Un uno-due da togliere il fiato: Cosentino salvo, il Porcellum anche

In un attimo, il muro che pensavamo di aver costruito fra noi e l’era berlusconiana, in cui il sentimento politico più comune era la vergogna, si è rivelato per quello che è: un impalpabile velo, fatto di sogni. La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nick o’ mericano, al secolo Nicola Cosentino, accusato dalla procura di Napoli di essere il referente politico del clan dei Casalesi.
Le immagini immediatamente successive alla proclamazione dell’esito della votazione entrano di diritto nell’antologia di perle di questa legislatura, peraltro già nutrita. L‘esultanza dei colleghi di Cosentino, che si affannano per congratularsi con lui, è l’ennesima beffa per il popolo italiano. Chissà cosa si saranno detti Nicola Cosentino e Alfonso Papa (a piede libero dal 23 dicembre) durante il loro abbraccio. Adesso ci tocca anche ascoltare le patetiche giustificazioni a sostegno dell'”un due tre libera tutti”, con folle di complici che si affrettano a spernacchiare le motivazioni sulla richiesta di arresto del compare. Di fatto, il messaggio che il Parlamento manda al paese è che Cosentino, e con lui chiunque approfitti del potere conferitogli dal popolo, è un perseguitato politico. L’aspetto più spiacevole non è neanche la motivazione politica della votazione: Cosentino non è stato salvato perché “uno in più è meglio che uno in meno”, ma perché molti degli spingibottoni che lo hanno mantenuto libero sperano di non doversi mai trovare nei suoi panni.
Se poi uno volesse concentrarsi solo sui giochi politici, fa ridere Bossi che afferma che “la Lega non è mai stata forcaiola”, come se il cappio in aula non l’avessero introdotto loro e se, soprattutto, permettere che la giustizia faccia il suo corso fosse essere forcaioli. Fanno piangere i radicali, con la loro ennesima esibizione di non si capisce bene cosa, evidentemente più impegnati a fare rumore per sostenere le proprie cause che a riflettere.

Chi sperava in una bella giornata sul piano politico si è visto bastonato due volte. L’indignazione per quanto avvenuto alla Camera si è infatti accompagnata alla delusione per la bocciatura dei quesiti referendari sulla legge elettorale da parte della Corte Costituzionale. Le ragioni che hanno spinto i giudici a una tale decisione saranno note quando sarà depositata la sentenza, ma intanto il milione e duecentomila persone che avevano firmato per i due referendum, e con essi molti altri, si trovano scippati di un’occasione per rimediare a una porcheria che di fatto azzoppa la democrazia in Italia, o perlomeno di far sentire il loro fiato sul collo ai loro ahimé rappresentanti politici. Oltre al danno la beffa, perché è inverosimile che per via parlamentare veda la luce una riforma dell’attuale legge elettorale che sia qualcosa di diverso dall’ennesima museruola agli elettori.
Dopo un tale uno-due istituzionale, non resta che cercare di riprendere il fiato, meditare e continuare il conto alla rovescia per la fine della legislatura, nell’ormai antica speranza che la prossima non somigli all’attuale. Almeno ci resta l’ironia: nello stesso giorno Nicola Cosentino e i giudici ci hanno fatto male contemporaneamente. Chi se lo aspettava?

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La democrazia è morta!

Anche oggi i telegiornali sparano parole al vento. Non so se sia giusto continuare a fidarsi, dato che non fanno altro che passarci informazioni superflue e spaventarci; a dir il vero, ultimamente mi sono lasciata prendere da altro, così da perdere le ultime della politica. Sarà perché Monti non fa altro che elencare i duri colpi che accetteremo, sarà perché i partiti stanno facendo i pagliacci in Parlamento – come loro consuetudine – sarà perché non voglio credere a niente di ciò che sta accadendo. Insomma, tutto m’annoia. Ma la cosa che più mi irrita tra tutte è sapere e vedere che i mercati finanziari, da tempo gibbosi, sono il tedio della vita di noi che viviamo sotto l’uggia dei monarchi. Mi spiego meglio. Noi (cittadini onesti) siamo stati letteralmente schiavizzati da cifre. Cifre inesistenti! Rendiamoci conto dell’assurdità del problema! Com’è possibile che nel 2011 non si riescano a fronteggiare problemi finanziari originati da negligenze antecedenti e da false promesse accumulate nel tempo? Mi sento frustrata. E persa. Ci sono giorni in cui sui giornali non troviamo altro che titoli lugubri: “rischio default”, “fallimento dello Stato”… In TV compaiono dal nulla uomini e donne che con gli occhi lucidi annunciano vendetta, che inveiscono contro gli alti muri dell’imperialismo vorace, che lanciano fumogeni e creano subbugli affinché tutto vada come dovrebbe andare. È durante questi giorni di estrema agonia che vorrei che niente fosse vero. Vorrei che le immagini che mi si creano in testa quando leggo i valori dello spread fossero solo tristi fantasie passeggere, che i giornali dicessero bugie e che i video riprodotti dalla TV fossero girati da un ottimo regista e recitati da bravi attori. Ma purtroppo non è così.
Le bestie di Monti, quelle in giacca e cravatta, e Monti stesso, ci stanno imponendo con la forza di essere più gentili con lo Stato, di digerire i sacrifici che presto ci ficcheranno in bocca e che solo a noi precari faranno ingoiare. C’hanno detto che se faremo ciò che dicono loro, tra qualche anno verremo fuori dal vortice chiamato “crisi”, che riprenderà l’economia, e che quindi l’Italia comincerà a giovarne; s’alzerà il PIL, aumenterà il tenore di vita e la felicità nazionale! Ciò che più mi dilania è che tutto questo avverrà esclusivamente grazie ai leggeri portafogli di chi ha sempre pagato, e ora non ha un centesimo da mettere in tavola. Come faranno allora a sovvenzionare coloro che sono stremati dalla lunga e pressante vita che l’Italia ha fatto condurre loro? Quelli in giacca e cravatta essendo molto miopi rispondono in questo modo: “chi se ne frega, tanto io ho l’indennità e il mio stipendio non lo tocca nessuno”. La fanno facile, tanto non sono loro a rimetterci la pelle.
L’articolo 54 della Costituzione Italiana dice che tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi; ma nessuno ha scritto che, nel caso in cui il Paese si comporti slealmente nei confronti dei cittadini, il popolo ha il dovere di dissociarsi da esso. Difatti, negli ultimi anni l’Italia (sarebbe più corretto dire “il governo”) s’è comportata da Giuda nei confronti degli italiani onesti. In questo particolare periodo lo Stato non può auto-ritenersi “il popolo”, in quanto le riforme attuate da Monti – i sacrifici e compagnia bella – non sono state assentite e regolate dai cittadini. Dunque la democrazia è morta, sepolta ma non risuscitata. L’articolo 54 della Costituzione italiana non esiste al momento, è stato cancellato dalla tirannia dei potenti e dei vigliacchi. E se qualcuno mi obbligasse con la forza a obbedire a quello stupido articolo, io non mi prostrerei. Nemmeno se mi pagassero.
Mi dispiace caro Paese, presto non potrai più rivolgerti a me quando sarai a corto di soldi. Va’ pure da chi ne ha ma ignobilmente non te li dà! Dovresti essere sleale con lui, non con me!

