Travis Barker – Give The Drummer Some

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Il post di oggi è scritto da ER TIGRE, che si presenta parlandoci di se.

“Amo: i dolci, la pizza, dormire. Adoro: la musica che scuote il cervello, la parte femminile meno visibile agli occhi, stare a casa a farmi i cazzi miei. Non sopporto: il Paese in cui vivo, coloro che vivono il Paese in cui vivo, gli U2 e i REM.”

Frase preferita: “Tom Araya Is Our Elvis“[/stextbox]

Un disco giunto nei negozi inaspettatamente, fra l’altro senza nessun tipo di esposizione mediativa, che però metterà sicuramente la pulce all’orecchio al popolo musicale più attento. ‘Give The Drummer Some’ è il primo lavoro solista di Travis Barker, meglio noto come batterista dei Blink 182. Come molti di voi sapranno, i Blink 182 suona(va)no un punk confezionato e laccato, divenuto poi colonna sonora dell’ultima generazione punk. Ma veniamo a noi: Travis Barker ha deciso di chiamare alcuni amici del giro di Los Angeles e registrare un album dalle sonorità metropolitane, musicalmente distante anni luce dalla sua band di origine. ‘Give The Drummer Some’ è sostanzialmente un disco hip hop vecchio stile, che però mantiene quell’atteggiamento da ragazzo cattivo di strada tipico del rock.

È per questo motivo che Travis Barker si può permettere di registrare un pezzo con Tom Morello, un altro con Busta Rhymes, un altro ancora con Snoop Dogg e poi Slash. ‘Knockin’, ‘Let’s Go’ e ‘Saturday Night’ sono solo alcuni dei brani che meritano di essere ascoltati con attenzione ma anche con quella leggerezza adolescenziale che questo album ci fa ritrovare. Se amavate i Beastie Boys e i Rage Against The Machine e se pensavate di fare la rivoluzione dalla scrivania della vostra cameretta allora ‘Give The Drummer Some’ è il disco che fa per voi. L’importante è togliersi il paraocchi e pensare a trecentosessanta gradi. Compratelo, scaricatelo, fatelo vostro: insomma fate qualcosa e lasciatevi travolgere!

Er Tigre

Travis Barker – Give The Drummer Some (Interscope/Universal)

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Wasting Light – Recensione

I Foo Fighters sono tornati. Wasting Light è il settimo album di studio dei Foo, capitanati dal sempre più “signore del Rock” Dave Grohl. Il ragazzaccio della Virginia proprio non riesce a stare con le mani in mano, e dopo le ultimissime collaborazioni (“Them Crooked Vultures” vi dice niente?), è tornato in studio con la sua band di sempre.

“Echoes, Silence, Patience & Grace”, il precedente album, aveva lasciato i fan più accaniti con un po’ d’amaro in bocca. La sensazione che si respirava era quella di trovarsi di fronte agli scarti (di qualità in ogni caso) di “In Your Honor” (vero e proprio capolavoro assoluto dei Foo), e il successivo Greatest Hits aveva accresciuto un po’ lo scoramento nei confronti della band.

Ma quando tutto ormai sembra avviato verso la via della ripetizione ad libitum di sé stessi, ecco arrivare “Wasting Light”. Chiariamoci subito, i Foo non hanno fatto grande sperimentazione (non sono famosi per farlo, comunque): ciò che ci ritroviamo davanti è esattamente quello che ci si aspetta da loro, con in più la grossa (e non del tutto prevedibile) sorpresa di trovarsi di fronte undici brani che spaccano letteralmente il cervello per quanto ti si piantano in testa. Un rock genuino, una serie di riff che si stampano nella memoria come impronte nel cemento, con i classici ritornelli alla Foo che ripeterete e ripeterete mentre fate qualsiasi cosa. Spicca in maniera esorbitante la produzione di Butch Vig, tornato a collaborare con Grohl dopo i tempi epici dei Nirvana; il suo apporto si sente, e tanto. Wasting Light è stato tutto registrato nel garage di Dave, doveva essere un album cattivo, rock vecchio stampo. Quindi via i computer, i sequencer, le modifiche in digitale, rispolverati i mixer multitraccia e il nastro, il suono è la cosa che colpisce di più al primo impatto. Caldo, potente, con il basso che martella il ritmo, le chitarre che tirano giù riff che ti fanno fare headbangin’ in continuazione, la batteria di Taylor che è una vera macchina da guerra. L’idea è semplice e geniale. Fare un rock che suoni duro, sporco, semplice, come il rock deve essere (tanto Grohl ha ben altri modi per sperimentare). Il risultato è garantito. L’idea è piaciuta così tanto al gruppo che in USA hanno indetto un concorso per portare Wasting Light nei garage dei fan. Esatto, i Foo Fighters, che riempiono in due giorni Wembley con centottantamila persone, vengono a suonare a casa tua per te e i tuoi amici. Ennesima qualità di questa band, del suo indissolubile legame con i fan, della voglia di divertirsi che traspare in continuazione. E quando ci si diverte, fare bella musica viene naturale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=pdAMSUFoKK0

