Musica Concentrazionaria

Da anni il Maestro Lotoro impiega tempo, lavoro, dedizione e denaro per una causa nobile e ambiziosa: dare vita a tutta quella musica che è stata scritta, cantata, suonata e persa durante i cruenti e importanti anni della seconda guerra mondiale. Finalmente si vede un primo e importante traguardo, ovvero la pubblicazione dell’Enciclopedia concentrazionaria.
Abbiamo fatto qualche domanda al Maestro e vi voglio proporre le sue interessanti risposte.

Siamo in compagnia del Maestro Lotoro. Vuole farci una sua breve biografia artistica?
Pianista, sono nato a Barletta nel 1964 e ho studiato a Budapest con Kornel Zempleni, Viktor Merzhanov, Tamas Vasary e a Parigi con Aldo Ciccolini. Ho ricostruito e registrato ben 2 volte il Weihnachtsoratorium di Friedrich Nietzsche mentre, a 30 anni dall’occupazione della Cecoslovacchia (1968–1998) ho eseguito e registrato tutte le opere pianistiche scritte da Alois Pinos, Petr Pokorny, Petr Eben e altri a seguito dei fatti che posero fine alla Primavera di Praga. Nel 1998 ho intrapreso le ricerche sulla musica scritta nei Lager (o musica concentrazionaria). Ho scritto l’opera in 2 atti Misha e i Lupi, la Suite ebraica Golà per cantore e orchestra e ho trascritto per 2 pianoforti la Musikalisches Opfer, la Deutsche Messe e i 14 Canoni BWV1087 di J.S. Bach. Insegno pianoforte presso il Conservatorio Umberto Giordano di Foggia.

È stata completata e pubblicata l’Enciclopedia concentrazionaria dopo ventidue anni di fatica e ricerca. Vuole parlarci del progetto?
Per musica concentrazionaria si intende l’intera produzione musicale creata dal 1933 al 1945 da ebrei, cristiani, Roma, Euskaldunak, sufi, quaccheri, geovisti, comunisti, omosessuali, prigionieri militari nei Campi civili o militari di prigionia, transito, lavori forzati, concentramento e sterminio aperti in Europa, Africa settentrionale e coloniale, Asia e Oceania da Terzo Reich, Italia, Giappone, Vichy e da Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica. L’Enciclopedia discografica della musica concentrazionaria KZ MUSIK in 24 CD–volumi e 1 libro è stata pubblicata lo scorso gennaio 2012 dalla Musikstrasse Roma e rappresenta un primo importante risultato di queste ricerche che hanno tenuto conto del lavoro musicologico compiuto sulla materia da Schmerke Kaczerginski, Joža Karas, Bret Werb, Guido Fackler, Elena Makarova, Aleksander Kulisiewicz (per citare i più importanti). Iniziai le registrazioni dell’Enciclopedia nel 2001 e le ho concluse nel 2011. Personalmente mi sono sobbarcato il compito di registrare la produzione pianistica e dirigere la mia Orchestra Musica Concentrazionaria nella produzione per medi organici orchestrali; la restante produzione è stata affidata a numerosi solisti, cantanti, al direttore d’orchestra Paolo Candido e al Consort Vocale Diapente di Roma.

Seguo da anni le sue “ricerche” e sono rimasto impressionato dalla quantità di materiale ritrovato e interpretato, vuole darci qualche numero?
Gli ultimi ventidue anni della mia vita li ho spesi tra memoriali, musei, archivi, biblioteche, antiquariati librari, fondi musicali, collezioni private, depositi di microfilms e audiotapes in Austria, Belgio, Croazia, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Francia, Italia, Israele, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Russia, Svizzera e Ungheria per un totale (parlo di dati aggiornati al 2010) di 3945 spartiti, partiture e parti staccate pubblicate o inedite (inclusi frammenti musicali) e circa 13.000 documenti in lingua originale concernenti la produzione musicale nei Campi contenenti microfilms, diari di prigionia e quaderni musicali, testi letterari privi di musica o basati su accompagnamento chitarristico, testi musicali dei Ghetti di Polonia, Lituania, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Bielorussia, materiale musicale della Resistenza partigiana in Europa, spartiti della produzione musicale post–concentrazionaria, Letteratura poetica (lirica e prosa scritta da scrittori, ragazzi, civili e militari nei Campi), visiva (disegni, acquarelli, carboncini, vignettistica), pubblicazioni universitarie e saggistica sulla musica concentrazionaria, registrazioni su audiocassetta e videocassette, venti DVD di interviste inedite a strumentisti e musicisti sopravvissuti.

Durante una nostra “chiacchierata” telefonica mi spiegò che musica concentrazionaria non è soltanto la musica dei deportati, ma anche dei militari e di chi ha vinto e di chi ha perso la seconda guerra mondiale. Mi parlava ad esempio di inni e canti di musicisti tedeschi, ecc… vuole ribadire il concetto?
Ritengo che debba chiamarsi musica concentrazionaria la produzione musicale creata in qualsiasi condizione di cattività o in condizioni estreme di privazione dei diritti fondamentali dell’essere umano; la produzione musicale di ogni Campo è spia della provenienza sociale dei deportati, delle loro capacità creative nonché della possibilità di utilizzare o meno gli strumenti musicali, eseguire le proprie opere. Concentrazionaria è la musica degli afroamericani durante il periodo storico del lavoro coatto nelle piantagioni (il blues, dal quale discendono filoni musicali come il jazz e il gospel dei “bianchi” d’America è a tutti gli effetti musica concentrazionaria) come pure rientrano in tale letteratura le canzoni napoletane dei soldati italiani prigionieri in Austria durante la Prima Guerra Mondiale fino ai Canti dei Gulag sovietici e al canto di Victor Jara scritto nello stadio di Santiago del Cile prima delle fucilazioni nei giorni del golpe di Pinochet. Alcuni anni fa, figli di ufficiali tedeschi della Wermacht che scrissero opere musicali in Campi militari degli Alleati mi contattarono per chiedermi se fosse stato possibile inserire nelle mie ricerche i lavori dei loro genitori. Ho riflettuto qualche attimo e ho deciso che avrei esteso le mie ricerche alla musica scritta sia dai militari tedeschi che da quelli italiani deportati nei Campi degli Alleati (avevo già inserito quella dei militari italiani nei Campi del Reich dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943). La loro musica ha grande valore artistico ed esige altrettanto rispetto intellettuale quanto la musica dei deportati nei Campi del Reich. Anche dinanzi a musica scritta da musicisti di altre culture e credo religiosi o persino dinanzi a musiche scritte da ufficiali tedeschi ritengo che questa musica debba essere recuperata, archiviata, suonata perché la musica è universale (probabilmente l’ultimo linguaggio universale che ci resta) e va eseguita a prescindere da biografia, pensiero e altri elementi correlati all’autore.

William Hilsley, Fantasia on a provencal Christmas carol (archive Renald Ruiter)

Passi importanti. Uno è stato sicuramente la presentazione alla Camera dei Deputati lo scorso 6 febbraio, poi è stata la volta di poi Phoenix e successivamente il primo master in letteratura concentrazionaria. Vuole approfondire?
Per quanto concerne Phoenix, è successo un fatto importante e insperato; a causa di seri problemi familiari, poche settimane fa ho dovuto mio malgrado rinunciare a recarmi a questa conferenza internazionale su Viktor Ullmann e Ervin Schulhoff (2 dei più grandi musicisti deceduti l’uno per gasazione ad Auschwitz e l’altro per tubercolosi a Wuelzburg) che si è tenuta il 4 e 5 marzo in Arizona. In tale occasione è stata non soltanto presentata l’Enciclopedia KZ MUSIK ma avrei tenuto una dissertazione sull’intera produzione musicale concentrazionaria. Ebbene, appreso del mio forfait, il carissimo amico Bret Werb dell’Holocaust Memorial Museum di Washington D.C. (nonché tra i pionieri della ricerca musicale nei Lager) mi ha in pochi giorni contattato e chiesto se avesse potuto leggere lui stesso la mia dissertazione e parlare delle mie ricerche in Arizona. È questo un gesto di stima e solidarietà alquanto raro tra colleghi e che allo stesso tempo mi ha fornito la cifra della forte considerazione che negli USA e altrove gode questa mia ricerca; dubito che ciò sarebbe successo in Italia. Confermo che a breve partirà il primo Master di musica concentrazionaria presso il Conservatorio Umberto Giordano di Foggia. L’anno scorso ho tenuto presso il medesimo Conservatorio un Seminario sulla materia e il successo ottenuto mi ha convinto che sia arrivato il momento di alzare il livello didattico della materia estendendolo a un intero Master di 24 ore (spalmate in lezioni di 2 – 3 ore cadauna). È un importante punto di arrivo perché raggiunge lo scopo di portare questa musica nei luoghi a essa deputati; i Conservatorii di musica. Questo è, deve essere il futuro di questa musica; essere insegnata, illustrata, suonata dalle giovani generazioni di musicisti.