Noi Italiani, quelli con la “i” maiuscola, siamo il capro espiatorio di chi ha creato questo grande guaio: noi svuotiamo i portafogli facendo salti mortali, loro stanno a guardare agiatamente come vanno le cose. Divertente per loro, ma per noi?

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Il ragioniere

Secondo me, qualcuno, là fuori, non ha le idee chiare.

Quando ormai due mesi fa Berlusconi fu destituito dallo spread, orde di persone giù in piazza a festeggiare, bottiglie di spumante alla mano, la caduta del peggior premier italiano dal ’46 ad oggi; ciò che si festeggiava, in realtà, era sì la destituzione di un governo opinabile sotto molteplici aspetti economico-politici (suvvia, ce ne saranno stati di peggio) ma sopratutto la destituzione dalle nostre coscienze di un governo moralmente ed eticamente discutibile, dove le mazzette, i favori, le connivenze, erano pane quotidiano. Via. Sciò. Aria.
E così arrivano i colletti bianchi. Tutti belli a modo loro, con i completi scuri, i capelli raccolti, i tailleur al ginocchio. Basta veline, abbiamo bisogno di credibilità, di gente seria, vendibile. Tutti con 2 o 3 cognomi, mica una Carfagna qualsiasi.
E scatta qualcosa, nel subconscio di tanti, troppi: se Berlusconi e tutto il circo che si portava dietro è la destra, Monti e tutto il senato accademico che si porta dietro è la sinistra!
Primo errore!
E se Monti è la sinistra, farà cose di sinistra!
Secondo errore!
Monti è un ragioniere. Un ragioniere dal curriculum molto lungo, ma sempre ragioniere è; il ragioniere fa tornare i conti. Punto. Non fa cose di sinistra, perché non è un politico.
Prima di tutto perché anche lo fosse (un politico), probabilmente non sarebbe di sinistra (liberal-cattolico… al massimo Margherita, dai). Ma sopratutto perché a Monti gli mancano due cose, ovvero un mandato elettorale e di conseguenza un parlamento che gli dia retta. Monti invece si ritrova un parlamento in ebollizione, dove tutti si guardano in cagnesco e dove tutti guardano in cagnesco lui, pronti a sbranarlo alla prima parola fuori posto. Ed ecco le pagliacciate leghiste con tanto di cartelli in parlamento, le squallide ed assurde parole della Mussolini, Di Pietro che ormai mette la sfiducia pure alla moglie quando serve la cena, Bersani che dice “sono d’accordo, però” “condividiamo, però” “ascoltiamo con piacere, però” ecc.
No.
Monti fa il ragioniere. Quindi:
1) non può abbassare lo stipendio dei parlamentari. Come è stato chiarito nei giorni precedenti, la decisione spetta al Parlamento, non al Governo. E questo punto lo possiamo tranquillamente rimandare alle prossime elezioni.
2) Monti deve far tornare i conti. Prima cosa è pagare gli stipendi e le pensioni e con cosa si pagano? Con i soldi. E dove si trovano si soldi? Nelle tasche dei cittadini. E quindi più tasse, più accise, più pressione fiscale. Era lampante. La Lega fa un gioco mediatico al massacro urlando meno tasse, ma per me non c’era altro modo.
3) Ora, al di là del populismo nascosto dietro “facciamo pagare l’ICI alla chiesa”, e dico populismo perché non l’ha mai pagato, non è che se l’è inventato Monti o Berlusconi che la chiesa l’ICI non la paga, l’idea è da perseguire con tutte le forze. Ma…
4) Ma Monti non ha un parlamento che lo supporta a scatola chiusa, come ce l’ha normalmente chi vince delle elezioni politiche. Quindi deve riuscire a mediare e a trovare un accordo con quelle parti politiche cattoliche o filocattoliche che non saranno d’accordo.
In ultima istanza, solo due cose:
1) Che la sinistra, piuttosto che guardare a ciò che fanno gli altri, si chiarisca le idee su chi sarà il premier alle prossime elezioni. Che è vero che per adesso è Bersani, ma mi pare che dietro a lui ci siano quasi un centinaio di senatori o giovani rampanti pronti a fargli le scarpe e non credo sia una mossa vincente presentarsi con questa confusione alle elezioni.
2) Che ci si renda conto che se un Governo cade per colpa dell’economia, se si fanno riforme per colpa dell’economia, se si decidono gli assetti politici per colpa dell’economia, si è rotto qualcosa, perché pare evidente che qui, ora, adesso, la sovranità era del popolo e qualcuno ci ha speculato sopra.

Il silenzio dei conniventi e l’ambiguità del signor Bersani

C’è un piccolo feudo in Italia che nessun cittadino ha mai raggiunto, un regno lontano localizzato probabilmente nel Lazio ma che nessun abitante della penisola è ancora riuscito a vedere.  I cortigiani non amano essere disturbati mentre si concedono qualche pisolino oppure criticano i prezzi della mensa, troppo alti in questo periodo. Soprattutto non vogliono essere disturbati dal volgo villano, sempre ad avanzare pretese spudorate, come l’ici sui beni della chiesa, la vendita dei cacciabombardieri, una più elevata tassazione dei capitali scudati, la sovranità monetaria. Che follia, se si liberassero dei loro aerei e dei missili, come farebbero i cortigiani ad esportare la democrazia? Se tassassero la chiesa cosa accadrebbe al consenso? La lotta agli evasori, dite? Non scherzate, suvvia.

I signori della corte hanno imparato che per ammansire il popolo imbizzarrito è sufficiente osservare alcune semplici regole. Basta dividersi in squadre, convincere i cittadini che c’è un cortigiano di destra e uno di sinistra, uno egualitarista e l’altro liberale, stuzzicare il loro senso di appartenenza a un gruppo, il loro bisogno di protezione, associare all’immagine dello stato quella di un genitore benigno proteso alla cura dei propri figli, alimentare il loro patriottismo con una retorica sobria ricca di metafore inquietanti, catapultando i plebei da uno stato d’animo all’altro, rassicurandoli nel momento in cui sono convinti di essere prossimi alla catastrofe. A quel punto il popolo sarà ben fiero di credere che ci sono due schieramenti che si affannano per tutelarlo e sceglierà di pagare la crisi, lo considererà quasi un piccolo intervento a tutela dei bravi signori che gli garantiscono piccoli servizi come una sanità scadente, una giustizia scevra di mezzi  e un’istruzione pubblica mediocre, ottima, tra l’altro, per formare gli schiavi del domani.

I signori dispongono anche di vari ambasciatori, i quali offrono spesso al feudatario e ai suoi funzionari un’occasione per esporsi al pubblico. Ovviamente costoro non devono porre domande scomode ma risultare accomodanti, aiutando il signore della corte a promuovere la propria immagine presso i ceti bassi.

Avete capito di quale corte stiamo parlando?
La corte della politica, proprio così.