Tornando alle tracce, ci troviamo di fronte a qualche spunto tecnico più complesso rispetto al passato (Rope), con tempi dispari e riff heavy metal (White Limo), insieme a pezzi più classici (One of these days, Back&Forth), che hanno forse l’unico difetto ascrivibile al disco: ci si ritrova ad ascoltare il “solito” ritornello alla Foo Fighters. Ciò che colpisce di più in ogni caso è la totale riuscita di ogni brano, che mantiene quella forza incisiva che forse era mancata con il lavoro precedente (di cui ci si ricorda “The Pretender” e poco altro). Qui ogni brano rimane piantato nella memoria, non viene mai a noia, mantiene la sua forza. Ascoltatelo dieci volte consecutive, e l’undicesima sarete ancora lì col tasto play. Una grossa qualità. I testi sono sempre belli, e si nota con piacere un po’ meno di nonsense a cui Grohl ci aveva abituati (il testo di Big Me rimarrà un mistero), continuando la strada iniziata con In Your Honor. I temi sono i più disparati, si va dalla love song Dear Rosemary (che vede la collaborazione di Bob Mould degli Husker Du; gruppo fondamentale tra le influenze di Dave), al travagliato rapporto con il luogo di origine di Arlandria (“You and what army, Arlandria?” epico). Non manca una piacevole sorpresa, la collaborazione di Krist Novoselic nella registrazione di I Should Have Known, che insieme a Pat Smear – ormai rientrato a far parte ufficialmente della band -, fa un po’ da revival-raccordo con il discorso lasciato ai tempi dei Nirvana.

Wasting Light è un album decisamente riuscito sotto tutti gli aspetti, una spanna sopra il precedente senza dubbio, consigliato anche a chi è a digiuno di Foo Fighters, perché un po’ di sano rock&roll non può che fare bene in questi tempi di magra e Justin Bieber.

Vi lasciamo con un live della band. Tutto l’album suonato di seguito, senza mai fermarsi, nel loro studio 606. Sono dei mostri, innegabilmente.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Xnmzins2Uow

Radiohead – The King of Limbs

I Radiohead sono tornati. Dopo una lunga attesa dall’ultimo meraviglioso In Rainbows, a gran sorpresa hanno annunciato il loro nuovo album a una settimana dal rilascio online. Ancora una volta l’utilizzo di una nuova forma di distribuzione che bypassa le major e permette alla gente di acquistare la musica direttamente da loro. Lasciata andare l’idea del “paga-quanto-vuoi” dell’ultima produzione (che è comunque stata un successo), questa volta il sistema di distribuzione si è basato sul pre-order (ma l’album è acquistabile anche adesso ovviamente, sul loro sito) dei formati digitali, e una versione deluxe misteriosamente chiamata “Newspaper album”, che conterrà oltre alla versione digitale anche due vinili con l’album (otto tracce per due vinili? Mistero? Ne riparliamo a fine articolo).

Otto tracce soltanto, quindi, solo trentasette minuti di musica dei Radiohead, forse l’unico lato negativo di questa produzione: un’eccessiva brevità. Sarà perché quando si comincia ad ascoltarli vorresti un po’ che non finissero mai, sarà che eravamo stati abituati diversamente, la lunghezza non propriamente da LP è un po’ deludente per chi ha aspettato fremendo quest’album per quasi tre anni.