Rudolf Karel nell'infermeria della Kleine Festung di Theresienstadt, disegno di Antonin Bares

Le sue ricerche ed i suoi studi continuano. Cosa vede nel suo futuro e come tutti possiamo dare una mano al suo ambizioso progetto?    I ventiquattro CD–volumi dell’Enciclopedia KZ MUSIK sono un grande passo in avanti verso la pubblicazione integrale della produzione musicale dei Lager; spero che essi siano i primi di un lungo processo di registrazione dell’intera produzione musicale concentrazionaria.
Va da sé che ciò non è realizzabile con le sole risorse del sottoscritto; acquistare o fotografare partiture, manoscritti, quaderni musicali e materiale fonografico, affrontare numerosi viaggi, recuperare migliaia di opere e produrre un’Enciclopedia ha creato gravi indebitamenti economici personali. Ad eccezione della Regione Puglia, del rabbino Shalom Bahbout, di mia moglie Grazia Tiritiello e del Dr. Franco Bixio (l’editore della Musikstrasse) e di pochissimi benefattori nessuno ha mai aiutato e sostenuto queste ricerche; confesso di non aver mai lavorato negli ultimi venti anni con serenità su quello che ritengo uno dei più grandi e improrogabili sforzi storiografici, editoriali, artistici e musicali. Il lavoro mio e dei musicisti che hanno collaborato è ben lungi dall’essere esaurito; penso che spetti a questa generazione il compito di completare queste ricerche. Spero di dare corpo nei prossimi anni al progetto più ambizioso ossia la pubblicazione del Thesaurus Musicae Concentrationariae (Enciclopedia cartacea contenente partitura e analisi critica di opere musicali delle quali ho ottenuta licenza di pubblicazione; quest’anno sarà pubblicato il primo volume) e il trasferimento presso una sede idonea dell’Istituto di Letteratura musicale concentrazionaria (attualmente ubicato a Barletta).

Lei ha dato un grosso contributo a scoprire musiche che sarebbero sparite nel nulla. Ha voluto dare luce a un periodo tra i più neri che la storia ricordi. Qual è il messaggio “umano” che vuole dare attraverso questa enciclopedia?
La musica concentrazionaria è una delle più importanti eredità della Storia, un immane testamento del cuore che segna uno dei vertici del pensiero umano; la storiografia musicale del Novecento dovrà necessariamente essere riscritta e riconsiderata alla luce di questa voragine aperta dal recupero della musica dei Lager. Mi auguro che un giorno non si debba più parlare di musica concentrazionaria o scritta nei Lager bensì musica e basta; mediocre, buona, eccezionale come la musica che si scrive da sempre, essa non dovrà abbisognare di ulteriori elementi storici o dell’enorme veicolo storico della Seconda Guerra Mondiale o delle deportazioni civili e militari o della Shoah. Questa non è musica diversa, il fatto che essa venga definita concentrazionaria è utile unicamente a fini di ricerca, allo scopo di significarne l’origine intellettuale e geografica; il compositore crea a prescindere dal contesto umano e logistico dove si trova. Al di là della catastrofe umanitaria di giovani generazioni distrutte nei Lager, la Guerra ha strappato al genere umano una intelligentia musicale che oggi è difficile specificare e quantificare. Si pensi ai musicisti dello Studio für Neue Musik di Theresienstadt, vera e propria Darmstadt ante litteram dove si sperimentavano i più avanzati linguaggi musicali. Ecco, il linguaggio musicale sarebbe stato profondamente diverso o avrebbe percorso inedite strade se musicisti del calibro di Viktor Ullmann, Gideon Klein, Pavel Haas, Leo Smit, Nico Richter e centinaia di compositori, direttori d’orchestra, pianisti, violinisti fossero sopravvissuti. Archiviare, registrare, eseguire, promuovere la musica scritta nei Lager è uno dei più importanti traguardi della civiltà ma esso costituisce soltanto il primo traguardo; occorre che questa musica entri nei cartelloni concertistici e teatrali, adoperarsi affinché la musica concentrazionaria passi dalla eccezionalità della produzione musicale scritta in cattività alla normalità dell’esecuzione concertistica delle loro opere. Perché è ciò che gli Autori di questa musica avrebbero voluto; chi ha scritto queste opere non avrebbe desiderato altro che un giorno venissero eseguite accanto a quelle di Mozart, Beethoven, Mahler o in normali sessioni jazz o su un palcoscenico di varietà o in sinagoga o in chiesa. Per alcuni musicisti sopravvissuti come Marius Flothuis, Frantisek Domazlicki, Marcel Dautremer e altri, ciò è stato più agevole avendo essi ripreso brillantemente la propria carriera musicale. Per molti musicisti di Theresienstadt, è ormai una realtà la presenza di loro opere nei cartelloni concertistici e teatrali; per tanti altri Autori ciò resta un obiettivo lontano e dobbiamo fare tutto il possibile per colmare questo gap, agire senza indugio perché questa musica si riprenda decenni di vita interdetta; il resto verrà da sé.

Un ringraziamento e un grande plauso al Maestro Lotoro. La musica è un grande patrimonio, di qualsiasi genere sia; nelle parole del maestro troviamo questo senso, che a volte perdiamo tre le offerte commerciali della discografia moderna.

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Cammariere e Concato

La primavera ci ha regalato due importanti uscite discografiche. Infatti possiamo ascoltare i nuovi brani di Sergio Cammariere e di Fabio Concato. Andiamo in ordine di uscita discografica ed ecco a voi l’omonimo album: “Sergio Cammariere”. Dopo le “evasioni arabeggianti” dell’album “Carovane” che poco avevano convinto pubblico e critica, Cammariere torna sui suoi passi e soprattutto ridiventa padrone del suo stile a metà tra il cantautorale, lo swing ed il jazz. Si presenta ai suoi fans con un album carico di energia e con la formazione che lo spalleggia al completo da anni in dischi e tour. Album piacevole anche se, devo ammetterlo, non va troppo al di là delle aspettative. Ottime le parti musicali ma le idee ricalcano spesso temi e melodie già ascoltate negli album passati, quelli che lo portarono alla ribalta delle scene musicali da “Tutto quello che un uomo” in poi. Ecco la track list:
1.Ogni cosa di me. E’ il brano che apre l’album nonché il primo singolo ufficiale che ha anticipato il disco.
2.Inevitabilmente bossa. La tromba di Fabrizio Bosso introduce questo brano appunto “bossa” con il secondo testo di Roberto Kunstler.
3.La mia felicità. Un bel ensamble di fiati prelude a questo brano scorrevole che ha però un “qualcosa” di già sentito.
4.Il principe Amleto. Il violino di Olen Cesari fa partire questa “ballata” che Cammariere scrive sulle parole di Sergio Secondiano Sacchi (Liberamente tratto da Vladimir Vysotskij) raccontandoci in musica le angosce del principe Amleto.
5.Transamericana. Latin ed il Cammariere che conosciamo con le parole di Giulio Casale.
6.Come è che ti va? Testo rielaborato da Bardotti e Giacomelli di “Onde anda voce”.
7.Controluce. Brano più “intimista” e ancora il testo di Casale.
8.Thomas. Anche in questo album non mancano i brani strumentali
9.Notturno swing. Un bello swing dall’aria romantica e folle.
10.C’era un favola. Ecco un’altra ballata “alla De Andrè”.
11.Buonanotte per te. Brano soft che annuncia la chiusura dell’album.
12.Essaouira. L’album si chiude con un altro brano strumentale.
Il tour di Sergio Cammariere e già cominciato e proseguirà nell’estate. Seguitelo su http://www.sergiocammariere.com

