Bravofly: la vera avventura del viaggio

A volte succede. Dopo anni di studio e lavori semi gratuiti, a un certo punto della vita capita di trovare uno stipendio stabile e di riuscire persino a mettere da parte qualche soldo. È quello il momento giusto per concedersi un viaggio dall’altra parte del mondo, pensando che questo pianeta sia troppo grande e meraviglioso per non poterne cogliere quante più bellezze possibili.

Nasce così l’idea di entrare sul sito http://www.bravofly.com, una sorta di motore di ricerca che compara le varie compagnie aeree per trovare la più economica e conveniente, dove dopo un paio di tentativi per mete eccessivamente costose può comparire un volo perfetto per il proprio budget, come la Colombia, per esempio.

A quel punto è solo una questione di minuti e palpitazioni. Passaporto e carta di credito alla mano, rileggi i dati inseriti una decina di volte prima di cliccare quell’adrenalinico “conferma l’acquisto”, sperando che la tua linea adsl non ti abbandoni proprio in quel momento.
Le prime due mail arrivano praticamente immediate, ma c’è ancora da attendere una risposta dalla compagnia aerea per la conferma del volo ed è da questo momento che comincia la vera avventura del viaggio. Dopo circa un’ora dall’acquisto del biglietto, può capitare che una terza mail ti informi che il prezzo del volo è aumentato di 101,00 Euro (per due persone), sebbene il pagamento sia già stato effettuato e i soldi siano già spariti dalla carta di credito.

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La vera crisi dell'avvocatura



Libero professionista
: colui che svolge un’attività economica, a favore di terzi, volta alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale. L’etimologia  deriva da “professare” cioè essere fedele a degli statuti ordinistici o regolamentanti una attività, mentre il termine freelance deriva dal termine medievale britannico usato per un mercenario (free-lance ovvero lancia-indipendente o lancia-libera), cioè, un soldato appunto professionista che non serviva un signore specifico, ma i suoi servigi potevano essere al servizio di chiunque lo pagasse.

Avvocato: dal latino advocatus, sostantivo derivante dal participio passato del verbo advoco = ad-vocatum = chiamato a me, vale a dire “chiamato per difendermi”, cioè “difensore”. Libero professionista che svolge attività di assistenza e consulenza giuridica e/o legale a favore di una parte.

Lavoro subordinato: informalmente detto lavoro dipendente, indica un rapporto nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale.Continua a leggere…

Il silenzio rubato

“Certe volte per dormire mi metto a leggere,

e invece avrei bisogno di attimi di silenzio”.

Un’altra vita, F. Battiato.

Credo che la tecnologia sia una buona cosa sotto molti aspetti: grazie a essa riusciamo a comunicare le nostre idee a più persone e più lontano, possiamo avere versioni diverse di uno stesso accadimento, siamo più indipendenti, possiamo imparare molte cose gratuitamente, etc.

Ci sono però alcuni aspetti della tecnologia in relazione ai quali vorrei proporre qui una riflessione. Perché se la tecnologia dà, alla stessa maniera può togliere. Ecco un breve elenco delle mie impressioni:Continua a leggere…

Il passato remoto di Gobekli Tepe

Intercorre più tempo fra Gobekli Tepe e le tavolette d’argilla sumere di quanto non ve ne ne sia fra la civiltà sumera e noi”.

Gary Rollefson, archeologo.

 

Oggi voglio portarvi in un luogo sorprendente.

Il luogo si chiama Gobekli Tepe, nell’attuale Turchia, ed è situato a circa diciotto chilometri dalla città di Şanlıurfa, presso il confine con la Siria. L’aspetto è quello di una collina alta circa quindici metri, con un diametro di trecento.

Qui, nel 1963 un gruppo di ricerca archeologico notò nella zona cumuli di frammenti di selce, segno della presenza, nel passato, di un’attività umana.

123Solo trent’anni dopo, però, se ne riconobbe il potenziale: un pastore notò che dal terreno spuntavano alcune pietre di strana forma. Avvisò il responsabile del museo della città di Şanlıurfa, e di bocca in bocca la notizia arrivò all’Istituto Archeologico Germanico. Nel 1995 cominciarono gli scavi, guidati dall’archeologo Klaus Schmidt, e in seguito il tutto passò sotto la supervisione di due università tedesche.

Ciò che venne scoperto avrebbe lasciato non pochi a bocca aperta.