La musica dei Radiohead rimane sempre particolarissima, sperimentale oltre il limite, e quest’album prosegue una strada evolutiva che è iniziata ai tempi di Amnesiac e Kid A, culminata nel capolavoro che è stato In Rainbows. Questo The King of limbs è un album “difficile”, diciamolo subito, che non si comprende appieno a un primo ascolto, ma che necessita di un minimo di impegno attivo per farlo entrare nelle proprie corde, anestetizzate da una attualità musicale soporifera e ripetitiva. Sicuramente troviamo molto dell’ultima (e per ora unica) produzione di Yorke solista, con un uso dell’elettronica ormai preponderante rispetto alla parte più rock, che possiamo dire sia stata ormai abbandonata dal gruppo da tempo nella sua forma più classica. L’album si apre con una disorientante Bloom, una base ritmica in controtempo, e la voce di Yorke che sembra arrivare da lontanissimo, con il solito accostamento dissonante tra melodia e accompagnamento a cui ci hanno (bene) abituato. Ci si sente in parte a casa, e in parte in un posto nuovo. Si continua con le dissonanze ritmico-melodiche di Morning Mr Magpie, e poi Little by Little, che ricorda i pezzi più arditi di Ok Computer. L’esperimento elettronico culmina in Feral, un brano particolare, forse quasi inascoltabile in un primo momento, ma che con un minimo di attenzione dimostra tutta la sua sperimentazione portata all’estremo, e riesce a funzionare sin troppo bene. Non mancano classiche “ballad” (se possiamo definirle così) come Codex, che lascia senza parole per le melodie disegnate dalla voce di Yorke che ormai ha raggiunto il suo apice, diventando un vero e proprio “strumento” nelle mani della band. Lotus Flower, singolo scelto per il lancio dell’album, è forse il brano che raccoglie l’eredità più vicina ad In Rainbows, probabilmente scelto proprio per questo legame a doppio filo con il predecessore, per non disorientare troppo i fan. Ma è soltanto un’esca lanciata, perché quando ci si ritrova dentro The King of Limbs si respira tutt’altra aria, e ancora una volta i Radiohead ci portano avanti nel futuro (o in quello che a noi sembra il futuro). Meravigliosa anche l’acustica Give up the ghost, con il suo mantra “don’t haunt me” che si ripete per tutto il brano, e il brano di chiusura, che si intitola Separator. Separator? E da cosa?

The King of Limbs part 2?

E arriviamo così alla seconda parte di questo articolo, quella un po’ più speculativa. Ciò che segue potrebbero essere soltanto coincidenze, o forse no. Girando qua e là per la rete ho scoperto (grazie alla segnalazione del mio grande amico Francesco “Frank” Arena) che ci sono parecchi indizi che lasciano pensare che The King of Limbs non finisca qua. Prima di tutto, come già detto in apertura, i due vinili previsti per la Newspaper Edition sembrano troppi per contenere soltanto gli otto brani dell’album. Inoltre non si spiega il perché di una differita di tanti mesi tra la pubblicazione online e l’invio delle copie “fisiche” del disco (che saranno disponibili dal 9 Maggio, ma distribuite a giugno). Se è tutto pronto e registrato come mai questa grossa pausa? Potrebbe quindi spuntare una seconda parte del disco in questi mesi, che andrà a completare l’album, che sarà così tutto unito nella Newspaper Edition, e si spiegherebbero in tal modo i due vinili. Altro interessante indizio è proprio la canzone di chiusura dell’album, che si intitola Separator. Separator da cosa? Cosa separa? Potrebbe essere anche questa soltanto una coincidenza, è vero, eppure nel testo viene ripetuta insistentemente la frase “if you think this is over Then you’re wrong”: “se pensi che sia finita, allora ti stai sbagliando”. È soltanto una parte del testo o Thom e soci ci stanno dando qualche indizio sulla seconda metà del Re dei Rami (il nome si riferisce a una quercia centenaria che si trovava in un bosco vicino alla località di registrazione dell’album)? E poi si sono susseguiti account misteriosi su twitter che davano indizi e facevano riferimenti a riguardo, e uno di questi pare anche abbastanza accreditato, essendo tra i soli cinque follower che segue Thom personalmente sul social network. Gli indizi naturalmente sono molti di più, e citarli tutti sarebbe lungo, ma insomma, un’idea ve la sarete fatta anche voi. Se volete approfondire questo “mistero”,  su questo blog trovate tutti i dettagli, e credetemi, ce ne sono veramente tanti che fanno diventare questa grossa speculazione molto ma molto credibile. Magari è tutta una pura coincidenza, ma se ci fosse davvero una sorpresa del genere ad attenderci, non potrebbe che farci oltremodo piacere, considerando anche le sperimentazioni in fatto di distribuzione che ormai sono marchio di fabbrica Radiohead. E quale maniera migliore per vendere un album che quella di distribuirlo in parte, far venire l’acquolina, e poi dare in pasto una seconda metà (ve ne dico un’altra: pare che le tracce saranno 14 in tutto)?

