Memoria di un tempo sparito

Iniziavano gli anni ’70 e a casa mia si mangiava bene , pane, affetto ed educazione non mancavano mai. Le scarpe si riparavano , le giacche si rivoltavano e se c’era qualcosa in più si riusciva anche a pensare a chi aveva di meno.
Non c’era bisogno della raccolta differenziata per fare meno rifiuti, l’acqua del rubinetto di cucina era buona e fresca, con la bottiglia vuota si andava dal vinaio all’angolo della strada, per farsela riempire, per noi ragazzi se ne riempiva un’altra, con la spuma, ma solo la domenica! Il latte si versava dalle bottiglie sfaccettate con il tappo di alluminio, si portavano in latteria vuote e si ritiravano le piene.
Al mercato coperto si arrivava con la borsa della spesa e il carrello con le ruote, le buste di plastica non esistevano.
La carne si mangiava due volte alla settimana, pollo, spezzatino o fettine impanate, con gli avanzi si facevano polpette per il giorno dopo, però a tavola tutti i giorni veniva servito un sorriso per tutti, compresi gli ospiti, che non mancavano mai.
Bambini e ragazzi a letto dopo Carosello, a scuola bisognava essere lucidi, almeno otto ore di sonno.
I libri di scuola si foderavano per bene per non rovinarli, dovevano servire l’ anno dopo per i più piccoli , oppure si rivendevano.
Dei quaderni si usava anche l’ultimo foglio, la matita si temperava finchè si poteva tenere in mano.
La casa era antica, grande e bella, ma senza il riscaldamento, dopo un paio d’ore di studio fermi, si ghiacciavano il naso e i piedi.
I lunghi pomeriggi invernali si passavano in casa o in parrocchia dove si faceva anche molto sport gratuito.
Per noi bambine c’erano anche le suore francesi in fondo alla strada, che in cambio di una piccola offerta ci facevano scuola di francese.
Alla domenica con i boy scout, facevamo gite nei parchi.
Nelle tiepide domeniche autunnali si facevano le gite in campagna, con le borse per il pranzo al sacco e la palla per giocare sui prati, la nonna raccoglieva borse piene di cicoria ed altre erbe di prato, che si mangiavano poi per tutta la settimana.
Le domeniche d’estate si passavano al mare, si prendeva la cabina e si portava il contenitore con la pasta fredda, l’acqua di giugno era fredda e pulita e si diventava rossi come gamberi.
La strada era come un borgo, ci si conosceva tutti e i bambini venivano mandati da soli a comperare il pane, nella panetteria sotto il portone del palazzo, avevano la precedenza e venivano subito rimandati a casa.
Quando si usciva a passeggio ci si salutava e ci si riconosceva, la sarta del primo piano, l’ingegnere del terzo, l’infermiera del quarto, il dottore dell’attico. Noi ragazzi eravamo tutti amici e si giocava insieme nel cortile del palazzo.
Se qualcuno dei vicini stava male ci si organizzava per portare un po’ di conforto, la nonna preparava un brodo di pollo…
Qualcuno forse leggendo queste poche righe penserà che la vita nei paesi era bella; ma io non sto parlando di un paese ma di una bella strada nel centro di Roma in un quartiere storico ed elegante.
L’ amore, se esiste, non ha un indirizzo preciso, è un’energia che non può finire e può solo trasformarsi.
Sono passati 35 anni e questa bella città è diventata come tutte le città, luoghi tristi e caotici, enormi dormitori dove la gente non si conosce, vive per consumare e consuma per vivere: nasci-consuma-muori, l’individuo non esiste più .
Gli esseri umani sembrano ridotti a polli in batteria, spesso contenti di esserlo.
Mi uccide il torpore delle persone con cui hai condiviso tante cose, forse amore in senso lato, sostituito oggi da sola indifferenza, nessuna pietà.
L’umanità non vuole più godere, ciascuno si predispone in un modo o in un’altro al suicidio, permettendo così agli abortisti della vita di ucciderla, per non amare più, per non riconoscerci più.
Ogni persona sembra vivere chiusa in una bolla, tante bolle che camminano che si urtano ma non comunicano; ognuno parla all’ interno della sua bolla.
Al posto dei prati per fare gite, intorno alle città sono nati i mega centri commerciali, nuovi luoghi d’ appuntamento e di intrattenimento dove il piacere dell’aria e del sole è sostituito dal piacere di spendere e consumare.
Il cliente e il venditore: la vita è ridotta a questo, come se l’uno e l’altro non avessero gli stessi obiettivi da perseguire, la stessa battaglia ideale da combattere, gli stessi figli da crescere ed educare, le stesse emozioni da condividere.
Sto pensando tutto questo mentre guardo la distesa di acqua blu dalla feritoia di un capanno, il paesaggio è magnifico, la macchia tutta attorno, il luccichio delle piccole onde sotto i raggi del tiepido sole sembrano piccoli gioielli offerti ad una gazza ladra curiosa e impertinente, ed in mezzo un silenzio, talmente silenzioso da sembrare irreale. Immagino che forse il paradiso è questo, è un capanno di caccia dove incredibilmente si respira l’amore per la natura, per gli animali, per la terra che ci ospita.
E allora mi chiedo: da che cosa ricominciare a costruire una dimensione più umana per un’umanità in declino? Forse bisogna semplicemente ricominciare a vivere le emozioni che danno i nostri cinque sensi.
Veniamo al mondo nudi ma con il nostro patrimonio sensoriale.
Arriviamo in un mondo che si dovrebbe solo guardare, ascoltare, gustare, annusare; in una sola parola: rispettare. Le parole serviranno solo più tardi quando le impareremo e a quel punto serviranno per comunicare: sentimenti, emozioni, incanti , serviranno a trasformare in parole quello che altrimenti rimarrebbe chiuso in fondo al cuore.
La nostra vita è come un lampo nella notte, poco più di un secondo nell’ immenso orologio dell’ eternità.
Passiamo veloci, viaggiando da un punto ad un altro. E come accade di frequente durante un bel viaggio, spesso ci lasciamo distrarre da ciò che c’è nel raggio di un metro, dimenticando così di alzare gli occhi e guardare oltre il finestrino , verso una linea di orizzonte lontana, riuscendo a trarre così, semplicemente da uno sguardo, l’incanto e la sorpresa di un’emozione.

