chiesto per entrambi i reati formulati nei riguardi del premier, e cioè la concussione e la prostituzione minorile. La richiesta di giudizio immediato inviata dalla procura al gip, Cristina Di Censo, è di 782 pagine contenute in due volumi; del resto i faldoni contengono anche le copie delle procedure relative alle intercettazione telefoniche. Oltre alla richiesta di giudizio immediato per il Premier, motivata sulla base dell’esistenza di prove evidenti, i pm hanno inviato al gip una memoria in cui ritengono non sussistere l’ipotesi «di reato ministeriale». Inoltre, è stata trasmessa al gip una memoria nella quale, a seguito dell’esame degli atti ricevuti dalla Camera e da quelli depositati dalla difesa, i pubblici ministeri espongono le ragioni per le quali in ordine alla concussione non sussiste ipotesi di reato ministeriale.

Tutto ciò per sottolineare come la procura ritenga che la competenza sia del tribunale di Milano e non del tribunale dei ministri, come sostenuto invece dalla difesa del Premier. Secondo quanto previsto dal Codice di procedura penale, il giudice emetterà il suo provvedimento senza dover celebrare un’udienza in contradditorio tra le parti. In questa fase e fino alla decisione del giudice, che non sarà motivata, le difese non potranno avere copia degli atti inviati dalla procura. Potranno invece prendere gli atti dopo che il giudice avrà deciso se mandare a processo il premier. Se il Gip dovesse disporre il rito immediato il processo potrebbe avere inizio già nel maggio di quest’anno.

Come direbbe Manzoni “ai posteri l’ardua sentenza”…

La “presunzione” d’innocenza del Senatore Marcello Dell’Utri

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi è scritto da Richpoly, laureato in giurisprudenza in attesa di sostenere il concorso in magistratura. Lo spunto per questo articolo è nato da una precisa domanda: “Perchè il senatore Dell’Utri nonostante una condanna a sette anni non è attualmente in carcere ?” . Scopriamolo nel post di oggi.[/stextbox]

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Questo è il così detto principio della “presunzione d’innocenza” sancito all’art. 27 della Costituzione Italiana.

Tale disposizione, oggi più attuale che mai alla luce delle diverse vicende che hanno visto il senatore Dell’Utri al centro di acceso dibattito dal profilo giuridico ed istituzionale, afferma che l’ imputato è innocente fino a prova contraria e va letta in combinato disposto con un altro principio alla base del nostro ordinamento, quello per cui l’imputato, per essere condannato, deve essere ritenuto colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”. L’onere della prova, cioè la dimostrazione della colpevolezza dell’imputato, spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal pubblico ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza ma, al contrario, è compito degli accusatori dimostrarne la colpa. L’inciso costituzionale spiega  che  l’imputato è innocente fino ad una sentenza di condanna che sia passata in giudicato. La sentenza passa in giudicato quando sono esperiti tutti e tre i gradi di giudizio: il primo dinanzi al Tribunale (nei casi di crimini più efferati la Corte d’Assise), il secondo dinanzi la Corte di Appello (Corte d’Assise d’Appello nei casi di competenza della Corte d’Assise), e l’ultimo in Cassazione.

Logica conseguenza della presunzione d’innocenza è l’affermazione per cui, prima della definizione del processo in sede di Cassazione, non è possibile sottoporre l’imputato alla pena detentiva della reclusione. Questo ci permette di capire il motivo per cui Dell’Utri, nonostante abbia ricevuto due condanne, in altrettanti gradi di giudizio (Tribunale e Corte di Appello), non stia scontando in carcere la pena inflittagli. D’altronde, sarebbe contraddittorio affermare come presunzione assoluta (juris et de jure) l’innocenza di un soggetto e, contemporaneamente, sottoporlo ad una pena detentiva che lo privi della libertà personale.

Questo è il motivo per cui una sentenza di condanna emessa in primo o secondo grado non è idonea a sottoporre il condannato alla pena in concreto stabilita dal giudice competente. Come detto, soltanto al momento della definitività della sentenza di condanna la pena verrà effettivamente scontata dal condannato.

Sarà, dunque, ben possibile, come accaduto nel caso del Senatore dell’Utri, che un giudice di primo grado condanni a 9 anni di reclusione, che, poi, il giudice di appello riduca (ed in determinati casi aumenti) a 7, e che alla fine la Cassazione modifichi ulteriormente la pena in concreto da irrogare all’imputato.

In particolare, la Corte di Appello di Palermo ha ritenuto colpevole per concorso esterno in associazione mafiosa, e cioè ha ritenuto provato che Dell’Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino nel 1992. Il senatore di Forza Italia è stato anche condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

I giudici sono rimasti in camera di consiglio per sei giorni. Il procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto la condanna a 11 anni. La Corte ha invece assolto Dell’Utri limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perché «il fatto non sussiste», riducendo così la pena da nove a sette anni di reclusione.

Il nome di Marcello Dell’Utri fu fatto per la prima volta nel 1994 dal pentito Salvatore Cancemi, il quale lo indicò come un vero e proprio anello di congiunzione tra il dorato mondo dell’alta finanza lombarda, e i più loschi ambienti malavitosi di Palermo, città in cui è nato l’11 settembre 1941. Secondo il pentito, seguito successivamente a ruota da altri collaboratori di giustizia, Marcello Dell’Utri sarebbe stato una longa manus di Cosa Nostra, interessata ad entrare nei grandi affari edilizi lombardi come la costruzione di Milano 2 e, successivamente, il tramite per consentire alla criminalità organizzata di dettare le linee di un progetto politico in embrione già dall’autunno del ’93: Forza Italia.