Un universo isolato, sempre precluso in qualche modo ai comuni cittadini, all’esterno del quale, tuttavia, trapelavano fino a pochi mesi fa alcune informazioni dovute a due fondamentali ragioni. L’intervento dei giornalisti e il presunto dissidio epocale tra destra e sinistra. Così, quando c’era da denunciare le intese fraudolente dei politici di sinistra intervenivano quelli di destra e viceversa. A volte si poteva addirittura leggere queste notizie sui giornali (ma non sempre, eh? Non dimentichiamo che secondo un rapporto della Freedom House del 2010 l’Italia rientra tra le nazioni “parzialmente” libere). Cos’è accaduto allora? Perché non dovremmo essere più sicuri della nostra “parziale” libertà? Semplice, la risposta è il governo Monti, il governo di larghe intese, di concordia nazionale, il governo riuscito nella titanica impresa di portare Bersani alla maggioranza.

Proprio pochi giorni fa è stata finalmente presentata la manovra che dovrebbe condurre l’Italia fuori dalla crisi (In realtà sappiamo benissimo che finché non torneremo sovrani della nostra moneta non faremo altro che indebitarci anno dopo anno fino all’implosione dell’euro). Una soluzione ritenuta talmente deludente che per alcuni politici tacere si è rivelato impossibile, soprattutto per non incorrere nella furia degli elettori. Si è infatti presentato subito un piccolo problema:  la manovra non convince, o meglio, convince solo istituti di credito e proprietari di yacht club. Al di là della totale assenza di quei provvedimenti chiesti a gran voce da quel ceto medio ormai ridotto all’osso, vanno infatti segnalate una ridicola tassazione dei capitali scudati dell’1,5% (la riscossione, tra l’altro, secondo il Servizio studi del dipartimento Bilancio alla camera, potrebbe non trovare applicazione qualora il patrimonio del contribuente scudato sia stato investito in altre attività [fonte]) e un provvedimento che riduce il limite per la tracciabilità dei pagamenti a 1000 euro, contrastando l’uso del contante. Un’analisi attenta della misura alimenta, tuttavia, non pochi dubbi, anche perché sembra che vada a nuocere più al dottore che non rilascia la fattura che alle grandi società per azioni con i conti alle Cayman. I maligni potrebbero pensare che la decisione rientri in un quadro generale di eliminazione del contante, atto sia a diffondere l’utilizzo della moneta elettronica (per consentire alle banche di risparmiare persino sulla stampa di quelle banconote), il cui valore intrinseco è pari a quello della carta igienica, ma che vengono addebitate allo stato al loro valore nominale, sia a semplificare un’operazione di commercializzazione di determinati prodotti in seguito a un’analisi delle operazioni di acquisto dei consumatori. Ogni operazione eseguita per via telematica infatti, può sempre essere memorizzata, salvata e utilizzata per formulare, ad esempio, statistiche su tendenze d’acquisto dei cittadini.

In ogni caso non è tanto la manovra che si intende criticare in questo articolo, quanto l’atteggiamento dei politici in merito alle profonde critiche di cui la stessa è stata oggetto. Ancora una volta le ex-opposizioni hanno manifestato un dissenso dai toni pacati, puramente fittizio. Se, infatti, i sindacati stanno già pianificando una risposta decisa a tutela dei pensionati e delle altre categorie sociali, non è ben chiaro il ruolo che intenda assumere il partito democratico, da sempre presentato come medicina al virus “Berlusconi” (come se non fosse solo un sintomo di ben altro problema), e dalla nomina del governo tecnico in evidente stato confusionale. Non si spiegherebbero in altri modi le controverse affermazioni degli ultimi giorni del segretario Pierluigi Bersani.

Ci riferiamo a quelle sul governo, come:
Non bisogna condizionare il governo sulla tutela dei poteri forti, andremo nei guai” (fonte) del 30 Novembre 2011.

E a quelle sulla manovra:

Potrete ben sapere che dal mio punto di vista si poteva fare qualcosina in piu, Però bisogna anche dire che qualche passo significativo si è fatto” (fonte)

“Condividiamo la filosofia della riforma del piano pensionistico. Però l’approccio a questa riforma deve essere meno duro” (fonte)

“Confermiamo che siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità, ma abbiamo detto anche con nettezza che cosa faremmo noi e che cosa chiediamo che si faccia ancora” (fonte)

“Confermiamo! Però…”

“Condividiamo! Però…”

Insomma, al PD questa manovra non piace ma la voterà per senso di responsabilità.  E potremmo fermarci qui nonostante questa linea d’azione assuma le connotazioni di una lieve paraculata. Il problema è che qualcuno dei dubbi in merito all’argomento vuole sollevarli. Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ufficiosamente costretto a far parte di questo governo, ha infatti avanzato, come molti altri cittadini, delle proposte differenti, evidenziando il vuoto di equità rappresentato da questo ennesimo schiaffo agli italiani meno abbienti.

Non si capisce quindi come mai il segretario del PD, a sua volta titubante, abbia deciso di minacciare quello che ufficialmente è ancora un alleato, addirittura accusandolo di voler “vincere sulle macerie del paese”. Che Bersani stia pensando ad altro? Che questo governo-pasticcio abbia risvegliato antiche passioni PD-UDC?
Le statistiche darebbero vincente una coalizione PD-IDV-SEL ma davanti a un così palese tradimento come reagiranno gli elettori del PD? Dobbiamo prepararci al quinto governo Berlusconi? Al secondo governo Monti? Per ora sappiamo solo che l’Italia in questo esatto momento ha tre problemi:

1) la sovranità monetaria, ancora in mano alle banche;

2) una dipendenza dai mercati e dalle borse che dovrebbe ispirare qualche domanda seria sul concetto di democrazia nei paesi dell’Unione Europea;

3) la spaventosa promiscuità politica alla base di questa nuova tecnocrazia sobria, le cui “nuove” alleanze potrebbero costare ai cittadini l’approvazione di qualsiasi legge promossa come anti-crisi.

A costo di esser tacciati di qualunquismo, bisogna dire che mai come in questo periodo i nostri politici-cortigiani sono sembrati vassalli dei banchieri; soprattutto, mai Bersani è stato più “responsabile” di uno Scilipoti.