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Lettera al femminile

Non sento di esagerare quando affermo che la condizione svantaggiata della donna è il dramma dei drammi, il più grande che esista da secoli.

Dalla notte dei tempi la donna si è dovuta adattare a una società di stampo patriarcale. Per secoli si è fatto in modo di arginare la presenza, su questo pianeta, di un essere straordinario come la donna. La si è imprigionata, ridotta al silenzio, bruciata, venduta. La si è addomesticata, demonizzata, si è finto di darle importanza, la si è ridicolizzata. La donna è stata definita inferiore così tante volte, nelle parole e nei fatti, che alla fine se n’è convinta. Impaurita e inconsapevole ha lasciato che il mondo fosse retto da una sola parte dell’umanità. Ogni campo dello scibile umano è occupato dagli uomini: l’economia, la politica, la scienza, la religione sono i primi esempi.

Essendo rimasti da soli, gli uomini hanno creato una società basata sul conflitto e sulla competizione. La terra ha cominciato a essere sfruttata, le guerre si sono susseguite. Di questo genere di economia vediamo ormai i risultati. La società però non può continuare a reggersi su un piede solo, e se osserviamo bene stiamo già notando i primi segni di cedimento di un siffatto sistema.

una donna soldato
velina in tv

La donna ha cercato di riconquistare lo spazio perduto, spesso tradendo sé stessa. È arrivata al punto di imbracciare un fucile o di dare il suo assenso a una guerra. “Se gli uomini rispettano solo gli uomini” era il suo pensiero “l’unico modo per smettere di essere invisibile è essere come un uomo!” Ma una donna non è un uomo. Non possiamo adattarci a essere quello che non siamo.

Forse allora siamo nate per essere semplicemente belle? Forse è la nostra avvenenza la vera chiave d’accesso a questo mondo? Dimentiche di noi stesse, in cerca di approvazione da parte di un mondo che non ci considera più di tanto, andiamo a sgambettare in tv o facciamo grandi scalate sociali sfruttando il nostro corpo. Ma alla fine ci coglie una profonda tristezza e un senso di vuoto. Sentendoci sfruttate, chiediamo all’uomo di cambiare, di risolvere la situazione, senza renderci conto che siamo noi che ci dobbiamo svegliare.

Sfruttando la nostra intelligenza, abbiamo tentato la via della vendetta. Abbiamo indossato dei tailleur e abbiamo cominciato a urlare ordini agli uomini, nostri sottoposti. “Assaggia, uomo odioso, il sapore della schiavitù!”, abbiamo pensato con soddisfazione.

Statuetta femminile risalente al neolitico

Ma io credo che alla donna non interessi davvero un potere di tipo dispotico. Niente paura, uomini, non credo che ci interessi davvero diventare le vostre tiranne. Una donna anziana un giorno mi disse: “in grembo portiamo sia maschi che femmine, come possiamo fare la differenza?”.

Non ci resta che tornare a noi stesse, a quello che siamo realmente. Ad esempio potremmo ascoltare con maggiore attenzione il nostro corpo, questa magnifica orchestra che ogni mese elimina il vecchio per salutare il nuovo, che cresce la vita, che produce nutrimento. Potremmo finalmente liberarci da questo odio millenario e dai nostri numerosi complessi. Capire che non siamo semplicemente “sentimentali”, bensì compassionevoli. Che non siamo “isteriche” ma piene di energie che chiedono di essere liberate. Riconquistiamo un nostro punto di vista. Come sarebbe l’economia per una donna? Quale tipo di saggezza potremmo produrre? Come sarebbe l’architettura femminile? E la politica femminile? E l’educazione femminile? E la medicina femminile?

Care donne, dovremmo davvero valorizzarci, riconquistare amor proprio e consapevolezza. Sarebbe bello che noi donne cominciassimo a imparare da altre donne, e che anche gli uomini possano imparare da noi, esprimendo così le loro capacità in modo nuovo e smettendo di odiare ciò che in loro ci somiglia.

Infine, di una cosa sono convinta: se questo mondo è davvero entrato in un processo di cambiamento, quest’ultimo non potrà che passare attraverso le donne. E sarebbe un cambiamento davvero profondo ed epocale, che nessuna rivoluzione sarebbe in grado di eguagliare.

Buon lavoro, donne.

 

Alcune letture:

“Le dee viventi”, di Marija Gimbutas, edizioni Medusa.

“La dea bianca”, di Robert Graves,  Adelphi.

“Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley, edizioni Nord.

Atene o Sparta

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.

L’articolo di oggi è scritto da Alex Scardina, alla sua prima collaborazione sul blog. Lasciamo che si presenti da solo:

Scardina Alex, classe ’85, un grande, vista la mia nascita. Vivo nella mia natale Vignola dove, dal febbraio 2009, collaboro con la Fondazione di Vignola in qualità di guida storico-culturale. Mi sono laureato in storia dell’arte nel dicembre del 2008 presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Nella mia vita oltre a essere guida, scrivo: sul mio blog, VMGNews.net da 2 anni, per il settimanale modenese on-line DaBiceSiDice.it da un anno, mentre da dicembre 2008 a dicembre 2010 sono stato collaboratore della Gazzetta di Modena. Cos’altro dire? Sono impiegato presso un’agenzia ippica dal 2004…sembra un secolo fa! Segni particolari: ferrea volontà…c’è da scommetterci![/stextbox]