Album “5 stelle con lode” invece per Fabio Concato e il suo “Tutto qua”. Testi, musiche e arrangiamenti di qualità come non se ne sentivano da un pezzo negli album di musica italiana. Un ritorno sulle scene dopo ben undici anni dall’ultimo album di inediti. Concato entra con “umiltà” anche nella presentazione di questo album, chiedendo scusa ai suoi fan e a se stesso per aver fatto passare così tanto tempo per un nuovo lavoro. Ma ora è arrivato il nuovo Concato e va assaporato con molto piacere. Ecco la track-list:
1.L’altro di me. E’ un po’ l’emblema di questo album e del ritorno: ti apetterò, l’altro di me è finalmente tornato
2.Stazione nord. Si sentono gli odori, si vedono le immagini si percepiscono gli stati d’animo di questa storia d’amore che sta finendo in mezzo alle persone della stazione nord.
3.Tutto qua. Brano sull’immigrazione e sulla dignità di chi non si è ancora integrato nel nostro Paese. Niente luoghi comuni o ideali da super-uomo, ma la semplice e profonda riflessione di un uomo di fronte a questa “gente da difendere” e “che è meglio non guardare sennò sarà un rogna”.
4.Papier mais. Un raffinato viaggio di pensieri su una strada Bretone.
5.Carlo che sorride. Brano dedicato a Carlo Gargioni, musicista morto per una leucemia fulminante e amico di Concato. Una musica non eccessivamente malinconica e che sorride alla vita passata tra i due musicisti. C’è affetto, la vera cosa che si sente.
6.Se non fosse per la musica. Voce e il piano di Stefano Bollani, è vero jazz. Concato si lascia andare con le sue doti e Bollani che “fa reparto” da solo. Bello!
7.Non smetto di aspettarti. Ecco un altro brano da brividi, nella vera tradizione pop. Quando un amore manca con tutti e 5 i sensi.
8.Breve racconto di moto. Concato gioca con le parole e con i doppi sensi. Torna ragazzo con la moto e la voglia di fare l’amore e un bel arrangiamento.
9.Il filo. E’ la richiesta di una mano e di uno stimolo per tornare se stessi al meglio. Altro tema importante ma affrontato con disinvoltura con arrangiamenti sognanti fino al ritonello quasi “swedish blues”.
10.Sant’Anna (di Stazzema). Brano che racconta l’eccidio dagli occhi di un bambino. Strage che personalmente credo sconosciuta ai più, in realtà una strage con 560 morti.
11.Un trenino nel petto. Quando ho sentito per la prima volta questa canzone sono rimasto estasiato. Bellissimo anche il video ufficiale che raccomando a tutti. Semplicità e profondità, brano che merita una grande nota di merito.
Per ci ha comprato il cd è stata data la possibilità di scaricare gratuitamente 5 brani live acustici, un’altra belle iniziativa!
Anche per Concato ci sarà una importante stagione di concerti e spesso in bellissime location. Non perdetevi gli appuntamenti: http://www.fabioconcato.net

Lontano dal cerchio

Sono qui a parlarvi di un progetto nuovo che mi ha colpito parecchio in positivo. Voglio presentarvi il nuovissimo album “Lontano dal cerchio” dei Manoloca e Massimo Vecchi. Il disco è nato da sé, con la voglia di suonare e di passare delle ore in buona compagnia. I Manoloca, già all’attivo da parecchi anni, e lui, Massimo Vecchi: bassista e cantante dei Nomadi. Vecchi ci tiene a precisare che questo album non vuole rappresentare nessuna “scissione” dalla storica band modenese e presta la sua voce e la sua grinta in questo progetto. Un album particolare: un rock a tratti duro ma mai esagerato, un pop molto all’avanguardia, temi che ci riguardano e a volte scorretti (nel senso che non rientrano nei temi del perbenismo di facciata). Una protesta contro corruzioni e violenze proposta con forza e mai con falsità.

Questa la track-list:
1.Porgi l’altra guancia. Parla di questo mondo che spinge e viaggia veloce, il desiderio di onestà ma la volontà di non stare più al gioco di chi vuole ingannarci e di non “dare l’altra guancia”.
2.Il prestigiatore. Dedicata ai prestigiatori dei giorni nostri, chi muove la finanza secondo i propri obiettivi.
3.Il tuo ritratto. Sicuramente il brano più piacevole e più radiofonico scelto appunto come singolo di lancio dell’album. Merita veramente!
4.Regina in polvere. Un po’ bossa-nova e un po’ rock, da ascoltare
5.Un senso di insoddisfazione. Riff da brivido, da band vissuta.
6.Al bivio sbagliato. Brano sulla dignità di un immigrato
7.Hanno picchiato Damiano (sul portone di casa). La polizia ha picchiato Damiano dell’università di Santiago. Quando la libertà di pensiero è un crimine.
8.Sotto lo stesso cielo. “Qui non c’è niente da buttare tranne te!”
9.Non mi servi più. Togliersi un bel po’ di sassolini dalle scarpe verso chi non crede più nelle tue capacità e ti ha sfruttato fino a poco fa.
10.Il ponte. La musica dei Manoloca si mescola a ritmi dei Balcani raccontando di Mirko che non potrà più attraversare il ponte distrutto dalla guerra.

Riascoltando il lavoro sono sempre più convinto che sia di qualità. C’è la sana aria delle sale di registrazione, ci sono le sovraincisioni ma non c’è quell’abuso di “compressione” ed elettronica per dare perfezione ai suoni che spesso fa diventare un disco “freddo”.
Ma sto commettendo un grave errore, non presentare i protagonisti di questa buona musica italiana:
Dave Colombo alle chitarre, Daniele Radice al basso, Aso Barbieri alle tastiere, Franz Piatto alla batteria e Massimo Vecchi con la sua voce grintosa.

Seguite le loro prossime novità su www.manoloca.it

Radio Partenope

E’ nata “Radio Partenope”, l’unica radio di solo musica napoletana 24 ore su 24, ascoltabile direttamente on-line su www.radiopartenope.it . La programmazione è divisa in fasce orarie: dalle 07 alle 16 C’era una volta Napoli: dalle 16 alle 19 Napoli Contemporanea: dalle 19 alle 01 del mattino Napoli classica: i grandi successi della musica Napoletana, dalle 01 alle 07 Carosello Napoletano. I messaggi dei già tanti ascoltatori scorrono in home-page ed è subito grande l’affetto per questa nuova e originale radio.

“Di fronte alla più grande campagna di de-marketing della storia d’Italia causata dall’emergenza rifiuti, mi sono chiesto – da pubblicitario – cosa avrei potuto fare per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo, pur non avendo il Comune di Napoli come cliente. Ho fondato una nuova città, Partenope. Un ufficio anagrafe in cui iscrivere tutti quei napoletani che nulla hanno a che fare con camorra e criminalità, né con volgarità e malcostume. Cittadini evoluti e virtuosi che mi piace distinguere con il termine “partenopei”.

Inizia così l’intervista a Claudio Agrelli, il pubblicitario napoletano che nel 2008 ha lanciato “Città di Partenope”. Ma diamo alcune informazioni su questo innovativo personaggio che stiamo per incontrare.
Agrelli, direttore Creativo e owner di Agrelli&Basta, a 37 anni è tra i pubblicitari più noti a livello nazionale e internazionale. Nel 2002 fonda la sua Agenzia mettendo insieme giovani talenti con la voglia di integrare le proprie conoscenze dalla pubblicità alla grafica, al web e ai new media. Nel 2004 crea il primo Customer Care on line per la comunicazione. Nel 2008 fonda una città virtuale, Città di Partenope, per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo arrivando ad attirare l’interesse di 146 paesi e organizzando eventi a New York, Tokyo e Sydney. Nel 2009 e 2010, come unica agenzia del Mezzogiorno, vince gli NC Awards. Nel 2011, malgrado la congiuntura sfavorevole, fa crescere ulteriormente la propria struttura stabilendo collaborazioni con clienti nazionali quali Ferrero, Mondial Group, Equitalia Polis, Standard Hotels. “Agrelli&Basta non è un progetto di business, ma è un progetto di vita – ha dichiarato Claudio Agrelli – per questo in Agrelli&Basta ogni campagna è una sfida, ogni obiettivo è inseguito con autentica passione”.
Così parte “Radio Partenope” una parte del progetto “Città di Partenope” che andiamo a scoprire insieme ad Agrelli.