Vennero infatti alla luce, dopo un tempo incommensurabile, alcuni recinti circolari, delimitati da megaliti a forma di “T” di oltre quindici tonnellate ciascuno e di circa tre metri di altezza.

Risalgono al 9500 a.C.

Un’epoca in cui, fino a questo momento, gli studiosi non credevano fosse possibile per gli essere umani erigere una struttura del genere.Continua a leggere…

Un altro mattone d'Europa che cade: addio all'Erasmus

Non è difficile prevedere che la Crisi (tanto vale ormai scriverla con la maiuscola) rappresenterà negli anni a venire una triste pietra miliare per un’intera generazione, che si è vista scippata di numerosi diritti e agevolazioni ormai considerati acquisiti e che, al contrario, saltano a uno a uno come birilli. È di pochi giorni fa l’annuncio della prossima probabile dipartita di uno di questi.

Sicuramente la prospettiva della scomparsa del progetto Erasmus non fa vacillare la visione del proprio futuro come la mancanza del lavoro, il progressivo sgretolamento dei diritti sociali o il sempre più pallido miraggio della pensione, tuttavia allibisce la trascuratezza con cui si decide di non rifinanziare uno dei fiori all’occhiello del sistema educativo europeo, pur con tutti i suoi difetti. Venticinque anni di Erasmus corrispondono a più di un’intera generazione di persone che hanno sperimentato la sensazione di appartenere a un’entità più grande del loro paese di origine. Per questa marea di persone l’Europa significa qualcosa di più che una suddivisione geografica. Sarebbe interessante portare alla luce il loro punto di vista sul rischio di assistere alla frantumazione di questa idea di Europa che le politiche messe in atto in nome della Crisi stanno causando.

Non si tratta “soltanto” di rinunciare al principale strumento di costruzione del tanto decantato spirito europeo: l’Erasmus rappresenta (ci sia almeno permesso di parlarne ancora al presente) l’opportunità di togliersi per la prima volta le mani dalle tasche e mettersi alla prova. Di rendersi conto che non bastano l’interrail o il villaggio vacanze per dire di aver viaggiato. Di imparare che non di sola pasta vive l’uomo. Di sperimentare sulla propria pelle cosa vuol dire mettersi in fila per conquistare la tessera sanitaria. Di pensarci due volte prima di trattare qualcuno da “straniero”. Di ridere in faccia a chi ti ripete che “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Di capire, finalmente, cosa vuol dire essere italiano senza più quel fardello di provincialismo addosso. E magari, una volta tornati (o no?), di guardare con occhi diversi i luoghi e le abitudini di casa propria, consapevoli che l’orizzonte è più ampio di quanto sembri.

Se davvero il progetto Erasmus sta esalando i suoi ultimi respiri, la perdita sarà forse quasi indolore, una puntura fra tante coltellate, ma affatto innocua. Non resterà che confidare nella lungimiranza di chi, potendo farlo, preferirà rinunciare alla macchina o alle vacanze per “autofinanziarsi” l’Erasmus e partire per un anno. Purtroppo, come sempre, a rimetterci saranno quelli che non potranno e resteranno a casa a sognare. Alla faccia della meritocrazia e dell’uguaglianza.

P.S.: chi scrive ci tiene a precisare che non ha, purtroppo, “fatto l’Erasmus” ma vive all’estero (in luoghi diversi) da più o meno cinque anni.

Filosofia della condivisione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.

L’articolo di oggi è scritto da Fausto De Gregorio, informatico, giornalista freelance e studioso dei nuovi linguaggi open source e di webmarketing. Fabio è alla sua prima collaborazione con Camminando Scalzi. Buona lettura![/stextbox]

Oggi stiamo vivendo una drammatica sfida su quattro fronti: la crisi finanziaria e quella dell’economia reale si innestano in una crisi strutturale più ampia che riguarda la sostenibilità ambientale. Su un piano ancora più profondo, stiamo vivendo una crisi di speranza nel futuro. In poche parole, si tratta di quella mancanza di fiducia tipica di una società che invecchia e nella quale i giovani non trovano ruoli e prospettive.