Il tempo in Grecia sembra essersi fermato. Un brusco stop, figlio di decisioni politiche, spesso populistiche, sbagliate maturate negli ultimi dieci anni. La popolazione, incolpevolmente chiamata a pagare per danni fatti dalla classe dirigente, è stremata; per molti il cibo è un miraggio. L’Europa tedesca, perché di fatto è l’intero continente ad essere stato commissariato dalla potente Prussia, ha imposto lacrime e sangue non badando all’effetto depressivo che che questo tipo di politica può avere su un paese. Ma la Grecia può scegliere! Certo, i costi da affrontare sarebbero differenti, ma la possibilità c’è; proseguire lungo il solco dettato dai tecnocrati, con annessi tagli a stipendi e pensioni, o il fallimento, vale a dire l’impossibilità di erogare qualsiasi emolumento. Ma c’è una terza via: rifarsi al proprio glorioso passato. Abbandonare il presente, visto il quadro appena riassunto, non sembra poi un’idea così malsana. Tornare ai tempi di Atene e Sparta, due modelli completamente diversi, ma per lungo tempo entrambi vincenti. Democrazia contro oligarchia; schiavitù o libertà, forza o astuzia, imperialismo economico o militare. Il futuro della Grecia potrebbe essere nascosto nelle proprie radici storico-culturali, bisognerebbe solo avere il coraggio di rimuovere la coltre di polvere che la nasconde. In ogni singola colonna del Partenone, in ogni parola di Aristotele, Platone e Pericle. I politici ellenici hanno provato a recuperare questo senso storico, ma loro unico, pessimo, risultato sono state le olimpiadi di Atene del 2004, l’inizio del disastro. E allora ecco un discorso che i greci di oggi vorrebbero sentir pronunciare, perché oggi più che mai attuale.

“Utilizziamo infatti un ordinamento politico che non imita le leggi dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d’esempio per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia; per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall’oscurità della sua condizione. Inoltre viviamo liberamente come cittadini nell’occuparci degli affari pubblici e nei confronti del sospetto che sorge nei confronti l’uno dell’altro dalle attività quotidiane, non adirandoci con il nostro vicino, se fa qualcosa per proprio piacere, né infliggendo umiliazioni, non dannose ma penose a vedersi. Trattando le faccende private, dunque, senza offenderci, a maggior ragione, per timore, non commettiamo illegalità nelle faccende pubbliche, dato che prestiamo obbedienza a coloro che di volta in volta sono al potere ed alle leggi e soprattutto a quante sono in vigore per portare aiuto contro le ingiustizie e quante, benché non siano scritte, comportano una vergogna riconosciuta da tutti.”
(discorso funebre di Pericle)

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Clochard, una vita sempre più difficile

Le ondate di freddo provocano sempre disastri. Quest’anno, poi, il numero delle vittime dovuto al maltempo è più alto degli altri anni. La maggior parte delle persone che perdono la vita per le conseguenze del freddo e della neve sono i “senzatetto”, il cui vero nome è quello di “clochard”.

La condizione di clochard è una situazione nella quale una persona per molto tempo non ha un luogo di residenza. Ovviamente i clochard sono presenti soprattutto nelle aree più povere delle grandi città e in quelle suburbane. Molti di loro sono persone provenienti da altri paesi. In realtà, però, tra i clochard ci sono anche alcolizzati, tossicodipendenti, persone separate dai propri coniugi, uomini e donne con problemi psichici. Si trovano in particolare vicino le stazioni, nelle fermate della metropolitana e i più fortunati trovano accoglienza in apposite strutture.

Negli ultimi giorni a Roma alcuni clochard hanno perso la vita per via delle condizioni atmosferiche. Da qui sono scaturite violente polemiche tra il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e il resto del mondo. C’è da essere certi, però, che alla stazione Tiburtina continueranno a vivere tante persone con temperature gelide, senza che venga trovata una soluzione alle loro condizioni di vita. A Roma come altrove. Ci sono anche casi in cui, però, i clochard non vogliono allontanarsi dalla strada, restando al freddo e al gelo per mesi interi. Alcuni di loro hanno sempre vicino degli animali come cani e gatti e non vogliono separarsene per nessun motivo. In loro difesa ci sono alcune organizzazioni senza fini di lucro. In Italia la comunità di Sant’Egidio e la Caritas sono molto attente a questo tipo di problemi, mentre una grande organizzazione mondiale, Goodwill Industries, provvede allo sviluppo e alla ricerca di opportunità di lavoro per queste persone. Molte città hanno giornali di strada oppure riviste dedicate alla loro situazione sociale. Spesso i clochard per cercare di sopravvivere chiedono l’elemosina per la strada: questa pratica, però, è diventata illegale in diverse città. In altri casi ci sono i “buskers”, cioè artisti da strada che fanno giochi di prestigio e abilità, suonano e disegnano sul marciapiede, nella speranza di trovare cittadini che regalino loro una moneta. Altre volte i clochard commettono reati nella speranza di essere arrestati e mandati in prigione. Purtroppo non tutte le organizzazioni umanitarie si occupano dei problemi relativi alle persone che vivono e dormono per la strada. Anche le istituzioni non prendono mai sul serio questo problema e, a volte, demandano la soluzione di esso proprio alle organizzazioni umanitarie. Il numero dei morti per le strade di questi giorni è la conferma che, purtroppo, nessuno affronta veramente la questione dei senzatetto. L’unica cosa in cui i clochard possono sperare è l’aiuto di semplici cittadini comuni. Un dato allarmante è quello che riguarda l’aumento del numero dei senzatetto che cresce di anno in anno, secondo i dati forniti dalla Caritas e pubblicati la scorsa settimana dal quotidiano “Il Mattino”, complice la grande crisi economica mondiale. L’aumento della disparità di reddito tra le classi sociali negli ultimi anni non ha fatto altro che aumentare il problema delle persone che non hanno un’abitazione.

Purtroppo quella dei senzatetto è una condizione di vita drammatica a cui nessuno ha mai posto veramente in rimedio, con il rischio, tra l’altro, che nei prossimi anni il numero dei clochard aumenterà e, ad ogni ondata di maltempo, ci saranno altre vittime e altre inutili polemiche.

Onore e ricordo per il Tank Man, il simbolo delle opposizioni

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi Edoardo Bozza, 20 anni, studente di economia con indirizzo banca e finanza presso l’università di Pisa. Edoardo ha sempre provato interesse e passione nei confronti della scrittura e della diffusione delle idee ed è anche per questo che ha deciso di unirsi ai blogger di Camminando Scalzi.it
Supporta ogni forma d’arte, di qualsiasi tipo, purchè sia sincera ed espressa con la massima passione.
Benvenuto![/stextbox]

Cos’è l’opposizione? La forza di fronteggiare, di mettere in discussione o il tentativo di eludere ogni limite a noi illecitamente imposto?