I nuovi italiani e le vecchie idiozie

Le parole di qualche giorno fa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno riacceso la polemica sulla possibilità di acquisizione della cittadinanza da parte degli stranieri nati in Italia. Lo stesso instaurarsi di una polemica sull’argomento dimostra non tanto la consistenza della questione (evidente agli occhi di chiunque non si rifiuti di vedere), quanto il grado di barbarie che caratterizza l’attuale classe politica italiota.
È facile comprendere che, nella mente di chi promette le “barricate” contro l’attuazione della proposta, il principale impulso sia l’anacronistico e peraltro inutile rifiuto dell’immigrazione e, più in generale, del “diverso” (che brutta parola). È un istinto, questo, che purtroppo alberga in alcuni strati della popolazione di cui la Lega è solo una ridicola espressione ma che, banalmente detto, non c’entra nulla. Qui non si tratta di discutere se accogliere o meno gli extracomunitari sul nostro territorio, conducendo battaglie sul kebab e magari agitando lo spettro della pubblica sicurezza minacciata dagli assalti dei saraceni. Per capire la natura e l’entità della questione, forse è bene dare qualche numero. I dati Istat relativi al 1° gennaio 2010 certificano una popolazione di 4.235.059 di stranieri residenti in Italia. Fra questi, circa 573.000 sono nati nel nostro paese. Sono quelli che compongono la cosiddetta “seconda generazione”, ossia i figli di genitori stranieri nati nel paese di residenza. In termini meno tecnici, per fare solo alcuni esempi, sono tutti i bambini figli di stranieri che affollano i reparti di maternità dei nostri ospedali o i compagni di classe dei bambini italiani, figli degli immigrati. In realtà, non è solo di bambini che stiamo parlando. Vista l’origine temporale del fenomeno dell’immigrazione in Italia, esiste un’intera generazione di persone nate nel nostro paese, educate nelle nostre scuole, cresciute nelle nostre città, che in virtù o a causa dell’attuale sistema di assegnazione della cittadinanza, basato quasi esclusivamente sullo “ius sanguinis” (per cui, in buona sostanza, è italiano chi è figlio di italiani, salvo alcuni casi particolari), non risultano italiani. Chi desideri più informazioni, compresa la differenza tra “ius sanguinis” e “ius soli”, può trovarle in due articoli riassuntivi  de Il Post e Il Sole 24 Ore . Un caso balzato agli onori della cronaca qualche tempo fa è quello di Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi, cresciuto in provincia di Brescia, il quale ha dovuto attendere la maggiore età affinché gli fosse concessa la cittadinanza italiana. È del settembre 2011 l’ultimo rapporto Istat sulla popolazione straniera residente in Italia. Da esso risulta che nel solo 2010 i nati di seconda generazione ammontano a 78.082, in continua crescita rispetto agli anni precedenti (sebbene il tasso di incremento rispetto al 2009 sia inferiore a quello fatto segnare tra il 2008 e lo stesso 2009, probabilmente a causa della situazione economica generale): per dare un’idea delle proporzioni, corrispondono al 13,9% del totale delle nascite di tutti i residenti in Italia; italiani compresi, dunque.
Si potrebbe far notare che da soli, questi nuovi “non-italiani” compensano quasi l’intero saldo naturale (ossia la somma algebrica di nascite e decessi in un anno) negativo di noi “non-stranieri”, pari a -98.502 individui, ma, pur essendo questo un dato demografico interessante, non costituisce un argomento a favore della causa. Chi sostiene la necessità di un adeguamento del sistema di assegnazione della cittadinanza italiana non lo fa a fini utilitaristici: riconoscere l’effettiva italianità di tutte queste persone è giusto a prescindere della convenienza socio-economica che ne deriverebbe. Napolitano ha usato il termine “follia” per descrivere il paradosso di fronte al quale ci troviamo. Negare la cittadinanza italiana a chi ci è cresciuto a fianco, discriminandolo sulla base del colore della pelle e delle tradizioni non tanto sue quanto della sua famiglia alle spalle, equivale a una confessione di cecità nei confronti della storia del mondo e di ignoranza del concetto stesso di cittadinanza. Quanti oggi si dichiarano difensori della purezza degli autoctoni, evidentemente non paghi delle tragedie scaturite da tale concetto, in realtà confondono la nazionalità con il folklore, in buona e in mala fede. Anche volendo assecondare in parte i loro ragionamenti, ammettendo che i figli degli immigrati non assimilino al 100% gli usi e i costumi italiani (risulta comunque difficile non giudicare le contaminazioni culturali come un generale arricchimento), è sufficiente ciò per non essere italiani? Si badi, fra gli usi e i costumi non si intendono la lingua e il senso di appartenenza alla comunità, entrambi requisiti necessari ma pressoché automaticamente acquisiti nel corso della crescita e dello svolgimento della vita sociale (chi ricorda lezioni di grammatica e/o italianità in famiglia negli anni dell’infanzia scagli la prima pietra), considerato, tra l’altro, che nel 2008 il 6,4% degli studenti nelle scuole di ogni ordine e grado era composto da 574.676 studenti genericamente definiti stranieri (elaborazioni Istat su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Scavando nelle argomentazioni di chi si dichiara contrario, si scopre che le obiezioni spesso riguardano “pietre miliari” dell’italianità come la cattolicità, le idee politiche o le abitudini quotidiane. Non è un caso che l’ipotesi di rimozione del crocifisso dagli edifici pubblici abbia suscitato una simile ridda di voci urlanti, accidentalmente provenienti dalle stesse bocche, contro lo sfregio dell’identità nazionale.
Si mantenga pure l’attuale legislazione in materia di cittadinanza. Si aggiunga anche un test genetico a tutti i nuovi nati allo scopo di verificare, e scremare di conseguenza, la presenza di eventuali ascendenze “impure”. Non lamentiamoci però se all’estero ci accartocciamo sempre di più nella macchietta del mangiaspaghetti. È quello che ci ostiniamo a difendere strenuamente.

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Le grandi sfide di Mario Monti

Tre concetti: rigore di bilancio, crescita ed equità. Sono questi i pilastri che sosterranno il neonato governo Monti. Il nuovo Presidente del Consiglio ha illustrato ieri al Senato il suo piano per risollevare il Paese. Cinquanta di minuti di discorso accorato, sovente interrotto da applausi, che ha fornito un quadro chiaro della drammatica situazione del Sistema Italia e, soprattutto, della terapia d’urto al quale verrà sottoposto.

Le idee e le intenzioni sembrano, sulla carta, ottime. Finalmente, dopo anni ignavia tremontiana, si torna a parlare di crescita. È questo l’obiettivo dichiarato di tutto il programma di governo, far ripartire l’economia, stimolare la nascita di nuove imprese, rendere l’Italia un terreno fertile che permetta lo sviluppo dell’imprenditorialità, soprattutto di quella giovanile. Per fare ciò e reperire le risorse per finanziare la crescita, Mario Monti ha elencato una serie di punti programmatici. Si inizia dall’armonizzazione dei bilanci dei vari enti pubblici in modo da riorganizzare e razionalizzare la spesa, tagliando il superfluo e riducendo i privilegi di cui godono tutte le cariche elettive. Particolare attenzione avrà il sistema previdenziale, giudicato “tra i più solidi d’Europa” ma bisognoso di correttivi specialmente in tema di contributi e di tagli agli “inaccettabili privilegi” che negli anni sono stati elargiti. Pessime notizie per i possessori di case e terreni. Il governo mira a reintrodurre la famigerata ICI, eliminata dal governo Berlusconi e di far pagare l’IRPEF su immobili e proprietà non locate. Oltre a questo, sono previsti altri interventi sul prelievo fiscale, non meglio identificati, che mirano a fare gettito e a non deprimere i consumi. Altre entrate dovrebbero arrivare dalla dismissione graduale degli immobili pubblici e dalla revisione della legge sul Project Financing, ridistribuendo equamente tra Stato e soggetto privato il rischio dell’investimento. Nessun accenno a tasse patrimoniali.