Zygmunt Bauman

L’impressione è che la vita di noi tutti stia cambiando, e non in meglio. Il sociologo Marco Revelli scrive – nel saggio Poveri, noi – che negli ultimi anni, in Italia, “siamo declinati credendo di crescere. Siamo discesi illudendoci di salire. Viviamo con la testa nel mondo fantasmagorico del consumo opulento; abbiamo aspettative da consumatori ricchi ma poggiamo i piedi, e tutto il corpo, sulla linea di galleggiamento. Abbiamo toccato per pochi, fuggevoli anni, o lustri, un benessere veloce, da “centro commerciale”, ma sappiamo che basta un nulla per riportarci sotto”. È un realismo che inquieta e fa paura, ma la stessa considerazione è stata fatta, a livello internazionale, da uno studioso dei fenomeni sociali come Zygmunt Bauman nel suo recente libro-intervista Vite che non possiamo permetterci, un titolo che dice tutto. In buona sostanza Bauman sostiene che l’epoca nella quale era possibile “godersela adesso e pagare dopo” è alle nostre spalle. Se il mondo industriale era prosperato sullo sfruttamento della manodopera, quello post-industriale, cioè il nostro, è prosperato sullo sfruttamento dei consumatori, opinione peraltro condivisa dall’economista Raj Patel ne I padroni del cibo. Per rispondere alle seduzioni del mercato, ma anche per far girare l’economia, un po’ tutti hanno avuto bisogno di farsi prestare denaro. Alla fine, però, il conto è stato salato.

È un conto salato i cui effetti avvertiamo ogni giorno di più nel nostro quotidiano. L’aggravarsi dell’attuale crisi finanziaria è senza dubbio il segnale di una crisi più profonda, che tocca ogni aspetto etico dell’uomo. In gioco c’è tutto un modo di intendere la vita e i suoi significati. E forse questa crisi rappresenta, come molti esperti ritengono, un avvertimento a cambiare direzione, a dare nuovi significati a ciò che facciamo e alle relazioni che stabiliamo.

C’è chi ritiene che ogni aspetto delle nostre vite non possa fare a meno del denaro e tutto ruoti attorno al profitto e a interessi di ordine commerciale, da cui è impossibile prescindere. Può piacere oppure no, ma – come fosse piovuto dal cielo – questo è il sistema di vita che abbiamo e così ce lo teniamo. Ma c’è anche chi, pur non sottovalutando l’influenza che il mercato sta avendo, pensa che la vita dell’uomo debba aprirsi a una prospettiva più ampia, che l’uomo stia vivendo al di sotto delle sue potenzialità proprio perché non riesce o evita di svincolare ogni suo pensiero e azione dai rigidi schemi di un sistema economico che ha impoverito la vita sotto tutti gli aspetti. Pensiamo solo per un momento al regresso che nell’arco di qualche decennio hanno avuto il mondo del lavoro, il sistema sanitario, quello dell’istruzione o quello pensionistico.

I sostenitori di questa seconda prospettiva credono che l’uomo, nonostante tutte le difficoltà che incontrerà, riuscirà a superare questa crisi se inizierà finalmente a guardare il mondo con occhi diversi, riconoscendo il potere della cooperazione, dell’unire le forze per il bene comune. Pensano che, oltre a parlare di soldi, si debba cominciare a parlare di stili di vita, non per sottrarre ma per aggiungere qualità e sostenibilità alla vita di tutti.

Vecchie strutture economiche, politiche e di pensiero stanno morendo per lasciare il posto a nuovi modelli di vita e di pensiero. Abbiamo a che fare con una problematica fase di transizione che rappresenta al tempo stesso una grande opportunità per ripensare e ricostruire l’intera società su basi più giuste, abbandonando la competizione in ogni settore delle attività umane e tutte quelle forme di separatismo che avvelenano il cuore.

Perché accettare un sistema in cui si compete con il prossimo quando si può lavorare con lui e per lui, in un continuo scambio reciproco, per permettere a entrambi condizioni di vita più sicure e dignitose?