Sinceramente, è un peccato che il termine “opposizione” sia strumentalizzato e assimilato da volti ignobili, non degni di prendere in carico un’attribuzione così solenne.

L’opposizione non è quella della politica; quest’ultima si può chiamare piuttosto “polemica”, “voce nel vuoto” o “sparo nel buio”, a vostro chiaro piacimento. L’opposizione, quella vera, è sopra a ogni virtù o valore morale; essa esclude ogni fuga o spiegamento, lasciando come unica e sola opzione l’affronto a testa alta delle voci forti e cupe di una imposizione illegittima.

Lo chiamavano Tank Man o, in italiano, semplicemente Rivoltoso Sconosciuto.

Egli rappresentò una voce capace di attirare come fossero magneti gli occhi di tutto il globo e ancora adesso, a distanza di anni, quella foto rimane impressa nelle menti e nei cuori liberi, dimostrandosi una figura di grande attualità, soprattutto alla luce dei fatti che tutt’oggi ancora avvengono.

L’opposizione. Un duro colpo a chi vuol portare avanti gli stati, le finanze, la vita dei cittadini, a piacer suo.
La forza risiede nell’animo e forse, talvolta, per il bene di tutti, è d’uopo mettere in discussione ogni propria razionalità e incorrere nell’affronto diretto.
Un piccolo e minuscolo – ma non inutile – uomo, posto immobile innanzi ai ferri del male.
Non si mette in dubbio il buon cuore delle persone, ma i loro pensieri e le loro convinzioni: come sottolineò il The Time all’epoca, “gli eroi nella fotografia del carro armato sono due: il personaggio sconosciuto che rischiò la sua vita piazzandosi davanti al bestione cingolato e il pilota che si elevò alla opposizione morale rifiutandosi di falciare il suo compatriota”.

Il bene esiste in tutti.

Certo è difficile riuscire a far emergere dall’interno di ognuno, anche dal peggior individuo, un sottile velo di bontà… Ma non è un’accettabile giustificazione per compiere atti violenti.

Non si sa cosa sia successo a quel rivoltoso. Varie ipotesi sono state sostenute nel corso degli anni: c’è chi dice che egli sia stato giustiziato e chi invece sostiene che egli sia ancora vivo e che abiti in Cina. In qualsiasi modo, sia egli il simbolo di ogni rivolta e di ogni contestazione, dove le armi e il fuoco non possano avere presa davanti a una candida e inerme camicia bianca.

Innalzate le proteste e i valori, e fate sì che nelle piazze possano udire le vostre voci, cosicché nessuno possa mai battere il pugno.

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Terry Pratchett – Scegliere di morire

Sir Terry Pratchett è il geniale scrittore che ha inventato il genere comico-fantasy, unendo abilmente Wodehouse con Tolkien. Ha scritto più di trenta libri, dei quali ha venduto circa sessanta milioni di copie, tradotte in trentacinque lingue (e che sono anche “i più rubati nelle biblioteche inglesi”, come sfoggia amabilmente ogni terza di copertina), è stato insignito del titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico e di una laurea honoris causae in Lettere all’Università di Warwick.

La sua opera è tendenzialmente più famosa del suo nome, e si riassume con le parole “Mondo Disco”. Una gigantesca tartaruga vaga nello spazio infinito, reggendo sul suo dorso quattro enormi elefanti che a loro volta sorreggono un pianeta piatto, in cui la magia è ancora molto concentrata e sul quale si possono trovare ogni genere di luoghi e personaggi bizzarri.

Se non avete mai letto niente di suo, vi consiglio di provvedere al più presto, per unirvi alla vasta schiera di suoi fan adoranti.
Ma questo articolo parla di altro.

Nel 2007, a sir Terry Pratchett è stato diagnosticato un raro caso di Alzheimer giovanile. Lo sconcerto e il dolore si è propagato nella sua vasta schiera di fan adoranti alla velocità dell’ottarino.
Tutti i dettagli pubblici sono raccolti in questa bellissima – e lunga – intervista dell’Independent del 2008.
Pratchett è passato dalle prime due delle famose fasi dell’accettazione del lutto: negazione e rabbia, e da quel che si può capire, sembra essere adesso nella fase della contrattazione. Ma etichette e schemi vanno bene per le persone comuni, non per i geni come Pratchett. La sua personale interpretazione di questo terzo passo è stata fare ricerche su ricerche, scoprire che l’Alzheimer è una delle malattie che beneficia di meno fondi per la ricerca, donare quindi un milione di dollari per la ricerca, infine riflettere meglio su cosa siano la vita e la morte.

Perché quando un uomo che dichiara “scrivere è la cosa più divertente che si possa fare da soli” si ritrova a non essere più in grado di battere al computer da solo i propri libri, o a dimenticarsi di una frase che ha formulato pochi secondi prima, capita che gli passi per la testa l’idea di farla finita.

E come capita sempre a tutti quanti, un argomento che prima a stento si credeva esistere, appena ci colpisce in prima persona diventa la cosa più importante del mondo. Pratchett comincia a guardarsi intorno e a cercare un modo per morire dignitosamente e pacificamente come e quando ne avesse avuto il desiderio. Eutanasia e suicidio assistito sono le due forme esistenti per questo genere di casi. Troverete tutte le inutili differenze tecnico-etimologiche riguardo le varie sfumature dei termini su wikipedia; qui mi limito a ricordare che si tratta nel primo caso di uccidere una persona nel suo stesso interesse, nel secondo di dargli i mezzi per porre fine alla sua vita autonomamente.

Terry Pratchett - choosing to dieLe ricerche di Pratchett sono state raccolte in un documentario realizzato dalla BBC: “Terry Pratchett – Choosing to die”.
È ben realizzato, ma soprattutto è crudo e disperante nella sua semplicità. Non ha bisogno di orpelli tecnici o narrativi per sottolineare la gravità dell’argomento. Pratchett segue le decisioni di tre persone afflitte da gravi mali. Solo uno ha deciso di continuare a vivere, gli altri due hanno già appuntamento con la clinica svizzera dove finiranno i loro giorni. E Pratchett segue il loro percorso con il suo assistente e la troupe della BBC.