“Città di Partenope”: un concetto ed un progetto ampio ed ambizioso. Vuole parlarcene? Da subito furono 300 iscritti, poi 1000, oggi sono 5179. Con tanto di Carta d’Identità. Un piccola città grande più o meno come Amalfi, certo una città virtuale ma abitata da cittadini reali che firmano un codice etico impegnandosi a rispettarlo, una sorta di galateo nel quale riconoscersi tutti. Ad oggi il nostro sito ha ricevuto visite da 142 paesi del mondo, il progetto è stato apprezzato da tutti i media, compresa la BBC. Una delegazione di Partenope è stata ospitata in eventi organizzati a New York, Tokyo, Sydney, dove abbiamo esportato un’immagine di Napoli diversa da quella generalmente declinata dai media.
Partenope è un progetto multimediale, una vera campagna permanente su Napoli e la sua cittadinanza attiva, abbiamo anche tre house organ molto seguiti.

Da amante della musica mi ha molto colpito la nascita di “Radio Partenope”. Musica napoletana non stop ma anche “messaggi ai partenopei” per una migliore vivibilità della città. Insomma…molto più di una radio? La Radio è un grande mezzo perché permette di usare quattro sensi su cinque. Mi piaceva l’idea di donare una “colonna sonora” ad hoc alle attività sparse per il mondo di tanti napoletani o semplicemente amanti di Napoli. Oggi il web e il mondo degli smart phone offrono la possibilità di ascoltare la radio in un modo nuovo e, perché no, di diffondere nel mondo una cultura, quella napoletana, ricca di storia, di arte, ma anche di una napoletanità evoluta e lontana da luoghi comuni ed etichette negative. Tra i messaggi ai partenopei infatti si possono ascoltare voci note quali quelle di Raffaele La Capria, Massimo Cacciari, Enrico Bertolino, il Cardinale Sepe, Luigi De Magistris, Gino Rivieccio e molti altri, ma anche semplici cittadini che trasmettono messaggi positivi su Napoli e per Napoli.

I napoletani credo ameranno questa iniziativa. Io sono dell’estremo nord dell’Italia. Facciamo un gioco: mi convinca a diventare un vostro ascoltatore. Dovrebbe amare il genere.. e se lo ama, provi ad ascoltarla una mattina sorseggiando un buon caffè. Risveglierà la voglia di affrontare una nuova giornata con ottimismo. Quell’ottimismo che permette ai napoletani di sopravvivere nella città meno vivibile d’Italia.

Sono rimasto affascinato da Napoli durante qualche mio soggiorno. Una città fantastica e “drammatica” allo stesso tempo. Potenzialità incredibili anche “logisticamente” con porto, aeroporto, mare, turismo, pizza, storia….insomma Napoli potrebbe essere un traino ed un esempio per molte città italiane. Lei vede Napoli con un futuro ancora più importante nell’Italia di domani? Sinceramente non lo so, citando Amato Lamberti credo che “solo i napoletani possono salvare i napoletani”. Se ognuno facesse la sua parte, sicuramente sì, siamo bravissimi in qualsiasi campo, molti di noi infatti hanno fatto fortuna all’estero. Io faccio la mia parte qui, mi auguro che molti facciano altrettanto.

Radio ma anche Tv e quotidiano. Vuole “linkarci” questi tre indirizzi ed invitare i nostri lettori a diventarne fedeli utenti? Da http://www.cittadipartenope.it potete accedere a tutta la Città, sarete considerati turisti finché non vi vorrete iscrivere e scoprire davvero Partneope.

Che aggiungere, se non di ritrovare tutti i nostri lettori in questo bel contesto? Grazie mille a Claudio Agrelli per la professionalità e la puntualità delle sue risposte. Un altrettanto grande ringraziamento a Sara Napolitano che ha reso possibile quest’intervista.

"L'economia della felicità": una risposta alla crisi globale.

Come il medico cura il singolo organo spesso senza prestare l’attenzione dovuta al paziente nella sua totalità, così i governi attuali stanno tentando di salvare l’economia senza prendere in considerazione il fatto che essa è parte di qualcosa di molto più vasto e profondo. O forse, peggio ancora, stanno fingendo di voler trovare soluzioni. Questo è uno dei pensieri che possono sorgere aprendo oggi il giornale e avendo appena visto il documentario “L’economia della felicità”.

Helena Norbert-Hodge

Prodotto e presentato da Helena Nordbert-Hodge, analista economica e autrice de “Il futuro nel passato”, il documentario pone in luce la crisi economica, ambientale e sociale in cui ci troviamo e allo stesso tempo indica una via d’uscita che mi appare ben più efficace dei tagli, dei prestiti e degli accordi che ora vengono decisi da non si sa chi, al chiuso delle stanze del potere.

Il documentario si divide in due parti: la prima mostra i disagi dell’attuale situazione, la seconda le soluzioni.

Il paradigma è rappresentato dalle vicende del Ladakh, paese che per secoli si è retto sui propri prodotti e dove la povertà e la disoccupazione sono stati a lungo inesistenti. A metà degli anni ‘70 l’apertura ai mercati fece sì che le multinazionali si inserissero nel commercio locale. Attraverso la pubblicità furono instillate nuove necessità, trasformando così il paese in una nuova fonte di profitti. I costi di tutto questo sono stati enormi: rottura dei legami sociali, disoccupazione, povertà acquisita, conflitti interreligiosi, senso di arretratezza e invidia nei confronti del modello occidentale.

Tutto ciò non è accaduto solo in Ladakh, ma anche in altri paesi detti “in via di sviluppo”. Ed è quello che è accaduto anche a noi.

Tale processo economico viene detto “globalizzazione”, ovvero “la deregolamentazione del commercio e della finanza che consente agli affari e alle banche di operare globalmente” e “l’emergere di un solo mercato mondiale dominato da compagnie transnazionali”.

Gli effetti di questo processo vanno oltre il semplice fatto monetario. In primo luogo abbiamo l’inquinamento. Le merci infatti vengono fatte viaggiare di paese in paese in modo davvero folle, portando al paradosso secondo cui in Ladakh il burro importato costa la metà del burro locale. Abbiamo poi la diminuzione della biodiversità nelle colture, l’indigenza, il disagio sociale, l’insoddisfazione.

La soluzione proposta dal documentario è il passaggio dalla grande alla piccola scala, ovvero la localizzazione.

Localizzare significa consumare ciò che viene prodotto vicino casa, seguire il processo di produzione dall’inizio alla fine, e questo con un impatto ambientale drasticamente ridotto (meno spostamento di merci), una ricchezza che viene reinvestita nella comunità stessa, maggiori contatti sociali e infine maggiore serenità. Questo non significa isolazionismo o mancanza di collaborazione internazionale. Significa semplicemente quello che l’uomo ha fatto per millenni. Senza bisogno di tornare ai tempi della pietra, certo. Grazie alle più avanzate tecnologie possiamo unire la sostenibilità all’utilizzo di energie rinnovabili e decentralizzate.

Insomma, se dobbiamo essere infelici per produrre il tipo di società che abbiamo, e che crediamo essere la sola possibile, forse dovremmo riconsiderare qualche assunto. Che cos’è il PIL, in fondo? È davvero ciò di cui dovremmo preoccuparci? O forse è solo un acronimo utile a chi ha bisogno di continuare a giocare con enormi quantità di denaro, una divinità composta da tre lettere al quale stiamo sacrificando troppe cose?

Vandana Shiva

Quello che ho apprezzato del documentario non è solamente il messaggio, ma anche il fatto che tra le maggiori promotrici di questa economia della felicità vi siano delle donne. Tra di esse abbiamo non solo Helena Nordberg-Hodge , ma anche la scrittrice Vandana Shiva e la dottoressa Mohau Pheko. Qualcosa mi dice che le donne stiano avendo e avranno un ruolo di primo piano nei cambiamenti che, volenti o nolenti, ci troveremo ad affrontare. Vedo infatti in questo ritorno a uno stile di vita meno competitivo una mano femminile. Come dice Vandana Shiva, è “la conoscenza delle nonne”.

Credo che questo documentario presenti una soluzione logica e naturale ai problemi che ci troviamo ad affrontare, e soprattutto credo sia un invito a non aspettare sempre che un “grande della terra” arrivi a sistemare le cose. Le multinazionali sono grandi, ma hanno la goffaggine dell’elefante. I singoli sono piccoli come formiche, ma come le formiche arrivano dappertutto.

