Anna Karenina: si alza il sipario…

Quando venni a sapere dell’uscita di un nuovo film tratto dal romanzo di Lev Tolstoj “Anna Karenina”, uno dei miei libri preferiti, ne fui molto felice. D’altronde, dopo averne visto, da brava maniaca, diverse versioni (statunitense, russa, italiana) non potevo certo perdermi questo nuovo tentativo di portare sullo schermo uno dei romanzi più famosi della letteratura mondiale.

La storia narra di Anna Karenina, donna di spicco dell’alta società pietroburghese, sposata e con figlio, la cui vita viene stravolta dall’amore per un ufficiale, il conte Vronskij. Altre storie, poi, si intrecceranno attorno a questo filo conduttore narrativo.

Il regista Joe Wright apre il film in modo insolito: ci troviamo infatti sul palcoscenico di un teatro; vi sono fondali dipinti, cambi di scena che avvengono durante la recitazione degli attori, macchine da presa che ruotano in modo vorticoso. L’atmosfera è vivace, quasi da musical. Una vera festa per gli occhi in fatto di colori, costumi e luci (e infatti sono questi gli aspetti che hanno conquistato gli Oscar).

Ebbene, non sono contraria alle interpretazioni personali, tutt’altro, ma mi piace che siano motivate. Non capisco il perché di questo taglio teatrale, di questa finzione ostentata. Una scelta che non aggiunge nulla e che oltretutto non viene neanche portata fino in fondo: il film, infatti, perde pian piano il suo aspetto teatrale e diventa sempre più “realistico”, con visione di esterni e ambienti reali. Insomma, sembra quasi un esercizio di stile fine a sé stesso, un gioco che avrei visto più adatto all’ironia di un Oscar Wilde che a un Tolstoj.

A questo punto non resta che una seconda scialuppa di salvataggio: gli interpreti. Ma anche qui andiamo a fondo.Continua a leggere…

Sound City, regia di Dave Grohl

Dave Grohl è la Musica incarnata.
Non vi posso stare a spiegare perché, ci vorrebbe troppo tempo: o siete d’accordo o non lo siete. Su Camminando Scalzi abbiamo comunque una nutrita documentazione con cui potrete passare diverso tempo, se non capite perché apro una recensione di un film con questa frase a effetto.

In questi anni bui e tetri siamo infestati di una musica disgustosa. Inutilmente rumorosa, vuota, cretina, inconcludente, raffazzonata, e potrei continuare. Il mezzo si è svenduto completamente attraverso la massificazione, per cui è ormai possibile per qualsiasi stronzo che non ha la più pallida idea di cosa sia una scala musicale realizzare una canzone in digitale e metterla in vendita su iTunes, dove altra gente ignorante come e più di lui ne comprerà un sacco di copie rendendolo ricco e famoso.
Viviamo nei tempi della “guerra del rumore“, una cosa che dovrebbe far rabbrividire ogni amante della buona musica degno di questo nome. In breve: dove una volta si cercava sempre più la purezza del suono, la sua vera anima, oggigiorno nel disco prodotto già a cazzo di cane in partenza con i metodi di cui sopra, si aggiunge ulteriormente del “rumore” di fondo per aumentare il volume, con lo scopo di far “suonare più forte” il disco in modo che risalti sugli altri “dischi concorrenti” e potenzialmente farlo vendere di più. Se questo non è un segno evidente dell’involuzione in cui l’umanità si sta affossando, non so cosa possa esserlo.

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Bat for lashes

È probabile che conosciate una sola canzone di questa sottovalutatissima e poco conosciuta artista; questa:

httpv://youtu.be/00ZHah-c0hQ

Natasha KhanDietro lo strano nome Bat for lashes (scelto per la sua musicalità, dato che non significa niente di sensato) si nasconde una sola, squisita persona: Natasha Khan.
Classe ’79, di padre pakistano (che abbandona la famiglia quando Natasha è piccola) e madre inglese, la Khan vive la sua giovinezza nel disadattamento a causa di vari episodi razzisti avvenuti a scuola, e impara a suonare il piano da autodidatta a undici anni per catalizzare i suoi malesseri. La madre se ne fotte di questa sua vena creativa e cerca di indirizzarla verso la carriera di insegnante. Natasha se ne fotte a sua volta e spende i suoi risparmi, accumulati con vari lavoretti, per farsi un road-trip di tre mesi in America e Messico.
Quando torna si laurea in musica e arti visive all’università di Brighton, e tuttavia accontenta pure la mamma lavorando come maestra in una scuola materna. In questo periodo scrive i pezzi per il suo disco di esordio, Fur and gold, che esce nel 2006 per l’etichetta Echo. L’anno successivo la Parlophone compra tutti i diritti e ristampa il disco. Vende 60.000 copie e la Khan si ritrova ad aprire diversi concerti dei Radiohead.Continua a leggere…

La "biophilia" di Bjork fra tecnologia e natura

“Biophilia” è il titolo del più recente album di Bjӧrk, uscito qualche mese fa. Ha avuto dunque il tempo di decantare nella mente di chi scrive questa recensione. Cosa si può dire ora di questo album che, come un fulmine a ciel sereno, ha portato una ventata di futuro nell’industria discografica?

