Un'Italiana a Bruxelles: una città indefinita…

Bruxelles è una città difficile da capire, e quindi da raccontare. Una mescolanza di colori e accenti, dove la totale mancanza di caratterizzazioni impedisce di rappresentarla in un’identità ben definita.

Un puzzle di quartieri distinti per la connotazione etnica delle persone che vi abitano, dove dieci minuti di metro possono trasportarti verso l’Africa di Matongé, accompagnarti fra i palazzoni vetrati della Comunità Europea o immergerti nello stile arabico di Molenbeek.

Un viaggio sotterraneo in cui la moltitudine di suoni e sfumature si riunisce per condividere uno spazio colmo di odori e vite immaginate, tra sguardi incorniciati da variopinti chador e gli inconfondibili tratti sbiaditi dei pochi autoctoni rimasti in circolazione. Ma basta riemergere in superficie per imbattersi nell’uniformità di ciascuna zona e ritrovarsi a mangiare economici platani fritti e pollo in salsa d’arachidi serviti da una longilinea ragazza con la pelle d’ebano. Oppure incappare in un bar dove non servono alcolici e l’essere l’unica donna ti fa sentire come un faro nel deserto.

Bruxelles è la città delle patatine fritte nello strutto, delle Jupiler “vuoto a rendere” e delle domeniche nei mercati di Clemenceau e Gare du Midi, dove per qualche ora pare di essersi teletrasportati fra le assordanti compravendite di una piazza marocchina. “Un euro, Un euro”, gridano a ritmo serrato gli strepitanti venditori in piedi sopra le distese di bancali di frutta e verdura. Dall’altra parte i chioschetti di panini, cibi esotici e dolci sconosciuti ti invitano a passare il tempo fra sfiziosi assaggini e cassette di frutta regalata all’orario di chiusura, mentre la flebile pioggia incessante continua a scivolare sulla rassegnata indifferenza dei passanti…

In loving memory David

Il 12 settembre una collega esordisce su Skype dicendo: oggi è il terzo anniversario di morte di Foster Wallace. Sapevatelo. Ecco, buongiorno.

Come ho fatto a scordarlo? Arrivo a casa e setaccio la mia Billy, che nasconde e mostra i tesori più nascosti, dal Dylan Dog a un Guccini autografato. Ma non divaghiamo. Dicevo che ritrovo nello scaffale Brevi Interviste a Uomini Schifosi e Dieci Cose Divertenti che Non Farò Mai Più e mi tuffo nel genio letterario di David. Che scherzone ci hai fatto quando ti sei tolto la vita. Ci hai privato di una scrittura inconfondibile, filosofica e umana, spregiudicato senza eguali, di «un cervello che viene voglia di frequentare», come scrive Zadie Smith in una frase poi citata sulla retrocopertina di Considera l’Aragosta.

Libri che sono anche raffinati esercizi di stile che conquista pagina dopo pagina e scritto dopo scritto.  Definito dal New York Times un “Émile Zola post-millennio” e “la mente migliore della sua generazione”.

Il suo romanzo d’esordio, La scopa del sistema, si ispira alla sua seconda tesi universitaria, ed esce nel 1987. A soli venticinque anni, si distingue per il suo stile ironico, complesso e acuto. Inevitabile sentirsi piccoli sfogliando le sue pagine, un coltissimo esercizio di romanzo nel romanzo, di racconto nel racconto, oltre che di analisi psicologica, sociale… Ça va sans dire.

I posteri, in genere, si danno una chiave di lettura, cercano di razionalizzare ciò a cui, comunque, non si può dare una logica. Rimane il vuoto che perdite del genere lasciano nei lettori: i vari “era troppo geniale” ed “era troppo grande” giustificano la perdita per riempire lo scarto mentale che si genera nei lettori tra la figura dello scrittore, grande, potente, geniale, appunto, quasi un supereroe letterario immortale e la figura dell’uomo debole e evidentemente problematico che emerge col suicidio. Per dirla con altre parole, è una dimostrazione di affetto, di sentimentalismo, da lettori accaniti.

Comunque non ho intenzione di tirare pipponi psicoanalitici sul parallelismo suicidio & grandezza, però mancherai a tutti.

E poi sarà per quella tua affascinante e misteriosa malinconia, per il capello un  poco lungo e la barba incolta, perché sei bello in modo assurdo, ma mi mancherai.