 

Per maggiori informazioni:

http://www.theeconomicsofhappiness.org/

 

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Prove Aperte alla Scala

Ripartono le “Prove Aperte” della Filarmonica della Scala con il grande legame che unisce ottima musica all’impegno sociale. Il maestro Esa-Pekka Salonen dirigerà l’orchestra il 5 Febbraio alle ore 20.00 sul palco del Piermarini, e questa volta a sostegno di OBM Ospedale dei Bambini Milano – Buzzi Onlus. E’ un’occasione speciale anche perchè si tratta delle prove generali di questa grande orchestra con i consigli del maestro e con il supporto del critico Angelo Foletto. Musiche che verranno presentate in anteprima nella loro veste e citiamo su tutte “Una notte sul monte Calvo” di Musorgskij, il “concerto per violino e orchestra” di Salonen e “Le sacre du printemps” di Stravinskij.
L’OBM Ospedale dei Bambini Milano – Buzzi Onlus è un’associazione no-profit che guarda alla cura ed al miglioramento dell’assistenza di bambini, donne e famiglie.
Abbiamo raggiunto il Dr. Valentino Lembo, una persona “in prima linea” del “Buzzi” che si è gentilmente prestato a rispondere alle nostre domande…ma lasciamo spazio al Presidente dell’associazione.
Vuole parlarci del suo lavoro e di cosa rappresenta per Lei questa struttura? Sono il Direttore medico di un Presidio Ospedaliero della’Azienda Ospedaliera Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano, di cui fa parte anche l’Ospedale Buzzi. Rivesto attualmente il ruolo di Presidente dell’associazione OBM dall’anno della sua costituzione, il 2004, epoca in cui ero il Direttore medico del Buzzi. Quest’ospedale ha sempre rappresentato per me un elemento di crescita professionale e umana, dovuto al contesto peculiare di trattamento e assistenza dei bambini e delle donne che partoriscono al Buzzi. Ha rappresentato inoltre un “fil rouge” nella mia carriera professionale in quanto ho iniziato a lavorare alla Clinica Mangiagalli, più estesa come dimensioni, ma con simili caratteristiche. Anche se non fisicamente presente al Buzzi per ragioni lavorative, questa struttura rappresenta per me un fatto affettivo e di continuo stimolo nel percorso di umanizzazione dell’Ospedale e della sua evoluzione tecnologica e di ricerca, tutti elementi finalizzati a rispondere al meglio ai bisogni di salute delle donne e dei bambini. Basta entrare in Ospedale per rendersi conto della particolare realtà che si sta sviluppando a misura di bambino e ricevere una costante gratifica per i riscontri positivi degli utenti, grandi e piccoli.
Quali sono le principali malattie dei bambini che dovete affrontare ogni giorno e in cosa siete specializzati? Le malattie si possono collocare nei seguenti grossi ambiti:
a. Legate alla patologia della gravidanza;
b. Alle gravi immaturità neonatali;
c. Alla chirurgia pediatrica, soprattutto in ambito gastroenterologico ed urologico, vascolare per il trattamento delle malformazioni infantili, ortopedico per il trattamento degli esiti delle paralisi cerebrali infantili;
d. Alla clinica medica pediatrica, in particolare rivolte al trattamento delle malattie epidemiologiche stagionali, ad alcune malattie gastroenterologiche e allo studio e alla prevenzione di alcune malformazioni cardiache.
Naturalmente esistono ulteriori settori di eccellenza che agiscono in linea con quelli sopracitati per la definizione delle diagnosi e per il migliore trattamento terapeutico da conseguire.
Le prove “aperte” della filarmonica della Scala sono un’opportunità, oltre che per ascoltare dell’ottima musica, per poter ricevere dei fondi. Vuole invitare i nostri lettori a questo evento? La prova aperta alla Scala rappresenta un’occasione straordinaria di visibilità per l’associazione e un veicolo per far conoscere il lavoro svolto in questi anni e i progetti in divenire. Credo che non possa esistere momento più propizio per un cittadino per essere sensibilizzato alla solidarietà in una cornice fantastica come il Teatro alla Scala, dove la vista e l’ascolto di ottima musica predispongono gli animi nella maniera migliore. La partecipazione massiccia dei cittadini serve per incrementare la raccolta fondi per OBM che si sta impegnando attualmente per acquisire uno strumento di ultimissima generazione, un ecografo in 3D, per lo studio e la prevenzione della malattie congenite cardiache, da donare alla Cardiologia pediatrica dell’ospedale Buzzi. Partecipare diventerà proprio … una questione di cuore!
E dopo l’invito del Dr. Lembo, che ringrazio vivamente, non mi resta che ricordarvi i prezzi e come prenotare l’evento:
Biglietti: da 5 a 35 euro (esclusi i diritti di prevendita)
Informazioni e prevendita telefonica allo 02 465.467.467 (da lunedì a venerdì ore 10/13 e 14/17).
Altre prevendite: VIVATICKET  e GETICKET

Un ringraziamento ad Aragorn Comunicazione per le informazioni e i comunicati, in particolare a Melissa Tirico per aver reso possibile l’intervista al Dr. Lembo.
Ricordo che le Prove Aperte proseguiranno con altri tre appuntamenti fino al mese di Maggio.

Ricordando Luigi Tenco con le parole di Fabrizio De André

Luigi Tenco amava definirsi un compositore. In realtà non era altro che un cantautore italiano, non che l’una delle due cose escluda l’altra, ma lui teneva a precisarlo, ed allora anch’io lo ribadisco, Tenco era un compositore. Nato a Cassine, in Piemonte, il 21 marzo 1938 si tolse la vita alla giovane età di 29 anni, il 27 gennaio 1967. La cronaca della sua morte è una pagina molto triste, tra le più spietate della musica italiana. D’altronde, è sempre difficile non aggrottare la fronte quando una morte fa rima con la parola “suicidio”. La sua attività artistica è durata pochi anni, anche se già dagli arbori della sua carriera tutti intuirono che si trattava di un vero genio. Oggi voglio ricordare Tenco in maniera molto semplice, svelando a coloro che non lo sapessero una canzone che Fabrizio De André gli dedicò. De André, molto legato a Gigi Tenco, scrisse infatti una canzone che in pochi sanno essere dedicata a lui, la canzone si intitolaPreghiera in gennaio, non tanto “scritta”, come tenne a precisare proprio Faber, quanto “pensata” nel ritorno da Sanremo dove si era precipitato non appena gli era stato comunicato il tragico epilogo della vita dell’amico.

Un brevissimo riassunto della carriera di Tenco. Iniziò  lavorando come arrangiatore e partecipando come session man alle registrazioni di “La tua mano” di Gino Paoli e “Se qualcuno ti dirà” di Ornella Vanoni. Fu del 1961 il suo primo 45 giri intitolato “I miei giorni perduti”. Nello stesso anno uscì il suo primo 33 giri che conteneva successi quali Mi sono innamorato di te e “Angela”. Un piccolo aneddoto su un’altra canzone contenuta in quell’album “Cara maestra”, canzone che non fu ammessa all’ascolto da quella che un tempo era la Commissione per la censura , la quale decise di escludere Luigi Tenco dalle trasmissioni della Rai per due anni. Altre sue canzoni “Io sì” e “Una brava ragazza” furono nuovamente bloccate dalla censura, e già questo sarebbe sufficiente a dimostrare quanto Tenco fosse diverso da quel mondo cui apparteneva ma che era così tanto diverso da lui. La sua carriera fu accompagnata anche da alcune esperienze cinematografiche. Proprio dalla prima delle sue comparse cinematografiche prendiamo spunto per capire come il collegamento tra Tenco e Faber non fu soltanto un rapporto di amicizia ma anche un profondo legame professionale. Mi riferisco in particolare al film ”La cuccagna” dove Tenco cantò un brano composto da De André “La ballata dell’eroe”. La sua carrierà proseguì fino al 1967  quando si presentò al Festival di Sanremo con la canzone “Ciao, amore ciao”, in coppia con la cantante Dalila, che il destino volle morta suicida a Montmartre, il 3 maggio 1987.

httpv://www.youtube.com/watch?v=CHzenftyEBQ

Proprio Sanremo invece, dove Tenco probabilmente sognava il vero e proprio decollo della sua carriera, segnò la tragica fine della sua vita. La sera che seppe della sua esclusione dalla serata finale del Festival, dopo essersi rinchiuso nella sua camera d’albergo, fu ritrovato morto con un foro di proiettile alla testa ed un biglietto scritto dalla sua stessa mano con queste parole:

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

La questione non è del tutto sopita e a dire il vero, come spesso accade in questi casi, ancora oggi qualcuno solleva dubbi e interrogativi su questo atroce dramma che ha colpito, prima che l’artista, l’uomo Luigi Tenco. La maggior parte dei dubbi era, ed è, dettata dal fatto che non fu mai ritrovato il proiettile che ne causò la morte. Ma questa è una questione diversa, oggi non voglio dedicarmi ai dubbi ma esclusivamente al ricordo che Fabrizio De André ci ha lasciato di Tenco.