Perché Biophilia è più di un album: è un progetto musicale, scientifico, didattico e tecnologico. Può essere acquistato infatti sotto forma di cd o di “app album”, ossia un pacchetto di dieci applicazioni per ipad, una per ogni brano, tenute insieme da un’”applicazione madre”. Un lavoro davvero pioneristico che non mancherà di influenzare la storia della musica pop del domani.

Biophilia  è un tentativo di dimostrare come la tecnologia e la natura si stiano avvicinando sempre di più, e come in futuro esse possano divenire finalmente compatibili. Tale unione viene celebrata nel linguaggio universale per eccellenza: la musica.

Su youtube si trovano diverse presentazioni delle applicazioni. In queste si può vedere come ogni canzone richiami un elemento naturale, con la possibilità per l’utente di modificare la struttura ritmica o melodica di ogni brano ed esplorare al tempo stesso diversi aspetti della musicologia e della scienza.

Parliamo ora delle tracce.

Dal silenzio siderale e dal buio sorge la prima canzone, “Moon”. Un suono arpeggiato segue un ritmo circolare di 17/8, atto a imitare i diversi tempi di una fase lunare. Il testo sembra parlare di rinascita, come la luna che decresce e poi cresce nuovamente. Un brano che introduce al mondo sonoro straniante ma al tempo stesso pieno di fascino di Biophilia. Con il tempo si riesce ad abbracciare il ritmo circolare e ci si può rilassare in questa atmosfera. Ci attendono brani lontani dalla struttura regolare che siamo soliti ascoltare. La loro costruzione è organica, asimmetrica, simile a quella delle piante.

Una bobina di Tesla

Con il secondo brano entriamo nel regno di “Thunderbolt”, che ritengo uno dei brani migliori dell’album.  Ha un che di epico, sia nel testo che nella melodia. La forza naturale dell’elettricità è qui la fonte dell’ispirazione. Straordinaria l’idea di utilizzare come strumento una bobina di Tesla, ovvero un dispositivo creato dall’omonimo inventore, capace di creare fulmini del tutto simili a quelli atmosferici. I suoi impulsi elettrici creano un arpeggio che si ferma giusto per il tempo che solitamente intercorre fra il fulmine e il tuono. La potente voce di Bjӧrk si leva su di esso, domandandosi se sia possibile desiderare un miracolo, un fulmine che venga a sconvolgere e al tempo stesso purificare ogni cosa.

Si passa a “Cristalline”. Lo strumento che ci introduce al brano, con i suoi tocchi acuti in 17/8, è il gameleste, un incrocio fra un gamelan e una celesta creato per l’occasione e suonato a distanza grazie a un tablet. Non mi fa impazzire la scelta di utilizzare, ancora una volta dai tempi di Vespertine, suoni acuti e martellanti, i quali alla lunga possono stancare. Ciò che amo di Cristalline è il testo: un inno gioioso che esplode in un finale in stile breakcore che davvero vale tutto il brano e che ha l’unico difetto di durare troppo poco.

Scivoliamo nella maestosa “Cosmogony”, l’“applicazione madre” da dove tutto si diparte. I solenni fiati ci riportano ai suoni caldi dell’album Volta. Ha un’aria teatrale questa canzone. Il testo racconta diversi miti cosmogonici ed esprime meraviglia di fronte ai corpi celesti. È un pausa melodica che ci riporta a casa e che si apprezza con il tempo.

Uno screenshot dell'applicazione per "Virus".

Con “Dark Matter” Bjӧrk si esprime nelle dissonanze.  Chiamerei Dark Matter una traccia da “cuffia”, ossia un brano che andrebbe ascoltato in completa solitudine, con le cuffie, cercando di entrare nel mondo che la musica descrive. All’apparenza cacofonica e senza senso (è glossolalia, il linguaggio che si ascolta), nasconde una sua architettura. È musica del futuro, o forse una melodia di migliaia di anni fa. Sfuggente, incoerente e misteriosa come solo la materia oscura sa essere.

Su questa scia continuiamo con “Hollow” e finiamo dritti dentro un lungo filamento di DNA, visto come una collana fatta di antenati di cui noi siamo una perla. Atmosfera inquietante e un po’ gotica. Da cuffia.

Passiamo a “Virus”. Canzone d’amore per voce e gameleste dalla melodia armoniosa e di ampio respiro. Nonostante l’indiscussa  godibilità, percepisco un che di troppo studiato, sia nel testo che nella metafora virus-amante. Non mi entusiasma.

Sacrifice” è l’ottava traccia, una toccante composizione accompagnata da un harpsichord, (un cilindro di metallo che girando fa vibrare alcuni tasti, una specie di enorme carillon). L’effetto è ancestrale e il testo vibra di sincero sentimento.

Eccoci a “Mutual Core”. Il lugubre organo descrive la relazione fra due persone come quella fra due zolle tettoniche adiacenti che si contrastano ma al tempo stesso cercano di adattare sé stesse ai movimenti tellurici. Improvvisamente, con una ritmica aggressiva, esplode il sisma, ponendo fine all’immobilità. Bellissima.

Con “Solstice” arriviamo all’ultima traccia, in 7/4 scanditi da pendoli a undici corde, i cui movimenti oscillatori prendono ispirazione dai movimenti dei pianeti e dalla rotazione terrestre. Semplice, dall’atmosfera vagamente nipponica e dal testo colmo di gratitudine, il brano chiude il viaggio con una nota di bellezza e meraviglia.