Vi lasciamo con il video di Lotus Flower, coreografato da Wayne McGregor (della Random Dance Company, autore di questa coreografia in passato), con un Thom Yorke scatenato. Qui trovate tutti i testi dell’album invece.

Mr.Bungle: rapsodia in rock.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Il post di oggi è scritto da Sanodimente, alla sua prima collaborazione con la blogzine. [/stextbox]

Recensire i Mr.Bungle non è certo impresa facile, se non altro per l’evidente impossibilità di inserire la band californiana in un qualsiasi filone artistico, oltre che per la complessità compositiva e sonora che ne distingue la breve ma brillante produzione. In estrema sintesi possiamo dire che i Bungle rappresentano il crossover più radicale, quello che fa della contaminazione totale non un veicolo, ma il traguardo vero e proprio della propria estetica musicale. Ma attenzione, per quanto a un primo ascolto quello del quintetto californiano possa sembrare un esercizio di tecnica fine a sé stesso, quasi a dire “guardate, possiamo suonare quello che vogliamo e come lo vogliamo”, in realtà la musica dei Mr. Bungle non è quasi mai autoreferenziale. Piuttosto si può dire che il gruppo, capitanato dall’allora adolescente Mike Patton, abbia voluto raccogliere e cucire insieme le tradizioni musicali più disparate e tra loro eterogenee, pescando a mani basse dall’hardcore e dal rock ma anche da Ennio Morricone, dal jazz e dal funk, per crearne un’amalgama anticonvenzionale, coinvolgente, un’esperienza sonora trascinante a cui non si può che riconoscere il merito di riuscire a riassumere in una manciata di brani l’intensa ed estremamente ramificata fecondità musicale del secolo scorso.

Formatisi nella metà degli anni ’80 ad opera del frontman Mike Patton (che proprio grazie alle doti canore mostrate nelle prime performance del gruppo verrà notato dai Faith No More e invitato a sostituire il dimissionario Chuck Mosley alle voci, raggiungendo così il successo del grande pubblico) insieme al chitarrista Trey Spruance, al bassista Trevor Dunn, al batterista Danny Heifetz, e a Clinton “Bär” McKinnon al sassofono e al vibrafono, i Mr. Bungle hanno registrato in studio tre album tra il 1991 e il 1999 (Mr. Bungle – 1991, Disco Volante – 1995, California – 1999), prima di interrompere la loro carriera nel 2004, peraltro dopo continui cambiamenti di formazione e senza che ciò fosse mai annunciato ufficialmente. I Mr. Bungle non hanno mai sperimentato un significativo successo commerciale durante i loro anni di attività e hanno pubblicato solo due video musicali. Tuttavia, con il passare del tempo sono riusciti a raggiungere una certa popolarità a livello internazionale, pur rimanendo sostanzialmente una band di nicchia.

Come già accennato risulta praticamente impossibile, e probabilmente inutile, cercare di inquadrare  i Mr. Bungle all’interno di un genere definito, in quanto il tratto caratteristico della loro musica è proprio una mescolanza ossessiva ed estremamente articolata dei più svariati generi. Sempre in bilico tra una cacofonica apologia del nonsense e la ricerca di soluzioni squisitamente melodiche, i Bungle riescono a intrecciare chitarre muscolose, ritmiche e fiati funk, campionature techno, passaggi dal sapore decisamente jazz, soul, classica e metal in una miscela musicale che, pur sfuggendo a superflue quanto forzate definizioni di stile, inevitabilmente trasuda genio. E il tutto, nella maggior parte dei casi, all’interno del singolo brano.
Continui cambi di tempo e di regime sonoro si alternano in composizioni a volte frenetiche, a volte liriche. La voce poliedrica di Patton passa con sbalorditiva disinvoltura dal falsetto, al growl più brutale, dal rap al crooner sussurrato a denti stretti, rivelando una capacità tecnica sopra le righe. Strumenti (tutti quelli che vi vengono in mente) e noise si fondono in modo perfetto in quello che sembra un delirio sì, ma un delirio ordinato in cui nulla è lasciato al caso. Si ha come l’impressione, ascoltando brani come Quote Unquote, Ars Moriendi o Ma Meeshka Mow Skwoz, che la band voglia prendersi gioco delle tematiche musicali che sfrutta nei propri pezzi, dissacrandone le regole ritmiche, destrutturandone  completamente il contenuto, inserendo testi spesso al limite dell’assurdo e non di rado difficilmente comprensibili. Mentre un pezzo come Girls of Porn ricorda in modo palese le sonorità glam e funk metal di band come gli Extreme o i primi Red Hot Chili Peppers, la suite Egg è qualcosa a metà tra la pura psichedelia e un jazz sperimentale raffinatissimo, mentre in un brano disturbato come Violenza Domestica ritroviamo tematiche e strumenti tipicamente italiani in altri, assai più melodici e davvero stupendi, come Retrovertigo o Vanity Fair, scorgiamo tracce del pop e del rock che poi caratterizzeranno i Faith No More e i Soundgarden. Insomma un grande calderone musicale multisfaccettato e in cui si mescolano tutti, ma proprio tutti, i generi, ma in modo mai banale e sempre con uno stile inconfondibile.