Da persona intelligente quale è, Pratchett si ritrova quasi più dubbioso alla fine della sua esperienza di quanto non lo fosse all’inizio. Sono le situazioni come queste che permettono la riemersione di tutti i dubbi Tartarughe Divinefilosofici-esistenziali a cui, se va bene, abbiamo dedicato qualche pomeriggio uggioso nell’adolescenza, per poi nasconderli nei recessi del nostro intimo.

Che cos’è la vita? Che cos’è la morte? La mia vita mi appartiene? Ho libertà di decidere cosa farne? Cos’è il dolore, e perché esiste? Perché a me? Esiste un Dio? Se sì, perché permette tutto questo? C’è vita dopo la morte? Se sì, cos’è il corpo fisico, a cosa serve? Perché siamo qui, da dove veniamo e dove dobbiamo andare? Cosa dobbiamo fare?

Da ateo (e probabilmente scientista), un po’ come il suo compianto collega Douglas Adams, con cui ha molto in comune – Pratchett ha sempre ritenuto la religione un fardello inutile di cui doversi disfare, e l’ha spesso criticata nei suoi libri, in particolare in “Tartarughe Divine” (Salani, 2011). Pur dimostrando una vasta cultura delle tradizioni e dei miti – religiosi e non – delle antiche popolazioni, li ha sempre utilizzati in chiave comica, talvolta satirica, ma mai “seria”, sempre beffandole un po’, almeno tra le righe.
Adesso si ritrova a dover mettere in discussione persino questo.

Certamente non sono un uomo di fede, ma un giorno stavo facendo le scale di corsa e… È stato davvero strano. Improvvisamente ho avuto l’impressione di sapere che era tutto okay, che ciò che stavo facendo era giusto, senza sapere perché. È stato come la sensazione che tutte le cose giuste stessero succedendo nelle circostanze, e ho pensato: ‘Oh, bene, allora’. È una sorta di filosofia totalmente inutile – non ti porta da nessuna parte. Ma riempie un vuoto.

(The Telegraph, giugno 2008)

L’unica delle tre persone che Pratchett intervista nel documentario che ha deciso di non ricorrere al suicidio assistito – malato di SLA da sette anni e mezzo – dice a Pratchett che è solidale con lui, e che la gente dovrebbe avere la possibilità di ricorrere a un mezzo simile, ma gli dice anche che lui ha deciso di “fare un altro lancio di dadi”, “provare ad andare avanti ancora un po’”; e continua: “E poi… Quand’è la ‘fine? Noi lo sappiamo? Quand’è che possiamo dire: ‘siamo vicini alla fine?'”. È l’unico momento in cui Pratchett è costretto ad abbassare lo sguardo, quando invece non aveva problemi a sostenere quello di chi gli diceva di aver deciso di andare in Svizzera a uccidersi; è l’unico momento in cui i toni del documentario diventano più accesi. Poi Pratchett risponde: “non essere più in grado di fare lo scrittore, non essere più in grado di comunicare”. È la risposta lecita di una persona che si è identificata completamente con quello che fa. Ma non sarebbe meglio se quella persona scoprisse invece chi è?

La clinica dove le due persone intervistate da Pratchett decidono di porre fine alla loro vita è un posto lontano dalla loro casa, dalle persone che hanno conosciuto nel resto della loro vita. Freddo, anonimo. Le persone che sono lì per assisterli staranno con loro fino alla fine, sconosciuti che li vedranno morire. Sono molto gentili e premurosi, certo, ma hanno volti stranieri e un accento strano.
A volte non ci sentiamo a proprio agio quando siamo invitati a casa di estranei per bere un caffé insieme… Come può essere stringere la mattina la mano della persona che la sera ti porgerà il bicchiere contenente il veleno che ti ucciderà?
Gli inglesi hanno una cultura forte e ligia, che forma persone con una personalità granitica, mai disposti ad ammettere le proprie debolezze. Questo per certi versi è un grandissimo pregio, una cosa che ho sempre apprezzato, ma vedere la moglie del candidato suicida non essere nemmeno in grado di poterlo abbracciare mentre questo le sta rivolgendo le sue ultime parole… Non so, mi ha lasciato una sensazione di “errore”, qualcosa che sento non dovrebbe andare così.
E poi c’è la sconvolgente impressione di un essere umano che passa dalla ragione al delirio, dal delirio al sonno, e dal sonno alla morte. Qualcosa che non ha nessun diritto di essere stampato su pellicola.

Ma non vorrei far passare l’idea che questo sia un articolo contro il suicidio assistito. Non è così, e comunque il mio personale pensiero non è il punto del discorso. Il punto vero è: voi quanto tempo avete dedicato a riflettere su questi argomenti? Cosa fareste se succedesse a voi? Le statistiche di WordPress mi dicono che siete tutti più o meno adulti e vaccinati. Ormai dovreste avere i mezzi per schiarirvi le idee, altrimenti c’è stato qualcosa che è andato storto, nel vostro percorso vitale.

La mia esortazione è di entrare in voi stessi e andare a rispolverare quelle domande chPhilippe De Champaigne - Natura morta con teschioe avete lasciato lì da così tanto tempo, o qualcuno persino a porsele per la prima volta. Non smettete mai di farvi domande, di mettere in dubbio voi stessi ma soprattutto le strutture mentali che date per scontate. Soprattutto quelle. Riflettete sulla natura della morte come facevano i filosofi antichi, e sulla vostra personale morte come facevano i samurai giapponesi ogni giorno. Cercate, cercate continuamente, non stancatevi mai finché non arriverete da qualche parte, perché quando quel singolare, incredibile momento arriverà – quello della vostra morte – non importerà più in cosa avete creduto per tutto il resto della vostra vita, non importerà più quanti amici siete riusciti ad avere intorno: sarete soli e nudi davanti alla Verità.