Insomma, un progetto interessante sia dal punto di vista musicale che tecnologico. Al di là del livello di gradimento dell’album, non si può non riconoscere a Bjӧrk il titolo di grande musicista, dotata di rara sincerità e amore per il proprio lavoro.

E infine: sarebbe bello se il mondo descritto da Biophilia fosse quello del futuro?

"Non siamo il vostro genere di persone" – il nuovo dei Garbage

GarbageLa consapevolezza della vecchiaia comincia a farsi sentire se per parlare dei Garbage mi tocca usare il passato remoto e delle formule come “vi ricordate di quel gruppo rock/pop elettronico a metà degli anni ’90?”
Saltiamo quindi i convenevoli: ve lo ricordate? Ma sì, il gruppo messo insieme da Butch Vig, famosissimo produttore di “Nevermind” dei Nirvana (e di “qualche altro” disco di successo). Ma sì, il gruppo di “Vow”, “Only happy when it rains”, “Stupid Girl”, “Push it”, “I think I’m paranoid” e la colonna sonora di uno dei James Bond, “The world is not enough”… Ancora niente? Ok… Il gruppo di Shirley Manson, quella sensualissima gnocca dai capelli baciati dal fuoco. Ah, ecco, improvvisamente ricordate, eh?

Che fine avevano fatto i Garbage? Dopo quattro album e un best of, uscito nel 2007, sono spariti nel nulla. Gruppo sempre umile e ben conscio dello star system, i Garbage non hanno mai fatto grandi dichiarazioni megalomani anzi, sono sempre rimasti con i piedi per terra, concentrati sul loro lavoro. Non si sa bene cosa arrestò la carriera di Vig, Manson, Steve Marker e Duke Erikson… Oggi, alla vigilia del loro nuovo disco, parlano di un malcontento e un’intolleranza verso le case discografiche, che raramente sono interessate a supportare i propri artisti se non arrivano al numero uno della classifica vendite. Fu quindi forse la frustrazione e il calo creativo che solitamente si porta dietro a far chiudere i battenti a uno dei più innovativi gruppi alternative dell’epoca moderna.

In questi cinque anni Butch Vig ha continuato il suo lavoro di produttore (sfornando tra gli altri il bellissimo ultimo disco dei Foo Fighters, “Wasting Light”, che abbiamo recensito). Shirley Manson ha invece provato la carriera di attrice facendo la terminator in Sarah Connor’s Chronicle, ha mantenuto il rapporto con i fan attraverso il suo account twitter e la sua pagina facebook e ha sbattuto invano la testa sul suo album solista, che è definitivamente naufragato quando, a febbraio di due anni fa, ha annunciato di essere tornata in studio con il resto dei Garbage.

“Not your kind of people” è uscito il 14 maggio confermando la stroncatura con le major, dato che è autoprodotto dai Garbage con la loro nuova etichetta, “Stunvolume”.
Il primo ascolto probabilmente non convincerà molto i fan dei vecchi successi dei Garbage, così come il primo singolo, “Blood for poppies”, un po’ anonimo; tuttavia è il classico disco che “cresce dentro” per poi tiranneggiare sugli ascolti della giornata. Vediamo insieme tutte le tracce.

Automatic Systematic Habit apre il disco con un’orgia di elettroniche e ritmiche dance che fanno letteralmente impallidire l’ascoltatore rock e forse incuriosire quello pop. Personalmente, appena fatta partire la traccia, mi son detto “peccato. Un disco da buttare.” Per fortuna prima di strapparmi le vesti ho proseguito con l’ascolto. A parte queste sonorità particolari, la canzone ha un ritornello accattivante e alla fin fine non risulterà così fastidiosa. Parla della meccanicità con cui la gente fa e promette le cose senza pensare e senza ovviamente mantenere la parola data.

Big Bright World rinfresca la memoria sulle classiche sonorità Garbage, ma non è ancora la canzone di volta. Il testo contiene alcuni versi di una poesia di Dylan Thomas.

È poi la volta di Blood for poppies, primo singolo del disco. Troppo allegro e nonsense per dare il giusto omaggio a ciò che i Garbage sono stati.

Ma finalmente arriva Control, la prima vera bella canzone del disco. Armonie melanconiche e la sensuale voce di Shirley lasciano subito spazio a chitarre pompate e a un assolo di armonica semplice ma imponente. Finalmente si capisce che i Garbage sono tornati. Davvero.

Not your kind of people, title track, si sollazza un po’ con un arpeggio effettato identico alla hit “The world is not enough”, ma fa presto capire che è ben più di una smanceria. Questa canzone è un inno: l’inno per i disadattati di tutto il mondo. La calda voce suadente di Shirley ondeggia su questa bellissima ballata. “Noi non siamo il vostro genere di persone, tutto è una bugia”, “Correre in giro cercando di adattarsi, voler essere amati… Non serve molto alla gente per buttarti giù”. E il disco decolla.

Infatti Felt propone un ritmo incalzante semplicemente irresistibile, con un testo che gioca molto sull’assonanza sfruttando la costruzione sintattica dei versi.