Se perciò ad un prima lettura prevale il caos, via via che si presta l’orecchio, che si sentono e risentono i dischi, quella sensazione di inorganica confusione viene sostituita dalla percezione che si tratti di qualcosa di ben più elevato, certamente di complesso e non immediato, in cui oltre all’esasperato tecnicismo si riconoscono chiaramente il profondo senso armonico, un’efficacia compositiva in grado di creare atmosfere e sensazioni di un’intensità stupefacente e, in definitiva, la volontà e la capacità di fare musica, quale essa sia, di altissimo livello.

Passando brevemente al trittico che compone la produzione dei Bungle: per quanto si debba riconoscere che l’album omonimo di esordio probabilmente rimanga il capolavoro della band, nonché il più rappresentativo, California – il loro ultimo LP – è sicuramente un disco di maggiore maturità e completezza artistica, per la scelta dei brani, delle strutture musicali e per l’utilizzo dei suoni. Disco Volante rimane invece un discorso a sé: più oscuro ed ermetico degli altri due non riesce ad avere né lo stesso impatto emotivo né la medesima personalità, rischiando di risultare troppo complesso anche per un ascoltatore attento e preparato.

In definitiva mi sento di consigliare vivamente l’ascolto dei Mr. Bungle, ma con un’avvertenza: non è musica per tutti. Se amate i Coldplay e Gigi d’Alessio lasciate perdere, non fa semplicemente per voi. A tutti quelli che invece si vogliano cimentare nella scoperta di una band a mio avviso tra le più audaci, talentuose e originali dello scorso millennio, consiglio di non fermarsi alle apparenze e di andare a fondo; la musica di Mike Patton e soci vi si rivelerà poco a poco e solo quando ne avrete assaporato anche le più minuscole sfumature, allora non potrete non comprenderne la portata e l’assoluta eccezionalità.

Umberto Rotondi – La musica come Idea.

L’ estetica musicale di Umberto Rotondi si può benissimo sintetizzare con una frase dei suoi appunti, questa riportata nel libretto del cd: “Penso. Dunque non sono”.  Essa è carica di molteplici significati. Traspare la sottile ironia con cui si capovolge il sillogismo cartesiano “Penso. Dunque sono”, ironia che è anche auto-ironia. Ma la considerazione più importante è che il suo è pensiero puro: non vi è altro rapporto con le cose se non con la loro stessa essenza. Potremmo dire: Perotinus, Bach, Varese e quindi Rotondi. Egli si professa platonico asceta della musica e missionario dell’arte. Rotondi fu persona introversa, schiva a qualsiasi velleità di palcoscenico e di pubblici proclami; dopo un brillante successo ottenuto a inizio carriera – un Leone d’oro alla mostra del cinema di Venezia per il commento sonoro di alcuni documentari naturalistici – si chiuse nell’amore della sua missione musicale.

Questo cd monografico è frutto della stretta collaborazione no-profit  tra la Bottega musicale “Santa Maria de Jesu”, creata e diretta dal M° Enrico Renna e l’Espressivo Studio, del M° Carlo Speltri, con sede a Rotondi (curiosa omonimia del destino).  Gli interpreti sono i discepoli della Bottega musicale, tutti con alle spalle una formazione accademica di diverso grado e tutti con un progetto condiviso: fare musica nella sacralità del convento S.Antonio di Oppido Lucano, ospiti di P. Pellegrino Tramutola e P. Adelmo Monaco, musica con  spirito di comunità. Sono lontani l’ambiente chiassoso e caotico della città e il mondo musicale fatto di solisti e primedonne. Il disco costituisce il doveroso omaggio a un compositore che ha avuto poche glorie in vita, come molti grandi nella storia della musica,ed è un prezioso documento delle sue opere, di cui l’umile spirito è destinato a conservarsi grazie alla memoria dei suoi discepoli e delle generazioni successive.