Per quanto essa permei ogni atomo dell’Universo, noi non siamo più in grado di concentrare la nostra attenzione su di lei. Ci riusciamo, brevemente, solo grazie a quello sconvolgente evento, perché per noi che siamo così legati al mondo materiale rappresenta la Fine di Tutto. Eppure, nessuno può garantirci, senza ombra di dubbio, che sia davvero così. Non delegate una decisione del genere agli altri, siano amici, familiari, preti o scienziati: non sono loro che dovranno morire al posto vostro.

Vi lascio al toccante documentario della BBC (sottotitoli in italiano) e a una citazione da uno dei libri di Pratchett.

Non si può costruire un mondo migliore per gli altri. Solo gli altri possono costruire un mondo migliore per sé stessi. Altrimenti è solo una gabbia.

Streghe all’estero, Salani 2009

httpv://www.youtube.com/watch?v=slZnfC-V1SY

Religione e fanatismo, tra Jovanotti e Facebook

La morte dell’operaio ventenne che lavorava all’allestimento del palco per il concerto di Jovanotti a Trieste ha, giustamente, colpito l’opinione pubblica. Ai commenti sull’assurdità delle troppe morti sul lavoro in Italia se ne è aggiunto uno che merita una riflessione, non tanto sulla sua stupidità quanto sulla mentalità e le idee che lo hanno generato. Il commento in questione, che ha fatto esso stesso notizia, è quello apparso sull’editoriale firmato da Bruno Volpe sul sito Pontifex, noto per le sue posizioni ultracattoliche.

Tanto per inquadrare il soggetto, stiamo parlando della stessa persona che ha denunciato Maurizio Crozza per la sua imitazione di Benedetto XVI. Il signor Volpe scrive: “Dio non manda certamente il male che non vuole. Dio non chiede sofferenze agli umani, ma si ribella e acconsente acché Satana ci metta alla prova. Una specie di “catechismo del male“, giusto percorso spirituale, che ogni uomo deve affrontare al fine di santificare la propria vita, mediante fortezza e virtù. Una positiva conseguenza del crollo è stata la sospensione del concerto di questo menestrello del vietato vietare, del tutto è permesso, della vita sregolata e dell’incitamento ad ogni scompostezza esistenziale. Da questo e solo da questo punto di vista, esiste una giustizia divina che si oppone alla volgarità ed al libertinaggio senza censura, anzi, avallato da nomi noti che, così facendo, si fanno portatori di voce del Maligno”.
La “volgarità” e il “libertinaggio senza censura” coincidono con l’invito ai giovani all’uso del preservativo da parte di Jovanotti e Fiorello nel corso della trasmissione televisiva di quest’ultimo. Ovviamente, il signor Volpe non le manda a dire anche nei confronti dello showman, reo di aver difeso Jovanotti nella vicenda della morte dell’operaio, e per questo “accusato” (per queste persone certi comportamenti sono colpevoli) di essere gay o bisessuale.

La reazione istintiva alla lettura delle parole di Volpe sarebbe una scrollata di spalle seguita dalla recita di un Salve Regina per la sua povera anima tormentata, se non saltassero alla mente alcuni collegamenti con altre vicende italiane legate tra loro da un comune modo di interpretare il sentimento religioso. In realtà sarebbe forse meglio parlare di fanatismo religioso. Interessante è la riflessione di Lidia Ravera su Il Fatto Quotidiano a proposito della ragazza di Torino che ha inventato il falso stupro da parte dei rom per giustificare con la madre la perdita della verginità in seguito a un normale rapporto sessuale con il suo ragazzo. È più dignitoso inscenare uno stupro che confessare (come se la cosa non appartenesse alla sfera privata) di aver tranquillamente e felicemente fatto l’amore. La stessa ragazza, in un’intervista, afferma: “In famiglia siamo tutti d´accordo che certe cose non vanno bene. […] Andiamo in chiesa, siamo credenti, mi piace che in casa ci siano queste immagini (indica un quadro in cucina con il volto di Gesù). Ma non sono bigotta, sono una ragazza come tutte le altre, mi piace la musica e mi piace Facebook, e uscire con le amiche e guardare le vetrine in centro”. Non è bigotta perché ascolta la musica, usa Facebook e guarda le vetrine. Non fa una piega. Chiaramente la forma mentis di questa ragazza è la conseguenza dell’educazione che ha ricevuto in famiglia. In realtà è il concetto stesso di fanatismo a essere equivocato. Il fatto che la verginità sia vista come un valore fa il paio con la lotta senza quartiere a qualsiasi difformità dalla “sana” eterosessualità, alla contraccezione, all’educazione sessuale. Non è un caso se ancora qualcuno tenta di rimettere in discussione l’aborto e se il crocifisso nei luoghi pubblici per alcuni è un totem imprescindibile. Tristemente ironica è la constatazione che gli stessi individui protagonisti di queste battaglie sono quelli che si scagliano senza esitazioni all’attacco dei fondamentalismi e degli integralismi che affliggono altre religioni (con un occhio di riguardo verso l’islam) trascurando quelli altrettanto ingombranti presenti nel cristianesimo e nel cattolicesimo in particolare. L’uso del burqa, che a torto o a ragione viene considerato come uno strumento di sopraffazione della donna, è poi così diverso dalla strisciante costrizione all’astinenza sessuale prima del matrimonio? Demonizzare la sessualità dipingendone ogni espressione con i toni dell’immoralità non è forse una forzatura della libertà, anche quella di chi non si riconosce in una certa visione del mondo? Quali sono le condizioni socio-culturali che portano una parlamentare a dichiarare pubblicamente di indossare il cilicio? E soprattutto, in tutto ciò, qual è la responsabilità della Chiesa cattolica? Vero è che il modo di vivere la religiosità è proprio di ogni individuo, tuttavia le persone che si riconoscono in una determinata mentalità non fanno altro che conformarsi più o meno strettamente a una condotta pratica e morale stabilita dall’alto, più che dall’Altissimo. Non sarà stata la CEI a dettare l’editoriale del signor Volpe, ma è Benedetto XVI che nel suo libro, pur faticosamente ammettendo che “vi possono essere singoli casi giustificati” per l’utilizzo del profilattico, si affretta a precisare come “questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’HIV“, di fatto dettando la linea ai missionari che operano fra le popolazioni decimate dall’AIDS. Ironia della sorte, il capo dell’istituzione che da secoli tenta di controllare le masse anche attraverso la strumentalizzazione del naturale istinto alla sessualità, scrive che “è veramente necessaria una umanizzazione della sessualità”. La rozzezza con cui viene calpestata la natura umana in nome di un’ispirazione divina stride con l’attenzione dedicata alle questioni terrene legate allo sterco del demonio.