Ho preso in mano il testo della canzone di Faber, l’ho letto e riletto, ascoltato e riascoltato al punto da non poter far a meno di condividerlo con tutti voi, sia al fine di svelarne il significato, sia di sottolineare per l’ennesima volta la profonda umanità di Fabrizio De André che, pur essendosi sempre dichiarato ateo, nei suoi testi ai miei occhi incarna quella che secondo me dovrebbe essere la carità, l’umiltà e la speranza di ogni confessione e fede religiosa. La cosa che mi ha colpito più di tutte è la semplicità delle parole con le quali De André assegna e giustifica il posto “riservato” a Tenco in paradiso. Un particolare interessante sta nel fatto che  il testo da anni è stato, tra l’altro, incluso in numerose antologie scolastiche di letteratura italiana.

La morte di Tenco assume connotati ancora più tristi se si pensa che il giorno del suo funerale non si presentò nessun celebre cantante. Tenco fu lasciato solo con il suo dolore, sia prima che, fatto ancora più spiacevole,dopo la sua morte. E allora ancora oggi, a parer mio, rimane l’amaro in bocca a ripensare a Tenco ed assume un significato maggiore il ricordo di coloro che, come De André, non fecero finta di niente laddove fare finta di niente era più facile che abbandonare al suo destino un uomo, un cantante, o meglio, “un compositore”. È forse questo il finale più tragico e impietoso che cala il sipario su di una vita indimenticata e indimenticabile. Vi riporto quanto si lesse, il giorno dopo i funerali di Tenco, su “La Stampa” del 31 gennaio 1967: “I cantanti che la notte del suicidio avevano pianto, urlato e imprecato, sono rimasti a dormire: non hanno inviato neppure un fiore – Il mesto corteo è stato seguito da una folla di anonimi ammiratori”. Ecco il testo della canzone di Fabrizio De André “Preghiera in gennaio”, buon ascolto e buona lettura a tutti.

httpv://www.youtube.com/watch?v=0JK1ntv7mOI

Lascia che sia fiorito Signore il suo sentiero
quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno risplendono le stelle.
Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà baciandoli alla fronte
venite in Paradiso là dove vado anch’io
perchè non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio.
Fate che giunga a voi con le sue ossa stanche
seguito da migliaia di quelle facce bianche
fate che a Voi ritorni fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio.
Signori benpensanti spero non vi dispiaccia
se in cielo in mezzo ai Santi Dio fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.
Dio di misericordia il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto con la coscienza pura
l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento
Dio di misericordia vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia vedrai, sarai contento.

 

"Unica" e "L'altra metà dell'anima"

Nel panorama della musica pop italiana continuano le novità discografiche. Il 29 Novembre è stata la volta del nuovissimo album di Antonello Venditti: Unica. 9 brani che continuano i racconti personali e non, che il cantautore ci propone da anni. Impegno sociale, amore e vita, quella di tutti con i problemi che ognuno può incontrare. Per il cantautore l’album è desiderio di libertà, quella di amare, di vivere in maniera dignitosa, insomma libertà a 360 gradi. Lui stesso l’ha definito la sua “preghiera laica”.

Ecco la track list:
1.E allora canta!: di fronte alle varie difficoltà, dall’amore perso al lavoro svanito in questi anni di crisi, Venditti incita tutti a non molllare e gridare come nel coro finale: “la libertà ritornerà”. La conclusione del brano è affidata al famoso sassofonista Gato Barbieri che accompaganto da un tappeto di archi improvvisa e regala melodia alla canzone. Il brano segue la falsa riga di tanti soggetti e delle vite cantati in “Che fantastica storia la vita” e “Sotto il segno dei pesci”.
2.Unica (Mio danno ed amore): gelosia e passione per la compagna che forse si sta facendo stringere da qulacun altro. Danno ed amore. E’ il singolo ufficiale dell’album e sicuramente il brano più rappresentativo.
3.Oltre il confine: una dedica a chi sta arrivando profugo nel nostro Paese con la speranza di una vita migliore “con l’aiuto di Allah se Dio vorrà”.
4.Ti ricordi il cielo: brano che va ascoltato più volte e capito. Si sente la mano di Pacifico.
5.Forever: brano con un segnale ben definito, “sarai con me per sempre”. E’ stato dedicato alla madre del cantautore che ora non è più qui. Brano al centro dell’attenzione dei critici per alcune analogie con un brano dei Coldplay.
6.Come un vulcano: dedicato ad una donna che prende tutti e nonsi ferma mai, un vulcano!
7.Cecilia
8.Non ci sono anime
9.La ragazza del lunedì (Silvio): è il brano politicamente scorretto che Venditti inserisce in ogni suo album. Parla di una ragazza lasciata sola dal suo Silvio nel “classico” lunedì ed ora cercherà di riprendersi la sua vita! Alla batteria troviamo Carlo Verdone, come nella sana tradizione “vendittiana” in brani di questo genere.
Dall’8 Marzo, a Roma, partirà il nuovo tour e toccherà come sempre molte città italiane.
“Unica” è prodotto da Antonello Venditti e Alessandro Colombini per la Heinz Music.
Personalmente trovo il lavoro un po’ sotto le mie aspettative, sono passati quattro anni dall’ultimo album di Venditti e i brani come sempre sono solo nove. Credo che solo “Unica” faccia la differenza. Impegnati i testi e ben pensati gli arrangiamenti, ma spesso la melodia lascia a desiderare e il brano si fa apprezzare solo per il ritmo. Pochi spazi per il piano e il sax L’album va ascoltato e capito, al primo impatto purtroppo non lascia un grosso segno, ma riascoltandolo ammetto che ne sto cogliendo e valorizzando le sfumature.

Dopo quasi 50 anni ci carriera con i Nomadi, Beppe Carletti, leader della formazione, decide di far uscire un album tutto suo di sola musica strumentale. “L’altra metà dell’anima” è il titolo del suo lavoro, 13 brani strumentali con piano e tastiere e dei bei vocalizzi di Alessandra Ferrari. Un lavoro molto “intimo” le cui le note ci portano in magiche atmosfere. Semplice la copertina come semplice la sua vita e il suo racconto di come e perchè nasce quest’album: “Questo è un progetto che coltivavo da tempo. Un sogno maturato e cresciuto, durante questi lunghi anni di vita e di musica, lungo le strade del mondo. Si tratta di 13 brani strumentali inediti. Composizioni che rivelano una parte di me stesso, nascosta e sconosiuta. In questo lavoro infatti, escono allo scoperto emozioni, fragilità, sentimenti e pensieri, che appartengono all’altra metà della mia anima. Un album che fotografa i momenti importanti della mia esistenza: un incontro imprevisto, la nascita dei miei figli e dei miei nipoti, la morte di Augusto, un tramonto su una spiaggia, il sorriso di un bambino, il respiro del vento e l’odore della pioggia, o semplicemente la consapevolezza di essere vivo. Composizioni che sono fotografie di attimi rubati alla vita e che non potevo che riempire di note”.
Veramente belle queste melodie che rimarcano lo stile pianistico e tastieristico del musicista emiliano. Forse sarebbe stato bello sentire qualche strumento “vero” quali un flauto o un violino anziché le sole tastiere, ma Beppe è questo. Ricordo lo scambio di battute che ho avuto con Carletti negli spogliatoi di un palazzetto dello sport prima di un concerto: impressionanti la sua semplicità e la sua cordialità. In bocca al lupo per questo lavoro che arriva alla soglia dell’anniversario dei 50 anni della band e dalle recenti dimissioni del cantante Danilo Sacco.