Tracklist

1. Cinque episodi per arpa
2. Fantasia per clavicembalo
3. Osservando i disegni di Marzia per chitarra
4. Il tocco della medusa per pianoforte
5. Brucia lassù alto  per chitarra (U. Rotondi/ E. Renna)
6. Pour Livia   per violoncello
7. Marcia funebre  per pianoforte
8. Cinque miniature   per voce femminile e pianoforte (su testi di Marco Vitale)
9. Per Annamaria, ovvero, il flauto  per flauto

La stessa barca? Assolutamente no!

Psichedelico, energico, sorprendente e visionario: ecco il nuovo lavoro dei 24 Grana, la band napoletana che ormai è un punto di riferimento per l’underground musicale italiano. Il loro suono reggae – dub si è trasformato negli anni in qualche cosa di più maturo e deciso, dagli inizi molto “almamegrettiani”, a un presente deciso e personalissimo.

I testi di Francesco Di Bella, storico leader della band, sono sempre più vicini alla poesia che alla musica, concepita in uno schema classico, e in questo nuovo lavoro si legano benissimo a una sonorità nuova ed energica. Forse i fan storici del gruppo, quelli che hanno cantato e vissuto i tour  di Loop e Metaversus, composti da concerti assolutamente gratuiti e in posti impensabili, storceranno un po’ il naso e vivranno ancora di più lo scossone già avvertito in Underpop – un cambio di rotta non repentino perché maturato in tre album – ma che ha cambiato completamente lo stile musicale del gruppo.

La stessa barca è stato prodotto e registrato presso gli studi Electrical Audio di Chicago da Steve Albini, completamente in presa diretta, così da poter catturare la forza live del gruppo. Un suono pulito, non più elementare, legato di più al rock e alle individualità e che dal vivo, sicuramente, troverà il suo compimento con un’esplosione artistica, che renderà un po’ tutti invogliati a lanciarsi nel pogo più sfrenato. L’album in sé è composto da 10 tracce; un disco non certo lunghissimo, ma in questo simile agli altri lavori del gruppo. I testi del solito Di Bella, ancor di più in questo disco, sembrano acquisire un senso solo dopo vari ascolti, dovuti alle loro caratteristiche visionarie, molto avvenenti e cantati con un brillante accento napoletano. La prima traccia, “Salvatore”, è anche la prima degna di nota che affronta temi cari ai fan del gruppo: la vita quotidiana sembra quasi la continuazione virtuale di Stai mai ccà. La terza traccia, “Ombre”, trasuda la vena psichedelica del disco; “… So’ fierr filat attuorn a me…” ai primi ascolti sembra la canzone al top del disco ma, logicamente, è solo la  prima impressione “non confermata”. Invece ascoltando  “Germogli d’inverno” si libera una ballata dolce, delicata e che lascia all’ascoltatore una sensazione di pace in un bianco e nero d’altri tempi.  La nona traccia, “Stop!”, ha un ritmo cadenzato, orecchiabile e con un testo non privo di ottimi spunti di riflessione.

Occorrerà altro tempo per ascoltare e sviscerare questo disco ma, per adesso, c’è una certezza, e cioè che questo 2011 comincia con un ottimo prodotto discografico, il nono album dei 24 Grana, consigliato a chi ha voglia di ascoltare dell’ottima musica, assolutamente lontana dai format e dalle banalità della musica italiana.

Gruppo: 24 Grana
Titolo: La stessa barca
Uscita prevista: 18 gennaio 2011
Tracklist:

01    Salvatore
02    Cenere
03    Ombre
04    Ce Pruvate Robé
05    Malevera
06    Turnamme a casa
07    La stessa barca
08    Germogli d’inverno
09    Stop!
10    Oggi rimani laggiù

Lavorazione dell’album

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4fioriperzòe – Musiche per film mai visti