Il processo di primo grado, iniziato nel 1997, si concluse l’11 dicembre del 2004, dopo 257 udienze, e con una condanna a 9 anni di reclusione. In quella sentenza il senatore del Pdl veniva indicato come “cerniera fra potere mafioso, politico ed economico“: il punto di partenza, insomma, da cui è iniziato il processo d’appello cominciato quattro anni fa, e in cui la pubblica accusa ha chiesto una condanna ad 11 anni di reclusione. Un processo lungo quello a Dell’Utri, infatti, quando ormai il dibattimento era ad un passo, i giudici, presieduti da Claudio Dall’Acqua, hanno acconsentito all’audizione in aula del pentito Gaspare Spatuzza, tra i principali accusatori di Dell’Utri, e dei fratelli Graviano, ex capimafia di Brancaccio, che secondo l’accusa avrebbero avuto legami con il senatore.

Tornando al nostro ordinamento, questo può senza dubbio considerarsi attento alle vicissitudini di una società dalla moralità precaria, mutevole e violenta, pone a tale principio un’unica, ma rilevantissima, eccezione. E’ prevista, infatti, la possibilità di irrogare la misura cautelare della custodia cautelare in carcere, ovviamente qualora ricorrano determinati e rigorosi requisiti espressamente previsti dal codice penale. Tale misura cautelare può essere disposta ai danni dell’indagato (così è chiamato il soggetto nei confronti del quale sono svolte le indagini, soggetto che assume l’appellativo di “imputato” soltanto al momento in cui il pubblico ministero formula l’imputazione nei suoi confronti, al termine delle indagini) già durante la fase delle indagini preliminari, fase che costituisce il momento iniziale del procedimento penale, secondo soltanto alla notizia di reato che consiste nella acquisizione del fatto – reato da parte della polizia giudiziaria o dal pubblico ministero. La misura cautelare, quindi, può perdurare per tutta la durata del processo, purché non ne vengano travalicati i limiti temporali stabiliti espressamente dalle singole norme del codice penale, termini che, comunque e in nessun caso (neanche nei casi di crimini più crudeli) può superare i 6 anni.

Da ciò si evince come, in un sistema processuale come quello italiano in cui i processi durano in media più di 6 anni (per usare un eufemismo considerato il fatto che spesso superano ampiamente tale termine), sia praticamente impossibile immaginare che un soggetto possa subire la pena detentiva dall’inizio del processo sino alla sua definizione in sede di Cassazione.

Sostanziali sono le differenze tra la misura cautelare e la pena detentiva. Per citare la distinzione più evidente basta sottolineare come la misura cautelare viene applicata in una fase in cui non è stata aperta la fase istruttoria (quando cioè vengono introdotte le prove nel processo), al contrario della pena detentiva che viene inflitta proprio in seguito alla fase in questione. Essendo l’adempimento dell’attività probatoria non un onere dell’imputato bensì un suo diritto, non possono esser nei suoi confronti rivolti effetti eccessivamente afflittivi trovandoci in una fase antecedente a quella entro la quale dovrà essere dall’accusa dimostrata la sua penale responsabilità. La pena detentiva, al contrario, viene applicata ad un soggetto nei cui confronti è già stata accertata la responsabilità in ordine ai fatti contestatigli. Viene da sé, quindi, che un imputato, anche se in custodia cautelare, non può essere trattato alla stregua di un normale condannato e che i limiti temporali previsti per l’applicazione delle misure in questione sono ampiamente giustificati in un’ottica costituzionale e garantista.

Il lettore attento ora si chiederà perché il senatore Dell’Utri non abbia scontato o non stia scontando la misura cautelare della custodia in carcere. La risposta è più semplice del previsto. Infatti, ammesso e non concesso che il Pubblico Ministero abbia chiesto a suo tempo la custodia in carcere di Dell’Utri, i Giudici non hanno ritenuto che vi fosse la prova che lo stesso non potesse né fuggire né reiterare il reato (presupposti espressamente richiesti dalla legge per applicare la misura cautelare, oltre ai c.d. gravi indizi di colpevolezza). Si tenga anche presente che Dell’Utri è senatore dal 2001 e quindi per essere arrestato e sottoposto a misura cautelare, per qualsiasi motivo, ad esclusione di una sentenza di condanna definitiva, ci vorrebbe comunque l’autorizzazione del Senato ai sensi dell’art. 69 della Costituzione.

Se ci sarà la condanna anche in Cassazione, invece, Dell’Utri dovrà scontare in carcere la pena inflittagli. L’unica immaginabile alternativa è che la Cassazione annulli la condanna senza rinvio a nuovo Giudice, oppure che il Governo elimini il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, cosa piuttosto assurda, ma non del tutto inimmaginabile.

Concludo questi pochi cenni di un mondo, tanto interminabile quanto affascinante, quale è  l’ordinamento processuale penale con una riflessione politico sociale che prende spunto dalla necessità di ricordare come la Costituzione sia il fondamento della Repubblica. La commissione di reati da parte di uomini che ricoprono cariche rappresentative ed istituzionali è sintomatica dell’estraneità dello Stato rispetto al popolo, dell’esistenza di una classe barricata a difesa dei propri privilegi, dei propri statuti, del proliferare di corporazioni schiave della criminalità organizzata e governate da leggi proprie, sconosciute al “popolo sovrano”. Qualora la Carta Costituzionale cada dal cuore degli italiani o qualora non venga rispettata dalle più alte cariche politiche, allora verranno meno le fondamenta sulle quali sono ancorate le nostre libertà e costruiti i nostri sogni.

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