 

I matrimoni italiani

Parliamo di matrimoni in Italia: secondo le ultime statistiche, il 17% dei matrimoni italiani costa più di 30.000 euro; le voci più impegnative sono il ricevimento, che in media oscilla tra i 5.000 e i 10.000 euro, a seconda della location scelta e del numero degli invitati, e l’abito da sposa, per il quale non si riesce a spendere meno di 1.500 euro arrivando spesso fino a cifre vicine ai 7.000 euro. Seguono a ruota fotografo, bomboniere, decorazioni floreali e bouquet, inviti e partecipazioni, fedi nuziali e via via tutto il resto.

Una ricerca condotta da Prestiti.it ha rivelato che su 300.000 richieste di finanziamento negli ultimi sei mesi, il 2% era finalizzato all’organizzazione del proprio matrimonio. La cifra media richiesta è di 16.000 euro. Insomma tanti numeri per dire che in Italia si continuano a fare debiti per sposarsi… Ma ne vale davvero la pena?

Pare proprio di sì. Il matrimonio di uno dei propri figli nella maggior parte delle famiglie italiane è un momento che va organizzato nei minimi dettagli senza badare a spese, perché rientra in “quelle cose importanti” che ogni genitore deve fare. Dunque si esauriscono i risparmi di una vita senza che nessuno batta ciglio, come se fosse una cosa assolutamente normale; come se, organizare una festa, che per quanto sensazionale possa essere rimane una semplice festa, meritasse anni e anni di scelte e decisioni in un’escalation di spese che termina solo il giorno delle nozze.

Purtroppo molti genitori preferiscono e quasi desiderano spendere tanti soldi per le nozze dei propri figli, rifiutandosi spesso di donarli agli sposi che si apprestano a pronunciare il fatidico sì, lasciando loro la libertà di usare  quei soldi come  meglio credono: parliamo di somme che potrebbero trasformarsi in un anticipo per l’acquisto di una casa o in affitto pagato per almeno 3 anni. O, cosa non da poco al giorno d’oggi, sarebbero un valido aiuto per gettare le basi di una vita insieme e regalerebbero  un po’ di serenità ad una giovane famiglia in un momento storico segnato da una crisi economica tanto grave. Insomma soldi buttati sì, soldi investiti no.

Ma la cosa peggiore è che molte giovani coppie, addirittura la maggioranza dei futuri sposi italiani, accettano con piacere il matrimonio tradizionale pagato dai genitori o realizzato grazie a consistenti prestiti, e invece di ribellarsi a queste stupide tradizioni e di esigere che i soldi vengano usati, se ci sono, per questioni di certo più importanti, si lasciano completamente travolgere da un mondo, quello dei matrimoni appunto, organizzando per le proprie nozze eventi smisurati e in linea con le mode del momento.

Ciò che le giovane coppie dovrebbero radicalmente evitare è invece proprio di lasciarsi condizionare da quello che mi piace chiamare “il mercato dei matrimoni”, ossia quel mondo nato intorno all’organizzazione delle nozze degli sposi italiani. Un mondo che impone scelte e che spinge a spendere e spendere e ancora spendere. A volte lo stesso servizio o prodotto offerto ha costi diversi se proposto per un matrimonio o per una qualunque altra occasione: vestiti, location, catering, oggetti bomboniere e chi più ne ha più ne metta. Non voglio dire che sposarsi non sia un momento magico da ricordare, voglio solo farvi riflettere su come sia possibile festeggiare in modo originale e indimenticabile anche senza indebitarsi fino al collo.

Ecco, ciò che manca è la consapevolezza e la giusta misura nell’affrontare un giorno importante, su cui il mercato specula, approfittando dell’ignoranza dell’italiano medio. Bisognerebbe dire no a scelte costose solo perché di moda, cercando di evitare ciò che viene ormai biecamente gestito dagli sciacalli dei matrimoni… Organizzare un matrimonio economico dovrebbe diventare la vera scelta alternativa e intelligente di chi sa ribellarsi alla superficialità dilagante nel nostro assurdo Paese. E’ più semplice di quanto sembri, basterebbe solo risvegliarsi dal sonno profondo che ci fa accettare tutto passivamente, aprire gli occhi e rendersi conto che una festa con 50 invitati è ugualmente bella e non c’è bisogno di arrivare a 250 persone per avere un bel ricordo di quel giorno, basterebbe capire che si è belle lo stesso anche senza un abito da 5000 euro (che metteremo una sola volta) e senza estetista, parrucchiere, prove trucco, acconciature estrose e fiori ovunque. Basterebbe guardare con occhi critici un prete che chiede soldi e soldi e soldi per celebrare una messa che dovrebbe far parte del suo lavoro già ampiamente retribuito e scegliere il Rito civile, che è quello che sancisce legalmente il vincolo del matrimonio e che non ha alcun costo nella maggior parte delle città italiane; basterebbe evitare pranzi lunghi 12 ore, bomboniere da 30€ l’una, location super costose, decorazioni eccessive e una sfilza di testimoni. Basterebbe realizzare un evento essenziale perché le cose essenziali sono quelle importanti per noi e non per i 300 invitati mai visti prima a cui pare sia dovuto un ricevimento da 30000 euro (almeno). In fondo il matrimonio è la cosa più intima che esista, lega due persone che si amano.