Ripercorrendo i cieli di Rino: Ingresso libero

[stextbox id=”custom” big=”true”]Dopo il grandissimo successo dellarticolo recentemente pubblicato in ricordo di Rino Gaetano, iniziamo oggi una rubrica di approfondimento sul cantautore calabrese e romano di adozione. Ripercorreremo tutte le tappe più importanti della sua carriera, tragicamente stroncata da un incidente stradale nel giugno del 1981, analizzando i sei album pubblicati dal genio artistico di un personaggio che ha lasciato un vuoto incolmabile.[/stextbox]

L’esordio artistico di Rino Gaetano è datato 1973, quando Rino si fa conoscere sul palcoscenico italiano con le canzoni: “I love you Maryanna” e “Jaqueline“. Basta davvero poco per accorgersi che dai suoi testi emerge un’ ironia unica e un sarcasmo incommensurabile. La musica cambia, però, quando intraprende la strada del 33 giri. Il suo esordio – Ingresso libero – viene inciso utilizzando lo pseudonimo “Kammamuri’s” nel 1974. Il titolo è promettente, le canzoni che lo contraddistinguono si fanno ascoltare, velocemente, una dopo l’altra. È l’unico dei suoi album a non prendere il nome dalla prima traccia, né da nessun’altra. Mentre lo ascolto mi viene quasi voglia di passare da una canzone all’altra, per capire se ci sia un filo conduttore. Ascolto l’album e lo riascolto ancora, e alla fine capisco che ogni pezzo ha la sua storia; sintetica, decisa, invadente. La sua voce è prorompente, a tratti bassa e rauca, le parole parlate più che cantate, a tratti è spumeggiante, acuta si infila nei timpani e ti lascia l’eco di un urlo che è l’incontro di gioia e disperazione.

“Tu, forse non essenzialmente tu” è la prima traccia dell’album, ma è anche il titolo del singolo che precedette l’uscita di “Ingresso libero”. Definirla semplicemente una canzone d’amore sarebbe un dispetto, tenendo conto che la stragrande maggioranza delle sue canzoni passa da un argomento all’altro, trattando i temi più disparati. C’è un po’ di tutto in questa ballata, sullo sfondo di una dedica a una donna c’è tutta la genialità di Rino, capace come forse nessun altro di fare mille discorsi in una stessa frase, di mischiare brillantemente le carte, di prendere tanti pezzi e creare un puzzle dal significato sempre vario e mai scontato. Lungi dall’essere il cantante del “non senso”, come ahimé da molti è stato definito, credo che in questa, come in tante altre, performance Rino dimostri di sapersela cavare non soltanto come cantautore ma anche e soprattutto come poeta, filosofo, interprete e narratore. Strepitosa la strofa: “e sono ormai convinto da molte lune dell’inutilità irreversibile del tempo / mi sveglio alle nove e sei decisamente tu / e non si ha il tempo di vedere la mamma / e si è gia nati e i minuti rincorrersi senza convivenza / mi sveglio e sei decisamente tu, forse non essenzialmente tu / e la notta confidenzialmente blu“.

“Supponiamo un amore” mescola romanticismo e drammaticità, una storia d’amore raccontata senza essere vissuta, soltanto sperata, auspicata, agognata, ma non per questo incapace di emozionare e commuovere. “Supponiamo noi due un amore nulla più / supponiamo un amore che non voglio che vuoi tu“, cosa altro aggiungere a questa frase? Qui c’è davvero tutta la voglia di amare di Rino, la sua semplicità, la sua idea del sentimento tra due persone, il suo desiderio di gridare a un mondo sempre più vuoto l’importanza dell’amore, quello sincero, smaliziato, vero, quello con la A maiuscola. E come sempre lui lo fa a modo suo raccontando un amore, come si evince dal titolo, soltanto supposto, immaginato, un amore meravigliosamente perfetto se non fosse per il “supponiamo”. La voce in questa canzone è davvero graffiante, più che mai toccante, quasi immersa in un profondo, malinconico e laconico pianto. Il suo grido “Amore, amore…” accarezza il cuore e dimostra ancora una volta quanto Rino desse importanza ai sentimenti. Emozionante.

httpv://www.youtube.com/watch?v=PtbQFgOcYwY

“Ad esempio a me piace il sud” è forse la più nostalgica traccia dell’album. Mentre ascolto questa canzone mi passano davanti agli occhi una serie di immagini evocate dalle parole di Rino. Il Sud raccontato da un ragazzo emigrato in una grande città, la minuziosità dei particolari paesaggistici, delle emozioni umane, la conoscenza del territorio, delle usanze e della vita di tutti i giorni sono i connotati principali di una ballata che riesce a rendere l’idea del Sud anche a chi non ha vi ha mai messo piede, in quella terra “dove l’acqua è più del pane”. Rino qui riesce, soltanto grazie alle sue parole, a farci vedere i colori, i profumi e le sfumature di un Sud semplice, umile e povero. Le parole strillate e quasi disperate di un ragazzo che elogia, fa conoscere, ricorda e piange la propria terra nativa è riassunto nel grido: “ma come fare non so / si devo dirlo ma a chi? / se mai qualcuno capirà / sarà senz’altro un altro come me“. Rino non ha mai rinnegato le sue origini, anzi ne è stato un accesissimo difensore, le ha sempre cantate e portate nel cuore, e anche per questo merita una profonda stima.

“Agapito Malteni il ferroviere” e “L’operaio della Fiat la 1100”, sono due canzoni ispirate al racconto della realtà operaia che, insieme a quella contadina, è uno dei principali fili conduttori della carriera artistica di Rino. Il ferroviere richiama “La locomotiva” di Guccini (1972); non a caso la trama è praticamente la medesima, cioè quella di un uomo che vuole dirottare un treno per protesta. La descrizione del protagonista della canzone (Agapito Malteni) è precisa, dettagliata, quasi ossessiva. Non sfugge niente a Rino: quando decide di raccontare un personaggio lo fa da capo a piedi, soprattutto perché quel personaggio, in realtà, è soltanto il pretesto per parlare di qualcuno (o di qualcosa) di cui non parla mai nessuno. Quel personaggio, che oggi Rino chiamerebbe “avatar”, nasconde sempre un’idea, una vita umana, una categoria di persone, spesso le più deboli, ancora più spesso le più sofferenti.
L’operaio della Fiat racconta la cronaca del periodo dell’autunno caldo e della contestazione operaia. È la storia di un operaio dell’azienda torinese che, facendosi in quattro, lavora alla catena di montaggio tutta la settimana, e tornato “dalla sua donna” distrutto dall’ennesina identica giornata lavorativa, è pronto a partire per un fine settimana con gli amici. Uscendo di casa, si accorge che la sua macchina è stata bruciata da ignoti. Sarcastica e ficcante, pragmatica al punto giusto, verosimile racconto della dura realtà dell’operaio, se non fosse per i diversi modelli delle automobili fabbricate, nessuno si stupirebbe se questa canzone fosse stata scritta oggi.

httpv://www.youtube.com/watch?v=oH9obEgDyT0

“La vecchia salta con l’asta” e “AD 4000 d.c.” sono due canzoni sui generis, poetiche e politiche. Iniziamo dalla prima. Ascoltandola con superficialità sembrerebbe una canzone per bambini. Solo a seguito di un’accurata analisi si capisce che i contenuti e lo scopo della canzone sono ben altri. La musica e le strofe, ma soprattutto le rime forti e dure, sono preparate attentamente per un progetto molto più abizioso, cioè nascondere dietro un’allegorica storiella un significato politico. I critici negli anni non sono riusciti a spiegare cosa volesse significare questa ballata, e neanche io sono in grado di spiegarla, ma mi rifiuto di credere che sia un ammasso di parole messe in fila per impressionare. Non ci credo perché, come ho detto prima, Rino è tutt’altro che un artista non sense. La seconda, a parer mio, completa un esordio artistico da applausi. Altra canzone politicamente scorretta e dal significato enigmatico. Vi consiglio di ascoltarla soltanto se avete voglia di decodificare il “Rino pensiero”. Anche questa canzone necessita di una sopraffina analisi letterale, come d’altronde è sempre necessario nelle canzoni di critica politica. Qui c’è di più. Emerge una critica forte alla Chiesa e al sistema criptico di potere che ha in mano il mondo. Rino denuncia indirettamente, ma neanche troppo velatamente, il sistema simil-massonico che avvolgerebbe la società. A voi il giudizio sull’attualità del tema alla base di questa traccia.