Il nuovo premier è stato altrettanto chiaro nell’illustrare cosa il suo esecutivo vuol fare per stimolare la crescita. Il punto più importante è la riduzione del cuneo fiscale e delle imposte sulle attività produttive, chiesta a gran voce da Confindustria anche al precedente governo. Saranno previste agevolazioni fiscali per le nuove imprese, la liberalizzazione dei mercati e nuove norme per favorire la libera concorrenza. Quest’ultimo è forse uno dei punti più critici del programma presentato in Senato. Il capo del governo ha esplicitamente espresso la volontà di ridurre o abbattere “privilegi corporativi che bloccano il libero mercato”, puntando il dito, implicitamente, contro i vari ordini professionali. Una sfida durissima che si affianca a quella, forse più problematica, che riguarda il mercato del lavoro. La volontà del nuovo governo è quella di revisionare il sistema degli ammortizzatori sociali e di estendere la protezione di questi a tutti quei contratti atipici, nati negli ultimi anni, che al momento non la prevedono. Monti ha anche parlato di una semplificazione dei contratti di lavoro e di nuove norme che punterebbero a rendere più conveniente, per un’impresa, assumere un lavoratore con contratto a tempo indeterminato, cercando, allo stesso tempo, di favorire la mobilità e la flessibilità del mercato del lavoro. Ultimo punto, ma non per importanza, del discorso del nuovo premier, riguarda i giovani e la volontà di questo governo di valorizzarli e renderli i veri protagonisti della riscossa dell’Italia. È intenzione del nuovo governo, dopo anni di tagli, investire sui giovani, sulle imprese giovanili, sulla formazione e la ricerca.

Tutto sommato era quello che ci si aspettava. Il programma del governo Monti, esposto in Senato, ricalca grosso modo la famosa lettera inviata a Bruxelles dal governo Berlusconi e prende spunto dalle proposte formulate da Confindustria qualche settimana fa. Ora bisogna passare ai fatti. Mai come in questo caso, il tempo è tiranno e le sfide che attendono il nuovo governo sono difficili. C’è da cambiare un paese che da troppo tempo galleggia sull’acqua torbida. Lo stesso Monti, nelle battute finali del suo discorso, si dichiara consapevole delle difficoltà: “Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi. I margini di successo sono tanto più ridotti, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, dopo anni di contrapposizione e di scontri nella politica nazionale. Se sapremo cogliere insieme questa opportunità per avviare un confronto costruttivo su scelte e obiettivi di fondo avremo occasione di riscattare il Paese e potremo ristabilire la fiducia nelle sue istituzioni”.

La lista dei Ministri è fatta, ora facciamo la lista (del risparmio) della spesa

Il nuovo Presidente del Consiglio Mario Monti ha reso noti i nominativi dei Ministri che faranno parte del Governo che avrà come obiettivo il superamento della crisi economica che sta travolgendo il nostro paese. Per far ciò è stata stilata una lista di esponenti esclusivamente tecnici  che dovrà tentare di fare il possibile per risollevare le sorti dell’Italia.

Cinque i Ministri senza portafoglio:

Enzo Moavero Milanesi è Ministro degli Affari Europei. 57 anni, avvocato e attualmente giudice del Tribunale di primo grado della Corte di Giustizia dell’UE. Conosce molto bene il nuovo premier perché ne è stato capo di gabinetto ai tempi della Commissione UE. In realtà sembrava dovesse essere lui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma Monti ha deciso di affidare l’incarico ad Antonio Catricalà. Moavero  era stato Consigliere a Palazzo Chigi di Amato e Ciampi nel biennio 1992-1993,  è esperto di mercato e concorrenza, con  una grande esperienza maturata all’estero e dedicata principalmente al mercato e al diritto internazionale.

Piero Gnudi è il Ministro del Turismo. Classe 1938, laurea in Economia e Commercio all’Alma Mater, titolare di uno studio commercialista, Gnudi è stato presidente di Enel e ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’IRI. Per quanto riguarda i suoi precedenti politici questi risalgono al governo Dini, nel 1995, quando fu nominato consigliere economico del Ministro dell’Industria che all’epoca era Alberto Clò.

Fabrizio Barca è il Ministro per la Coesione Territoriale, che – strano gioco del destino – prende il posto del Ministero per il Federalismo. Docente universitario di primo livello, Barca ha un curriculum specifico per le problematiche territoriali a qualunque livello. Come gran parte degli altri neo ministri anch’egli si è formato prevalentemente all’estero anche se  ha poi sviluppato la sua carriera totalmente in Italia. Laurea in Scienze statistiche e demografiche. Nel 1999 è stato nominato presidente del comitato per le Politiche territoriali dell’OCSE. Ha insegnato nelle Università di Siena, Bocconi, Roma ‘Tor Vergata’, Modena e Urbino.

Piero Giarda è il Ministro per i Rapporti con il Parlamento. Laureato in economia e commercio nell’Università Cattolica di Milano nel 1962, Giarda vanta un lunghissimo curriculum accademico. Responsabile del Laboratorio di Analisi Monetaria nell’Università Cattolica, componente del Comitato direttivo della scuola per il dottorato in Economia e finanza delle amministrazioni pubbliche. Ha svolto attività di consulenza alla Presidenza del Consiglio e al Ministero delle Finanze. È stato Presidente della Commissione Tecnica per la Spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1986 al 1995 e Sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro dal 1995 al 2001.

Andrea Riccardi è il Ministro della Cooperazione e dell’Integrazione. Fondatore della Comunità di Sant’Egidio e docente universitario di Storia contemporanea. Monti gli ha affidato un dicastero nuovo, mai esistito sinora, che ha la finalità di assegnare agli aiuti umanitari, ordinari e straordinari, uno status formalmente – speriamo non solo apparentemente – più rilevante.

Dodici, invece, i Ministri con portafoglio, compreso quello dell’Economia, che Mario Monti si è, come prevedibile, autoaffidato.

Agli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, si è laureato in Giurisprudenza a Milano, con specializzazione in Diritto Internazionale. È stato Console Generale a Vancouver durante l’Expo’86, dove ha promosso importanti eventi per il commercio e la cultura italiana. Nel 1987 è tornato a Roma per prestare servizio presso la Direzione Generale degli Affari Economici. Dal 1993 al 1998 è stato a New York presso la Rappresentanza d’Italia all’ONU. Ambasciatore d’Italia in Israele tra il 2002 e il 2004. Dall’ottobre 2009 è ambasciatore italiano a Washington.

Agli Affari Interni Anna Maria Cancellieri, nata a Roma, 67 anni. Laureata in Scienze politiche, nel 2010 diventa commissario a Bologna poi, dopo un breve periodo di vacanza, viene nominata commissario prefettizio a Parma. Ha ricoperto anche il ruolo di prefetto a Genova e Catania, quando si trovò a gestire l’emergenza dopo la morte del poliziotto Filippo Raciti, a seguito degli scontri nel derby siciliano, che tutti ricorderete, tra ultras catanesi e palermitani.

Alla Giustizia Paola Severino, uno dei più noti avvocati penalisti italiani, sessantatré anni, napoletana. La prima donna ministro della Giustizia italiana è stata Prorettore vicario dell’Università Luiss Guido Carli, professore ordinario di diritto penale presso la stessa Università della Confindustria e avvocato, tra gli altri, di Prodi, Acampora, Caltagirone e Geronzi. Laureata in Giurisprudenza all’Università di Roma La Sapienza nel 1971, gli inizi della sua carriera universitaria sono al CNR. Dal ’75 all’87 ricopre l’incarico di assistente ordinario presso la seconda cattedra di diritto penale dell’Università La Sapienza. In seguito, è professore  ordinario di diritto penale commerciale alla facoltà di Economia di Perugia. È titolare dell’insegnamento di diritto penale alla Scuola ufficiali. Dal luglio 1997 al luglio 2001 è stata vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura militare.