A volte basterebbe ricordare questo, perché a due persone che si amano basta anche un brindisi  in piedi fuori al Comune dopo essersi scambiati promesse di amore eterno.

E' tutta questione di genere

Al suono di “Se non ora quando” si è avviata una nuova stagione del femminismo italiano, che si sta  nutrendo sempre più di manifestazioni, eventi culturali, volti a dare voce a quelle donne che non si sentono per niente rappresentate dalla cultura attuale, ancor meno dalla politica e dai mezzi di comunicazione.

Sempre valide ma poco al passo con i tempi, le idee del femminismo italiano si erano fermate storicamente agli anni ’70, agli slogan de “l’utero è mio e io lo gestisco”, mentre a livello effettivo ci erano rimaste le sempreverdi Jo Squillo e Sabrina Salerno al grido di “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”.

Ora che anche le più giovani avvertono, a ragione, l’esigenza di sentirsi rappresentate, di trovare un’identità comune in cui riconoscersi, appare fondamentale un rimando a quelli che sono le origini, il rimando al genere.

Gli studi di genere propongono un approccio multidisciplinare legato al significato di identità di genere. Nati negli anni ’80, gli approfondimenti sul genere traggono spunto dagli studi sul femminismo, in correlazione agli studi sull’omosessualità , e dalla filosofia francese che ebbe come maggiore esponente in quegli anni Jacques Derridà.

Parlare di studi di genere non comporta l’affrontare una disciplina, quanto piuttosto una modalità interpretativa che si sta sviluppando soprattutto negli ultimi anni, attraverso diverse discipline, e che si focalizzano sullo studio dell’identità del soggetto.

La distinzione originaria che viene posta in essere è quella tra sesso e genere, individuando nel primo una demarcazione di tipo biologico, nel secondo invece la rappresentazione di atteggiamenti e comportamenti, proprie della visione di mascolinità e femminilità, definiti dalla cultura di appartenenza. A ciò è correlato anche il ruolo di genere, quindi la modalità di esteriorizzare la propria identità maschile o femminile.

Il genere non è un drammatico destino a cui andare incontro, poiché a partire dalla dimensione biologica, data dalla nascita, l’identità di genere viene costruita, delineata, rappresentata nel corso del tempo.

A tal proposito la filosofa femminista Simone de Beauvoir afferma: “non si nasce donna, vi si diventa”.

Da sottolineare come gli studi  femministi d’esordio  rispondevano all’immagine di donna bianca, mediamente benestante, con una cultura discreta. Questo elemento ha fatto sì che gli studi di genere avessero un grande seguito soprattutto nei Paesi più poveri, meno occidentalizzati, in cui si è cercato di offrire, attraverso questo tipo di cultura interpretativa, un’analisi che appartenesse anche alle cosiddette “subalterne”, vittime di una cultura poco emancipante. Non a caso una delle più grandi studiose del genere è stata Mahasweta Devi, indiana di lingua bengali, che nei suoi testi racconta un’India diversa da quella del nostro immaginario, che per lo più arriva ai film di Bholliwood e a Sandokan, che oltretutto era la tigre sì, ma della Malesia.

Gli studi di genere sono stati e restano il caposaldo per una nuova visione interpretativa, in cui siamo noi, donne e uomini, a fare la differenza, con il nostro modo di vivere la cultura, senza che essa ci venga imboccata col cucchiaino.

E forse tra l’inno “tremate, tremate le streghe son tornate” , e le immagini poco edificanti di signorine che passano con versatilità dal letto alla poltrona politica e viceversa, ci siamo noi, le ragazze che lottano nel quotidiano, che si impegnano e ogni tanto si disimpegnano anche, affinché “non più puttane, non più madonne, ma finalmente donne”.