Shirley ha voluto far passare I hate love un po’ come la canzone simbolo del disco, con frase stampata su magliette eccetera. Dice di esserci molto affezionata per via del suo sarcasmo, ma personalmente la ritengo forse la più mediocre dell’album. Sarà per l’innesto di elettroniche che trovo rovini gli arpeggi di chitarra, che invece erano molto garbage. Sarà per il testo, sinceramente un po’ banalotto e adolescenziale. Non so, non mi ha convinto.

Con Sugar possiamo finalmente dolcificare il “Milk” del primo album. Queste due ballate sono infatti molto simili, con arpeggi dolci e riverberati, un giro di basso avvolgente e la voce bassa di Shirley ad ammantare il tutto. Ipnotizzante.

Battle in me è probabilmente il pezzo migliore del disco (e sarà il secondo singolo). Un giro di basso esaltante che pompa energia nelle vene, una batteria incalzante, Shirley incazzata e un riff semplice di chitarra che tiene insieme il tutto. La variazione di ritmo nel ritornello e l’uso di tacet rendono la canzone ascoltabile all’infinito.

Man on a wire non lascia evaporare l’adrenalina fatta secernere da Battle in me, anzi aumenta ancora di più il ritmo con un riff aggressivissimo e Butch Vig dietro la batteria che ha l’unica intenzione di spaccare tutto. Parla con vigore delle proprie debolezze e paure e della volontà necessaria per affrontarle.

Beloved freak è una ballatona dolcissima (che Shirley ha eletto come sua preferita dell’album) che serve da chillout per le due tracce precedenti. Come “Not your kind of people” si torna al tema del disadattamento di nerd e geek. “Niente che sia buono è mai stato gratis. A volte ci sentiamo così stanchi e deboli che perdiamo il cielo da sotto i nostri piedi. Le persone mentono e rubano, male interpretano come ti senti. Così dubitiamo e ci nascondiamo. Non sei da solo.”

The one è la prima delle quattro tracce bonus dell’edizione deluxe, che costa qualche euro in più. Torniamo ai ritmi aggressivi di “Battle in me” e “Man on a wire” per smaltire un po’ dello zucchero accumulato con “Beloved freak”.

What girls are made of è un pezzo un po’ deboluccio, in cui l’unica cosa che lo rende memorabile è la dissonanza testo/musica. Sembra quasi che le parole vadano per fatti loro, creando una vaga sensazione di disagio, che scompare con l’apertura ritmica del ritornello.

Bright tonight, perfetta canzone di “chiusura”, in senso lato, nonostante non sia l’ultima traccia dell’edizione deluxe. La chitarrina acustica cosparge un velo di stelle su cui poi la chitarra solista effettata e la voce bassa di Shirley compongono quella che sembra quasi una delicata ninna nanna.

È invece Show me a chiudere il disco, un pezzo davvero molto interessante. Il vibrato allungato della chitarra e la batteria bassa che sembra quasi un tamburo danno una sensazione come di vecchio west. Sembra quasi di vedere Shirley cantare in una vecchia locanda dalle porte di legno cigolanti. Sensazione che dura il tempo dell’intro, perché poi entra la chitarra elettrica e la batteria torna a battere i buoni vecchi 4/4. “Non è facile come sembra. Il mondo è grande, il mare è profondo. Non c’è spazio, non c’è tempo, ci siamo solo noi e ciò che ci lasciamo dietro. Mostrami chi sei, mostramelo adesso”.

GarbageI Garbage ci mostrano chi sono: una gran bella band. Intelligente, professionale, piena di curiosità e voglia di innovarsi. Tutte cose che mal si sposano con la moderna ottica delle major di fare più soldi possibile nel minor tempo possibile a scapito di tutto il resto.
“Not your kind of people” è un classico disco Garbage. Non un capolavoro che fa urlare di esaltazione, ma un bel disco solido, piacevole e riascoltabile, con delle ottime sonorità e delle buone idee, a metà strada tra “Version 2.0” e “Bleed like me”. Farà contenti i vecchi fan dei Garbage e sono sicuro che attirerà anche i giovani che non si fermano alla superficialità della musica che viene loro scodellata quotidianamente da case discografiche corrotte e impomatati marketing manager sorridenti.
Consiglio assolutamente l’acquisto della versione deluxe, che ha la copertina rossa.

I Garbage saranno i Italia l’11 luglio a Vigevano per il “10 giorni suonati Festival” e il 12 luglio a Roma per il “Fiesta Capannelle Roma Rock”.
Vi rimando al loro sito ufficiale e alla pagina facebook. Inoltre sul loro canale Youtube è possibile ascoltare alcuni brani di “Not your kind of people” e vedere i “mini-film” cioè brevi documentari con interviste e commenti sui pezzi del nuovo disco.

Lontano dal cerchio

Sono qui a parlarvi di un progetto nuovo che mi ha colpito parecchio in positivo. Voglio presentarvi il nuovissimo album “Lontano dal cerchio” dei Manoloca e Massimo Vecchi. Il disco è nato da sé, con la voglia di suonare e di passare delle ore in buona compagnia. I Manoloca, già all’attivo da parecchi anni, e lui, Massimo Vecchi: bassista e cantante dei Nomadi. Vecchi ci tiene a precisare che questo album non vuole rappresentare nessuna “scissione” dalla storica band modenese e presta la sua voce e la sua grinta in questo progetto. Un album particolare: un rock a tratti duro ma mai esagerato, un pop molto all’avanguardia, temi che ci riguardano e a volte scorretti (nel senso che non rientrano nei temi del perbenismo di facciata). Una protesta contro corruzioni e violenze proposta con forza e mai con falsità.