Questo disco non è un disco. O meglio, non nasce come tale, quantomeno nell’accezione che diamo solitamente a questo termine come un corpus più o meno organico di lavori di uno stesso autore organizzati per essere inseriti in un unico supporto, quale esso sia. Questo perché “Musiche per film mai visti“, il terzo lavoro discografico dei 4fioriperzòe, al secolo Matteo Romagnoli (LE-LI), Francesco Brini (Pinktronix, Swaywak) e Nicola Manzan (Bologna Violenta, Il Teatro degli Orrori, ecc.), altro non è che una raccolta di brani – ma forse sarebbe meglio dire composizioni – che il gruppo ha realizzato in questi ultimi anni per cortometraggi, installazioni, documentari e quant’altro. Brani quindi essenzialmente strumentali, che però colpiscono subito per la ricchezza e la complessità del materiale musicale che li compone, a cominciare dalla qualità e quantità degli strumenti a disposizione, merito anche di collaborazioni eccellenti come Enrico Gabrielli (Calibro35, Mariposa), Alessandro Grazian e Pasqualino Nigro (Parto delle Nuvole Pesanti). Questo pot pourri di musicisti non può che portare al dilatamento delle convenzioni di genere musicale che, se da un lato può risultare in un lavoro confusionario e incompleto, nel caso del disco dei 4fioriperzòe è un valore aggiunto, per via della sapiente capacità del gruppo di miscelare influenze jazz alla world music, e ancora echi di musica classica a scheggie di rock. Ma soprattutto, pericolo fondamentale per un disco di questo genere, le composizioni si reggono benissimo anche da sole, evitando il rischio di essere uno sterile commento dell’immagine visiva. Ed è questa la forza di “Musiche per film mai visti”, che notiamo in brani come “Arriver moin rapidement à la mort”, forse il miglior estratto dell’album, o ne “Il Mali Migliore”, che gioca un po’ con le succitate influenze etniche. Particolare curioso e allo stesso tempo interessante, la presenza di una “cover” di “Un bel dì vedremo”, celebre aria della Madama Butterfly di Giacomo Puccini, intepretato dal trio in modo molto interessante. Un grande passo in avanti insomma per i 4fioriperzòe, rispetto al precedente “Tredici cose che dovrei dirti”, che pure vantava collaborazioni eccellenti, ma che presentava qualche difetto di troppo che lo rendeva di fatto un disco riuscito a metà. Non è il caso di “Musiche per film mai visti”, che si candida di diritto a entrare nelle collezioni di tutti gli appassionati di musica strumentale e non.

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Rodolfo Montuoro – Nacht

Si conclude dopo due EP (che confluiscono in questo nuovo lavoro assieme al materiale inedito) il viaggio di Rodolfo Montuoro nella notte. Già, perché Nacht appunto è un viaggio che il cantautore ci fa compiere nelle molteplici sfumature delle ore buie; ne esce un album molto interessante e variegato, che riesce a mischiare atmosfere cupe, sonorità inglesi e mediterranee, suoni folk e cantautorato. Merito è anche della nutrita lista di sparring partner d’eccezione, che accompagnano il viandante Montuoro lungo la strada: dal theremin di Vincenzo Vasi (musicista di fiducia di Vinicio Capossela) al violino di Francesco Fry Moneti dei Modena City Ramblers, il suono è sempre curato e ricercato, levigato e lavorato per accrescere la forza dei brani. Ma merito è soprattutto suo, di Rodolfo Montuoro, che sforna un album che scomoda citazioni anche importanti nei suoi brani: dal Dante Stilnovista di “Per Incantamento” all’Orfeo della mitologia greca. Il disco scivola così, tra un cantautorato colto e sonorità dure, cariche di significato. La sensibilità artistica di Montuoro si dischiude, in piccoli brani di poesia pura, che ti portano a riflettere come in “Mondi e Popoli”; che ti procurano emozioni, come il dolore di “Convergenze Parallele” o l’amore di “Labyrinth”, portando l’asticella del post rock cantautorale un gradino più sopra. L’avevamo già conosciuto (e apprezzato) con “A_Vision”  nel 2006, in cui declinava la figura di Ulisse, e con il suo EP del 2008 “Hannibal”, in cui parlava del celebre carnivoro, e avevamo già riconosciuto la sua sensibilità poetica; nel giro di due anni però Rodolfo Montuoro è molto cresciuto, e si impone adesso giustamente all’attenzione del mondo della musica con un prodotto di ottima fattura.

Uno dei migliori dischi dell’ultimo periodo.

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Iosonouncane – La Macarena su Roma

Jacopo Incani, cagliaritano ma residente a Bologna (l’Emilia-Romagna si conferma ancora una volta grande incubatrice di musicisti), dopo l’esperienza con gli Adharma esce con l’album d’esordio del suo progetto solista “Iosonouncane”, dal titolo evocativo “La Macarena su Roma”, per l’etichetta Trovarobato, che si conferma ancora una volta una delle più interessanti label del panorama indipendente italiano.