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Viaggi originali tra memoria e futuro sostenibile

L’estate è tempo di viaggi. Viaggi spensierati, avventurosi, sognati. Sono per lo più viaggi di svago, divertenti, di-vaganti. La rete si popola di diari personali, di offerte promozionali, di lamentele contro improvvisati tour operator o strutture non all’altezza delle luccicanti promozioni propagandate. Il viaggio è spesso occasione per spostare altrove i soliti riti o le solite modalità del quotidiano vivacchiare. Per alcuni è invece stordimento, abbuffata di tutto ciò che la quotidianità nega, scorta di eccezioni da consumare nell’ordinario tran tran che attende il rientro.

Ci sono poi viaggi originali, che coniugano lo spostarsi con il desiderio di conoscere, capire, comprendere noi stessi e gli altri, senza inseguire il bisogno di estraniarsi o di essere altro da sé, ma cogliendo le opportunità del viaggio come metafora o come occasione di crescita professionale e sviluppo di innovazione in ciò che ci appassiona.

È questo il caso di due esperienze che vale la pena raccontare e che potrete seguire passo dopo passo perché hanno scelto la rete come strumento di condivisione e approfondimento.

Il primo viaggio è quello di due ricercatori inglesi, Teresa Cairns e Denis Doran, entrambi di Brighton. Teresa è una storica esperta nella raccolta di storie di vita. Denis è un artista e docente universitario di fotografia. I due sono partiti per gli Stati Uniti per ripercorrere la storia del padre di Denis, fuggito di casa da ragazzo per raggiungere New York. Ripercorrono le orme del padre di Denis fino a San Francisco, alla ricerca di frammenti di memoria, in un incrocio di realtà e immaginazione in cui hanno deciso di coinvolgere chiunque voglia interagire con loro tramite il blog appositamente creato: An Imagined Country. Si legge nella presentazione: questo viaggio è costruito attorno a posti significativi che riflettono frammenti della storia raccontata da mio padre, racconti fatti in lunghe passeggiate lungo la costa del Northumberland. Frammenti più immaginati che ricordati; le storie sono state raccontate anni fa e anch’io dimentico. Nel blog i frammenti si concretizzano in fotografie e brevi scritti con cui, conoscendo un po’ di Inglese, è possibile interagire.

Il secondo viaggio si svolge in Italia ed è un viaggio alla ricerca dei “buoni frutti”. E’ partito il 28 Agosto da Udine e, dopo 30 giorni e 7.500 Km, arriverà ad Agrigento toccando decine di realtà agricole che oltre a produrre reddito si occupano di sociale, di servizi alla persona, di sostenibilità ambientale. Gli originali ideatori sono Margherita Rizzuto e Giuseppe Orefice, esperti di fattorie didattiche, Angela Galasso, Francesca Durastanti e Silvia Paolini, agronome. Cosa ha spinto questi professionisti a cimentarsi in un’impresa così originale e impegnativa? Per Giuseppe si tratta di “dare voce alle esperienze virtuose di chi è saputo tornare o non abbandonare la campagna”. Margherita ha da sempre il sogno di “creare reti, reti attive che possano portare valore aggiunto a tutti gli attori che le compongono”. Francesca crede “che il miglior modo per testimoniare e essere di supporto ai tanti che chiedono ‘come si fa?’ sia quello di portare testimonianze concrete e far circolare storie ed esperienze”. Angela ritiene “utile mettersi a disposizione di quanti pensano che la campagna e l’agricoltura possano ancora avere un ruolo importante nella società e in questo senso intendono spendersi”. Per Silvia “è fondamentale dare visibilità alle tante piccole realtà concrete che con passione ed ottimismo creano un’economia nuova e sostenibile con il proprio impegno quotidiano”. Per tutti loro si tratta di un viaggio “per scoprire un’Italia minore che in silenzio, partendo dalle nostre comuni radici agricole, sviluppa reddito, socialità, progresso”. E’ possibile fare un pezzo di strada con loro collegandosi al sito web Il raccolto dei buoni frutti.

Nell’Europa della crisi e del pessimismo è possibile trovare piccole storie che non rinunciano né alla memoria né al futuro con passione, competenza e originalità. Piccoli forti segnali che è giusto e bello ascoltare.

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La legge è uguale per tutti. Come lo sconto.

Negli ultimi mesi si è combattutta una guerra silenziosa nel mondo dell’editoria italiana. Proviamo a riassumere le mosse salienti.

Il Senato ha approvato un disegno di legge che stabilisce, tra le altre cose, la regolamentazione degli sconti effettuabili sui libri. In sostanza al prezzo di vendita non si potranno applicare sconti superiori al 15% (25%, nel caso di promozioni della durata massima di un mese). Il limite riguarda tanto le librerie indipendenti quanto le grandi librerie online che effettuano “vendite per corrispondenza”. Che, tradotto in parole povere, significa provare a contrastare l’attività di un colosso come Amazon.it.