Questa la track-list:
1.Porgi l’altra guancia. Parla di questo mondo che spinge e viaggia veloce, il desiderio di onestà ma la volontà di non stare più al gioco di chi vuole ingannarci e di non “dare l’altra guancia”.
2.Il prestigiatore. Dedicata ai prestigiatori dei giorni nostri, chi muove la finanza secondo i propri obiettivi.
3.Il tuo ritratto. Sicuramente il brano più piacevole e più radiofonico scelto appunto come singolo di lancio dell’album. Merita veramente!
4.Regina in polvere. Un po’ bossa-nova e un po’ rock, da ascoltare
5.Un senso di insoddisfazione. Riff da brivido, da band vissuta.
6.Al bivio sbagliato. Brano sulla dignità di un immigrato
7.Hanno picchiato Damiano (sul portone di casa). La polizia ha picchiato Damiano dell’università di Santiago. Quando la libertà di pensiero è un crimine.
8.Sotto lo stesso cielo. “Qui non c’è niente da buttare tranne te!”
9.Non mi servi più. Togliersi un bel po’ di sassolini dalle scarpe verso chi non crede più nelle tue capacità e ti ha sfruttato fino a poco fa.
10.Il ponte. La musica dei Manoloca si mescola a ritmi dei Balcani raccontando di Mirko che non potrà più attraversare il ponte distrutto dalla guerra.

Riascoltando il lavoro sono sempre più convinto che sia di qualità. C’è la sana aria delle sale di registrazione, ci sono le sovraincisioni ma non c’è quell’abuso di “compressione” ed elettronica per dare perfezione ai suoni che spesso fa diventare un disco “freddo”.
Ma sto commettendo un grave errore, non presentare i protagonisti di questa buona musica italiana:
Dave Colombo alle chitarre, Daniele Radice al basso, Aso Barbieri alle tastiere, Franz Piatto alla batteria e Massimo Vecchi con la sua voce grintosa.

Seguite le loro prossime novità su www.manoloca.it

"L'economia della felicità": una risposta alla crisi globale.

Come il medico cura il singolo organo spesso senza prestare l’attenzione dovuta al paziente nella sua totalità, così i governi attuali stanno tentando di salvare l’economia senza prendere in considerazione il fatto che essa è parte di qualcosa di molto più vasto e profondo. O forse, peggio ancora, stanno fingendo di voler trovare soluzioni. Questo è uno dei pensieri che possono sorgere aprendo oggi il giornale e avendo appena visto il documentario “L’economia della felicità”.

Helena Norbert-Hodge

Prodotto e presentato da Helena Nordbert-Hodge, analista economica e autrice de “Il futuro nel passato”, il documentario pone in luce la crisi economica, ambientale e sociale in cui ci troviamo e allo stesso tempo indica una via d’uscita che mi appare ben più efficace dei tagli, dei prestiti e degli accordi che ora vengono decisi da non si sa chi, al chiuso delle stanze del potere.

Il documentario si divide in due parti: la prima mostra i disagi dell’attuale situazione, la seconda le soluzioni.

Il paradigma è rappresentato dalle vicende del Ladakh, paese che per secoli si è retto sui propri prodotti e dove la povertà e la disoccupazione sono stati a lungo inesistenti. A metà degli anni ‘70 l’apertura ai mercati fece sì che le multinazionali si inserissero nel commercio locale. Attraverso la pubblicità furono instillate nuove necessità, trasformando così il paese in una nuova fonte di profitti. I costi di tutto questo sono stati enormi: rottura dei legami sociali, disoccupazione, povertà acquisita, conflitti interreligiosi, senso di arretratezza e invidia nei confronti del modello occidentale.

Tutto ciò non è accaduto solo in Ladakh, ma anche in altri paesi detti “in via di sviluppo”. Ed è quello che è accaduto anche a noi.

Tale processo economico viene detto “globalizzazione”, ovvero “la deregolamentazione del commercio e della finanza che consente agli affari e alle banche di operare globalmente” e “l’emergere di un solo mercato mondiale dominato da compagnie transnazionali”.

Gli effetti di questo processo vanno oltre il semplice fatto monetario. In primo luogo abbiamo l’inquinamento. Le merci infatti vengono fatte viaggiare di paese in paese in modo davvero folle, portando al paradosso secondo cui in Ladakh il burro importato costa la metà del burro locale. Abbiamo poi la diminuzione della biodiversità nelle colture, l’indigenza, il disagio sociale, l’insoddisfazione.

La soluzione proposta dal documentario è il passaggio dalla grande alla piccola scala, ovvero la localizzazione.

Localizzare significa consumare ciò che viene prodotto vicino casa, seguire il processo di produzione dall’inizio alla fine, e questo con un impatto ambientale drasticamente ridotto (meno spostamento di merci), una ricchezza che viene reinvestita nella comunità stessa, maggiori contatti sociali e infine maggiore serenità. Questo non significa isolazionismo o mancanza di collaborazione internazionale. Significa semplicemente quello che l’uomo ha fatto per millenni. Senza bisogno di tornare ai tempi della pietra, certo. Grazie alle più avanzate tecnologie possiamo unire la sostenibilità all’utilizzo di energie rinnovabili e decentralizzate.