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Tutti pazzi per le offerte

Andare a fare la spesa, per molti consumatori, non è più un momento di tranquillità nel quale ognuno prende la decisione di far entrare in casa cibo salubre, sicuro e qualitativamente ottimo, ma è diventato il momento in cui, sfogliando i depliant delle offerte, più e più clienti seguono le corsie dei prodotti che costano meno per saziare i bisogni di acquistare prodotti scontati e per stipare i carrelli fino all’orlo di baggianate, molte delle quali subiranno un crudo destino: la pattumiera.
C’è chi vede le offerte come qualcosa di positivo, come un salvagente nel bel mezzo di una marea: chi non arriva a fine mese, chi non sa nemmeno se riuscirà ad arrivare alla metà del mese, vive giustamente di questi sconti periodici. Questa è la conseguenza di una povertà collettiva imminente, e se la realtà la osserviamo da qui capiamo che strappare dagli scaffali i prodotti in offerta è indubbiamente l’azione più giusta per chi, purtroppo, ha costantemente il portafoglio leggero. Ma, se la realtà la guardiamo da un punto più ambiguo e pessimista, troviamo nelle offerte qualcosa di inutile, perché è noto a tutti che il calo del prezzo è soltanto una metodologia utile ad attirare più attenzione, a incentivare l’acquisto – ovverosia ampliare il consumo e, purtroppo, lo spreco – e, infine, a convincere la gente che le offerte siano una convenienza eccezionale e imperdibile.

Fino a qualche settimana fa eravamo pazzi per la Levissima e per l’acqua Sant’Anna, ora cambiamo affannosamente corsia per abbracciare decine e decine di bottiglie Norda che, fino a un mese fa, quasi nessuno acquistava. E tra altre settimane lo sconto su quell’acqua poco nota cesserà di esistere per ridare il posto al prezzo base, quello che eravamo abituati a leggere insoddisfatti quando la Norda non era tra i prodotti scontati del depliant. E solo allora torneremo a riempire i carrelli di casse di Levissima e acqua Sant’Anna.

Questo ci dovrebbe fare capire che, forse, molti di noi hanno completamente frainteso l’utilità delle offerte: se troviamo un prodotto a km zero, qualitativamente ottimo, la cui filiera è pienamente certificata e sicura, molti di noi lo lasciano lì, immobile sullo scaffale, perché a fianco ce n’è uno dal sapore simile, magari rivestito da plastica colorata e luccicante, il cui noto marchio e il prezzo scontato lasciano esterrefatti; è nel momento in cui optiamo per un prodotto famoso e in offerta, piuttosto che per uno realmente sano e sicuro, che acquistiamo il marchio e non la mercanzia e che diamo libero sfogo alle esigenze prudenti di vivere di offerte e sconti. Ed è in quel momento che ci limitiamo all’offerta e non alla vera convenienza che, in questo caso, si attiene alla salute.

L’offerta ci plagia, ci sussurra in un canto celestiale il suo nome – che è il prezzo modico – ci incolla lo sguardo su quelle cifre così basse. La finta convinzione che l’offerta sia quel che conta realmente ci fa schiavi del depliant degli sconti imperdibili, dell’ansia, della prudenza, della necessità di acquistare molto ma pagare meno di quanto si dovrebbe pagare. E in pochi credono ci sia un inganno dietro l’offerta. C’è chi dice che gli sconti nascano da una scadenza imminente, c’è chi dice che vengano appioppati a prodotti di bassa qualità; e c’è chi, come me, è convinto che l’offerta non esista, perché nessuno è così benevolo ed eroico da decidere di abbassare il prezzo di un suo prodotto per far pagare meno i clienti. Sono certa che la verità celata sia che il vero prezzo sia l’offerta, mentre le cifre successive alla stagione degli sconti abbiano il compito di gonfiare il guadagno togliendoci furtivamente dalle tasche quanti più soldi riescano. E noi, da bravi polli, ci crediamo, poiché plagiati dal magico effetto seducente delle offerte. Ma questo non significa che le offerte siano sempre sbagliate; dovremmo vederle come un vantaggio nel momento del bisogno, bisognerebbe acquistare i prodotti scontati quando è necessario, non quando è evitabile: cosa importa se il balsamo costa meno, se le patatine e le merendine costano due centesimi in meno di ieri, e se il Dash costa molto meno quando a casa ne ho ancora? Se tutti acquistiamo tutto ininterrottamente nonostante la dispensa sia piena, ci troveremo le discariche piene di rifiuti e una parte del mondo che continua a morire di fame.

Tutti pazzi per le offerte, per i prodotti che, nonostante siano di scarsissima qualità, continuiamo ad abbracciare perché pur di pagare meno siamo disposti ad acquistare una mercanzia qualsiasi. Tutti pazzi per il consumo, per il largo spreco, per le stagioni delle offerte, prima per la Levissima e poi per la Norda. Tutti tristi quando la pizza surgelata non è più in offerta, tutti felici quando i Pavesini costano meno del solito. Nel frattempo nessuno si rende conto che siamo quasi tutti ammattiti a causa delle offerte, e che le discariche traboccano di avanzi.