[Qui però bisogna dirla tutta: Amazon fa – anzi, faceva – il 35% di sconto su parecchie novità. I libri arrivavano a casa in meno di 48 ore, laddove Ibs.it ci mette almeno 5 giorni. Se avete un Kindle e lo rompete, anche per vostra sbadataggine, ve lo sostituiscono gratis in due giorni, mandandolo dall’America, e se telefonate al servizio clienti non vi fanno passare da duecentro voci registrate ma parlate direttamente con degli impiegati gentilissimi. *Nessun* editore e/o distributore e/o retailer in Italia offre servizi simili. Tu chiamalo se vuoi capitalismo! Dalla prospettiva di noi lettori, Amazon era una pacchia! Ora, noi difendiamo la biodiversità editoriale (cioè culturale) e vogliamo bene a tutti gli editori  e a tutti i distributori, ma quando accidenti si decideranno a capire che la concorrenza si fa offrendo non solo libri belli ma anche servizi di qualità? E che il vero modo di limitare lo strapotere delle multinazionali à la Amazon non è porre lucchetti giuridici ma pensare e implementare un rapporto rinnovato con noi lettori, fatto di prezzi sensati, condivisione delle informazioni, servizi efficienti?]

La cosa interessante è che questa legge non riguarda gli ebook (su cui però vige ancora un’ IVA al 20%, contro il 4% dei testi cartacei).  Mercato ancora troppo piccolo per essere regolato? Terra di nessuno, dove vige la legge del più forte? Immaginiamo che conseguenze possa avere questa singolare dimenticanza del legislatore: da qui a 3-5 anni il mercato degli ebook crescerà anche in Italia e diventerà una parte consistente dell’editoria, dunque la torta si farà più grande e saporita e i più agguerriti vi si getteranno sopra senza remore. Ora come ora la conseguenza primaria è evidente: conviene molto di più vendere ebook che libri di carta, visto che ciascun retailer può applicare le politiche di prezzo (cioè fare gli sconti) che ritiene più opportune. Probabilmente si  assistera a un proliferare di editori digitali e rivenditori di ebook.

Per dovere di cronaca sarebbe più corretto illustrare tutti i punti e le specifiche della proposta ma siccome la giurisprudenza non si impara leggendo qualche post in rete, è forse più onesto rimandarvi direttamente al testo integrale della legge.

E proprio Marco Cassini di Minimun Fax, è stato uno dei primi ad intervenire direttamente sulla questione con un lungo e appassionato post sul blog della casa editrice (in cui cui cita un articolo di Simone Barillari). A Cassini ha risposto poi, dalle pagine del suo sito personale, Luca Sofri (“Il Servizio pubblico e i libri“). Ma da questi scambi è nato anche un altro filone di discussione: quello della “descrescita editoriale”, ovvero della possibilità cambiare le prospettive del mondo editoriale iniziando a pensare più in termini di qualità che di quantità. Sul blog di Loredana Lipperini c’è un’ottima sintesi e un’interessente discussione succesisva. Il dibattito può sembrare ovvio e la risposta scontata (in questo settore è abbastanza logico preferire la qualità) ma non lo è poi tanto: come scrive Sofri: e dei lettori che leggono solo i libri brutti che facciamo? Non gli diamo più niente?”

Che si fa? La smettiamo coi libri dei calciatori e ne facciamo due l’anno ma belli belli in modo assurdo?

Cortigiani, vil razza dannata…

Sono un pastore. Un pastore sardo. Non come quelli dei vecchi stereotipi (sì, conosco anche il significato di questa parola, non vi sembri strano) del pastore che sta fuori casa per settimane intere e per nostalgia dell’alcova domestica si accoppia con la pecora preferita. Io amo tutte le mie pecore e non mi accoppio con nessuna di loro. È vero che ho per loro una grande cura e se posso faccio loro una carezza quando le aiuto a partorire gli agnellini. Poi, più tardi, spartisco con i piccoli un po’ del latte delle loro madri, perché insieme a loro riesca a vivere, o sopravvivere, anche io e la mia famiglia. Mi piace leggere e informarmi; so che questo meccanismo, nella natura che io frequento tutti i giorni, si definisce “simbiosi”, che è come nutrirsi ognuno della vita degli altri.