Insomma, se dobbiamo essere infelici per produrre il tipo di società che abbiamo, e che crediamo essere la sola possibile, forse dovremmo riconsiderare qualche assunto. Che cos’è il PIL, in fondo? È davvero ciò di cui dovremmo preoccuparci? O forse è solo un acronimo utile a chi ha bisogno di continuare a giocare con enormi quantità di denaro, una divinità composta da tre lettere al quale stiamo sacrificando troppe cose?

Vandana Shiva

Quello che ho apprezzato del documentario non è solamente il messaggio, ma anche il fatto che tra le maggiori promotrici di questa economia della felicità vi siano delle donne. Tra di esse abbiamo non solo Helena Nordberg-Hodge , ma anche la scrittrice Vandana Shiva e la dottoressa Mohau Pheko. Qualcosa mi dice che le donne stiano avendo e avranno un ruolo di primo piano nei cambiamenti che, volenti o nolenti, ci troveremo ad affrontare. Vedo infatti in questo ritorno a uno stile di vita meno competitivo una mano femminile. Come dice Vandana Shiva, è “la conoscenza delle nonne”.

Credo che questo documentario presenti una soluzione logica e naturale ai problemi che ci troviamo ad affrontare, e soprattutto credo sia un invito a non aspettare sempre che un “grande della terra” arrivi a sistemare le cose. Le multinazionali sono grandi, ma hanno la goffaggine dell’elefante. I singoli sono piccoli come formiche, ma come le formiche arrivano dappertutto.

 

Per maggiori informazioni:

http://www.theeconomicsofhappiness.org/

 

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"Unica" e "L'altra metà dell'anima"

Nel panorama della musica pop italiana continuano le novità discografiche. Il 29 Novembre è stata la volta del nuovissimo album di Antonello Venditti: Unica. 9 brani che continuano i racconti personali e non, che il cantautore ci propone da anni. Impegno sociale, amore e vita, quella di tutti con i problemi che ognuno può incontrare. Per il cantautore l’album è desiderio di libertà, quella di amare, di vivere in maniera dignitosa, insomma libertà a 360 gradi. Lui stesso l’ha definito la sua “preghiera laica”.

Ecco la track list:
1.E allora canta!: di fronte alle varie difficoltà, dall’amore perso al lavoro svanito in questi anni di crisi, Venditti incita tutti a non molllare e gridare come nel coro finale: “la libertà ritornerà”. La conclusione del brano è affidata al famoso sassofonista Gato Barbieri che accompaganto da un tappeto di archi improvvisa e regala melodia alla canzone. Il brano segue la falsa riga di tanti soggetti e delle vite cantati in “Che fantastica storia la vita” e “Sotto il segno dei pesci”.
2.Unica (Mio danno ed amore): gelosia e passione per la compagna che forse si sta facendo stringere da qulacun altro. Danno ed amore. E’ il singolo ufficiale dell’album e sicuramente il brano più rappresentativo.
3.Oltre il confine: una dedica a chi sta arrivando profugo nel nostro Paese con la speranza di una vita migliore “con l’aiuto di Allah se Dio vorrà”.
4.Ti ricordi il cielo: brano che va ascoltato più volte e capito. Si sente la mano di Pacifico.
5.Forever: brano con un segnale ben definito, “sarai con me per sempre”. E’ stato dedicato alla madre del cantautore che ora non è più qui. Brano al centro dell’attenzione dei critici per alcune analogie con un brano dei Coldplay.
6.Come un vulcano: dedicato ad una donna che prende tutti e nonsi ferma mai, un vulcano!
7.Cecilia
8.Non ci sono anime
9.La ragazza del lunedì (Silvio): è il brano politicamente scorretto che Venditti inserisce in ogni suo album. Parla di una ragazza lasciata sola dal suo Silvio nel “classico” lunedì ed ora cercherà di riprendersi la sua vita! Alla batteria troviamo Carlo Verdone, come nella sana tradizione “vendittiana” in brani di questo genere.
Dall’8 Marzo, a Roma, partirà il nuovo tour e toccherà come sempre molte città italiane.
“Unica” è prodotto da Antonello Venditti e Alessandro Colombini per la Heinz Music.
Personalmente trovo il lavoro un po’ sotto le mie aspettative, sono passati quattro anni dall’ultimo album di Venditti e i brani come sempre sono solo nove. Credo che solo “Unica” faccia la differenza. Impegnati i testi e ben pensati gli arrangiamenti, ma spesso la melodia lascia a desiderare e il brano si fa apprezzare solo per il ritmo. Pochi spazi per il piano e il sax L’album va ascoltato e capito, al primo impatto purtroppo non lascia un grosso segno, ma riascoltandolo ammetto che ne sto cogliendo e valorizzando le sfumature.