Alla Difesa Gianpaolo di Paola, 67 anni, campano di Torre annunziata ed attuale presidente del Comitato militare della Nato. Entrò a far parte del governo Dini dal gennaio ’95 al maggio 1996. Di Paola indossa l’uniforme da quasi cinquant’anni. Dal 1994 al 1998 allo Stato maggiore della Difesa, come capo del Reparto “politica militare”. Sempre nel 1998 è stato nominato capo di gabinetto del ministro della Difesa. Dal 2001 al 2004 Di Paola è stato Segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, viene poi nominato capo di Stato Maggiore della Difesa, nella cui veste ha coordinato la pianificazione di tutte le più recenti missioni internazionali dell’Italia, dall’Iraq all’Afghanistan.

Allo Sviluppo Economico, alle Infrastrutture e ai Trasporti Corrado Passera, comasco, classe 1954 e laureato alla Bocconi. Dal settore editoriale, dove diventa amministratore delegato di Arnoldo Mondadori Editore e successivamente vice presidente e Chief Executive Officer del Gruppo Espresso-Repubblica, passa nel 1992 al Gruppo Olivetti dove è chiamato in qualità di co-amministratore delegato. Nel ’96 diventa amministratore delegato del Banco Ambrosiano Veneto che lascerà dopo aver portato a termine il consolidamento con Cariplo. Nel 1998 il governo lo nomina alla guida di Poste Italiane dove rimarrà fino all’aprile 2002. Dal gennaio 2007 assume l’incarico di consigliere delegato e CEO in Intesa SanPaolo, nata dalla fusione di Banca Intesa e Sanpaolo Imi.

All’Agricoltura Mario Catania, nato a Roma nel 1952. Dal 2009 è capo Dipartimento delle politiche europee e internazionali del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Il compito del neo ministro Catania, sarà quello di far rientrare una parte dei tagli che l’Europa agricola ci vorrebbe imporre sottraendoci 1,4 miliardi di euro nella riforma tra il 2014 ed il 2020. Catania è un esperto di politiche comunitarie e ha affiancato dal 1996 in poi tutti i Ministri nelle trattative comunitarie. A Bruxelles svolgerà gran parte del suo impegno, ma allo stesso tempo dovrà rilanciare questo settore, fortemente indebolito dalla crisi economica e dall’emarginazione patita a causa delle ultime Finanziarie di destra e sinistra.

Alla Cultura Lorenzo Ornaghi è Lombardo, classe 1948, laureato in Scienze politiche nel 1972 all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove ha lavorato fino all’87 come ricercatore. Diviene poi Professore associato presso l’Università di Teramo. Riveste, inoltre, incarichi di prestigio in enti pubblici e privati: ad esempio è direttore dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), e della rivista “Vita e pensiero”, vicepresidente del quotidiano Avvenire e della Fondazione Vittorino Colombo di Milano. Dal 2001 al 2006 è stato presidente dell’Agenzia per le Onlus.

All’Ambiente Corrado Clini, nato a Latina nel 1947. Si è laureato nel 1972 in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Parma, ha conseguito nel 1975 il diploma di specializzazione in Medicina del Lavoro presso l’Università di Padova e, nel 1987, il diploma di specializzazione in Igiene e Sanità Pubblica presso l’Università di Ancona. È stato direttore generale del ministero dell’Ambiente dal 1990, attualmente della Direzione per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia.

Al Lavoro ed alle Politiche Sociali Elsa Fornero, nata a San Carlo Canavese nel 1948. È professore ordinario presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino. Esperta di sistemi previdenziali, pubblici e privati, e temi quali l’invecchiamento della popolazione, le scelte di pensionamento, il risparmio delle famiglie e le assicurazioni sulla vita. È Coordinatore Scientifico del CeRP (Center for Research on Pensions and Welfare Policies, Collegio Carlo Alberto), Vice Presidente della Compagnia di San Paolo, membro del Collegio Docenti del Dottorato in Scienze Economiche dell’Università di Torino e del dottorato in Social Protection Policy presso l’ Università di Maastricht, in cui è anche docente.

Al Ministero della Salute Renato Balduzzi, nato a Voghera il 12 febbraio 1955, professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università del Piemonte Orientale e, dal 2011, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica. Nei primi anni novanta è stato consigliere giuridico dei ministri della Difesa e dal 1996 al 2000 di quello della Sanità, dove ha ricoperto anche l’incarico di capo ufficio legislativo con il ministro Rosy Bindi, e delle Politiche per la famiglia dal 2006 al 2008. Da sempre impegnato nell’associazionismo cattolico, è stato presidente del Movimento ecclesiale di impegno culturale, movimento esterno dell’Azione Cattolica Italiana.

All’Università e all’Istruzione Francesco Profumo, 58 anni, ingegnere e docente universitario italiano. Dal 13 agosto 2011 presidente del  CNR. Presidente della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino dal 2003 al 2005, viene poi nominato Rettore. Il suo ruolo di rettore è caratterizzato dalla collaborazione con diverse aziende internazionali, come Microsoft e Motorola, e con la grande apertura della didattica verso l’estero. Profumo, inoltre, è stato attivo in molti gruppi di lavoro internazionali, con numerosi riconoscimenti in tutto il mondo ed oltre 250 lavori pubblicati su riviste internazionali scientifiche ed atti di conferenze internazionali di settore.

Le competenze sembrano esserci, ora vediamo cosa saranno in grado di fare e cosa noi, italiani, saremo in grado di sopportare…