Una religiosità malata non compromette “solo” la laicità dello Stato, tutt’ora irrealizzata in Italia, ma il grado di civiltà della popolazione. Se, come cantava Samuele Bersani, “le previsioni meteo sono prese pari pari dalla Bibbia”, contare gli anni ogni 31 dicembre serve a poco.

Un'Italiana a Bruxelles: una spesa formativa

Fare la spesa è un’esperienza in grado di insegnarti tantissime cose sulla città in cui vivi e le persone che la abitano.

All’ingresso del Delehaize sotto casa ti ritrovi un ristretto spazio dedicato alle poche varietà di frutta e verdura concesse, in una Bruxelles in cui ancora sopravvivono i piccoli negozietti di fruttivendoli, panettieri e macellai senza carne di maiale, aperti anche la domenica e gestiti da svariati accenti multietnici. Un’alternativa a cui si aggiungono i meravigliosi mercati del fine settimana e i minuscoli “night shop” per gli acquisti d’emergenza in tarda notte.

Un paio di metri col carrello e ti ritrovi davanti a una distesa di scaffali adibiti a patatine insaporite di ogni cosa, chilometri di marshmallow, caramelle di ogni forma e golosissimi assortimenti di cioccolata.

Basta uno sguardo fra i ristretti spazi dedicati alla pasta per imbattersi negli ingegnosi prodotti d’imitazione di piatti italiani, indice di quanti conterranei abbiano scelto Bruxelles come meta d’emigrazione, e di quanto la cucina nostrana venga apprezzata oltre i confini nazionali. Un ragù alla bolognese amichevolmente detto “alla bolò”, esposto in numerosi vasetti di dimensioni differenti e affiancati da un pesto verde chiaro e una densa salsina ai quattro formaggi. Un tris di prelibatezze che scompare al confronto col giallo paglierino del condimento per la carbonara: un contenitore di vetro da cui traspaiono pezzettoni di pancetta affogati in un miscuglio di surrogato all’uovo e conservanti impareggiabili. Il tutto non troppo lontano dai mitici ravioli in scatola di latta, pronti in cinque minuti di microonde.

Pochi passi ancora per incappare nell’interminabile mondo dei “fromage”, fra il Gouda dai mille colori e la miriade di Brie con forma e stagionatura diversa, ogni volta ribattezzati con nomi sconosciuti e impossibili da ricordare.

A farti perdere completamente il senno è la meravigliosa vetrina dei dolci, con esagerate torte ricoperte da sontuosi merletti di panna montata e altre cremine dal peso specifico del piombo. Un sogno per gli occhi e un incubo per il palato, quando ti ritrovi a morsicare croccanti glasse di zucchero o stucchevoli farciture dalla consistenza del burro. Subito a fianco un’ampia gamma di brioches da colazione con pinze sparse per riporle nell’apposito sacchetto trasparente, in una città dove anche i bar si servono dai supermercati e solo panifici e pasticcerie offrono dolci freschi.

E poi il pane da tagliare a fette, un banco frigo con prodotti strani, e i mitici “speculoos” fra i biscotti da inzuppare nel latte. Fantastiche gallette che hanno oramai colonizzato l’intero reparto dolciario, tra cioccolati allo speculoos, gelato allo speculoos, tiramisù allo speculoos, crema spalmabile allo speculoos e numerosi eccetera eccetera allo speculoos. Prelibati biscottini a base di cannella tradizionalmente preparati per la festa di San Nicola: il protettore dei bambini da cui avrebbe anche avuto origine il mito di Santa Claus e che viene festeggiato il 6 dicembre con interminabili pranzi in famiglia e dolci infilati in ogni pietanza.

Dulcis in fundo, scaffali di birre, tra bionde, scure e trappiste, che costano meno delle rare casse di acqua in bottiglia, un prodotto praticamente bandito in un Paese in cui la maggioranza preferisce dissetarsi dal rubinetto.

Una spesa formativa dunque, alla scoperta di una cultura così vicina eppure tanto lontana.

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"…Solo gli animali vanno a dormire senza aver letto nulla…"

Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli”, questo è il titolo di un recente articolo.

Leggendolo ho ripensato alla casa in cui sono cresciuta, con un fratello e tre sorelle, una casa modesta, forse, rispetto ai canoni attuali, ma nella quale i buoni libri erano numerosissimi e vari. Ma, soprattutto, per contrasto, di fronte a un simile rappresentante del genere maschile,il giornalista autore del pezzo, ho ripensato a mio padre. Autodidatta, persona colta e interessantissima, molto simpatica, leggeva molto e scherzosamente diceva a noi figli che solo gli animali vanno a dormire senza aver letto nulla.

Per nascita quindi, e per scelta, nutro per i libri una passione che trovo inutile spiegare a questo signore perché non mi capirebbe, anzi, gli darei modo di fare qualche battuta, sulle donne che leggono e sul loro essere madri. Ma qualcosa vorrei dire a questo signore, che fa il giornalista e che di questa nobile professione vive.

Signor giornalista, il timore espresso, nel corso del suo scritto, di essere linciato, è del tutto infondato. Le donne che davvero leggono i libri (e gli uomini che davvero leggono i libri) e che da essi traggono insegnamento, conoscenza e ricchezza morale, non linciano nessuno; anche di fronte alla stupidità totale, non ricorrono alla violenza, perché essa è l’arma di chi non ha altre armi. E le idee, i pensieri, i progetti e i sogni di chi legge i libri sono le armi più efficaci e più potenti, direi invincibili, rispetto a tutte le altre.

Un’altra cosa vorrei dirle: non confonda, per favore, le sue personali idee con le idee di Destra, ciò è offensivo e riduttivo.

Infine, quanto all’alato concetto da lei espresso, la compiango. La compiango dalla profondità della mia anima femminile che si è realizzata nella maternità.