Dopo quasi 50 anni ci carriera con i Nomadi, Beppe Carletti, leader della formazione, decide di far uscire un album tutto suo di sola musica strumentale. “L’altra metà dell’anima” è il titolo del suo lavoro, 13 brani strumentali con piano e tastiere e dei bei vocalizzi di Alessandra Ferrari. Un lavoro molto “intimo” le cui le note ci portano in magiche atmosfere. Semplice la copertina come semplice la sua vita e il suo racconto di come e perchè nasce quest’album: “Questo è un progetto che coltivavo da tempo. Un sogno maturato e cresciuto, durante questi lunghi anni di vita e di musica, lungo le strade del mondo. Si tratta di 13 brani strumentali inediti. Composizioni che rivelano una parte di me stesso, nascosta e sconosiuta. In questo lavoro infatti, escono allo scoperto emozioni, fragilità, sentimenti e pensieri, che appartengono all’altra metà della mia anima. Un album che fotografa i momenti importanti della mia esistenza: un incontro imprevisto, la nascita dei miei figli e dei miei nipoti, la morte di Augusto, un tramonto su una spiaggia, il sorriso di un bambino, il respiro del vento e l’odore della pioggia, o semplicemente la consapevolezza di essere vivo. Composizioni che sono fotografie di attimi rubati alla vita e che non potevo che riempire di note”.
Veramente belle queste melodie che rimarcano lo stile pianistico e tastieristico del musicista emiliano. Forse sarebbe stato bello sentire qualche strumento “vero” quali un flauto o un violino anziché le sole tastiere, ma Beppe è questo. Ricordo lo scambio di battute che ho avuto con Carletti negli spogliatoi di un palazzetto dello sport prima di un concerto: impressionanti la sua semplicità e la sua cordialità. In bocca al lupo per questo lavoro che arriva alla soglia dell’anniversario dei 50 anni della band e dalle recenti dimissioni del cantante Danilo Sacco.

La vecchia e sempre nuova leva del Pop Italiano

Anche quest’anno l’autunno ci ha regalato l’uscita di nuovi album pop melodici italiani; in particolare, di quattro cd che segnano il ritorno di altrettanti artisti/gruppi della nostra Italia che canta e che sa scrivere canzoni.

La fine di settembre ci ha presentato l’uscita del nuovo lavoro di Michele Zarrillo dal titolo “Unici al mondo”. Il cantautore romano si presenta al pubblico dopo il successo de “L’alfabeto degli amanti” con queste nuove dieci canzoni. Come nel suo stile, l’album ci porta a esplorare amore, sogni, rimpianti e riflessioni sociali. La grafica dell’album si presenta in forma veramente “intima”, con poche foto e l’attenzione di chi sfoglia il “libretto” tutta concentrata sui versi delle canzoni. Buona la composizione e gli arrangiamenti, e bravissimi i musicisti (notevole la parte ritmica composta da Lele Melotti alla batteria e Paolo Costa al basso) .Bello questo nuovo lavoro anche se forse ricalca un po’ troppo lo stile ed i temi tipici del cantautore. La parte molto “intimista” restano però sempre il fascino ed il cardine del nostro Michele.

L’artista inizierà il tour nel prossimo inverno, e possiamo già darvi le prime date:
03 Dicembre. Torino
12 Dicembre. Firenze
13 Dicembre. Milano
20 Gennaio. Bologna
21 Gennaio. Roma
27 Gennaio. Padova

Sempre di fine settembre è il nuovo lavoro degli Stadio. La band affiancata dietro le quinte da Saverio Grandi nel ruolo di produttore e musicista danno nuovo repertorio a un’attività artistica che negli ultimi anni è sempre stata ricca di nuove idee. Dopo “Gaetano e Giacinto” di quest’estate, “Diamanti e caramelle” (che dà anche il titolo all’album) è il nuovo singolo, composto insieme ad Andrea Mingardi e dedicato ai calciatori Scirea e Facchetti. Una nota solidale: i proventi ricavati da questa canzone saranno devoluti alle onlus fondate in onore dei due campioni. Undici nuovi brani e una bonus track che vede alla voce anche Noemi in una riproposizione de “La promessa”, il brano che apre il cd.
Un parere del tutto personale è che le melodie siano un po’ qualitativamente in ribasso dopo che gli Stadio ci hanno abituato ad album quali “Parole nel vento” e “Diluvio Universale”.

Gli Stadio incontreranno il pubblico in queste date:
12 Novembre. Salsomaggiore
19 Novembre. Torino
22 Novembre. Milano
26 Novembre. Padova
01 Dicembre. Firenze
16 Dicembre. Roma
17 Dicembre. Bologna

“Decadancing” è invece il nuovo – e pare ultimo – lavoro di Ivano Fossati. Ebbene sì: pare che il cantautore, arrivato a sessant’anni, abbia deciso di uscire di scena per riassaporare la sua vita e per non voler proseguire oltre in un mestiere dove ha dato tutto. Una scelta meditata, come questo album, dove gli arrangiamenti sono stati studiati alla perfezione. Pochissima elettronica e tantissimi dettagli, che delineano un album forse con poche idee nuove, ma con tanta voglia di suonare. Si sente il tocco dell’esperienza in questi dieci nuovi brani, anticipati dal singolo “La decadenza”, nelle radio da qualche settimana. Un bell’addio dai riflettori caro Ivano. Forse veramente ci hai detto tutto o forse la vita, compresa quella artistica, va capita ed apprezzata per quello che è, con la semplicità ed allo stesso tempo con tutta la complicatezza che nasce dal vivere quotidiano.
Il 9 Novembre partirà un lungo tour nei teatri italiani che durerà fino a febbraio, per chiudere in un tripudio di note la carriera di questo cantautore che ha dato tanto alla musica italiana.
Per conoscere le date vi invito a visitare questo sito