L'incubo è finito

Alcuni avvenimenti hanno la capacità di scandire il corso degli eventi e segnare il passaggio da una fase storica a un’altra. Sabato abbiamo indiscutibilmente assistito alla fine di un’epoca non solamente politica. La fine del quarto governo Berlusconi sancisce anche il termine del controllo diretto dell’uomo Silvio Berlusconi sulla vita del paese.
Faber est suae quisque fortunae dicevano i latini. Questa formula è quantomai vera per l’uomo di Arcore, asceso al potere dopo una vita da imprenditore a tinte fosche e burattinaio della scena istituzionale italiana, cavalcata con metodi e finalità del tutto personali. Non è un caso se le scene di giubilo per le strade somigliavano a quelle classiche per le vittorie calcistiche. Erano lo sfogo della gioia di una parte della nazione che per anni ha subito una politica sempre più lontana non solo dal bene collettivo ma dalle logiche democratiche.
Alcuni analisti concedono l’onore delle armi a Berlusconi, elogiando la sua capacità di cambiare la terminologia e la prassi istituzionale e di resistere a gravi e numerosi scossoni politici e non. Occorrerebbe, tuttavia, riflettere sul costo sociale ed economico di tale resistenza per l’Italia. Vero è che moltissime altre figure politiche avrebbero mollato la presa ben prima, travolti dall’indignazione popolare e dal fallimento dei loro provvedimenti, ma da quando ciò rappresenta una vergogna? In realtà non è l’orgoglio ad aver spinto Berlusconi a resistere all’assedio, ma lo stesso motivo che lo ha indotto all’impegno politico: la difesa dei suoi interessi personali, quasi sempre antitetici a quelli del paese. Senza le numerose leggi ad personam, il destino dell’ex Presidente del Consiglio sarebbe stato ben diverso. La volontà, però, nulla può senza condizioni favorevoli. E infatti egli ha sempre contato sul consenso di una parte consistente del paese, sotto il comprensibile sguardo attonito del resto del mondo, come ben sa qualunque italiano che abbia risieduto all’estero negli ultimi diciassette anni. A dire il vero, molti sono i fattori che hanno giocato a favore di Berlusconi. Nel 1994 approfittò del crollo dei vecchi partiti in seguito a Tangentopoli, inserendosi nel quadro di rinnovamento delle forze politiche innescato dal crollo del muro di Berlino. Nel 2001 riuscì a ripetere il miracolo sfruttando la limitata durata del suo precedente governo e ripresentandosi come l’incarnazione del rinnovamento dopo l’esperienza al potere del centrosinistra. Il resto è storia recente, con la vittoria del 2008 su un centrosinistra suicida.
Tanti e vari sono gli episodi spiacevoli che hanno caratterizzato ogni permanenza del cavaliere a Palazzo Chigi. Eppure nessuno ha fatto scattare un moto di indignazione sufficiente a disarcionarlo. Sarebbe stato bello se quanto accaduto ieri fosse seguito a un’immensa e prolungata manifestazione di dissenso della nazione, in un differente contesto internazionale. Invece, sappiamo tutti bene come siano andate le cose. Nonostante le tante iniziative delle forze sociali e intellettuali del paese, incurante degli scandali sessuali e giudiziari di cui Berlusconi si è reso protagonista, il suo governo è caduto sulle questioni economiche, per mano dei mercati internazionali e dell’Unione Europea, in particolare Francia e Germania.
Il futuro prossimo venturo si chiama Mario Monti. Molto si è già detto del neo-senatore a vita. Accanto alle lodi per lo spessore e il prestigio internazionale, la sua familiarità con il sistema finanziario responsabile della crisi economica che sta sconvolgendo il mondo contribuisce al curriculum di colui che è chiamato a trainare l’Italia fuori dall’impasse. È vero che Monti non è estraneo a quelli che sempre più spesso vengono definiti “poteri forti” della finanza e delle lobby economiche. È vero che la sua nomina è stata fortemente sponsorizzata (per non dire imposta) da ambienti extra-nazionali. È vero che dobbiamo porci un interrogativo sulla sovranità politica del popolo in rapporto al contesto economico globalizzato. Il punto è che, molto banalmente, non abbiamo alternative. La nomina di Monti a Presidente del Consiglio è la condizione necessaria affinché il nostro paese non sia immediatamente isolato a livello internazionale sul piano politico (più di quanto non lo sia già) e su quello economico-finanziario. Tradotto, senza Monti non avremmo più una lira da nessuno. Nel perverso meccanismo finanziario che governa il mondo, la conseguenza immediata sarebbe il fallimento dell’Italia. Tutto ciò genera scontento. È giusto non arrendersi davanti alla sottomissione della politica davanti alla finanza. Non altrettanto gridare all’apocalisse, accusando di cecità chi festeggia la fine dell’era Berlusconi, di fronte ai mesi di sacrifici e di scelte difficili che attendono il paese. Non tutto è perduto. Possiamo scegliere se proverbialmente piangere sul latte versato, imprecando i numi avversi, o meditare sugli errori fatti.
L’efficacia del governo Monti nell’arrestare la caduta libera del nostro paese dipenderà dall’autorità politica di cui godrà in Parlamento. È per questo che senza il via libera del PdL sarebbe stato impossibile procedere alla nomina. I tentativi di Berlusconi di fare la voce grossa e imporre le proprie condizioni si sono immediatamente scontrati con l’oggettiva situazione di impotenza derivante dalla sua sconfitta personale. La corazzata politica dell’ex maggioranza si è finalmente rivelata per quella che era, ossia un’accozzaglia eterogenea di satelliti che ruotavano attorno all’unico corpo celeste per godere della luce riflessa. Ora che l’astro si è spento, il partito è allo sfascio. Sarà interessante verificare le mosse politiche di tutti coloro che, pur non partecipando all’ammutinamento dei malpancisti, hanno passivamente subito il naufragio senza neanche saltare giù insieme alla Carlucci.
Da tempo l’espressione “aria di fine impero” era usata per descrivere l’atmosfera politica italiana. A cadere è stato l’imperatore. Il berlusconismo è ancora vivo e vegeto e rappresenta, forse, il principale pericolo per il futuro del nostro paese. Historia magistra vitae, dicevano gli stessi latini di prima. Speriamo.

Mai più Silvio Berlusconi

Ieri era uno degli hashtag -in breve, le parole chiave degli argomenti “caldi” del momento- più seguiti su Twitter è stato #maipiù, insieme a tanti altri che hanno costellato tutta la lunga giornata di sabato. Dopo diciassette anni e spiccioli, Silvio Berlusconi si è dimesso.
Durante tutta l’infinita serata di ieri, in attesa della dichiarazione che ponesse fine a tutto, si sono susseguite manifestazioni di giubilo in tutte le piazze antistanti gli edifici della nostra Repubblica. Bottiglie di spumante, hallelujah, una generale aria di “liberazione”, un lungo sospiro di sollievo tirato dalle tantissime persone che dopo diciassette anni non ne potevano veramente più.

Non ci sono riuscite le opposizioni (che, a dire il vero, hanno spesso fatto i suoi comodi), non ci sono riuscite le megamanifestazioni popolari, non c’è riuscito Fini con la sua “scissione”, non c’è riuscita una maggioranza risicata salvata dal più squallido dei mercati del trasformismo politico. Sono servite il crollo dell’economia mondiale ed europea, la mancanza di fiducia del mondo della finanza nei confronti del nostro Paese, le “imposizioni” della Comunità Europea. E dopo l’ennesima settimana di stallo, Silvio ha finalmente (e giustamente) rassegnato queste benedette dimissioni.

Un’epoca della Repubblica italiana (una brutta epoca, permettetemi) si chiude così; dopo nipoti di Mubarak, bunga bunga, corna agli incontri istituzionali, “culone inchiavabili”, smentite e controsmentite, cacciate dei personaggi scomodi dalle TV nazionali, alla fine tutto questo teatrino si è infranto contro la macchina della crisi e del denaro. Ci rimane un Paese in enorme difficoltà, un cumulo di macerie su cui dover ricostruire il nostro futuro, la nostra reputazione, la nostra credibilità internazionale. Adesso toccherà al tecnico Mario Monti sistemare (o almeno provarci) la situazione, così è stato deciso dalle forze politiche. Un governo auspicabilmente “tecnico” che vada a mettere in atto le misure che possano tirarci fuori da questa situazione di enorme difficoltà. Osserveremo con attenzione il suo operato. Monti è un uomo delle banche, è un finanziere, e la paura che si sia finiti dalla padella alla brace è tanta. Certo, fare peggio di quanto s’è fatto finora è difficile, ma diciassette anni di Silvio Berlusconi ci hanno insegnato che al peggio, da noi, non c’è mai fine. Stiamo attenti!