Respirando lo stato d'assedio della Colombia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Vi presentiamo Cristina: una piccola rivoluzionaria nata in Sardegna 32 anni fa, da sempre convinta che “un altro mondo non solo sia possibile, ma necessario”… Da circa due mesi lavora come attivista per un’organizzazione che si occupa di diritti umani in Colombia, con un’esperienza che oggi ha deciso di condividere anche con noi lettori di Camminando Scalzi[/stextbox]

Bogotà… Grande, dispersiva e molto pericolosa, sicuramente. Ma allo stesso tempo ti strega e ti cattura con i suoi odori, colori.

Non hai subito l’impressione del pericolo, e quando te ne rendi conto capisci che è naturale che sia rischiosa, viste le disuguaglianze sociali così evidenti. In una strada che può essere considerata tranquilla, ti rendi conto che giusto girando l’angolo è tutta un’altra realtà. Si dorme in uno spartitraffico solo con quello che si ha addosso, e c’é un mito da sfatare: a Bogotà c’è freddo!

L’altra sera sono andata a ballare salsa con delle ragazze e ragazzi di una ONG amica in un locale che aveva appena inaugurato. A un certo punto arriva la polizia, con armi e tutto. Giusto per farsi vedere, e per ricordare al proprietario l’orario di chiusura, semmai l’avesse dimenticato. Ma soprattutto per chiedere un “contributo” per la benzina… Inutile dire che il tipo ha sganciato la bellezza di cinquanta mila pesos colombiani (lo stipendio medio di un operaio si aggira intorno ai 125.000 pesos, ndr). Alla faccia del rincaro della benzina…

La sera dopo c’era la quarta festa di “despedida” di una collega e siamo uscite a ballare. Arriviamo al Congo, la Candelaria. Un locale caldissimo, i cui muri sembravano traspirare alcool. Decido di fumare una sigaretta e prendere una boccata d’aria. Mi metto vicino a un carretto di venditori ambulanti. Arriva la polizia, un agente si avvicina e in modo poco gentile chiede una sigaretta. Qui si vendono sfuse… I proprietari fanno a gara per offrirgliene una. Ne prende quattro e ovviamente non pensa di pagare nemmeno per un secondo. Le prende e va.

La cosa che più mi ha scioccata é proprio la presenza di armi e persone armate. Non parlo solo della polizia, presente a ogni angolo della strada, ma anche della sicurezza privata, fissa all’esterno delle case “ricche”, di edifici pubblici o di professionisti. Tutti pagano una guardia armata che sta fuori giorno e notte. È incredibile vedere l’esercito tranquillamente a ogni angolo, e dico ogni angolo, soprattutto al centro. È assurdo trovarsi con armi dovunque, ma in particolare è inconcepibile vedere come la gente conviva e abbia interiorizzato questo stato di polizia. In effetti la Colombia è perennemente sotto “estado de sitio” (stato d’assedio).

È una città difficile, ma vale la pena viverla, almeno per un po’. Qui ci vivono dieci milioni di abitanti su un totale di quarantacinque, quasi un quarto della popolazione. Ci sono zone che avrei voluto visitare, ma che per questioni di sicurezza non ho potuto. E non esagero, visto che non ci vanno nemmeno i Bogotani, se non scortati. Anche questo è normale da vedere: camionette blindate con i vetri oscurati e l’autista. Soprattutto al nord, zona sfacciatamente ricca in opposizione al sud sfacciatamente povero. Anche chi si occupa di diritti umani: sono minacciati e devono vivere una vita da blindati per poter portare avanti la lotta.

Poi arriva l’ora di lasciare la capitale, per andare verso il Caribe. Apartadò, departamento de Antoquia. Zona di FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), ma anche la zona dove nascono i paramilitari, zona di stragi, di ingiustizie e di caldo estremo. Appena arrivata a Medellin si sente la differenza con Bogotà. Vado a cambiarmi all’aeroporto e mi vesto da agosto, ma il caldo è insopportabile anche sotto l’aria condizionata. Medellin, la città dell’eterna primavera e del cartello di Escobar. Città ricca, si vede. Città in cui sembra che un gruppo di paracos (paramilitari, ndr) stia cercando di metterci le mani. Ma questa è un’altra storia, magari ve la racconto la prossima volta…

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Un viaggio verso il mondo.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Serena, alla sua prima collaborazione con la blogzine, ecco come si presenta ai lettori di Camminando Scalzi.