“I tuoi occhi sono pieni di sale” è la canzone dalla quale Rino prese spunto quando prima di un concerto nel 1979 affermò: “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta”. Queste parole valgono più di ogni altra spiegazione.

“A Khatmandu” è un pezzo che va ascoltato, più che raccontato. Brillante miscela di sarcasmo, ironia e  paradosso, geniale il passaggio in cui Rino canta “A Khatmandu c’è anche il gurù / ci porta in paranoia / predicando a testa in giù“. In un certo momento della canzone “A Khatmandu quando ero giù / tra i fori e la stazione / c’era via Cavour” sembra davvero di camminare per le vie di Roma, passare velocemente di notte da una strada all’altra. È un brano che io consiglio sempre di ascoltare, ottimi i cambi di ritmo e la poliedricità canora di Rino.

httpv://www.youtube.com/watch?v=m2zDKSpe13E

Buon ascolto e buon Rino a tutti!




Amici della Musica di Roma

Siamo in compagnia di Laura Ruzza, pianista e, come scopriremo tramite le sue parole, fondatrice dell’associazione “Amici della musica di Roma”. È iniziata da pochissimo la nuova stagione concertistica proposta dalla sua associazione, e credo che dare spazio a queste iniziative sia un modo per promuovere l’impegno per chi vuole proporre cultura, di qualunque genere sia, in questo periodo di declino dell’arte.

Laura Ruzza

Laura, vuoi dirci qualcosa della tua attività artistica e parlarci dell’Associazione “Amici della musica di Roma”?
Sono una giovane pianista romana, che all’attività concertistica come solista e in formazioni cameristiche affianca anche l’attività didattica sia nelle scuole che nei Conservatori di musica. Nel 2006 ho deciso di fondare l’Associazione “Amici della musica di Roma”; ho sempre sognato di poter creare un’associazione musicale tutta mia! Organizziamo concerti, corsi di musica, svolgiamo attività musicologica e il pubblico ci segue con passione. Queste sono le più belle soddisfazioni che possiamo avere, soprattutto di questi tempi!

Sta per iniziare la nuova stagione “Sabato in concerto”. Sei arrivata a organizzare la sesta edizione… Un bel traguardo, non credi?
Sono davvero felice di questo traguardo raggiunto, perché confesso che non è stato affatto facile andare avanti con la nostra attività in questi anni. Premetto che ci autofinanziamo e soprattutto negli ultimi anni non è stato facile riuscire a far quadrare i bilanci continuando a organizzare attività di qualità. In ogni caso ci siamo riusciti e di questo dobbiamo ringraziare i nostri soci. Credo che se ci si mette l’amore, la passione e la buona volontà si riesce sempre a ottenere il meglio; come si dice: volere è potere! Credo che sia proprio vero!

Paola Furetta

Entriamo nel dettaglio delle serate. Il primo concerto è stato il 12 Novembre con il fisarmonicista DANIELE ANGIOSI, che ha spaziato da Bach a Piazzola. Vuoi farci una breve descrizione di ciò che troveremo nelle varie serate?
Il secondo appuntamento è previsto per sabato 3 dicembre con il DUO DIAPHONIA (chitarra-saxofono), che presenterà un intenso programma strutturato su un percorso che da sonorità medievali si articola tra i vari periodi storici fino a giungere al panorama contemporaneo, in cui la scelta del materiale musicale viene effettuata in base a un principio di equilibrio tra qualità e fruibilità che possa catturare l’interesse di un pubblico eterogeneo, attraverso l’ascolto di musiche di Bach, Ibert, Paganini, Villa-Lobos e Bartòk. Di sapore completamente diverso la serata di sabato 21 gennaio affidata al MUSÌ DUO (clarinetto-flauto), che proporrà l’interpretazione di alcune delle più belle opere di Rossini, Mozart e Piazzolla trascritte per flauto e clarinetto.
Di particolare interesse il concerto di sabato 25 febbraio proposto dal TRIO FIATO ALLE CORDE!, che presenterà un concerto intitolato “Dall’Opera al Cinema” proponendo musiche di Rossini e Morricone accompagnate dalla proiezione di filmati inediti e molto suggestivi.
La Stagione proseguirà con l’ensemble PERLE SONORE (clavicembalo e canto), formazione dedita all’esecuzione di musica barocca e del periodo classico.
Il 10 marzo 2012, per festeggiare la Festa della Donna, verrà presentato un programma dedicato alla musica vocale e strumentale di compositrici del XVII e XVIII secolo tra cui Francesca Caccini, Barbara Strozzi, Antonia Bembo ed Elizabeth-Claude Jaquet de La Guerre.
Sabato 14 aprile sarà la volta della giovane violoncellista romana PAOLA FURETTA che proporrà un programma per Cello dedicato esclusivamente alla contemporaneità, con musiche di Boselli, Patterson e Crumb.
La Stagione degli Amici della Musica di Roma si chiuderà sabato 19 maggio con il concerto straordinario del TRIO MUSICHE MIGRANTI (chitarra, violino, fisarmonica, mandolino, voce); attraverso questo concerto gli ascoltatori vengono invitati a ripercorrere il viaggio di chi, salpato dal porto di Napoli, arriva in America Latina: dalle canzoni e danze del Meridione, alcune accompagnate dalla chitarra battente (strumento rinascimentale ancora in uso nel Sud Italia), ai Tanghi argentini, fino ad Alfonsina y el mar, struggente addio al mondo di Alfonsina Storni, poetessa di origini italiane emigrata in Argentina.
Come si vede, l’offerta musicale è molto ampia e variegata, c’è da scegliere, ma il consiglio è quello di non perdere nessun appuntamento, perché si tratta davvero di concerti imperdibili per bellezza e per la bravura degli esecutori.

Dove si svolgeranno tutti i concerti?
I concerti si svolgeranno nella splendida cornice della Chiesa di S. Andrea di Scozia, sita a Roma in via Venti Settembre, 7 (M Barberini).

Quante e quali difficoltà trovi nell’organizzare questi concerti?
Le difficoltà sono molte e di ogni tipo. Bisogna riuscire a catturare l’attenzione del pubblico, perché purtroppo oggi la musica colta è sempre meno seguita e i concerti di musica classica sempre meno affollati. Per questo motivo cerchiamo di proporre offerte musicali originali, diverse e di particolare interesse per tutti, anche per i giovani! I problemi maggiori sono di tipo economico, non è facile autofinanziarsi! Dietro l’organizzazione di una stagione concertistica c’è molto lavoro e ci sono molte spese da affrontare, dall’affitto della location alla stampa del materiale promozionale, ecc…
Servirebbero degli sponsor, ma negli ultimi anni la crisi economica che sta devastando il nostro Paese investe tutti, e dunque non è facile nemmeno trovarli. Credo che sia solo il grandissimo amore per la musica che riesce a farci proseguire nelle nostre attività! Bisogna guardare avanti e non lasciarsi abbattere dalle difficoltà, questo è il nostro piccolo segreto per continuare a fare musica!

Vuoi invitare i nostri lettori alle serate che ci hai presentato?
Certamente e con molto piacere! Ricordo che è possibile prenotarsi gratuitamente semplicemente inviando una mail a amicimusicaroma@tiscali.it oppure contattandoci al 333.6470115. Vi aspettiamo tutti! E naturalmente non dimenticate di passare parola ad amici e parenti!

Ci hai parlato delle difficoltà organizzative, anche materiali… come si può sostenere l’associazione?
È molto facile, si può divenire soci oppure effettuare delle donazioni. Per divenire soci si deve compilare il modulo associativo presente sul nostro sito www.amicimusicaroma.it; la quota sociale, nostro principale mezzo di finanziamento, è di soli € 5 annuali per i soci ordinari e di € 50 annuali per i soci sostenitori. Ricordiamo che l’adesione di un sempre maggior numero di cittadini ci
permetterà un’azione sempre più incisiva e qualificata. Benvenuti nel mondo della musica!

Seguo ormai da anni l’evolversi delle attività musicali proposte da Laura Ruzza e credo che tanti sforzi vadano ripagati con un’alta adesione di pubblico. Sottolineo che Ennio Morricone è il Presidente onorario dell’associazione, mi pare un ottimo sigillo di qualità.