Oggi sono un po’ triste, perché mia figlia è partita per lavorare in “continente” e io non le ho detto niente perché lei sa già come la penso: che ognuno è libero di cercare la propria libertà rispettando quella degli altri. Per evitare di parlarne con mia moglie e tenere su un tono dignitoso la nostra solitudine, ho preso uno dei DVD che mia figlia teneva fra tutte le cose che ha lasciato qui. Rigoletto. Mio padre carabiniere, che non c’è più da tanto, me ne parlava quando ero bambino. Ho visto e sentito una cosa che mi ha fatto così male che per nascondere il mio dolore ho dovuto far finta di andare in bagno, per non far vedere a nessuno che mi veniva da piangere. Il gobbo Rigoletto che inveiva contro i servi fedeli del Duca di Mantova: “Cortigiani, vil razza dannata, per qual prezzo vendeste il mio bene? A voi niente per l’oro sconviene, ma mia figlia è impagabil tesor!”

Perché anche io ho pensato a mia figlia in modo diverso, non più come una bambina da coccolare, ma come a una donna “con le palle” che sfida il mondo pieno di ipocriti per costruire il suo futuro. E ne vado fiero. In tv passa un servizio su Ruby, su Emilio Fede, sulla Minetti e sulle ragazze dell’Olgettina. Già visto, troppe volte. Mentre Rigoletto soffriva (altri tempi!) per la verginità di quella stronzetta della figlia, lui che aveva fatto della derisione e del pettegolezzo il proprio mestiere, a servizio del potente di turno (il parallelo con Fede, Sallusti, Minzolini, Lupi, Bondi è voluto), io ho pensato a mia figlia che dovrà combattere contro i cortigiani, contro chi abusa degli altri per “affermare” sé stesso, e a tutti i giovani che dovranno combattere con lei per riprendersi il futuro. Qui in Sardegna riconosciamo i venti, abbiamo imparato in millenni a conoscerli e a prepararci per i cambiamenti che porteranno domani, dopodomani, negli anni. Oggi ho sentito un vecchio vento, stavolta arrivava da un altro mondo, dal Sud, dalle coste dell’Africa. Sapeva di sabbia, di caldo, di fatica e sudore. Se oggi potesse sentirlo Garibaldi, nel suo eremo di Caprera, nel nord della mia isola, son sicuro che respirerebbe i profumi del rosmarino, del mirto, dell’anarchia, della libertà. E domani avrò ancora più rispetto e amore per le mie pecore e condividerò con loro la mia acqua, se avranno sete.

 

Piccole donne crescono (e cambiano il mondo)

In questi mesi abbiamo assistito a cambiamenti che ai più sono sembrati repentini e improvvisi. C’è una parte del mondo che ne ha abbastanza della situazione com’è e si rimbocca le maniche per trasformarla a costo, anche, della vita. Eppure i muri, per crollare, devono aver iniziato a creparsi da qualche parte. Piccoli segni, gesti da cronaca minore, modifiche nella quotidianità di cui non si capisce, subito, la portata. Prendiamo, come esempio, tre notizie che non abbiamo potuto leggere sulle prime pagine o nei telegiornali che vanno per la maggiore ma che ci dicono qualcosa di importante. Ci dicono che il cambiamento di oggi è ancora poca cosa rispetto a ciò che ci aspetta, perché le protagoniste di questo cambiamento non sono ancora scese in campo con la forza di cui sono capaci: perché il cambiamento vero verrà dal contributo che le donne, emarginate e segregate in buona parte del mondo, stanno per portare.

La prima storia emblematica viene da New Delhi dove due giovani donne, Mamta ed Ekta, grazie all’ottimo lavoro della Fondazione Azad, hanno preso la patente e si sono messe a lavorare per la società privata Radiant Limousine Service. Fanno le tassiste, un mestiere fino a oggi riservato solamente agli uomini. Racconta Ekta all’agenzia Misna: “Mi sento più forte, ho trovato la mia identità, non solo come madre ma anche come moglie”. Ekta infatti ha dovuto sfidare la sua condizione di minorità, le obiezioni del marito sposato a 15 anni, le difficoltà dovute al suo analfabetismo e i pregiudizi sociali di una società che ha tenuto la donna ai margini per secoli ma che ormai non può che prendere atto che il cambiamento è inarrestabile.