Ho 20 anni, studio Scienze Umanistiche per la Comunicazione a Firenze; sono una ragazza semplice, solare, socievole..in poche parole acqua e sapone. Mi definisco anche testarda, cercando così di raggiungere sempre gli obiettivi che mi sono prefissata. Mi piace viaggiare e ho una passione sfrenata per gli animali. Amo stare in compagnia degli amici di sempre e fare lunghe passeggiate con mia sorella in riva al mare. La frase che mi rappresenta è: “Vivi e lascia vivere”  [/stextbox]

Viaggiare è bello, entusiasmante, sa rendere una persona autonoma. Viaggiare significa imparare a conoscere posti, culture e persone di tutto il mondo. Ogni paese ha qualcosa da proporci e non c’è cosa più frizzante che prenotare un biglietto aereo e visitare quei luoghi che tanto ci incuriosiscono.

Chi ha avuto la possibilità di visitare terre diverse tra loro, ognuna con la propria cultura, con modi di fare e di essere diversi dal nostro, sarà rimasto in qualche modo affascinato; ma una cosa che notiamo spesso è quella di accorgersi  che nessuno mai riuscirà a farci innamorare di una terra lontana da casa nostra, perché è cosa naturale sentire il richiamo e il bisogno della nostra patria.

Tutti da piccoli sogniamo di visitare quel luogo che tanto ci ispira. Sogniamo a occhi aperti e guardiamo e riguardiamo quel mappamondo che sempre più ci invoglia a comprare quel biglietto aereo. Ci innamoriamo del viaggio e vorremo subito partire all’avventura con quella voglia di scoprire quei posti fatti di storia e abitati da altre persone, cittadini del mondo.

New York, Parigi, Sharm El Sheik, paesi diversi tra loro, visitati da milioni di persone all’anno. America, Europa e Africa, i loro continenti, così distanti ma così vicini quando parliamo di uomini, bambini e anziani. Gente ricca e gente povera, una statua della libertà e un deserto da scoprire. Palazzi alti, grigi e tanti negozi con tanta gente dentro pronta a spendere per portare a casa tanti piccoli souvenir come ricordo. Dall’altra parte, bambini che giocano con pezzetti di legno davanti alle loro capanne in mezzo al deserto.

Sono anche queste le cose che fanno crescere una persona. Viaggiando ci possiamo rendere conto di come il mondo cambi a seconda di dove ci troviamo, ma è anche vero che non importa il luogo in cui ti trovi, ma la persona che ti è accanto.

Il turista vuole capire fino in fondo se quel posto che ha visto magari in televisione o su qualsiasi giornale esiste realmente e vederlo con i propri occhi per poi poterlo raccontare. Siamo frettolosi, vogliamo vedere tutto e subito, scattare qualche fotografia e incollarla lì, nell’ album fotografico, insieme alle altre fotografie di altri viaggi, facendo così di esso uno dei ricordi più piacevoli della nostra vita.

Il turista invece dovrebbe soffermarsi molto di più su un posto e cercare di capire il perché esiste quel monumento così tanto visitato e famoso, conoscere la storia e dopodiché sentirsi soddisfatto, non solo dei bei giorni passati in quell’albergo così lussuoso con piscina e centro benessere, ma bensì di essersi sentito parte di quel posto tanto lontano dalle loro case.

Viaggiare è anche partire senza meta e capitare in qualsiasi posto del mondo e provare a entrare in sintonia con i popoli, tenendo conto che tutti hanno la capacità di coinvolgersi nella vita altrui, perché effettivamente, se vogliamo, possiamo.

Dovremmo imparare a mettersi nei così detti “panni” degli altri, magari di quei bambini africani che ogni giorno, per un po’ di acqua, fanno chilometri su chilometri per raggiungere un pozzo; ma ai ragazzi di oggi farebbe fatica, perché siamo abituati ad avere tutto e subito senza un minimo di riconoscenza. Forse un viaggio non basterebbe.