Infine parliamo di “Dove comincia il sole Live” dei Pooh. Dopo il successo dell’album dello scorso anno – il primo senza Stefano D’Orazio – i Pooh escono con questo doppio cd live disponibile anche in DVD. Ci sono canzoni nuove e grandi successi del passato, riproposti da Roby Facchinetti, Red Canzian e Dody Battaglia con il pregiatissimo supporto di Phil Mer, Ludovico Vagnone e Danilo Ballo. Nuova linfa e – udite udite, fan dei Pooh – la riproposizione live di brani quali “L’anno, il posto, l’ora” e “Il tempo, una donna, la città”. Tutto più facile con sei musicisti provare a riportare in un concerto i brani del pop-sinfonico degli anni settanta targato Pooh. Il concerto è stato registrato durante l’ultima tappa del tour, il 27 Agosto al castello di Este. Un live ben fatto. Da profondo amante dei “vecchi” Pooh e da persona non soddisfatta da quello che il gruppo ci ha regato dal 1996 in poi (“Amici per sempre”) trovo nuova linfa e nuovo gusto a portarmi questo cd in ogni posto. “Dove comincia il sole” era il presagio di una nuova vita artistica, il live ne è la conferma.
Buon ascolto!

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Nomadi – Cuorevivo

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuovo autore su Camminando Scalzi
Vi presentiamo Samuel, operaio aeronautico con la passione per la musica. Nel suo piccolo suona e cerca di creare nuove melodie con il suo pianoforte. Il suo primo post è una recensione dell’ultimo album dei Nomadi. Buona lettura![/stextbox]

“Segnali Caotici Produzioni Discografiche”. Parte da qui la nuova avventura dei Nomadi, il gruppo emiliano che dal 1963 ha scritto righe importanti nelle pagine della musica italiana. Una scelta di libertà: un’etichetta tutta per loro dopo tanti anni passati con la major Warner.

Dieci brani, due inediti e otto rivisitazioni di canzoni non troppo famose pubblicate tra il ’67 e il ’77. Pezzi scelti tra il vasto repertorio della band, che il “popolo nomade” ha già avuto modo di ascoltare nei vari escursus che la formazione propone nelle centinaia di live in giro per l’Italia, infiammando campi sportivi, palazzetti dello sport e teatri, e nelle varie raccolte che sono state pubblicate negli anni.

Sono passati pochi mesi dalla pubblicazione dall’album “RaccontiRaccolti”, in cui Carletti & Company reinterpretano alla loro maniera brani di altri artisti famosi. Il risultato? Lodi per il gusto degli arrangiamenti e della qualità dei pezzi, e critiche per il fatto di proporre delle cover da parte di musicisti sempre propositivi e prolifici di nuove idee con una storia discografica invidiabile.

Ma veniamo a questo nuovo album. Uscita ufficiale il 7 giugno, mentre il singolo “Toccami il cuore” già dal 13 maggio annunciava il nuovo lavoro. La formazione è quella che da qualche anno regala splendide interpretazioni: Beppe Carletti, Danilo Sacco, Sergio Reggioli, Cico Falzone, Daniele Campani e Massimo Vecchi. Veniamo alla track-list.

  1. Toccami il cuore. È il singolo del nuovo album. Brano inedito, voglia di amore e vita. “Toccami il cuore e senti come è vivo”. Esclamazione di amore, forza e grande sentimento. Dopo i problemi fisici di Danilo Sacco legati al cuore, è bello anche per questo sentire cantare con grinta questo “inno”.
  2. Non dimenticarti di me. Brano stupendo del 1971. Molti fans ricorderanno le splendide versioni cantate da Augusto Daolio. Nuova livrea per questa canzone che è sempre stata all’avanguardia negli arrangiamenti.
  3. Un figlio dei fiori non pensa al domani. Cover di “The death of the clown”. 1967, e nel 2011 Massimo Vecchi ce la ripropone con la sua  voce da rocker.
  4. Isola ideale. 1974 la prima pubblicazione; oggi fa la comparsa in veste di “cantante ufficiale” Sergio Reggioli, abile pluristrumentista della band (cori, percussioni, chitarra e virtuose improvvisazioni al violino. Valore aggiunto!)
  5. Cosa cerchi da te. Ecco il secondo inedito del disco interpretata da Massimo Vecchi.
  6. Noi. Riproposizione del brano del 1967. “Esiste solo sound!”
  7. Un po’ di me. Brano stupendo del 1973. In questo album decisamente la mia preferita insieme a “Non dimenticarti di me”. Melodia e poesia si uniscono, canzone sempreverde.
  8. La storia. Dal 1977 a oggi, ecco la nuova versione.
  9. Mamma giustizia. Nella ricerca di “legalità” dei giorni nostri, questo brano del 1973 sembra scritto da un artista dei nostri tempi.
  10. Fatti miei. Ballata rimasta piacevole dal 1975.

Naturalmente i “live” dei Nomadi continuano con la solita costanza. Più di cento concerti all’anno da sempre, tanti “amici” che formano il popolo nomade, beneficenza sempre in primo piano e la loro musica sempre all’altezza nelle situazioni dal vivo. Seguite tutti gli aggiornamenti sul sito ufficiale www.nomadi.it

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