Sempre di auto parla la seconda storia. E forse non è un caso che il simbolo del progresso, della velocità di movimento, della possibilità di spostarsi, di viaggiare, di andarsene sia oggi, nelle mani delle donne che si ribellano, uno strumento potente di rivendicazione. Manal Al Sharif è stata arrestata lo scorso 21 maggio perché si era messa alla guida di un’auto in un paese, l’Arabia Saudita, che vieta alle donne di guidare. Manal ha rivendicato con forza il suo gesto pubblicando un video su YouTube ed è stata rilasciata solo dopo le sue pubbliche scuse. Intanto però la notizia aveva smosso le acque torbide del regime saudita e molte altre donne avevano manifestato pubblicamente la loro solidarietà. Come ha scritto il New York Times, il divieto di guidare deriva dall’ansia universale verso la mobilità delle donne. La mobilità infatti è la premessa per la partecipazione alla vita civile e politica e all’esercizio dei diritti. Per questo il gesto di Manal ha avuto una potenza enorme e avrà conseguenze inevitabili sulla società saudita.

Infine, torniamo in India, dove, al Barefoot College, Santosh Devi è stata la prima donna del Rajasthan a laurearsi in ingegneria solare. Santosh è una dalit, una intoccabile, in una regione rurale dove il sistema delle caste è ancora forte e permea la cultura e il costume dominanti. Grazie alle competenze acquisite, e al lavoro del Barefoot College, Santosh ha portato l’energia solare nella sua casa e in altre nel suo villaggio. Ha anche cambiato la propria condizione economica e mostrato alle altre donne nella sua situazione che la vita non è un libro già scritto, come era stato fatto loro credere da secoli.

Ekta, Mamta, Manal e Santosh hanno aperto la strada, hanno crepato il muro che prima o poi cadrà. Un giorno avverrà un fatto che ci sorprenderà, un cambiamento che sembrerà epocale eppure repentino. Quel giorno ricordiamoci di queste piccole donne che hanno avuto il coraggio di iniziare.

 

Pompei, il rilancio passa attraverso gli industriali.

Nei giorni scorsi uno degli argomenti di cui si è maggiormente parlato durante l’assemblea dell’Unione degli Industriali a Napoli è stato quello riguardante Pompei, la splendida città turistica nota in tutto il mondo per i suoi scavi archeologici e il santuario. Il punto su cui si è discusso è proprio quello degli scavi, visto che nei mesi scorsi il crollo della palestra dei gladiatori fu al centro di aspre polemiche politiche con il solito scaricabarile delle responsabilità che, alla fine, portarono Sandro Bondi a dimettersi da ministro della Cultura. È necessario che gli industriali investano e facciano dei piani di sviluppo per salvare quella che è una della zone turistiche più conosciute in tutto il mondo. Il potenziamento delle ricchezze culturali e storiche è al centro dell’attenzione degli industriali, consapevoli che il rilancio di Pompei passi per la politica di valorizzazione dei giacimenti culturali di cui il sud è pieno. Non sappiamo se le buone intenzioni basteranno a fare in modo che ciò avvenga. Sembra, però, che alle chiacchiere seguiranno finalmente i fatti.

Recentemente infatti, in sede Unesco a Parigi, è stato deciso l’insediamento di un tavolo di discussione per Pompei a cui hanno garantito la loro partecipazione il Ministero dei Beni Culturali e soprattutto un consorzio di duemilacinquecento aziende parigine interessate a Pompei, a dimostrazione di come le bellezze archeologiche dell’Italia facciano gola anche all’estero. Gli industriali napoletani, affiancati da un grande imprenditore come Diego Della Valle, spingeranno affinché gli imprenditori francesi riescano in quella grande impresa di rigenerazione urbanistica, ricettiva e produttiva dell’intera area. Il progetto è già in fase avanzata e cerca di coinvolgere anche gli enti locali, in primis la regione Campania che dovrebbe occuparsi di dare un seguito concreto a tutte le idee in cantiere. Si tratta quindi di una serie di progetti, la cui concretizzazione è già a buon fine. Pompei rappresenta un progetto stimolante per gli imprenditori italiani e stranieri. Una sfida molto importante per il rilancio culturale di una zona conosciuta in tutto il mondo. Potrebbe essere una svolta tante volte annunciata, ma mai portata effettivamente a termine.

Sarebbe davvero un peccato non riuscire a valorizzare Pompei che rappresenta uno dei luoghi maggiormente ambiti dai turisti che vengono a visitare l’Italia. La Campania inoltre avrebbe bisogno di un grande piano di rilancio, visto che la sua immagine all’estero, negli ultimi anni, si è notevolmente affievolita per via dell’eterno problema mai risolto dei rifiuti. Questa potrebbe essere finalmente la volta buona per cambiare l’immagine della Campania all’estero e avviare una collaborazione con imprenditori stranieri che avrebbero tutto l’interesse a investire in questa regione.