Viaggiamo, perché dobbiamo imparare ciò che la vita ci offre, dobbiamo conoscere popoli, culture, religioni e lingue diverse, visitando sia l’Oriente che l’Occidente perché entrambi ci sapranno offrire quel qualcosa in più che oggi non abbiamo.

Non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta e credendo fosse per sempre”.

Questa frase va tenuta in considerazione perché chi nella vita ha viaggiato si sarà reso conto che tornare a casa è sempre bello, e sa che nessun paese, anche se più ricco del suo, gli offrirebbe più serenità e felicità.

Viaggiate ragazzi, e imparate dagli altri, ma amate anche la vostra Italia, terra così bella e così ricca di storia.

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Nudo alla meta

“Possiamo vivere la vita che gli altri si aspettano da noi oppure sceglierne una basata sulla nostra verità. La differenza è tra una vita consapevole e una inconsapevole, tra vivere e non vivere”.

Con queste parole, Stephen Gough riassume il senso di ciò che gli sta accadendo. Non è un guru di qualche setta, né un signore eccentrico vecchio stile. Quest’uomo ha una sua idea di come la vita debba essere vissuta e ha deciso di andare fino in fondo. Sono ormai più di dieci anni che Gough gira a piedi nudo. Cammina a piedi senza vestiti perché il mondo è sbagliato, quello che pensa il mondo è sbagliato e noi siamo buoni e possiamo fidarci di noi, del nostro corpo nudo, degli altri. Questo è il suo pensiero. Potremmo ironizzare di quest’uomo che le prime foto ritraevano nel pieno del vigore fisico e che adesso mostra i segni del passare del tempo con forza e dignità. Potremmo sorridere pensando a questa figura un po‘ Forrest Gump un po‘ Gandhi. Potremmo scuotere la testa pensando a una provocazione vintage stile anni sessanta. L’uomo in realtà è uno che ti costringe a pensare. Non sempre gli è andata bene, insieme alla curiosità, all’ironia e all’indifferenza ha trovato anche chi lo ha picchiato e gli ha rotto il naso. Non sempre è stato facile. Gough ha avuto una compagna, ha dei figli, una anziana madre.

All’inizio era una cosa ma ora molti non capiscono o si sono stancati. Gli attivisti dell’ambiente naturista hanno smesso da tempo di supportarlo, ogni giorno è sempre più solo. Adesso poi, non riesce più a uscire dal carcere. I tribunali hanno deciso di adottare la linea dura e lui si è irrigidito nella ricerca della sua verità. Non si veste in carcere, non si veste per andare in tribunale, non si vestirà il giorno in cui lo rilasceranno e quindi sarà nuovamente arrestato. Lui vuole tornare a casa nudo e camminando. “Ho capito che nel mio profondo sono buono, che tutti siamo buoni e che ci si può fidare di questa parte di sé” ha dichiarato al giornalista Neil Forsyth, che lo ha intervistato recentemente per il Guardian nella prigione scozzese dove è detenuto. Gough è uno che ha dalla propria parte la forza delle sue convinzioni. Niente sembra fermarlo. Non il freddo del suo viaggio invernale verso John o’ Groats, l’ultimo villaggio a nord della Scozia, dove il cielo sembra così basso che ti viene da allungare la mano e raccogliere una manciata di stelle. Non il dover continuamente dare spiegazioni di ciò che sta facendo. Niente sembra fermarlo. E questo, immagino, sia ciò che spaventa.
È per questo che la società tiene dentro una cella uno come Gough. Non è questione di senso del pudore è che se Gough vincesse la sua battaglia, un granello di libertà potrebbe insinuarsi nell’ingranaggio del controllo sociale e incepparlo. Potrebbe rovinarsi quell’architettura di potere fondata sull’idea che l’uomo non è buono, che l’uomo deve difendersi sempre e comunque, che in nome di questa difesa egli debba rinunciare a perseguire la propria verità e debba abbracciare quella dominante. Tanto può un uomo nudo che cammina. La nudità ci ricorda la forza dell’assenza di difese, il cammino la potenza di avere una meta. Non sappiamo come finirà questa storia, se alla fine prevarrà in quest’uomo la stanchezza, se invece vincerà o resterà in prigione per il resto dei suoi giorni. Se avrà insinuato in noi il dubbio che sia giunto il momento di toglierci i vestiti e iniziare il nostro cammino, avrà già fatto molto.