L’opposizione reagisce gioiosa, Bersani arriva addirittura a dire che è merito suo e del PD se Berlusconi si è dimesso, continuando in quella strada “saltocarrista” intrapresa ai tempi del referendum e delle elezioni amministrative scorse. Qualcuno dovrebbe spiegargli che è anche grazie al centro-sinistra, a quella famosa legge sul conflitto di interessi (di cui nessuno parla più, lasciata a marcire in un passato lontano) che avrebbe potuto evitare tutto questo, se Silvio è rimasto al governo tanto a lungo. Stendiamo un velo pietoso.

Mi hanno colpito anche le reazioni degli irriducibili pessimisti di Sinistra, che non hanno perso tempo a urlare che ora sarà peggio di prima, che Monti è un guaio, che bisognava ricorrere alle elezioni subito (come dice anche la Lega); continuo a chiedermi quanto possano giovare, in un momento simile, due mesi di campagna elettorale con i nostri politici, con la nostra legge elettorale ecc ecc. Non abbiamo bisogno di altra immobilità. Per una volta, pessimisti di Sinistra, provate a rilassarvi e a gioire della fine di un’epoca buia, di un taglio con il passato.

L’altra categoria che in questi giorni invece sembra assolutamente scomparsa sono i militanti del PDL, i Berluscones. Ragazzi, parliamoci chiaro, il signor Silvio Berlusconi non è stato al governo per diciassette anni per magia, ma perché qualcuno (la maggioranza degli italiani) l’ha votato. Oggi i berlusconiani sembrano scomparsi, approfittano della caduta dell’Imperatore Maximo per rifarsi una reputazione, un “chi io? Mai votato Silvio”. Ad esempio mi ha fatto specie assistere a miei amici e amiche, un tempo berlusconiani convinti, festeggiare sui social network e nelle piazze la caduta di questo governo. Gente che sin dalla prima ora ha votato questo baraccone che si è trascinato (e ci ha trascinato nel baratro) in questi diciassette anni, oggi fa finta di niente, fischietta sul cadavere del suo stesso Imperatore. Questo mi spinge a riflettere molto sulla cultura dell’italiano medio (senza generalizzare troppo), ma forse sono stato sfortunato io ad avere tanti ex-berlusconiani convinti intorno. Chi lo sa. Fatto sta che io e tanti altri non vogliamo che si mischino a noi, oggi. Puntualizziamolo.

E adesso? Adesso si vedrà, abbiamo poco tempo come Paese per sistemare le cose, abbiamo poco tempo per rimboccarci le maniche e uscire da questa stramaledetta “crisi”, una parola che sentiamo ogni giorno, e che sinceramente non vorremmo ascoltare più.

Resta da dimenticare il più in fretta possibile (anche se le cicatrici le porteremo per sempre) quest’uomo che inseguendo i suoi interessi ha fatto così poco per l’Italia e così tanto per sé stesso. Mi auguro che riusciremo a parlarne sempre meno (o a non parlarne proprio) in futuro.

Mai più Silvio Berlusconi. In tutti i sensi.

Berlusconi si arrende: fra poco è finita

La giornata di ieri entra di diritto nel film dei momenti salienti dell’epoca berlusconiana. Poco prima dei titoli di coda. Se i fatti lasciano poco spazio alle interpretazioni, diversi scenari si aprono per l’immediato futuro. In questo senso, la spada di Damocle dell’incertezza continua a pendere sulle nostre teste e sui giudizi dei mercati finanziari nei confronti del nostro paese.

Arresosi di fronte allo sfaldamento delle sue truppe, Berlusconi è riuscito in un capolavoro politico tanto geniale quanto potenzialmente deleterio per il paese. Le sue dimissioni arriveranno formalmente dopo l’approvazione della legge di stabilità, destinata a tradurre in azioni concrete le richieste dall’Europa. Visti i numeri del voto sul rendiconto, il contributo delle opposizioni risulterà indispensabile. Anziché compiere il responsabile, comunque tardivo, passo indietro, invocato da più parti della sua stessa ex maggioranza, il premier tenta di scaricare il cerino della responsabilità sulle opposizioni, indirettamente (neanche troppo) chiamate a fornire i loro voti per evitare di dilatare ulteriormente la crisi di credibilità in cui versa l’Italia. L’impressione è che questa mossa possa essere il primo atto di una futura campagna elettorale. Infatti, è plausibile che la base di partenza per intavolare il dialogo fra le forze politiche sul maxiemendamento alla legge di stabilità sia costituita dalla lettera estiva della Banca Centrale Europea e dalla più recente lista di promesse di Berlusconi all’Unione Europea. Se così sarà, le opposizioni, in particolare PD e IdV, potrebbero trovarsi davanti alla richiesta di votare provvedimenti definiti fin adesso “macelleria sociale” e certamente invisi al loro elettorato, primo fra tutti la sostanziale abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Non è un caso se l’Idv ha già annunciato la sua intenzione di votare contro a meno che le misure non siano ridiscusse. Anche nel caso in cui le negoziazioni portassero a un accettabile compromesso, Berlusconi potrebbe uscire di scena in un certo senso nobilitato, come l’uomo di governo immolatosi per la salvezza del paese, anziché come il macigno che ha trascinato l’Italia sul fondo. Perfino le date prospettate da PdL e Lega per l’iter parlamentare della legge lasciano trasparire la volontà di dilatare il più possibile gli scampoli di vita del governo. Tutto ciò di certo non giova al paese. Se lunedì la borsa di Milano volava e gli interessi sui titoli di Stato diminuivano, sull’onda delle voci di possibili dimissioni, l’incertezza seguita alla votazione di ieri ha fatto schizzare lo spread oltre la quota record di 570 punti e sta causando il tracollo del Ftse Mib. Le reazioni dei mercati dimostrano come sia la figura di Berlusconi la causa della grave turbolenza finanziaria del Paese, ancor più che la messa in opera degli annunciati provvedimenti per il risanamento del debito e il rilancio dell’economia.

Al di là dell’ovvia constatazione che la permanenza al potere del Premier e del suo esecutivo danneggia il paese, nella speranza che questa lunghissima anomalia italiana si risolva in fretta, allo stato attuale è difficile prevedere realisticamente se sarà l’ipotesi del governo di larghe intese a prevalere o se per la prima volta voteremo in inverno. Se fosse la prima opzione a prevalere, il nuovo esecutivo avrebbe comunque vita breve, dovendosi appoggiare al voto degli stessi che fino a ieri formavano la carovana di Berlusconi, il quale peraltro avrebbe gioco facile a gridare al ribaltone. È possibile che sia l’ipotesi del voto anticipato a prevalere, con l’unico rammarico di non avere il tempo di cancellare la vergognosa legge elettorale in vigore, al fine di evitare che il prossimo parlamento sia, come l’attuale, composto da prezzolati nominati invece che da rappresentati eletti dal popolo. Sarebbe un ottimo inizio per una nuova fase della storia repubblicana italiana, dopo un periodo di oscurità durato diciassette anni.