Il disco vuole presentarsi come un racconto dell’Italia di oggi, ed esemplificativo di questa volontà è “Summer on a spiaggia affollata”, forse il brano più riuscito dell’album, specchio della società italiana, in forte decadenza, immaginata sulla spiaggia estiva, teatro di vicende inenarrabili; a contribuire al quadro è anche la citazione di quella che è nell’immaginario popolare è “po-popo-popopooo”, ovverosia “Seven Nation Army” dei White Stripes. Lo stile dell’Incani è molto interessante, con quella sua vocina distorta (come anche gli stessi strumenti musicale) da un uso massiccio ma non esagerato dell’elettronica, che le conferisce un sapore di pop contemporaneo mai banale. “Il Corpo del Reato” assurge ad una dimensione prettamente cantautoriale, ma con la particolarità di un testo che non segue assolutamente le regole della metrica e che procede per balzi e grida, che ricordano il John De Leo dei tempi migliori. Ed è proprio quella che è tutto sommato una commistione uniforme di genere a rendere molto interessante il lavoro di Iosonouncane, che passa dall’universo cantautoriale (in alcuni brani ricorda per tipologia un po’ De Andrè) del pezzo succitato al carattere più groove di “Grandi Magazzini Pianura”, fino all’elettronica di “Torino Pausa Pranzo”, che riutilizza loop campionati e realizzati dallo stesso Incani che si ripetono contemporaneamente. E proprio questo brano ci fa riflettere sulla grande capacità del cantautore sardo di parlare di tragedie come la Thyssen Krupp con un’autoironia e una rabbia incredibile. E ancora “Il Famoso Gol Di Mano” ci fa entrare nell’atmosfera dei campi di calcio, assurti a specchio anche qui di una società in decadenza (il suo modo di utilizzare i luoghi come archetipi della società ricorda un po’ il Severgnini di Italians), il singolo “Il Sesto Stato” e la title track arricchiscono quanto detto con sonorità e brani sempre interessanti.

Disco da consigliare.

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EELS – Tomorrow Morning

Nona prova d’autore per gli EELS, che si riscattano dal non indimenticabile “Hombre Lobo” ribaltandone l’atmosfera cupa e intimistica e partorendo “Tomorrow Morning”, album che affronta i temi cari al leader Mark Oliver Everett, come la solitudine o il significato della felicità in una chiave sicuramente più ottimistica. Lettura che avvertiamo già dal primo brano vero e proprio, “I’m a Hummingbird” (“In Gratitude For A Lovely Day”, la traccia numero uno, è infatti una intro strumentale), un vero e proprio cinguettio che è un po’ la continuazione di “Little Bird” del precedente album, seppur con un ribaltamento di prospettiva che consiste nell’immedesimazione da parte degli artisti nell’uccello, “beautiful and free”. Il tema dell’uccello può essere visto anche come una sorta di rinnovamento, di resurrezione, ed è proprio questo a essere il fil rouge che lega le tracce di “Tommorow Morning”, come per esempio in “This Is Where It Gets Good”. Ma in generale è un mood che avvertiamo già a partire dalle orchestrazioni dei brani, ricche di arrangiamenti corali, di timbri chiari, melodiosi, con un utilizzo mai prevaricante né superfluo dell’elettronica. In particolare il brano appena citato (forse la miglior canzone incisa dal gruppo e una delle cose migliori ascoltate in questi ultimi anni) è un turbinio di suoni cristalizzati provenienti da strumenti eterei come il mellotron, l’organo wurlitzer (una vera e propria bestia come sonorità) e archi, in cui la voce di Everett, scura e un po’ graffiata, scivola e si fa strada nella melodia come un coltello nel burro. Chiusura ideale di una trilogia iniziata con “Hombre Lobo” e continuata con “End Times”, “Tomorrow Morning” è perfettamente riassumibile nella parola “serenità”: quella serenità però velata di tristezza che si avverte solo alla fine di un viaggio compiuto negli abissi. Candidato a CD dell’anno.

Live

Si è appena chiuso il tour live di End Times, che ha visto gli EELS all’Alcatraz di Milano il 16 Settembre. A ottobre li aspetta una tournèe di un mese nelle prinicipali città degli USA, prima di tornare nella cara vecchia Europa quest’inverno (e speriamo anche in Italia!).