Amare i libri, rispettare chi li ha scritti, accostarsi con umiltà e gratitudine a essi, nello studio e nel lavoro, per cercare di imparare o per il puro piacere di leggere, non fa male alle donne né toglie loro il desiderio di essere madri. Alle donne, secondo la sua incondivisibile e semplicistica proposta, sarebbe sufficiente togliere i libri, ossia la Conoscenza, per farle tornare “a far figli”, fornendo come splendidi esempi da seguire paesi altamente prolifici, come Niger e Uganda, il primo musulmano, l’altro cristiano, quindi senza attribuire a motivi confessionali questi bei record, che si attestano attorno a sette figli percentuali per ogni donna.

Non una parola, sui veri deterrenti, sui motivi che nella società moderna mortificano il desiderio di maternità… Sono indecisa, fra le varie perle del suo articolo, su quale sia la più meritevole di menzione… Concedo un ex-aequo: “Culle vuote e barconi pieni” e “se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà”.

Tralascio ogni commento, sul ruolo da fattrici che sembra riservare alle rappresentanti del genere femminile.

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Le Donne hanno la “D” maiuscola

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi

Diamo il benvenuto ad Agostina D’Alessandro, giornalista pubblicista. Dirige il settimanale modenese on line www.dabicesidice.it  e collabora al mensile InPiazza di S. Giovanni Lupatoto(VR) e al bimestrale I Carristi.
A fondo articolo trovate una nota con le sue pubblicazioni. Buona lettura![/stextbox]

Non scrivo questo articolo solo perché siamo a ridosso del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne. Esso è motivato anche da un brandello di discorso, captato casualmente, fra due amici; discorso che mi ha semplicemente indignato. Parlavano di una donna, una conoscenza comune,  con il primo che chiedeva all’altro: “ma cosa le hai fatto, che ce l’ha tanto con te?”, e con il secondo che, tutto ammiccante e tronfio, rispondeva “cosa  non le ho fatto, vorrai dire, eh eh…”, ponendo esageratamente in evidenza quel “non”, dicendo poco e facendo intendere molto, gettando così  il seme della calunnia, una delle tante forme di violenza nei confronti di una donna.

Oggi, anche la ricorrenza del 25 novembre rischia di essere assimilata alla categoria degli eventi inutili; non nelle intenzioni, certo, ma negli effetti.

Perché fino a quando non si muteranno radicalmente – sia nell’anima degli uomini sia in quella delle donne – pensieri, atteggiamenti, tracotanti certezze, questa, come ogni altra lodevole iniziativa, non servirà a nulla.

Ho già avuto modo di parlarne,  in altre occasioni e in altra sede, attirandomi talvolta critiche, altre volte ricevendo  sguardi di compatimento, quelli per intenderci che “chi tutto sa” riserva ai minus habens mentali… Ma non importa. Ribadisco che anche le migliori iniziative sono destinate a rimanere una semplice esercitazione del diritto a creare virtuose associazioni dai fini più elevati, se non si cambiano le persone.

Perché, paradossalmente, appena smessi gli abiti dei volenterosi e sinceri sostenitori di giuste cause, si ritorna quelli di sempre. A che serve festeggiare un platonico “otto marzo” quando poi si tollera che ancora dei datori di lavoro facciano firmare segrete “dimissioni in bianco” da rendere operative in caso di gravidanza… O ancora, che ci sia chi pensa bene di selezionare il personale femminile per  promozioni e avanzamenti  preferibilmente fra le componenti  più disinvolte… Oppure,  per lo svolgimento del medesimo lavoro, ci sia chi paga alla dipendente donna uno stipendio inferiore. Sono piuttosto critica poi, anche riguardo alle cosiddette quote rosa, che impongono per legge una percentuale di presenza femminile. Senza ricorrere a metafore stantie, con le donne considerate alla stregua di qualche animale da tutelare in quanto incapace, trovo avvilente per l’intelligenza, per il merito, per il talento, per la tenacia, per la volontà, per il coraggio, per la passione, e soprattutto per la dignità di una donna, che essa debba a una imposizione legale il diritto a entrare nel mondo del lavoro o ad avere potere decisionale.

La donna stessa, talvolta, è colpevole della sua condizione di insostenibile sudditanza nel mondo del lavoro, nella società, in famiglia.

C’è poi, grave più di ogni altra cosa, la violenza fisica che vede la donna vittima.

Io, troppo giovane per appartenere agli storici gruppi femministi, troppo vecchia per esserlo in quelli nati nell’ultimo decennio, forse anche troppo indipendente intellettualmente per condividerne totalmente i precetti, ho tuttavia maturato una mia personale fede che forse non è femminista secondo i canoni comuni, ma ha della donna uno straordinario concetto.

Dico sempre che le donne sono custodi di saggezza, forze trainanti, fuochi di passione, scrigni di dedizione. Capaci di sublimi eroismi e luciferine crudeltà. Questo è il nostro preciso ritratto. Per nulla al mondo avrei rinunciato al privilegio di nascere donna.

Per questo sono accanto a tutte le donne vittime della violenza – morale e fisica – entrambe  inaccettabili e atroci, per le quali si chiedono impegni precisi  nella prevenzione e nella punizione. Troppe volte le vittime rimangono senza giustizia e senza pietà.

Ago D’Alessandro Zecchin
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Nota sull’autrice:
Agostina D’Alessandro Zecchin ha pubblicato:

– Segnalibro a pagina 15– 2005 e 2007       Ed.Seneca
– Cara esperta ti scrivo, Vol.I -2006           Ed.Seneca
– Cinque monete d’oro-2006                     Ed.Kimerik
– Cara esperta ti scrivo Vol.II -2008           Ed.Il Piccolo Prisma
– Il cavallo con i piedi nell’acqua– 2008      Ed.Phasar
– …di carta e d’aria… -2010                      Ed. Il Piccolo Prisma

I Diritti d’Autore di ogni libro sono devoluti a favore del Fondo Assistenza orfani della Polizia di Stato, in memoria della figlia Alessandra Zecchin, scomparsa nel 2003.  (note biografiche tratte  da dal sito Zam.it)

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