 

I meticci al potere

Mentre in Italia non siamo in grado di inserire e integrare qualche migliaio di persone provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo, mentre i nostri politici piagnucolano paventando invasioni e cataclismi religiosi e culturali, la realtà del mondo va avanti, infischiandosene delle ideologie da cortile e delle paure xenofobe, alimentate ad arte da partiti di piccole visioni e grandi interessi elettorali.

Questa realtà è talmente evidente che bisogna proprio girare la testa costantemente dall’altra parte per non vederla. La più importante democrazia del mondo, fin dalla sua nascita un crogiuolo di razze, origini e lingue diverse, è guidata da un meticcio che racchiude in sé il meglio della contaminazione geografica e culturale.

Hadia Tadjik

Due paesi che stanno emergendo come nuovi leader sulla scena mondiale, quali India e Brasile, sono dei veri e propri immensi subcontinenti che racchiudono in sé popolazioni, religioni, colori unificati dalla voglia di aumentare il proprio benessere e le proprie opportunità.

Passando al Vecchio Continente, in Gran Bretagna si discute della fine del multiculturalismo e della necessità di nuove forme di integrazione ma nessuno si sognerebbe di rinunciare a essere il polo di attrazione per i desideri di emancipazione delle genti dell’ex impero. In Francia, le meschinerie politiche degli ultimi tempi non cancellano il ricordo delle imprese calcistiche dei Blues quando nessuno si domandava se Zidane o Trezeguet fossero o meno francesi. La Francia calcistica non vince più ma la società è indelebilmente Blues e non potremmo immaginarne una diversa. In Norvegia poi, il partito laburista ha portato in parlamento, nel 2009, la prima deputata musulmana. Hadia Tadjik ha oggi 28 anni e prima di essere eletta è stata consigliera del primo ministro per le questioni sociali. Quando accadrà in Italia? E soprattutto: dovremo aspettarci manifestazioni indignate con tanto di parlamentari europei e maiali al guinzaglio a caccia di moschee da dissacrare?

Cem Özdemir

In Germania, un paese che da decenni accoglie ogni anno migliaia di profughi e di lavoratori immigrati, i Grünen trionfano nelle elezioni regionali e si candidano per conquistare la cancelleria alle prossime elezioni federali. Con un piccolo particolare, il loro leader si chiama Cem Özdemir, ha 46 anni, è figlio di immigrati turchi arrivati in Germania nel 1960 e ha ottenuto la cittadinanza tedesca nel 1983. Appartiene alla seconda generazione di immigrati, è bravo e questo conta. Se sostituisse la Merkel, questo fatto dimostrerebbe ancora una volta la piccolezza e la meschineria delle discussioni italiane sull’integrazione o meno delle persone immigrate.

Dobbiamo avere il coraggio di dire chiaro e tondo che l’immigrazione non solo non è un problema ma è la condizione per essere ancora una società che ha qualcosa da dire. È la condizione per il benessere sociale, economico e culturale. È la condizione della modernità. Le società meticce hanno una marcia in più. Le persone capaci di esprimere una sintesi tra diverse culture e tradizioni, come gli immigrati di seconda generazione, sono più in grado di comprendere la dimensione globale del mondo contemporaneo, hanno energie e voglie di mettersi in gioco che, invece di spaventare, dovrebbero rassicurarci sulla possibilità di continuare a essere protagonisti nella sfida per migliorare le nostre vite. L’integrazione non è una possibilità ma una necessità, e prima avviene meglio è.

Naturalmente vi sono anche esempi di società chiuse, culturalmente omogenee, arroccate dietro le proprie identità: pensiamo all’Arabia Saudita, alla Corea del Nord, allo Yemen. Lì l’integrazione è negata, lì non c’è spazio per la diversità e il meticciato. Ma non c’è nemmeno libertà né benessere.  È la realtà di cui si diceva: libertà e benessere sono caratteristiche di società miste, mentre la difesa dell’identità passata e la rinuncia alla ricerca di nuove identità plurali è la caratteristica delle società culturalmente omogenee.

Tutte quelle forze sociali che spingono verso il rifiuto del meticciato ci stanno consegnando una società molto simile a quella da cui dicono di volerci difendere: paventano il fondamentalismo e stanno costruendo una società fondamentalista, predicano la fine del benessere e ci stanno avviando verso la marginalità economica, gridano all’invasione culturale e stanno riducendo la nostra cultura a un guscio vuoto di slogan e il nostro paese all’ignoranza e la paura.

L’anno scorso, in una intervista alla Bild, Özdemir dichiarava “vogliamo portare i Verdi nel 2013 al governo federale. Noi Verdi vogliamo governare, ci crediamo”.  Ecco, forse il segreto è tutto qui: bisogna crederci.

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